Ebrei di sinistra, tra Italia e Israele: e in mezzo Gaza

dalla Newsletter n°13 – Giugno 2025

Massimiliano Boni intervista 
Ariel Dello Strologo, avvocato, già consigliere comunale a Genova
Michael Ascoli, rabbino, ingegnere a Haifa

 

Ariel, da alcuni anni svolgi politica attivamente all’interno del centrosinistra. Come vivi la tua identità ebraica il tuo essere uomo di sinistra?

ADS: Il dramma di questo anno e mezzo, ma in realtà anche del periodo precedente, per chi si trova come me in una terra di mezzo, è quello di vivere costantemente con un sentimento di disagio e rabbia. Come ebreo di sinistra, infatti, non mi sento a mio agio proprio nelle due comunità che sono state il costante punto di riferimento della mia vita, sia da un punto di vista affettivo che ideologico. La comunità ebraica è quella dove ho le mie radici esistenziali, in particolare a Genova, fino a diventarne presidente. La comunità politica, quella della sinistra, ha visto sempre la mia partecipazione, da ultimo anche attraverso dei passaggi istituzionali. Qui ho condiviso battaglie, ideali, valori, ma ho anche vissuto la lacerante divisione fra Israele e la sinistra, divisione che da ultimo è peggiorata di fronte agli orrori che vediamo a Gaza. Questa progressiva ostilità che mi viene espressa sia dal mondo ebraico che a sinistra spiega anche l’altro mio sentimento, di rabbia. Perché il mio tentativo continuo di spiegare come trovi del tutto legittimo appartenere a entrambe le comunità non mi viene riconosciuto, come se da entrambi le parti mi si chieda di scegliere da che parte stare, un triste ritorno dell’accusa di doppia fedeltà.

 

Michael, per i nostri lettori non ebrei potrebbe apparire sorprendente conoscere un rabbino che non fa mistero di considerarsi un progressista. Come potresti spiegare la tua formazione rabbinica con una collocazione politica simile?

MA: Il fatto che io lavori come ingegnere non significa certo che abbia smesso gli abiti del rabbino. Detto questo, non credo sia difficile spiegare la convivenza tra due aspetti della mia identità; semmai è più interessante spiegare perché oggi mi sia così allontanato dalla sinistra. Non voglio tuttavia eludere la tua domanda. Dirò quindi che ebraismo e progressismo hanno in comune più elementi: pensa all’attenzione verso i deboli, gli emarginati di ogni società, un’esigenza fortissima nel pensiero ebraico, che nasce direttamente dalla Torah.

Questa tutela per il più debole è una caratteristica anche della sinistra e del progressismo. Inoltre direi che l’idea di progresso, in ebraico hiddush, cioè innovazione, mi ricorda anche il metodo che l’ebraismo adotta costantemente nello studiare i propri testi. Infine, sul piano storico, occorre ricordare che Israele per molti anni si è retto sul contributo dei kibbutzim, e che molti di essi erano di orientamento religioso. Dunque l’idea di progresso è una costante nel pensiero ebraico, e per me è stato naturale seguire il mio percorso religioso e continuare a considerarmi un progressista. Da ultimo, vorrei ricordare come l’Unione delle comunità ebraiche italiane abbia da poco pubblicato un testo [di cui MA è uno dei curatori, n.d.r.]  che evidenzia una sostanziale convergenza fra una prospettiva ebraica e l’articolo 3 della Costituzione italiana, dedicata al principio di uguaglianza.

 

Parlavi però di una divergenza rispetto ai valori della sinistra.

MA: Sebbene mi consideri ancora un progressista, da molti anni non voto più per nessun partito della sinistra italiana. Se guardiamo alla società occidentale, direi che la sinistra sembra più attenta a valorizzare i diritti che i doveri. In una prospettiva ebraica, al contrario, i diritti sono il riflesso dei doveri che tutti noi dovremmo praticare per una società più giusta. Altrimenti espresso, nell’ebraismo si dà enfasi alla responsabilità individuale non meno che proclamare libertà individuali. Infine, un altro elemento che ha prodotto questa frattura, che non può essere taciuto, è l’antisemitismo presente nella sinistra, anche italiana.

 

Ariel, e per te? Oggi è difficile per un ebreo collocarsi all’interno del centrosinistra?

ADS: Non mi stupisco del fatto che dentro la sinistra siano presenti elementi di antisemitismo. Le ragioni sono varie e studiate. Penso ad esempio ai tratti antisemiti del comunismo sovietico. Una delle ragioni è che la sinistra, alla ricerca costante dell’eguaglianza, storicamente non tollera l’attaccamento alla propria identità particolare, come quella degli ebrei verso le proprie tradizioni. Quanto alla distinzione fra diritti e doveri, non sarei così rigido nel contestare alla sinistra una maggiore attenzione per i diritti: quando la Torà impone il dovere di rispettare la vedova, l’orfano e lo straniero, cosa sta facendo, se non quello di assegnare ai più deboli un diritto a essere protetti?

Dunque, va anche detto che per lungo tempo la sinistra ha avuto un rapporto positivo con l’ebraismo e con gli ebrei, anche perché, nella sua vocazione a tutelare i più deboli, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale gli ebrei venivano considerati solo delle vittime. Il connubio è andato in crisi quando Israele è stato considerato appartenere alla sfera occidentale, quindi dalla parte dei più forti. Per arrivare ad oggi, questa componente profondamente avversa all’occidente, presente a sinistra, rivolge ad Israele l’accusa di essere uno stato neocoloniale. E non sottovaluto che nell’armamentario ideologico di tale opposizione ci sia anche una radice antisemita. Detto questo, aggiungo che però non ogni critica a Israele può essere considerata antisemita. Dovremmo distinguere, anzi, almeno tre categorie: quelli che prestano la massima attenzione nell’uso delle parole; quelli che, pur non essendo antisemiti, per formazione culturale scivolano in un lessico sbagliato che ha riflessi antisemiti; infine quelli che manifestano un’ostilità radicale a Israele e agli ebrei e che effettivamente sono antisemiti. Al tempo stesso, infine, credo che però anche il mondo ebraico debba riflettere sul fatto che manifesti spesso un’aggressività verbale e un odio verso gli altri, non solo i palestinesi, che legittima una contrapposizione senza margini di mediazione.

 

MA: È chiaro che non possiamo affermare che la sinistra sia tutta antisemita. Denuncio però il clima generale di ostilità verso Israele che si respira a sinistra prima ancora del 7 ottobre, che si può far risalire alla guerra dei sei giorni del 1967, con ulteriori punte raggiunte negli anni 80. Fin dal Partito Comunista Italiano, poi Pds, Ds e oggi Pd, questo pregiudizio è stato sempre presente, pur con lodevoli eccezioni.

 

Michael, come ti sembra che la sinistra affronti il conflitto in corso a Gaza?

MA: Alcuni giorni fa Gerard Biard, redattore di Charlie Hebdo, ha scritto un articolo che riflette in pieno quel che penso, circa questo sentimento di profonda avversione che c’è tra chi protesta oggi contro Israele, in cui più che interessarsi ai palestinesi si esprime il proprio odio verso gli ebrei. Oggi a sinistra c’è una disarmante incapacità di analisi, che anima una condanna pregiudiziale di Israele e nient’altro. Lo stesso PD ha mostrato in alcuni casi di non garantire una libertà di espressione ai propri iscritti, laddove favorevole a Israele. E anche recenti commenti sul duplice assassinio a Washington sono stati letti come il risultato della guerra di Netanyahu. Anche qui mi sembra che la mancanza di analisi, innanzitutto dell’odio contro Israele sia piuttosto evidente.

In generale, la sinistra è tutta concentrata a puntare il dito contro Israele, dimenticandosi delle altre guerre che, proprio mentre parliamo, producono altre sofferenze altre morti in tutto il mondo. Non voglio certo sminuire il dolore per la morte dei bambini a Gaza, e tuttavia non possiamo essere indifferenti a questo doppio peso con cui si valutano dolori uguali. In Italia la sinistra sostiene l’opportunità di sospendere gli accordi di cooperazione con Israele, ma in passato ha promosso il finanziamento alla Libia, il cui trattamento disumano verso gli immigrati è ormai noto. Troppe volte è forte la sensazione che accusare Israele sia un modo anche per non fare i conti con le proprie responsabilità. Ecco un altro esempio: la stampa italiana praticamente non si interessa dell’opposizione che nel mondo palestinese sempre più si esprime verso Hamas. Chi protesta contro Hamas certo non è a favore di Israele, eppure questa realtà viene di fatto dimenticata.

 

Ariel, la tua opposizione alla politica del governo Netanyahu e alla guerra si è di recente tradotta nell’adesione ad un appello contro la pulizia etnica a Gaza, che ha scatenato fortissime reazioni in Italia. Puoi spiegarci le ragioni di quella firma?

ADS: all’origine di quella scelta c’è la mia indisponibilità ad accettare che il mondo ebraico italiano chiuda gli occhi davanti ad azioni in netto contrasto con i valori ebraici e con il rispetto che si deve ad ogni essere umano. Non capisco come di fronte a questa immane sofferenza, provocata dalle scelte di un governo e di una maggioranza politica che si richiama espressamente alla propria radice ebraica, nel mondo ebraico si decida di tacere e si neghi legittimazione alle ragioni dell’altro. La tragedia che oggi si vive in Israele e a Gaza è che entrambi i popoli hanno le loro ragioni, ma che nessuno dei due è intenzionato a riconoscere quelle dell’altro.

MA: Sono totalmente d’accordo sulla necessità di difendere il più debole; tuttavia, per tornare al rapporto fra la sinistra italiana e gli ebrei, anche qui non posso che denunciare la miopia dell’analisi. Anche io, come centinaia di altre migliaia di israeliani, ero in piazza prima del 7 ottobre per protestare contro il governo di destra. E quando abbiamo capito che questa guerra non aveva più l’obiettivo della legittima difesa siamo tornati a protestare. Oggi protestiamo fortemente per come la guerra viene condotta, anche se purtroppo non abbiamo ancora la forza per rovesciare questo governo. Tuttavia, dall’esterno non arriva nessuna forma di solidarietà, tantomeno a sinistra.

ADS: Consideri davvero le critiche che riceve Israele spropositate? Di fronte a quel che stiamo assistendo ogni giorno a Gaza?

MA: Il mondo continua a criticare soltanto Israele, senza rendersi conto che dopo oltre 600 giorni di guerra viviamo in un trauma quotidiano e prolungato. Siamo stati attaccati e ci difendiamo, certo senza che questo possa giustificare ogni cosa di ciò a cui assistiamo. La sinistra non dà alcun sostegno all’opposizione interna e anzi la sua totale incondizionata critica a Israele non ha avuto altro risultato che rafforzare il governo di Netanyahu. La sinistra internazionale oggi non ha soluzioni per questa guerra, così come non ha la forza di denunciare il fatto che gli aiuti umanitari, certo necessari, non possono essere gestiti da Hamas, tantomeno dall’Unrwa, le cui collusioni con Hamas sono ormai state dimostrate.

ADS: Dal mio punto di vista è inaccettabile che Israele si sia convinta che per superare il trauma del 7 ottobre qualsiasi prezzo da far pagare ai palestinesi sia legittimo.

MA: Da qui da Israele, invece, non si può non notare che la critica legittima al governo israeliano ignora tuttavia il contesto. Nessuna critica arriva ad esempio per i continui attacchi che noi subiamo dallo Yemen, che nessuno ha impedito. In definitiva, l’appello a cessare l’uso della forza qui assume un suono diverso, come se dovessimo accettare il rischio di essere nuovamente attaccati e uccisi.

 

A vostro avviso, il rapporto fra sinistra e Israele è destinato a vivere una lacerazione irrisolvibile?

MA: La spaccatura è profonda. Certo, nulla è irrecuperabile, ma serve una volontà sincera di ascoltare finalmente la società israeliana. Il paese è spostato a destra, ancor più nettamente dall’attacco del 7 ottobre, perché allo shock di quello si aggiunge il trauma prolungato della guerra. È vero, siamo poco disposti ad accettare critiche. E tuttavia, la sinistra italiana deve fare i conti con le vene di antisemitismo che la attraversano. E poiché oggi Israele è un paese in guerra, credo che lo sforzo debba provenire innanzitutto dalla sinistra europea. Non mi si può chiedere di ascoltare le critiche che provengono da chi, nei fatti, non si è dimostrato né amico né imparziale.

ADS: Sul piano geopolitico occorrerà vedere quale sarà l’intenzione dei grandi attori, come Stati Uniti, Russia, Iran. Quanto a noi, occorre rimarginare le lacerazioni e le divisioni presenti internamente ad entrambe le comunità: quella dell’ebraismo italiano e quella della sinistra. Si potrà sperare di ricucire questa lacerazione quando entrambe le parti riconosceranno i diritti dell’altra. E dunque la sinistra deve comprendere il trauma che oggi vive Israele e l’ebraismo mondiale, ma al tempo stesso il mondo ebraico deve respingere le pulsioni violente che lo animano. Sinistra per Israele è il luogo in cui si prova a favorire questo dialogo e a costruire ponti e momenti di confronto.