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Editoriale
Oltre la guerra
Emanuele Fiano
Analisi e commenti
A Gaza Israele rischia l’isolamento internazionale
Intervista a Michele Valensise.
L’eredità di Bergoglio e i suoi rapporti con Israele
Intervista a Loris Zanatta.
Ebrei di sinistra, tra Italia e Israele: e in mezzo Gaza
Confronto tra Ariel Dello Strologo e Michael Ascoli.
Il sionismo mondiale al voto
Intervista a Laura Gutman Benatoff
Sionismo, un incontro dedicato in Calabria
Saul Meghnagi
Dall’Associazione
Torino contestato il diritto allo studio presso il Campus universitario
Roberto Albano
Roma Gli ebrei del Medio Oriente. Un evento a Roma dal laboratorio Rabin per parlarne
Marco Pierini
Roma L’eredità di Enzo Sereni. Democrazia, sionismo socialista, convivenza
Simone Oggionni
Lettere alla Redazione
Rassegna stampa
Redazione
Contatti

Emanuele Fiano
Oltre la guerra
Immagino che molti pensino che ogni commento sulla nuova, drammatica fase della guerra in atto dal 7 ottobre 2023 dovrebbe cominciare dal racconto dei missili che piovono sulle abitazioni e sugli ospedali in Israele, dei bombardamenti dell’esercito israeliano in Iran, delle relative vittime civili, e sicuramente anche dal continuo stillicidio di vite umane a Gaza.
Non comincerò da questo. Preferisco prima parlare di speranza.
“Non siamo impotenti. Di fronte alla tragedia di questa guerra, alziamo insieme la voce, per dire basta.” Qualche migliaio di cittadini israeliani, ebrei e arabi, ha marciato da Tel Aviv fino al confine con la Striscia, ormai qualche settimana fa. Un’ottantina di chilometri a sud, portando sulle spalle sacchi di generi alimentari.
Era un gesto dichiaratamente simbolico: sapevano che le autorità israeliane non avrebbero consentito agli aiuti di oltrepassare il valico di Eretz.
Eppure, Standing Together e una miriade di altri gruppi si sono messi in cammino lo stesso. Non per raggiungere una meta fisica, ma per incarnare un movimento che da tempo attraversa la società israeliana, molto più plurale e complessa di come spesso venga rappresentata.
La cronaca che Avvenire ha dedicato a quella marcia regala l’immagine più radiosa in cui specchiarsi quando, come noi, si desidera con forza una pace giusta fra israeliani e palestinesi: due diritti, due popoli, due Stati.
I volti sorridenti di quelle immagini diventano così un balsamo in questo periodo tremendo, infinitamente meno devastante per noi di quanto lo sia per i civili di Gaza oggi, e per gli abitanti del sud d’Israele quasi venti mesi fa. E oggi per tutta Israele – e immagino anche per la popolazione civile iraniana.
In quelle stesse ore arrivavano anche parole nuove dal presidente palestinese Mahmoud Abbas, che chiedeva ad Hamas di consegnare le armi alle forze di sicurezza palestinesi, l’invio di truppe internazionali sotto mandato ONU a protezione dei civili e il definitivo ritiro di Hamas dal governo di Gaza. Sollecitava inoltre il rilascio immediato di tutti gli ostaggi.
Dichiarazioni che esprimevano la sua volontà di indicare una via d’uscita alla spirale infinita di azione e reazione: da un lato, uno Stato che, nonostante la potenza militare, non può dirsi mai realmente al sicuro, circondato com’è sempre stato da nemici che lo vogliono distruggere; dall’altro, un popolo senza Stato, stretto in Cisgiordania sotto un’occupazione che avanza, vessato dalla violenza dei coloni, travolto a Gaza da una devastazione inimmaginabile.
Sulla scena italiana, Sinistra per Israele – Due popoli, due Stati con una lettera ai segretari dei partiti che organizzavano la manifestazione del 7 giugno chiedeva di affiancare al cessate il fuoco immediato per Gaza altre esigenze imprescindibili e fondamentali: liberazione degli ostaggi, condanna di Hamas, lotta continua all’antisemitismo, sostegno alle opposizioni democratiche in Israele e a Gaza, no al congelamento dell’accordo UE-Israele.
Azione, Italia Viva e +Europa avevano fatto propria integralmente quella piattaforma, ma gli organizzatori romani l’hanno respinta. Così le piazze sono diventate due.
A Milano abbiamo aderito; a Roma no, pur riconoscendo alcuni passi avanti (nella piattaforma si parlava di ostaggi e di Hamas) e constatando limiti e omissioni: dall’assenza della parola “antisemitismo” alla leggerezza con cui alcuni dei partiti organizzatori utilizzavano – e utilizzano – il termine «genocidio», in spregio persino all’ultimo intervento del patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pizzaballa, che lo rifiuta.
Poi, in questi giorni, la nuova fase della guerra: lo scontro violentissimo tra Israele e Iran.
Vorrei far notare due aspetti sottovalutati. In Israele il consenso su questa azione del governo Netanyahu è larghissimo, e arriva fino al segretario dei Democratici Yair Golan.
In Iran, l’azione dei servizi segreti israeliani – che hanno meticolosamente preparato l’attacco e l’eliminazione fisica delle prime fila della catena di comando del regime – ha evidentemente potuto usufruire di un vasto e ramificato appoggio locale, immagine di un paese sottoposto ad un regime sanguinario ma nel quale, sotterraneamente, resiste un’opposizione disposta a collaborare con chiunque pur di far cadere il regime degli Ayatollah.
Perché in Israele il consenso sull’attacco all’Iran è quasi unanime?
Ma perché da quarant’anni l’Iran fornisce finanziamenti e aiuti ai peggiori nemici di Israele: i gruppi terroristici di Hamas, Hezbollah, Jihad Islamica, Houthi, Kata’ib Hezbollah, Asa’ib Ahl al-Haq, Kata’ib Sayyid al-Shuhada in Iraq, e altri ancora più lontani in Pakistan e Afghanistan.
Ma come si fa a non considerare che solo Hamas e Hezbollah, dal 2006 a oggi, hanno lanciato su Israele – in zone prettamente residenziali – circa 30.000 missili o razzi? Chi c’era dietro quelle armi di morte, se non l’Iran?
Certo, come recita la nostra Costituzione, noi ripudiamo la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
certo anche che rigettiamo le politiche del governo Netanyahu: l’assenza totale di un’idea di pace e di convivenza con i palestinesi, la commissione di crimini di guerra a Gaza, le violenze dei coloni e altro.
Ma non tutta la dinamica mediorientale può essere scrutata solo professando un’unica visione manichea, che vede in Israele il male assoluto e in tutte le altre parti solo indifese vittime.
L’Iran stava per costruire testate nucleari? Non siamo noi a potere dare risposte.
Certo è che aveva arricchito l’uranio in suo possesso infinitamente più del necessario per scopi civili.
Netanyahu ha sfruttato questo dubbio anche per prolungare il suo potere, rinviare il suo processo e sterilizzare la possibilità di un voto di sfiducia? È molto possibile.
Ma questo non toglie che la storia delle azioni dell’Iran volte alla distruzione di Israele vada raccontata per bene.
Siamo anche noi, ovviamente, per una de-escalation e per una trattativa con l’Iran che impedisca la sua crescita nucleare militare.
Ma non ci piegheremo mai a un falso racconto della realtà.
Restare tra “incudine e martello” è la condizione di chi non accetta scorciatoie ideologiche.
Il compito di Sinistra per Israele è proprio questo: correggere, suggerire, intervenire affinché il centrosinistra italiano tenga sempre insieme le due gambe della pace: sicurezza per Israele, Stato per la Palestina – e sostenga chi, in Medio Oriente, lavora perché ciò avvenga.
Pensiamo a quelle migliaia di israeliani che hanno «camminato verso Gaza» per dire ai gazawi: non siete soli. Pensiamo a quei coraggiosi palestinesi di Gaza che hanno manifestato contro Hamas: la corrente si può risalire.
La guerra può fermarsi. L’odio può finire.
Ci vorrà fatica – forse fino alla prossima generazione e oltre – ma non esiste alternativa, se davvero crediamo in due popoli liberi, in due Stati sicuri in un Medio Oriente di sviluppo e di crescita.
Raccontare la verità. Fermare la guerra. Costruire la pace.
Noi crediamo in questo.
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A Gaza Israele rischia l’isolamento internazionale
Intervista a Michele Valensise
Massimiliano Boni
L’ambasciatore Michele Valensise presiede lo IAI – Istituto di Affari Internazionali
Ambasciatore, dopo oltre 18 mesi la guerra in corso a Gaza non sembra proporre alcuna via d’uscita, né militare né diplomatica: qual è il suo giudizio al riguardo?
Dopo l’orrendo massacro del 7 ottobre era comprensibile l’intento di Israele di eliminare la minaccia terroristica di Hamas e liberare gli ostaggi. Ma la risposta militare del governo di Benjamin Netanyahu ha superato ogni limite, causando migliaia di morti tra i civili palestinesi e distruzioni immani. È inaccettabile. Occorre interrompere immediatamente questa spirale di violenza, senza trascurare le pesantissime responsabilità di Hamas.
Gli effetti della guerra, ormai sempre più drammatici, producono il risultato di creare tra l’altro un sostanziale isolamento di Israele.
L’isolamento internazionale di Israele sinora non è stato sufficiente a modificare la linea di Netanyahu. Ora una pressione mirata, decisa per porre fine alla guerra potrebbe aprire uno spiraglio, visto anche il disorientamento crescente in Israele e nel suo stesso interesse.
Prima di parlare dello Stato ebraico, vorrei però chiederle un giudizio su Hamas, che il 7 ottobre ha colpito Israele in modo efferato, e che tiene in ostaggio ancora oggi decine di israeliani, molti dei quali morti. Perché a suo avviso nel dibattito pubblico Hamas sembra quasi uscito?
Hamas è un movimento terroristico. Oltre alle armi, sa maneggiare la comunicazione. È riuscito a far passare presso molti una certa identificazione – che è assurda – tra Hamas stesso e il popolo palestinese.
Benjamin Netanyahu appare deciso a continuare ad oltranza il suo attacco a Gaza, da ultimo con una nuova occupazione del territorio. Che effetti potrà avere sugli equilibri regionali tale nuova offensiva?
Se la guerra a Gaza proseguisse a oltranza, le prospettive di stabilizzazione della regione si allontanerebbero ulteriormente. Il che rischia di nuocere anche a Israele.
Come giudica attualmente le relazioni tra Usa e Israele? A suo avviso quali sono gli interessi americani di Trump oggi nell’area del Medio Oriente?
Tra Washington e Gerusalemme resta l’antica solidarietà, ma lo stallo della guerra potrebbe cambiare qualcosa. Soprattutto se Trump riterrà che il conflitto a Gaza rappresenti un ostacolo al rafforzamento dei rapporti degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo.
I paesi arabi sembrano essere rimasti in una posizione generalmente attendista, se si eccettua l’intraprendenza diplomatica del Qatar. A suo avviso si può sperare di risolvere il conflitto senza una loro diretta partecipazione?
Sauditi, qatarini e altri arabi possono svolgere un ruolo ben più incisivo a favore dei palestinesi e della fine delle ostilità. Credo che in particolare Riad avrebbe titoli e mezzi per un maggior impegno.
Vorrei chiederle un giudizio sull’Europa e sull’Italia. L’Unione europea sembra del tutto assente dal teatro mediorientale. Condivide questa impressione?
Purtroppo l’Europa sconta divisioni interne e meccanismi di decisione inadeguati. Per essere più presente e visibile dovrebbe parlare con una voce sola.
Come giudica il ruolo dell’Italia e il silenzio della premier sul conflitto?
L’Italia viene da una tradizione di stretti rapporti con israeliani e palestinesi. Anche se con i limiti di passi solo nazionali, il dialogo politico con entrambe le parti merita di essere portato avanti da parte italiana con grande determinazione.
Lo scenario mediorientale si è da ultimo aggravato con la guerra aperta tra Israele e Iran. È possibile che tutto rientri verso la de-escalation, oppure stavolta l’obiettivo è un regime change a Teheran?
Il cambio di regime a Teheran è un obiettivo apertamente perseguito dal governo di Netanyahu, ma l’abbattimento di regimi dall’esterno non ha mai risolto i problemi. D’altra parte, gli USA sembrano mirare a una ripresa del negoziato con un Iran più debole e più malleabile. Occorre verificare gli sviluppi.
Quali potrebbero essere gli spazi di azione dell’Unione europea in quest’altra crisi?
L’Unione europea ha qualche margine d’azione sul piano politico-diplomatico, con le parti e nella regione, per favorire una de-escalation.

L’eredità di Bergoglio e i suoi rapporti con Israele
Intervista a Loris Zanatta
Massimiliano Boni
Loris Zanatta insegna Storia della chiesa sudamericana all’università di Bologna
Professor Zanatta, quando gli storici della Chiesa esamineranno il pontificato di Francesco, quali tratti metteranno più in evidenza?
L’eredità principale di Papa Bergoglio dovrà valutarsi sia in termini culturali che geopolitici. Bergoglio, in quanto rappresentante di quel cattolicesimo di stampo argentino e sudamericano che ha visto nel mondo occidentale sempre un avversario, ha operato per il distacco del cattolicesimo dall’idea di Occidente.
Cosa intende?
Papa Francesco è figlio di una cultura cattolica che vede l’Occidente come la culla del razionalismo e dell’Illuminismo, in questo senso una frattura nella cultura cristiana. Nella tradizione del cattolicesimo argentino è molto forte l’idea di una opposizione alla tradizione illuministica che noi abbiamo ereditato. Per questo ritengo che, nel prossimo futuro, sarà molto difficile individuare un erede di Bergoglio.
Lei condivide la teoria per cui Papa Bergoglio, provenendo dall’America Latina, oltre a essere un Papa antiamericano sarebbe stato un Papa vicino alle idee della sinistra mondiale?
Per quanto riguarda il rapporto tra il pontificato di Bergoglio e gli Stati Uniti, potremmo ricordare l’immagine del 2017, quando Papa Francesco accolse in Vaticano Donald Trump. Ancora più dura fu però l’accoglienza riservata al presidente argentino Macrì, in fondo un moderato centrista, rispettoso delle istituzioni: Bergoglio lo ricevette per soli 20 minuti. Sta in questi due esempi la visione del mondo bergogliana, in definitiva una versione post conciliare del nazionalismo cattolico argentino, per cui in ogni paese sarebbe presente una componente pura, quella del popolo, rappresentato dai più poveri, i quali, in quanto tali, non sono stati contaminati dalla modernità secolare. Quest’idea di popolo si contrappone all’élite corrotte liberali e capitalistiche, che promuovono un modello individualista della società. È, quella di Bergoglio, una visione straordinariamente manichea, che nasce dal suo mondo e che lui ha proiettato all’esterno. Nella sua visione il Sud si contrappone al Nord, e qui si spiega il suo antiamericanismo, dal momento che gli USA sono visti come la massima espressione di quella cultura illuminista che avversa. C’è, in questa lettura, anche molto peronismo.
C’è poi la questione del Papa figura di riferimento delle sinistre mondiali.
Il progressismo attribuito a Bergoglio, per gli studiosi che, come me, studiano la Chiesa Argentina da oltre trent’anni, appare del tutto insensato. Bergoglio è stato un conservatore straordinario, legato al peronismo più ortodosso. Nessuno in Argentina ha mai potuto immaginare Bergoglio come un progressista.
E allora perché questo fraintendimento?
In parte perché in Italia una certa cultura peronista e populista non è mai passata di moda. Il “progressismo” di Bergoglio è figlio dei tempi in cui viviamo, simili a quelli del secolo scorso, in cui l’idea di progresso e di conservazione si sono invertite.
Può fare qualche esempio?
C’è nella Chiesa cattolica una vena pauperista, che precede di molto il socialismo, e che combatte l’economia di mercato in nome di un’ideale di società legato a un tempo precedente la rivoluzione industriale. Questa visione non è affatto progressista, ma può essere scambiata come tale da chi pure contesta l’economia di mercato e le sue disuguaglianze. Prendiamo anche il tema dell’ambiente. Bergoglio ha affrontato la questione ambientale in termini antimoderni, quasi apocalittici. Non c’è nessun progressismo, ma chi cerca una sponda per rispondere alla crisi ambientale ha potuto vedere in lui un alleato. E ancora: pensiamo al grande tema dei valori non negoziabili, applicato ad esempio alla questione degli omosessuali. In Europa ad un certo punto Bergoglio è passato per essere un progressista, ma tale valutazione è molto superficiale. In Argentina, Bergoglio invocò la guerra contro i matrimoni omosessuali, e nei suoi discorsi pronunciati nel sud del mondo non ha mai fatto aperture su questi temi.
Eppure, ricordiamo alcune sue espressioni con cui rinunciava a giudicare le unioni omosessuali, o comunque non le condannava.
Dobbiamo tener presente che Bergoglio è stato sempre un homo politicus, mostrando una astuzia politica di primo livello. Poiché, una volta diventato Papa, il suo proposito è stato di attirare tutte le pecore nell’ovile del cattolicesimo, dovendo operare in una società profondamente secolarizzata come quella occidentale, ha sviluppato un linguaggio che fosse gradito anche ai più lontani, a differenza ad esempio di Ratzinger, che costantemente si richiamava ai valori tradizionali della Chiesa cattolica. Bergoglio è stato figlio di una cristianità che voleva abbracciare tutti, così si spiegano le sue aperture che gli hanno attirato una straordinaria popolarità, ma non si sono mai tradotte in azioni conseguenti. Direi che, da buon gesuita, ha esercitato il suo pontificato utilizzando delle geometrie variabili, cioè cambiando il linguaggio a seconda delle circostanze.
Ci può aiutare a comprendere la posizione di Papa Francesco in riferimento alla guerra che si sta svolgendo a Gaza?
Per quel che riguarda il rapporto con il mondo ebraico, dobbiamo innanzitutto ricordare che Bergoglio ha vissuto in Argentina per 77 anni, compresi quelli della durissima dittatura Argentina. Intendo dire che il clero argentino, unendo la religione al nazionalismo, ha sviluppato dei caratteri fortemente antisemiti, frutto anche di una tradizione secolare, quella della Chiesa spagnola artefice della cacciata degli ebrei dalla penisola iberica nel 1492. Successivamente, quando in Argentina è tornata la democrazia, nel 1983, il cardinale Guarracino, mentore di Bergoglio, ha avuto la lungimiranza di comprendere che la chiesa doveva promuovere una stagione politica di dialogo e di ecumenismo. Questo ha influenzato anche Bergoglio, ma non al punto da fargli cambiare idea sull’ebraismo.
Qual è questa idea?
Se in Argentina la Chiesa cattolica ha avviato una stagione di dialogo che ha portato tra l’altro all’amicizia personale fra Bergoglio e il rabbino Skorka, questo è stato possibile perché in quel paese la chiesa è stata sempre una religione dominante; diverso il caso del resto del mondo. Prenda la questione di Gerusalemme: per la chiesa argentina Gerusalemme deve rimanere una città neutra, quindi non riconosce la pretesa israeliana di farne la capitale del proprio stato. Più in generale, nella visione geopolitica di Bergoglio l’ebraismo si colloca nella parte nord del mondo, quella più moderna, laica e razionale. In questo modo, non può esserci un dialogo aperto e davvero ecumenico fra la Chiesa e l’ebraismo.
Il 18 maggio il successore di Papa Francesco, Leone XIV, ha ufficialmente iniziato il suo pontificato. Benché nato e cresciuto a Chicago, Papa Prévost ha subito indicato la sua esperienza pastorale in Perù. Che orientamento geopolitico potremmo attenderci dal nuovo pontefice?
È molto presto per dirlo. Ora sono possibili solo poche considerazioni generali. Innanzitutto, Leone XIV nasce negli Stati Uniti, non ha dietro di sé quell’idea del cattolicesimo fortemente nazionalista che aveva Bergoglio, secondo cui la cristianità ha il compito di combattere l’illuminismo. Prévost nasce in una società fortemente laica e secolarizzata come quella americana, una società in cui addirittura essere cattolici significa per certi versi appartenere ad una minoranza. Da questo punto di vista, il nuovo pontefice comprende che ci possa essere uno Stato che non abbia una religione ufficiale. In questo la discontinuità rispetto a Bergoglio è evidente. A differenza di Bergoglio, che fin dal suo primo affacciarsi sulla loggia di San Pietro ha evidenziato una tendenza carismatica e leaderistica, l’attuale Papa manifesta un atteggiamento direi umile e non carismatico: è un Papa che non vuole esibirsi. Infine anche il linguaggio è diverso. In una delle sue prime udienze, Leone XIV ha detto che per ottenere la pace occorre mettere da parte le narrazioni manichee della storia: qui la rottura rispetto al pontificato precedente mi sembra profonda. Infine anche il nome scelto segna una profonda discontinuità. Bergoglio, con una umiltà soltanto apparente, ha scelto di assegnarsi un nome che nessuno dei pontefici che lo avevano preceduto aveva scelto. Prévost, al contrario, si inserisce nel solco di chi lo aveva preceduto.
Nella sua prima omelia, Papa Leone XIV ha citato Gaza, l’Ucraina, ma anche Myanmar. Possiamo attenderci un cambio di prospettiva rispetto a Bergoglio?
Ripeto che è difficile dirlo ora. Certo si comincia a notare un nuovo stile e un diverso linguaggio. Penso che Leone XIV abbia diversi strumenti per sfuggire al pericolo cui è incorso Papa Francesco, di essere identificato come sostenitore di una delle parti in conflitto. Nella guerra a Gaza, ad esempio, Bergoglio si è schierato nettamente perché identificava Israele nell’occidente. Ma siccome l’attuale pontefice non ha una narrazione manichea della storia, disporrà di maggiori strumenti per essere neutrale, in modo da esercitare una maggiore influenza, anche se, va ricordato, oggi la Chiesa di Roma ha ben poca influenza sulle crisi internazionali. Quanto a Israele, mi lasci dire, vista la mia simpatia per lo Stato ebraico e chi lo sostiene, che auspico quanto prima che possa comprendere quanto sia dannoso ai suoi interessi tenere comportamenti e posizioni che lo stanno sempre più isolando dalla comunità internazionale dove invece auspico possa presto riacquistare il prestigio che merita.

Ebrei di sinistra, tra Italia e Israele: e in mezzo Gaza
Confronto tra Ariel Dello Strologo e Michael Ascoli
Massimiliano Boni
Michael Ascoli, rabbino, ingegnere a Haifa, Ariel Dello Strologo, avvocato, già consigliere comunale a Genova
Ariel, da alcuni anni svolgi politica attivamente all’interno del centrosinistra. Come vivi la tua identità ebraica il tuo essere uomo di sinistra?
ADS: Il dramma di questo anno e mezzo, ma in realtà anche del periodo precedente, per chi si trova come me in una terra di mezzo, è quello di vivere costantemente con un sentimento di disagio e rabbia. Come ebreo di sinistra, infatti, non mi sento a mio agio proprio nelle due comunità che sono state il costante punto di riferimento della mia vita, sia da un punto di vista affettivo che ideologico. La comunità ebraica è quella dove ho le mie radici esistenziali, in particolare a Genova, fino a diventarne presidente. La comunità politica, quella della sinistra, ha visto sempre la mia partecipazione, da ultimo anche attraverso dei passaggi istituzionali. Qui ho condiviso battaglie, ideali, valori, ma ho anche vissuto la lacerante divisione fra Israele e la sinistra, divisione che da ultimo è peggiorata di fronte agli orrori che vediamo a Gaza. Questa progressiva ostilità che mi viene espressa sia dal mondo ebraico che a sinistra spiega anche l’altro mio sentimento, di rabbia. Perché il mio tentativo continuo di spiegare come trovi del tutto legittimo appartenere a entrambe le comunità non mi viene riconosciuto, come se da entrambi le parti mi si chieda di scegliere da che parte stare, un triste ritorno dell’accusa di doppia fedeltà.
Michael, per i nostri lettori non ebrei potrebbe apparire sorprendente conoscere un rabbino che non fa mistero di considerarsi un progressista. Come potresti spiegare la tua formazione rabbinica con una collocazione politica simile?
MA: Il fatto che io lavori come ingegnere non significa certo che abbia smesso gli abiti del rabbino. Detto questo, non credo sia difficile spiegare la convivenza tra due aspetti della mia identità; semmai è più interessante spiegare perché oggi mi sia così allontanato dalla sinistra. Non voglio tuttavia eludere la tua domanda. Dirò quindi che ebraismo e progressismo hanno in comune più elementi: pensa all’attenzione verso i deboli, gli emarginati di ogni società, un’esigenza fortissima nel pensiero ebraico, che nasce direttamente dalla Torah.
Questa tutela per il più debole è una caratteristica anche della sinistra e del progressismo. Inoltre direi che l’idea di progresso, in ebraico hiddush, cioè innovazione, mi ricorda anche il metodo che l’ebraismo adotta costantemente nello studiare i propri testi. Infine, sul piano storico, occorre ricordare che Israele per molti anni si è retto sul contributo dei kibbutzim, e che molti di essi erano di orientamento religioso. Dunque l’idea di progresso è una costante nel pensiero ebraico, e per me è stato naturale seguire il mio percorso religioso e continuare a considerarmi un progressista. Da ultimo, vorrei ricordare come l’Unione delle comunità ebraiche italiane abbia da poco pubblicato un testo [di cui MA è uno dei curatori, n.d.r.] che evidenzia una sostanziale convergenza fra una prospettiva ebraica e l’articolo 3 della Costituzione italiana, dedicata al principio di uguaglianza.
Parlavi però di una divergenza rispetto ai valori della sinistra.
MA: Sebbene mi consideri ancora un progressista, da molti anni non voto più per nessun partito della sinistra italiana. Se guardiamo alla società occidentale, direi che la sinistra sembra più attenta a valorizzare i diritti che i doveri. In una prospettiva ebraica, al contrario, i diritti sono il riflesso dei doveri che tutti noi dovremmo praticare per una società più giusta. Altrimenti espresso, nell’ebraismo si dà enfasi alla responsabilità individuale non meno che proclamare libertà individuali. Infine, un altro elemento che ha prodotto questa frattura, che non può essere taciuto, è l’antisemitismo presente nella sinistra, anche italiana.
Ariel, e per te? Oggi è difficile per un ebreo collocarsi all’interno del centrosinistra?
ADS: Non mi stupisco del fatto che dentro la sinistra siano presenti elementi di antisemitismo. Le ragioni sono varie e studiate. Penso ad esempio ai tratti antisemiti del comunismo sovietico. Una delle ragioni è che la sinistra, alla ricerca costante dell’eguaglianza, storicamente non tollera l’attaccamento alla propria identità particolare, come quella degli ebrei verso le proprie tradizioni. Quanto alla distinzione fra diritti e doveri, non sarei così rigido nel contestare alla sinistra una maggiore attenzione per i diritti: quando la Torà impone il dovere di rispettare la vedova, l’orfano e lo straniero, cosa sta facendo, se non quello di assegnare ai più deboli un diritto a essere protetti?
Dunque, va anche detto che per lungo tempo la sinistra ha avuto un rapporto positivo con l’ebraismo e con gli ebrei, anche perché, nella sua vocazione a tutelare i più deboli, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale gli ebrei venivano considerati solo delle vittime. Il connubio è andato in crisi quando Israele è stato considerato appartenere alla sfera occidentale, quindi dalla parte dei più forti. Per arrivare ad oggi, questa componente profondamente avversa all’occidente, presente a sinistra, rivolge ad Israele l’accusa di essere uno stato neocoloniale. E non sottovaluto che nell’armamentario ideologico di tale opposizione ci sia anche una radice antisemita. Detto questo, aggiungo che però non ogni critica a Israele può essere considerata antisemita. Dovremmo distinguere, anzi, almeno tre categorie: quelli che prestano la massima attenzione nell’uso delle parole; quelli che, pur non essendo antisemiti, per formazione culturale scivolano in un lessico sbagliato che ha riflessi antisemiti; infine quelli che manifestano un’ostilità radicale a Israele e agli ebrei e che effettivamente sono antisemiti. Al tempo stesso, infine, credo che però anche il mondo ebraico debba riflettere sul fatto che manifesti spesso un’aggressività verbale e un odio verso gli altri, non solo i palestinesi, che legittima una contrapposizione senza margini di mediazione.
MA: È chiaro che non possiamo affermare che la sinistra sia tutta antisemita. Denuncio però il clima generale di ostilità verso Israele che si respira a sinistra prima ancora del 7 ottobre, che si può far risalire alla guerra dei sei giorni del 1967, con ulteriori punte raggiunte negli anni 80. Fin dal Partito Comunista Italiano, poi Pds, Ds e oggi Pd, questo pregiudizio è stato sempre presente, pur con lodevoli eccezioni.
Michael, come ti sembra che la sinistra affronti il conflitto in corso a Gaza?
MA: Alcuni giorni fa Gerard Biard, redattore di Charlie Hebdo, ha scritto un articolo che riflette in pieno quel che penso, circa questo sentimento di profonda avversione che c’è tra chi protesta oggi contro Israele, in cui più che interessarsi ai palestinesi si esprime il proprio odio verso gli ebrei. Oggi a sinistra c’è una disarmante incapacità di analisi, che anima una condanna pregiudiziale di Israele e nient’altro. Lo stesso PD ha mostrato in alcuni casi di non garantire una libertà di espressione ai propri iscritti, laddove favorevole a Israele. E anche recenti commenti sul duplice assassinio a Washington sono stati letti come il risultato della guerra di Netanyahu. Anche qui mi sembra che la mancanza di analisi, innanzitutto dell’odio contro Israele sia piuttosto evidente.
In generale, la sinistra è tutta concentrata a puntare il dito contro Israele, dimenticandosi delle altre guerre che, proprio mentre parliamo, producono altre sofferenze altre morti in tutto il mondo. Non voglio certo sminuire il dolore per la morte dei bambini a Gaza, e tuttavia non possiamo essere indifferenti a questo doppio peso con cui si valutano dolori uguali. In Italia la sinistra sostiene l’opportunità di sospendere gli accordi di cooperazione con Israele, ma in passato ha promosso il finanziamento alla Libia, il cui trattamento disumano verso gli immigrati è ormai noto. Troppe volte è forte la sensazione che accusare Israele sia un modo anche per non fare i conti con le proprie responsabilità. Ecco un altro esempio: la stampa italiana praticamente non si interessa dell’opposizione che nel mondo palestinese sempre più si esprime verso Hamas. Chi protesta contro Hamas certo non è a favore di Israele, eppure questa realtà viene di fatto dimenticata.
Ariel, la tua opposizione alla politica del governo Netanyahu e alla guerra si è di recente tradotta nell’adesione ad un appello contro la pulizia etnica a Gaza, che ha scatenato fortissime reazioni in Italia. Puoi spiegarci le ragioni di quella firma?
ADS: all’origine di quella scelta c’è la mia indisponibilità ad accettare che il mondo ebraico italiano chiuda gli occhi davanti ad azioni in netto contrasto con i valori ebraici e con il rispetto che si deve ad ogni essere umano. Non capisco come di fronte a questa immane sofferenza, provocata dalle scelte di un governo e di una maggioranza politica che si richiama espressamente alla propria radice ebraica, nel mondo ebraico si decida di tacere e si neghi legittimazione alle ragioni dell’altro. La tragedia che oggi si vive in Israele e a Gaza è che entrambi i popoli hanno le loro ragioni, ma che nessuno dei due è intenzionato a riconoscere quelle dell’altro.
MA: Sono totalmente d’accordo sulla necessità di difendere il più debole; tuttavia, per tornare al rapporto fra la sinistra italiana e gli ebrei, anche qui non posso che denunciare la miopia dell’analisi. Anche io, come centinaia di altre migliaia di israeliani, ero in piazza prima del 7 ottobre per protestare contro il governo di destra. E quando abbiamo capito che questa guerra non aveva più l’obiettivo della legittima difesa siamo tornati a protestare. Oggi protestiamo fortemente per come la guerra viene condotta, anche se purtroppo non abbiamo ancora la forza per rovesciare questo governo. Tuttavia, dall’esterno non arriva nessuna forma di solidarietà, tantomeno a sinistra.
ADS: Consideri davvero le critiche che riceve Israele spropositate? Di fronte a quel che stiamo assistendo ogni giorno a Gaza?
MA: Il mondo continua a criticare soltanto Israele, senza rendersi conto che dopo oltre 600 giorni di guerra viviamo in un trauma quotidiano e prolungato. Siamo stati attaccati e ci difendiamo, certo senza che questo possa giustificare ogni cosa di ciò a cui assistiamo. La sinistra non dà alcun sostegno all’opposizione interna e anzi la sua totale incondizionata critica a Israele non ha avuto altro risultato che rafforzare il governo di Netanyahu. La sinistra internazionale oggi non ha soluzioni per questa guerra, così come non ha la forza di denunciare il fatto che gli aiuti umanitari, certo necessari, non possono essere gestiti da Hamas, tantomeno dall’Unrwa, le cui collusioni con Hamas sono ormai state dimostrate.
ADS: Dal mio punto di vista è inaccettabile che Israele si sia convinta che per superare il trauma del 7 ottobre qualsiasi prezzo da far pagare ai palestinesi sia legittimo.
MA: Da qui da Israele, invece, non si può non notare che la critica legittima al governo israeliano ignora tuttavia il contesto. Nessuna critica arriva ad esempio per i continui attacchi che noi subiamo dallo Yemen, che nessuno ha impedito. In definitiva, l’appello a cessare l’uso della forza qui assume un suono diverso, come se dovessimo accettare il rischio di essere nuovamente attaccati e uccisi.
A vostro avviso, il rapporto fra sinistra e Israele è destinato a vivere una lacerazione irrisolvibile?
MA: La spaccatura è profonda. Certo, nulla è irrecuperabile, ma serve una volontà sincera di ascoltare finalmente la società israeliana. Il paese è spostato a destra, ancor più nettamente dall’attacco del 7 ottobre, perché allo shock di quello si aggiunge il trauma prolungato della guerra. È vero, siamo poco disposti ad accettare critiche. E tuttavia, la sinistra italiana deve fare i conti con le vene di antisemitismo che la attraversano. E poiché oggi Israele è un paese in guerra, credo che lo sforzo debba provenire innanzitutto dalla sinistra europea. Non mi si può chiedere di ascoltare le critiche che provengono da chi, nei fatti, non si è dimostrato né amico né imparziale.
ADS: Sul piano geopolitico occorrerà vedere quale sarà l’intenzione dei grandi attori, come Stati Uniti, Russia, Iran. Quanto a noi, occorre rimarginare le lacerazioni e le divisioni presenti internamente ad entrambe le comunità: quella dell’ebraismo italiano e quella della sinistra. Si potrà sperare di ricucire questa lacerazione quando entrambe le parti riconosceranno i diritti dell’altra. E dunque la sinistra deve comprendere il trauma che oggi vive Israele e l’ebraismo mondiale, ma al tempo stesso il mondo ebraico deve respingere le pulsioni violente che lo animano. Sinistra per Israele è il luogo in cui si prova a favorire questo dialogo e a costruire ponti e momenti di confronto.

Il sionismo mondiale al voto
Intervista a Laura Gutman Benatoff
Massimiliano Boni
Laura Gutman Benatoff, appena eletta al Congresso Sionista Mondiale come rappresentante italiana per la lista Meretz. Può presentarsi per i nostri lettori?
Belga d’origine, europea per convinzione, vivo in Italia da oltre vent’anni. Madre di tre adolescenti, moglie, figlia di militanti di sinistra, nipote di sopravvissuti ad Auschwitz. Laureata in economia e statistica, ho lavorato nella consulenza aziendale. Il movimento scoutistico sionista socialista Hashomer Hatzair ha plasmato la mia identità e nutrito il mio attivismo politico.
Perché si era candidata al Congresso Sionista Mondiale? Qual è il suo legame con Israele?
Il mio legame con Israele è radicato nella mia storia familiare. A 18 anni ho scelto consapevolmente il sionismo, trasferendomi a Tel Aviv per contribuire ad un Israele democratico, pluralista e in dialogo con la diaspora. Mi sono candidata per rafforzare questo dialogo, riconoscendo a Israele il ruolo di rifugio per tutti gli ebrei, e alla diaspora quello di motore del dinamismo ebraico globale. Sostengo un sionismo progressista: giustizia sociale, pace, uguaglianza e rispetto per tutte le identità.
Cos’è il Congresso Sionista Mondiale e qual è il suo ruolo?
È il “parlamento del popolo ebraico”, l’unico spazio politico democratico che consenta agli ebrei della diaspora di incidere sul futuro dello Stato di Israele. Si riunisce ogni cinque anni a Gerusalemme con oltre 500 delegati provenienti da più di 30 paesi; l’Italia manderà 3 esponenti. In ottobre decideremo leadership e bilancio: oltre 5 miliardi di dollari per sostenere progetti in Israele e nelle comunità ebraiche del mondo.
Quali posizioni intende promuovere nel Congresso?
Difendo un Israele democratico, con separazione dei poteri e uguaglianza civica che cerchi una soluzione politica al conflitto israelo-palestinese e israelo-arabo. Oggi Meretz è in prima linea nella ricostruzione dei kibbutzim colpiti il 7 ottobre. La vera pace sarà però possibile solo con il ritorno dei 56 ostaggi: è una priorità morale. Nella diaspora, sostengo un ebraismo umanista, aperto e plurale. Mi impegnerò per formare una nuova generazione di leader ebrei progressisti in Italia.
Il successo della sua lista è stato significativo. Come si articola oggi il sionismo in Italia?
In Italia si sono confrontate sei liste. La nostra – unica coalizione, tra Meretz Italia e Arzenu – ha ottenuto il 42%: un risultato storico per la sinistra ebraica. È la prova che l’ebraismo umanista ha voce, e che esiste anche in Italia una domanda forte di un Israele giusto, democratico e inclusivo.
Gaza è ancora in guerra. Qual è la sua posizione sul conflitto?
Il 7 ottobre 2023 ha rappresentato una ferita profonda per Israele e per l’intero popolo ebraico. Il pogrom compiuto da Hamas ha stroncato oltre mille vite e lasciato famiglie distrutte, con i propri cari rapiti e portati a Gaza, e ha fatto riaffiorare le paure più profonde del popolo ebraico.
Anche la mia famiglia è stata colpita direttamente: mia cugina e i suoi quattro figli, residenti nel kibbutz Be’eri, sono sopravvissuti fisicamente all’attacco, ma ne portano profonde cicatrici psicologiche, impossibili da ignorare.
Hamas ha preso in ostaggio due popoli: da un lato il popolo israeliano, che ha vissuto l’orrore del 7 ottobre e continua a vivere un incubo quotidiano, con tutti noi che ci sentiamo come uno dei 56 ostaggi ancora detenuti, affamati e torturati nei tunnel di Gaza; dall’altro, il popolo palestinese, che subisce sofferenze immense, strumentalizzato come scudo umano da parte dei terroristi.
Dopo venti mesi di conflitto, siamo riusciti a indebolire – ma non a sradicare – i responsabili, ovvero il movimento terrorista Hamas. È per questo che i valori umanisti e morali che mi sono stati trasmessi mi impongono di fare tutto il possibile per porre fine alle ostilità, perché, come ha affermato Grossman, “il livello di sofferenza del popolo palestinese non è più giustificabile”.
La scorsa settimana ero in Israele: non avevo mai visto manifestazioni così partecipate contro il governo. Anche a Gaza la popolazione inizia a ribellarsi ad Hamas. Questa è l’unica speranza: la volontà di due popoli di porre fine a un incubo. È il momento di ascoltare le società civili di entrambi.
Serve un cessate il fuoco immediato e la restituzione dei 56 ostaggi per potere fare in modo che “Due Popoli – Due Stati” non sia più solamente uno slogan!
Come si dovrebbe combattere l’antisemitismo oggi in Italia?
Per contrastare efficacemente l’antisemitismo in Italia è necessario adottare una strategia articolata su due livelli complementari: quello educativo e quello istituzionale. Sul piano educativo, è fondamentale investire in programmi strutturati di formazione per il corpo docente e introdurre percorsi didattici specifici nelle scuole. Questi dovrebbero includere lo studio del pensiero ebraico, la storia delle comunità ebraiche in Italia e la Shoah, oltre a fornire strumenti concreti per riconoscere e contrastare l’antisemitismo in tutte le sue forme, anche quelle più sottili e contemporanee.
A livello istituzionale, è indispensabile adottare misure rigorose per affermare una politica di tolleranza zero nei confronti dell’antisemitismo. Si potrebbe guardare, ad esempio, al modello tedesco, rafforzando le pene per l’incitamento all’odio con specifiche aggravanti in caso di motivazioni antisemite e vincolando l’accesso ai fondi pubblici al pieno rispetto dei principi democratici, incluso il riconoscimento del diritto di esistere dello Stato di Israele e il rifiuto di pratiche discriminatorie come il boicottaggio antisemita. Solo unendo una solida azione educativa a una chiara volontà politica e istituzionale sarà possibile costruire una società realmente inclusiva, capace di prevenire e contrastare ogni forma di antisemitismo.

Sionismo, un incontro dedicato in Calabria
Saul Meghnagi
“Moked” è la parola che in ebraico indica il punto focale, rispetto a un’azione o un tema. È questo il nome dato a un incontro seminariale – promosso dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – che in primavera riunisce persone appartenenti alle diverse comunità del Paese.
L’evento del 2025 – che si è svolto a Diamante, in Calabria, con la presenza di circa 130 persone – è stato dedicato al sionismo.
La presentazione del programma e del dibattito è stata offerta, giornalmente, su “Pagine ebraiche”, il quotidiano on line che dà le notizie su attività realizzate in ambito ebraico. In questa sede, ci si limita ad alcune considerazioni sulla disamina fatta sul tema.
I lavori si sono aperti con una precisazione: la nozione di sionismo – oggi usata e abusata – è storicamente connotata. Il sionismo – è stato ricordato – è un movimento politico e culturale che nasce tra la fine del diciannovesimo e gli inizi del ventesimo secolo. Si è proposto di dare agli ebrei, variamente discriminati nel nostro Continente, un “luogo” sicuro di vita e di lavoro. È stato caratterizzato, come analoghe ideologie a vocazione nazionalista, da diversi indirizzi politici, anche in contrasto tra loro. Ha avuto, nella sua fase iniziale, un carattere laico – con orientamenti di centro, di sinistra e di destra – e, solo in seguito, caratteri anche religiosi. Tale ultimo aspetto riveste un interesse particolare, dato il riferimento nei testi della Tradizione ebraica, a un legame ebraico con la terra di Israele.
La definizione data – rinviando a un’epoca nella quale i temi della libertà dei popoli erano un tratto distintivo del confronto e del conflitto tra le nazioni dell’Europa – ha messo immediatamente in luce il carattere anacronistico dell’utilizzo del termine sionismo per dare conto degli eventi bellici in corso in Medio Oriente. Ha evidenziato come la parola venga usata a volte per descrivere fatti cruenti, altre per enfatizzare situazioni dolorose, altre ancora per colpire il lettore – esasperando e alterando il significato della nozione – prima di fornire informazioni utili per comprendere e valutare le situazioni nella loro dinamica odierna.
L’incontro ha visto una riflessione puntualmente connessa con la problematicità di un tragico conflitto che coinvolge Israele: per gli ebrei, in genere, il legame con questo paese – qualunque giudizio venga dato sulla politica del suo governo – risulta ineludibile.
Le ragioni sono molteplici e vanno dal passato, più o meno recente, alla dimensione più profonda di un pensiero che, religioso o laico, fa comunque riferimento sia a una storia comune sia a testi propri della Tradizione.
Con un occhio rivolto al presente – lasciando da parte tentativi di analisi epistemologica sul significato odierno da dare alla parola sionismo – veniva, anche per questo, affrontato, nell’ambito dell’incontro, un tema utilizzato nella rivendicazione territoriale della parte più integralista dei coloni israeliani: il legame tra ebrei e terra di Israele.
Un intervento dedicato doveva chiarire con le parole di Mordechai Breuer (1918 – 2007) – uno dei grandi studiosi dell’ebraismo contemporaneo – che “il valore religioso e nazionale dell’insediamento ebraico e del lavoro agricolo ebraico in Terra d’Israele non dipende dal fatto che l’area dell’insediamento sia all’interno dei confini di uno stato ebraico sovrano”. Questa posizione, rigorosamente documentata, ha voluto eliminare qualunque connessione e utilizzo a fini politici di pensieri e visioni di fede che nulla hanno a che vedere con la proprietà di luoghi e territori.
La stessa posizione – che libera la riflessione sul conflitto in atto da narrazioni, peraltro di parte, fondate su un uso improprio del riferimento religioso – restituisce alla discussione sulla guerra in Medio Oriente lo spazio necessario per ragionare di una composizione politica non vincolata ad argomentazioni teologiche
Un secondo oggetto di analisi ha riguardato gli esiti delle più recenti rilevazioni anagrafiche sulla popolazione di Israele: da queste emerge che più di tre quarti dei cittadini israeliani è nato nel paese, non avendo, a differenza dei genitori, legami di origine con altre nazioni. Questi dati pongono in termini inediti la relazione tra ebrei israeliani ed ebrei della diaspora delineando forme identitarie tendenzialmente diverse in ragione di un legame nazionale oggettivo per i primi e di un legame ideale, se si vuole, ma non formalmente definito, con lo Stato di Israele, per i secondi.
A partire da questi chiarimenti, l’evento ha contribuito a precisare come il sionismo, con la nascita di Israele, abbia esaurito, al pari di molti altri movimenti nazionali, una sua funzione e che l’uso odierno possa permanere come riferimento a un passato riconosciuto in toto o in parte come proprio, non come chiave interpretativa e di indirizzo di scelte di oggi.
L’obiettivo di due Stati per due popoli nella tormentata area della Palestina resta, per questo, un obiettivo che va perseguito senza ambiguità di parole e di narrazioni di parte, nella ricerca di un compromesso che consenta una convivenza civile e democratica di cittadini con pieni doveri e diritti. Questi sussistono – pur esigendo il superamento di forme di differenziazione legate alla genesi dello Stato – per gli arabi israeliani, circa il venti per cento della popolazione del paese del quale sono legittimi cittadini. Si tratterà di rendere tali diritti esigibili, al pari di quelli degli ebrei, in un futuro Stato di Palestina che riconosca e rispetti Israele e che da Israele venga riconosciuto e rispettato.
Si evidenzia, in relazione all’insieme delle questioni accennate, la significativa attualità della questione, solo sfiorata nell’incontro, della relazione tra religioni e Stato di diritto al pari delle forme che il processo di secolarizzazione può avere in Oriente. In contesti diversi, oggi, la dimensione religiosa opera significativamente nella determinazione di comportamenti, nella definizione delle norme giuridiche, nella regolazione di forme di convivenza, nella gestione della cosa pubblica, nelle forme della sovranità nazionale.
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Sezioni territoriali
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Contestato il diritto allo studio presso il Campus universitario
al Museo Ebraico di Bologna
Roberto Albano
Lo scorso 15 maggio, al Campus Luigi Einaudi di Torino, un incontro organizzato dai firmatari del Manifesto Nazionale per il Diritto allo Studio è stato annullato in seguito a veementi contestazioni e provocazioni da parte di decine di studenti pro-Palestina.
L’evento avrebbe dovuto avere come tema di discussione la promozione delle università come luoghi di dialogo, democrazia e contrasto all’antisemitismo.
Nonostante l’evento fosse stato regolarmente autorizzato, all’arrivo nell’aula assegnata gli organizzatori hanno trovato ad accoglierli i contestatori, con bandiere palestinesi e megafoni, che hanno intonato cori, urlato e insultato impedendo alla moderatrice, una docente del Dipartimento di giurisprudenza, di avviare il dibattito.
Una delegazione di “Sinistra per Israele – Due Popoli/Due Stati” sezione Torino-Piemonte era presente all’incontro. I nostri quattro rappresentanti, pur tra difficoltà e tensioni, hanno avuto modo di interagire con alcuni dei presenti e di riaffermare, anche in quella circostanza, il nostro obiettivo: costruire uno spazio di discussione non violento, aperto e democratico con la componente studentesca, su un tema complesso e drammatico come il conflitto israelo-palestinese. Riteniamo infatti che, proprio in un momento di polarizzazione estrema come quello attuale, l’università debba essere un presidio di pluralismo e ascolto reciproco.
Purtroppo, quanto accaduto il 15 maggio racconta l’esatto contrario. Gli organizzatori hanno chiesto l’assegnazione di un’altra aula, ma sono stati inseguiti da manifestanti aggressivi che, oltre a urlare, hanno sputato, spintonato e schernito con il lancio di coriandoli. Uno degli organizzatori, appartenente all’UGEI, è stato aggredito da una ragazza con la Kefiah, che gli ha strappato dalla giacca la spilla per ricordare gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas.
La Direttrice della Scuola non ha ritenuto opportuno chiedere l’intervento delle forze dell’ordine, ma non ha dato una soluzione alternativa, decretando l’impossibilità di far svolgere l’evento.
I manifestanti pro-Palestina si sono poi spostati al Salone del Libro, dove hanno continuato le loro proteste per la presenza di “sionisti”.
“Sinistra per Israele – Due Popoli/Due Stati” ha fatto nelle immediate ore successive un comunicato nazionale che condanna l’accaduto, denunziando che al Campus si è consumata una violazione dei principi democratici e del diritto fondamentale alla libertà di parola, tanto più grave in quanto avvenuta in un luogo in cui non dovrebbero mai avere spazio l’intimidazione e il silenziamento.
Con la sezione di Torino e Piemonte stiamo lavorando per costruire un percorso di confronto democratico con tutte le componenti del mondo accademico, quella studentesca in primis, anche con chi la pensa diversamente da noi, purché in modo pacato e dialogico. Difendere la libertà di parola non significa negare le sofferenze di alcuno, ma opporsi a ogni forma di intolleranza, da qualsiasi parte provenga. “Sinistra per Israele – Due Popoli/Due Stati” continuerà a promuovere confronto e discussione, battendosi sempre contro ogni forma di intolleranza e prevaricazione.
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Gli ebrei del Medio Oriente. Un evento a Roma dal laboratorio Rabin per parlarne
Marco Pierini
Lo scorso 20 maggio la Casa della Memoria e della Storia di Roma ha ospitato “Mizrahim, gli ebrei del Medio Oriente”, iniziativa del Laboratorio Rabin per approfondire una vicenda ai più sconosciuta, e tristemente ignorata, della storia del Medio Oriente e del Nord Africa: l’esodo forzato di poco meno di un milione di ebrei dai Paesi della regione, dalla Libia all’Iraq, dall’Egitto allo Yemen, nella metà del secolo scorso.
Un confronto che – oltre a quello del sottoscritto – ha visto i contributi della storica dell’Islam medievale Bruna Soravia e del vicepresidente di Sinistra per Israele, Victor Magiar, con l’obiettivo di rendere conto di una storia millenaria, di una presenza che precede la conquista araba e che ha arricchito per secoli il mosaico di un Medio Oriente e di un Nord Africa tutt’altro che monolitici.
La conferenza ha affrontato la condizione delle comunità ebraiche della regione dalla dhimma (lett. “protezione”), ossia la condizione di subordinazione – e, talvolta, di umiliazione – che gli ebrei della regione vivevano nei confronti delle società musulmane a intensità diverse nel corso dei secoli, fino all’emergere del nazionalismo arabo, che vide nell’ebreo – e, progressivamente, in molte altre minoranze – un alter che non poteva partecipare al processo di emancipazione delle masse arabe. L’esodo forzato (e, in alcuni casi, l’espulsione) degli ebrei del Medio Oriente e del Nord Africa fu dunque il culmine di un processo, e non un evento in controtendenza con l’evoluzione storica delle società della regione.
Riconoscerne la specificità – con il suo portato di tragedie, di pogrom, di violenze più o meno istituzionalizzate – diventa perciò centrale per comprendere la storia anche del conflitto mediorientale, dal momento che l’indipendenza israeliana ha fornito a molti paesi della regione il pretesto per concludere il processo di alienazione da sé delle proprie comunità ebraiche, accelerando le pratiche di violenza.
D’altra parte, la conferenza ha evidenziato un momento di svolta: l’ingresso della maggioranza di queste comunità ebraiche in Israele.
Due, in questo senso, le vicende che colpiscono: da un lato, il doloroso processo d’integrazione di queste comunità nel neonato Stato d’Israele alla metà del secolo scorso; dall’altro, il conseguente cambiamento demografico che ha interessato la società israeliana, che l’ha cambiata, indirizzandone traiettorie culturali, socioeconomiche e anche politiche.
Dai campi di transito realizzati per accogliere i nuovi immigrati al processo di assimilazione delle comunità ebraiche orientali nell’ethos del “nuovo ebreo” forgiato dalla tradizione sionista socialista, gli ebrei orientali hanno visto il progressivo sgretolarsi di molti dei riferimenti centrali per la vita comunitaria, profondamente legati alla tradizione religiosa, al ruolo del padre, a secoli di costumi specifici.
Questa collisione col mondo laico e socialista ha prodotto stratificazione sociale, ibridazione culturale e anche domanda politica, sapientemente sfruttata dalla destra israeliana di Menachem Begin (che su una piattaforma di rivendicazione delle sofferenze del mondo mizrahi ha in parte vinto le elezioni del 1977). Tutt’ora, infatti, gran parte delle città fondate per ospitare i profughi di quella stagione di immigrazione vede il protagonismo dei partiti della destra israeliana.
Israele è dunque il prodotto dei percorsi di integrazione delle comunità ebraiche della regione con quelle provenienti dall’Europa e da altre parti del mondo: attualmente la maggioranza degli ebrei israeliani è in tutto o in parte “figlia” della tradizione ebraica del Medio Oriente e del Nord Africa, e questo ha un peso sulla concezione di sé di Israele oggi.
Lo Stato ebraico, dunque, non è – come spesso viene detto – il braccio europeo e occidentale in un Medio Oriente alieno, ma uno degli Stati nazionali di una delle comunità indigene della regione, giacché Israele è stato l’unica patria possibile per masse di rifugiati in fuga dalla violenza e dalle persecuzioni – non soltanto a Odessa, ma anche a Baghdad.
L’esperienza dei Mizrahim in Medio Oriente e Nord Africa si configura dunque come uno dei punti di vista possibili con cui guardare alla storia della regione, innanzitutto perché ci racconta di comunità ebraiche rimaste in Medio Oriente e Nord Africa da prima della conquista araba, con un bagaglio di tradizioni antichissime.
Soprattutto, però, la vicenda di queste comunità ebraiche ci è utile per riscoprire un pezzo di storia largamente distorto: da chi, erroneamente, ha sempre letto la storia degli ebrei della regione come una storia di convivenza pacifica e di “età dell’oro”, da chi ha scelto di ignorare un esodo forzato causato dall’intensificarsi delle violenze anti-ebraiche a seguito dell’indipendenza israeliana (ma le cui cause profonde affondano le proprie radici ben prima del sionismo), da chi ha letto la storia d’Israele soltanto da una prospettiva europea.
Nelle parole di Georges Bensoussan: «Generalmente si pensa che il mondo ebraico in terra araba abbia avuto fine con il conflitto israelo-palestinese. In realtà quel naufragio era stato preparato molto tempo prima, quando le società ebraiche avevano iniziato ad allontanarsi dal loro ambiente come conseguenza di un timido processo di occidentalizzazione. L’esistenza ebraica, una volta emancipata di fatto, anche se non di diritto, ben presto fu vista dalle popolazioni arabe come un impedimento a essere. Ma per la coscienza post-coloniale, che nel mondo arabo-musulmano vuol vedere la figura dell’oppresso, è difficile concepire che, intorno al Mediterraneo, quel mondo un tempo colonizzato fu anche, ben prima dell’arrivo degli europei, sinonimo di servitù e schiavitù».
Studiare la storia degli ebrei mizrahi diventa dunque fondamentale per riscoprire una vicenda che è andata perduta nelle rappresentazioni in bianco e nero della storia dei rapporti tra arabi ed ebrei, fatta erroneamente coincidere solo con l’emergere del conflitto israelo-palestinese. Non si può, in buona sostanza, conoscere Israele, studiarne i rapporti col mondo arabo, senza la profondità di questa storia con il suo carico di traumi (dall’esodo forzato all’integrazione) e di voglia di emancipazione.
Letture consigliate:
- Bensoussan, “Gli ebrei del mondo arabo. L’argomento proibito”, Giuntina, 2018.
- Memmi, “Jews and Arabs”, J. Philip O’Hara, 1976.
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L’attualità di Enzo Sereni. Democrazia, sionismo socialista, convivenza
Simone Oggionni
Note dal convegno promosso dal Laboratorio Rabin e dalla vicepresidente del Senato Anna Rossomando, 29 aprile 2025
Enzo Sereni è una figura che interroga ancora oggi, ben oltre gli appuntamenti commemorativi. La sua biografia e il suo pensiero restituiscono una traiettoria intellettuale e politica che si colloca pienamente in quella che in molti, da Ernst Nolte a Ian Kershaw, hanno definito la «guerra civile europea» tra le due guerre mondiali.
Il cuore della sua riflessione, e della sua attualità, si radica innanzitutto nella lotta antifascista. Scrivendo nel 1941 sul Giornale d’Oriente, Sereni delinea una prospettiva radicale: battere il fascismo non basta, occorre disarticolarne l’egemonia culturale e ricostruire l’Italia dalle fondamenta.
Il suo pensiero si situa nel solco di una lettura del fascismo come regime in grado di coinvolgere le masse in un progetto politico, simbolico, emozionale. Sereni individua la risposta in una nuova pedagogia democratica, un’educazione alla libertà e alla responsabilità, che consenta di restituire protagonismo alle masse. Un protagonismo che il fascismo ha negato e che l’apatia dei liberali non ha saputo garantire.
Da qui l’endiadi centrale nel pensiero sereniano: democrazia e socialismo. Un’idea socialista che non rinuncia alla libertà e una democrazia che non si accontenta della forma senza contenuto sociale. Non è un orizzonte astratto, ma una scelta esistenziale che Sereni pratica fino alle estreme conseguenze: si paracaduta nell’Italia occupata nel 1943 per unirsi alla Resistenza ma viene catturato e poi ucciso, a Dachau, nel novembre 1944.
Sereni è dunque l’intellettuale militante che capisce il suo tempo, progetta un’alternativa e, rifiutando la torre d’avorio, sceglie la lotta.
L’attualità di Sereni non si esaurisce però nel suo antifascismo. Il suo sguardo è straordinariamente ampio. Cerca soluzioni ai problemi del suo tempo anche fuori dall’Italia e innanzitutto nella Palestina mandataria, nella Terra di Israele, in una Terra promessa da fare fiorire con le idee rivoluzionarie del sionismo moderno di Theodor Herzl — in un dialogo esplicito tra il Risorgimento italiano come rivoluzione mancata e la prospettiva in Palestina come occasione da non mancare — e del sionismo socialista in particolare.
Lo strumento principe è il progetto del kibbutz Ghivat Brenner, che Sereni àncora a una visione del mondo che è parte essenziale della sua ricerca proiettata al futuro.
Ghivat Brenner non è infatti solo un insediamento agricolo, ma il sogno e la pratica di una società nuova fondata su eguaglianza, lavoro collettivo, laicità, giustizia sociale. Un esperimento concreto di una società fondata sul principio del lavoro come chiave del riscatto e del progetto di rinnovamento della stessa identità ebraica. Guardando alla biografia di Sereni e ai suoi legami familiari, potremmo dire che è una risposta diversa ma per certi versi complementare al comunismo del fratello Emilio, che trova nella lotta antifascista in Italia e nel PCI un altro modo di pensare e praticare valori comuni.
Per Enzo, la strada è il sionismo, non come semplice progetto nazionale ma come strumento di emancipazione umana e collettiva, in quanto tale universalista. Un sionismo che non si afferma nella conquista del territorio a scapito di altri, in un’idea etno-centrica ed esclusivistica ma nella proposta radicale della convivenza.
Nei primi anni Trenta definisce il suo kibbutz come «grande e aperto, come luogo di rivoluzione permanente». È un’immagine molto bella. Indica la radicalità di un sistema immaginato senza dogmatismi e determinismi (in una dialettica permanente sia con i partiti politici della sinistra ebraica, sia con gli organismi di direzione del movimento kibbutzistico, sia con la stessa Agenzia ebraica) ma costantemente teso alla possibilità di un rinnovamento.
Come detto, il cardine di questo luogo di rivoluzione permanente è il lavoro. In un articolo del novembre 1927 Sereni lo scrive esplicitamente: «il sionismo non può rinunciare al principio del lavoro come base della ricostruzione». È il lavoro a forgiare una nuova identità ebraica: non più diasporica, ma radicata nella terra, nella cooperazione produttiva, nella costruzione collettiva. È il lavoro che rende possibile un’alleanza fra Yishuv e popolazione operaia araba (innanzitutto il proletariato agricolo) nella direzione di una nazione mazzinianamente immaginata come un popolo di «liberi liberamente cooperanti», di liberi produttori associati.
È questo l’ultimo spunto di attualità. Due notizie, infine, per un dibattito politico (a volere essere generosi) spesso distratto: non esiste soltanto il sionismo di Netanyahu. Ed è possibile immaginare un futuro di convivenza e di cooperazione.
In Towards a new orientation in zionist policy, nel 1936, scrive: «la Palestina non può configurarsi politicamente se non come un regime misto arabo-ebraico». In mesi, settimane, giorni così drammatici, è un auspicio per la politica di Israele e dell’intera regione, dove il futuro o è di convivenza, cooperazione e riconoscimento reciproco o non è.
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Lettera aperta di Livio Sirovich al presidente dell’ANPI
Caro Presidente,
il 10 aprile ho partecipato a un “Evento di solidarietà con la Cisgiordania e Gaza” di alcune sezioni Anpi con Assopace Palestina. Proiettavano “The Last Sky, documentario essenziale per capire l’aggressione israeliana su Gaza, la Cisgiordania e il Libano”. La produttrice, Rihab Charida, partecipava online.
È stato letto l’appello dell’ANPI nazionale contro lo “sterminio di palestinesi di Gaza da parte delle forze armate israeliane su ordine del loro governo”. (Disponiamo quindi di questo ordine? Lo si può conoscere?).
Da più di un anno insistevo a Trieste per una discussione collegiale, scrivendo che “Palestina e Gaza hanno bisogno di solidarietà (causa le prepotenze dei coloni e la tragedia della guerra asimmetrica, per altro fortemente voluta dal governo di Gaza). Ma anche i 1200 morti del 7 ottobre avrebbero avuto diritto a solidarietà, o no? I due popoli devono venire aiutati a trovare una pace di compromesso, che li possa far soffrire tutti il meno possibile.
Noi non dobbiamo “schierarci”, come in guerra. E poi con chi si schiera la mia ANPI? Con i gazawi che – con grande coraggio – manifestano contro Hamas? O con Hamas stessa, il cui statuto del 1988 all’art. 7 prescrive l’uccisione di tutti gli ebrei? Precetto scrupolosamente messo in pratica il 7 ottobre”.
“Lettera garbata e onesta” mi è stato scritto, ma nessuna discussione o risposta nel merito. Presenta il documentario il rappresentante di Assopace Palestina, che precisa: “sono un pacifista e quindi, in caso di conflitto, non potrei sparare; ma ci tengo a dire che sono totalmente schierato con la resistenza palestinese; quindi, eventualmente, darei contributi logistici ai resistenti. Auspico il totale boicottaggio di Israele; quanto perpetra a Gaza non ha paragoni nella Seconda Guerra Mondiale. Sono i peggiori attacchi di tutta la Storia Moderna” [applausi]. “I 7 milioni di profughi hanno il diritto di ritornare nelle case da cui furono cacciati nel ‘48” [nota mia: furono circa 750.000].
Tu sai, Presidente, che la soluzione “Due stati per due popoli” grossomodo prevedeva un nuovo stato nei confini 1948-67 della Cisgiordania e di Gaza, con scambi territoriali per mantenere alcuni insediamenti dei coloni in cambio di territori israeliani dal ’48 abitati da arabi. Viceversa, la serata era all’insegna di uno slogan: l’occupazione della Palestina non parte dal 1967, ma dal 1948, ossia dalla fondazione dello stato di Israele [nota: è la posizione di Hamas e Jihad, che rifiutano la spartizione Onu del ‘47 perché vogliono cancellare Israele]. Testimonial di “The Last Sky” è un palestinese intervistato in un’associazione scacchistica: “ci riprenderemo ogni centimetro della nostra terra a costo di combattere fino all’estremo”. Egli parla in mezzo ad alcuni bambini, sotto i ritratti di Yahya Sinwar e Hassan Nasrallah.
Commenti del responsabile di Assopace Palestina: “Israele ha una cattiveria disumana” [applausi] “il sionismo si basa sul concetto di razza superiore”.
Un trentacinquenne: “bisogna distruggere tutte le strutture del sionismo! Dobbiamo distruggere tutte le strutture del sionismo!” [applausi]. Quello di Assopace annuisce ma si scusa di nuovo che lui non potrebbe sparare. Signora con kefiah: “Sento proprio il bisogno di dirvi che la mattina del 7 ottobre, quando cominciarono ad arrivare le prime notizie, ho provato davvero una grande gioia. Finalmente!”. Rihab Charida, raggiante: “Ero a Chatila (Beirut) quando avvenne il 7 ottobre, i palestinesi esultavano, lanciavano riso dai balconi, combatteranno tutti. Agli ebrei va detto: ‘tornatevene in Polonia e a Berlino da dove siete venuti!’ “. Provo a ripetere due passi della mia lettera. Subisco subito esclamazioni ostili: “hai finito di rompere i c………? Quella è la porta, vattene!”. “Finiscila!”. “Allora ti schieri con gli assassini!” etc.. Chiedo all’Anpi se queste – per come ho cercato di riferirle – siano solo posizioni di un gruppo di fanatici, o della nostra associazione. In tal caso, le mie dimissioni sarebbero automatiche.
Cordiali saluti.
Livio Sirovich
L’autore è ricercatore scientifico e scrive storie del ‘900; nel 2023 gli è stato fatto l’onore di tenere l’orazione ufficiale alla commemorazione dei quattro eroici antifascisti (tre sloveni e un croato) fucilati a Basovizza-Bazovica nel 1930; è cittadino onorario di Casoli (CH) per la biografia dell’unica partigiana italiana (ebrea) decorata di medaglia d’oro al valor militare ad essere stata uccisa in combattimento.
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Simone Santucci
Si ringrazia Radio radicale per la collaborazione
nell’aiutare a far conoscere la Newsletter di SxI
- I dati falsi diffusi da Hamas
(Telegraph, 28.4.25) - Enzo Sereni al Senato
(Moked, 30.4.25) - Il convegno su Enzo Sereni – Laboratorio Rabin
(radio radicale, 29.5.25) - Intervista a Liliana Segre
(Corriere Della Sera, 5.5.25) - Intervista a Milka Almog, nipote di Shimon Peres
(Open, 7.5.25) - Sinistra per Israele al People’s Peace Summit a Gerusalemme
(almanews, 7.5.25) - Eurovision, insultata cantante israeliana
(Repubblica, 13.5.25) - Il Rabbino Riccardo Di Segni su Papa Leone XIV
(Il Foglio, 14.5.25) - Intervista a David Grossmann
(Repubblica, 22.5.25) - Intervista a Emanuele Fiano
(Huffington post, 22.5.25) - Profilo di Yair Golan
(Corriere della sera, 28.5.25) - Intervista Emanuele Fiano su manifestazione del 7 giugno 2025
(Corriere della Sera, 27.5.25) - Intervento di Emanuele Fiano a Milano del 6.6.25
(radio radicale 6.6.25)






