Newsletter n.14 di Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati (Luglio 2025)

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Editoriale

Saluto ai lettori
Massimiliano Boni

Analisi e commenti

Non rassegnarsi alla guerra infinita
Piero Fassino

Vi racconto chi era Alexander Langer
Intervista a Gad Lerner

Tra identità e contraddizioni, vivere i nostri tempi
Colloquio con Wlodek Goldkorn

Cos’è oggi l’identità ebraica
Daniela Gean

Dall’Associazione

Torino     Verso l’autunno: il programma di SxI-dpds di Torino e Piemonte
                Ludovica De Benedetti

Roma      Una riflessione politica sui recenti eventi ai Castelli romani:
                “stop al massacro, “ultimo atto: genocidio”
                Aldo Winkler

Roma      Assemblea della sezione romana di SxI-dpds
               Valentina Caracciolo

Lettere alla Redazione

Rassegna stampa

Redazione

Contatti

 

Saluto ai lettori

Massimiliano Boni

Con il numero di oggi termina la mia direzione della Newsletter di Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati, e come ogni tradizione che si rispetti, quando un direttore passa la mano è buona regola quella di accomiatarsi dai lettori, possibilmente con un sorriso.

Quando il coordinamento nazionale di Sinistra per Israele mi propose di assumere la direzione di questa rivista era la primavera del 2024. Mi convinsi ad accettare pur consapevole dei tanti problemi che si sarebbe dovuto affrontare, a cominciare dal fatto, naturalmente, che chi scrive non è un giornalista professionista. A parte questo, e la questione che occorreva inventarsi una redazione da zero e avviare il prima possibile una pubblicazione di qualcosa che non esisteva, c’era soprattutto la difficoltà di raccontare e riflettere su quello che accadeva, e accade, in Medio Oriente, con le sue ripercussioni ormai quotidiane nelle nostre vite.

Dunque, ecco quale sarebbe stato il compito della Newsletter: spiegare in ogni numero le ragioni di Sinistra per Israele in un contesto politico, sociale e culturale che nell’ultimo anno si è profondamente deteriorato, certo innanzitutto a causa della guerra protratta a Gaza, i cui sviluppi appaiono, da questa parte del Mediterraneo, sempre più incomprensibili e drammatici.

E così ci siamo messi in cammino. Dovendo tracciare un bilancio, direi che in questi quindici mesi abbiamo provato a dare spazio a voci, certo assonanti con l’associazione, ma anche appartenenti a spazi non coincidenti. Abbiamo ascoltato politici, giornalisti, storici, economisti, attivisti; abbiamo cercato di tenere sempre aperto un canale con Israele, dando spazio alle voci più contrarie al governo Netanyahu e alla sua deriva radicale, che purtroppo appare perseguire un progetto politico preciso. E abbiamo parlato di noi in Europa, dove assistiamo a un crescendo di manifestazioni intolleranti, non solo verso Israele e il suo governo, ma verso gli israeliani e gli ebrei; Italia compresa. La guerra di Gaza ha aperto un vaso di Pandora, e chissà quanto tempo ci vorrà per richiuderlo, e a che prezzo.

Personalmente credo che la vicenda in corso in Israele e a Gaza, pur con tutte le sue peculiarità – a cominciare dall’attacco feroce e spietato di Hamas del 7 ottobre 2023, un’esplosione di violenza atroce su cui molti tendono ormai a sorvolare, e che ha tuttora uno strascico nel dramma degli ostaggi israeliani e delle loro famiglie – possa leggersi in un contesto più ampio.

Oggi è la stessa idea di democrazia che rischia di essere logorata, in Israele come in Europa o negli Usa, per restare a quella parte di campo in cui ci sentiamo a casa, anzi: che è la nostra casa.

Si tratta dunque di difendere quello che ci è più caro. Difendere la democrazia dalle guerre, dagli attacchi alle garanzie costituzionali, all’indipendenza della magistratura e della stampa, alla libera manifestazione del pensiero. Sono temi su cui oggi Israele si interroga, ma che assumono una valenza generale.

Insomma, viviamo tempi difficili: probabilmente non più di altri, ma certo molto più incerti e pericolosi di quello che potevamo aspettarci la sera del 6 ottobre. Il mattino dopo ci siamo svegliati, e abbiamo capito che la storia, anche la nostra, stava cambiando.

Spero di avere realizzato in questi 14 numeri una rivista interessante, utile, capace di raccontare (almeno in parte) la complessità del mondo che viviamo. Se un po’ ci sono riuscito, il merito va anche a chi ha fatto parte di questo progetto, in particolare: Giorgio Albertini, Simone Santucci, Anna Grattarola, Victor Magiar e, finché ha potuto, Ludovica De Benedetti. Resta inteso che ogni volta che invece siamo rimasti più lontani dall’obiettivo, la responsabilità è stata tutta mia.

Grazie a tutti, e arrivederci a presto. Il cammino prosegue.

Non rassegnarsi alla guerra infinita

Piero Fassino

Nonostante da ogni parte del mondo si moltiplichino gli appelli a fermare le armi, le guerre in Medio Oriente continuano con il loro carico di lutti, distruzioni e dolore.

Continua la guerra di Gaza dove lo scontro tra l’esercito israeliano e le milizie di Hamas prosegue senza sosta provocando ogni giorno vittime innocenti e non risparmiando luoghi di solidarietà e sostegno alla popolazione come la chiesa della Sacra famiglia, centri di distribuzione alimentare, presidi sanitari. Una strategia di guerra permanente – “fino all’ultimo miliziano di Hamas” ha dichiarato il ministro della difesa israeliano – che è apertamente contestata da una parte consistente della società israeliana – inclusi esponenti autorevoli del Likud come l’ex Primo Ministro Olmert – che denunciano l’isolamento internazionale in cui Netanyahu ha precipitato il Paese.

Continua in Cisgiordania lo stillicidio di violenze provocate da settori estremisti dei settlers che, spalleggiati dai ministri più oltranzisti del governo, perseguono una strategia di espulsione dei palestinesi dai loro villaggi.

Si è riaccesa la guerra sul fronte siriano, dove gli aspri scontri tra la popolazione drusa e l’esercito di Damasco hanno spinto Israele a intervenire, rafforzando l’occupazione delle colline del Golan.

Dopo i bombardamenti israeliani e americani sui siti nucleari iraniani, vige un’aura di inquieta sospensione di ostilità, subordinata ai comportamenti di Teheran. E infine permane l’azione destabilizzante degli Houti yemeniti con attacchi a Israele e ai convogli navali nello stretto di Hormuz.

E in questo contesto drammatico si consuma ogni giorno di più la tragedia degli ostaggi nelle mani di Hamas sottoposti a terribili condizioni di prigionia.

Uno scenario che i molti round negoziali promossi da Stati Uniti, Qatar, Egitto non hanno modificato, non essendosi individuato fino ad oggi il punto di compromesso per un cessate il fuoco. Israele chiede che Hamas cessi ogni attività e lasci la striscia di Gaza. E all’opposto Hamas non intende lasciarla.

E al di là di un cessate il fuoco – che peraltro a oggi non c’è ancora – non si vedono all’orizzonte soluzioni né per l’amministrazione di Gaza, né per una soluzione di pace condivisa. Il governo Netanyahu non ha alcuna intenzione di riconoscere il diritto palestinese ad una patria. Anzi si sono moltiplicate le dichiarazioni di esponenti governativi che preconizzano il controllo diretto e totale di Israele sulla striscia di Gaza e l’annessione allo Stato di Israele della Cisgiordania, riconoscendo al massimo ai palestinesi ridotte enclave territoriali autogestite sul modello dei bantustan realizzati a suo tempo dal regime bianco in Sudafrica. Un’ipotesi che liquiderebbe in Cisgiordania gli assetti successivi agli Accordi di Oslo e segnerebbe la fine o comunque la totale emarginazione dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Pare andare in questa direzione anche la proposta avanzata nelle ultime settimane da un gruppo di emiri del sud della Cisgiordania per la creazione di un “Emirato palestinese” pronto a riconoscere Israele a sottoscrivere un’intesa analoga agli Accordi di Abramo. Una proposta elaborata con personalità israeliane – in particolare con il sindaco di Gerusalemme – senza tuttavia che ad oggi si sappia se condivisa da Arabia Saudita, Egitto e Giordania, attori essenziali per costruire un percorso di stabilità e di pace nella regione.

Pesa anche il carattere ondivago dell’amministrazione Trump che, attraverso i suoi inviati, incoraggia la ricerca di un accordo di cessate il fuoco senza tuttavia esercitare alcuna pressione su Netanyahu perché ad un accordo si predisponga e anzi avallando i progetti di trasferimento forzato di parte della popolazione palestinese in Paesi terzi.

Insomma: una drammatica condizione di stallo in cui l’unico fatto certo è il proseguimento di una guerra che ogni giorno di più scava un solco profondo di odio, rancore, desiderio di vendetta, rendendo sempre più difficile agire per una soluzione di convivenza di due Stati per due popoli.

Uno scenario che provoca conseguenze non meno gravi e drammatiche nelle opinioni pubbliche di ogni Paese, dove l’indignazione per la politica di Netanyahu si traduce nella diffusione di pulsioni antiebraiche, negazione dei diritti di Israele, identificazione della società israeliana con il governo Netanyahu, colpevolizzazione di ogni ebreo ovunque viva nel mondo in una crescente e allarmante deriva di episodi antisemiti.

Nonostante tutto ciò sarebbe colpevole e miope rassegnarsi ad un conflitto infinito. C’è un Israele democratica che si batte ogni giorno contro le politiche di Netanyahu e che va sostenuta con molta più determinazione di quanto si sia fatto fino ad oggi. Anche in campo palestinese si levano voci che, a rischio della vita, denunciano il regime oppressivo e sanguinario di Hamas. E vi è la necessità di contrastare nei nostri Paesi discorsi di odio che alimentano visioni manichee, pregiudizi, intolleranza e violenza. Chi davvero crede ad una soluzione di pace fondata sul riconoscimento dei diritti di due popoli – soluzione fin ad oggi evocata con la formula Due popoli, Due Stati – ha il dovere di agire senza remore e con determinazione per fermare il crepitare delle armi, riportare gli ostaggi alle loro famiglie e riaprire la strada ad un progetto – certo non semplice, ma ineludibile – di convivenza e di condivisione tra genti che vivono sulla stessa terra.

(L’articolo tiene conto di fatti e eventi accaduti fino al 20 luglio)

Vi racconto chi era Alexander Langer
Intervista a Gad Lerner

Massimiliano Boni

Gad, chi era Alex Langer?
Alex era uno che per via della nascita in un luogo di confine – Vipiteno/Sterzing – aveva imparato l’importanza di portare rispetto a chi abitava nei luoghi, non solo geografici, di confine. Il rispetto lo si vedeva, ad esempio, nell’importanza del bilinguismo: utilizzava sempre il doppio nome per indicare i luoghi della sua terra; a me ricordava sempre che bisognava dire Alto Adige/Südtirol; probabilmente applicava questo criterio anche a Israele e Palestina.
Voglio dire che vivere in una terra di confine gli aveva fatto sviluppare una profonda sensibilità per il rispetto della convivenza. Rispetto che mantenne sempre, anche quando le normative statali in vigore tendevano a separare le persone in gabbie etniche; “gabbia” era una parola che utilizzava moltissimo. Nei primi tempi della nostra conoscenza, capitò che mi portò in Val Passiria, sulla tomba di Andreas Hofer, l’eroe dei separatisti sudtirolesi, un contadino che combatté contro le truppe napoleoniche, un reazionario, verso il quale tuttavia Langer provava rispetto, perché riconosceva il legame con la sua terra il desiderio di proteggerla. In consiglio comunale a Bolzano, dove fu eletto, Langer si trovò in compagnia di Eva Klotz, autonomista. Pur avendo una visione politica opposta, riuscì a instaurare rapporti personali improntati al rispetto reciproco.
Alex era così: comprendeva che anche negli elementi a lui più lontani c’era un bisogno di identità che andava rispettato. Da questo suo insegnamento credo che nacque, anni dopo, il mio interessamento per la nascita di quel movimento chiamato Lega, che provai ad indagare senza pregiudizi.

Quali erano le sue origini familiari?
Era figlio della farmacista del paese e di un medico di origine austriaca, che dalla sua terra era fuggito perché ebreo. Io l’ho conosciuto dopo che si era consolidata la sua formazione culturale, nei primi anni 70. Alex aveva una formazione cattolica e di sinistra. Lo conobbi quando entrai in Lotta continua, nei primi anni 70. Ci siamo conosciuti nel 1973, e anche in quella occasione fu incuriosito subito dal mio nome, dal sapere che ero apolide, che ero nato a Beirut e che avevo molti parenti in Israele e che parlavo l’ebraico.

E a Lotta Continua?
Si occupava della situazione internazionale e credo che in questo abbiano contribuito le sue radici familiari che hanno alimentato una forte curiosità verso il mondo. Sceso a Roma, lavorava in un liceo di periferia, sperimentando situazioni di forte disagio sociale, e instaurando significativi rapporti con i ragazzi. Questo è stato un tratto caratteristico di Alex: voleva sempre essere in mezzo alla società di cui parlava.

Uomo di confine, europeo, padre ebreo, altoatesino, di sinistra, ecologista. Perché ricordare chi è dalla parte delle minoranze?
Ti rispondo con questa annotazione: il primo giornale messo su da Alex, ancora studente a Bolzano, si chiamava “il ponte”. Ecco, l’idea del ponte era quella che descriveva il pensiero di Alex, contro le gabbie etniche. A lui piaceva stare nelle relazioni e crearne di nuove, era attratto dalle persone che parlavano lingue diverse, sosteneva la necessità di una convivenza pacifica tra diversi. Questa convivenza in fondo la incarnava; pur mantenendo sempre un forte accento tedesco, Alex parlava un italiano raffinatissimo, erudito, coltivato negli anni universitari a Firenze, dove aveva incontrato Valeria, la donna della sua vita che poi aveva sposato. Delle lingue vantava una conoscenza profonda, che sviluppava nella capacità di traduzione in cui spiccava. Un aneddoto: una volta che viaggiavamo insieme per l’Europa, nella aula magna dell’università di Amburgo, riuscì a fare la traduzione consecutiva di Dario Fo che recitava “Mistero buffo”.

Parliamo della sua coscienza ecologista.
È stato uno dei precursori più consapevoli della necessità di una conversione ecologica della politica, prendendosi cura dello stato di salute del pianeta e del rapporto tra uomo e creato, sostenuta fin dagli anni 80, quando i movimenti pacifisti erano perlopiù occupati a protestare contro gli euromissili in Sicilia. Ricordo un viaggio con lui a Washington, in uno dei primi contro vertici che si opponevano agli incontri ufficiali della Banca Mondiale. In molti hanno riconosciuto il suo pensiero in alcuni passaggi dell’enciclica Laudato sii di Papa Francesco. Un altro viaggio indimenticabile che devo ad Alex fu quello che mi invitò a fare in Brasile, per raccontare l’ambiente in cui era vissuto, aveva combattuto e infine era stato ucciso Chico Mendes, il contadino a tutela della foresta amazzonica.

Come interpretava il conflitto mediorientale?
A dire la verità non ebbe mai occasione di seguirlo da vicino, e forse fu per questo che preferì inviare me in quella terra. A Lotta continua mi spronò a partire in Medio Oriente, per intessere relazione fra noi e i movimenti dissidenti di quella zona. Tra il 1973 e il 1975, grazie ad Alex, ho compiuto diversi viaggi. Ricordo in particolare le relazioni intessute con le “pantere nere israeliane”, che a quel tempo lottavano contro l’establishment Ashkenazita che governava il paese. Nate a Gerusalemme, sul modello americano, si erano diffuse poi ad Ashkelon, Ashdod, Beersheva, fino ad arrivare ad eleggere un deputato in Parlamento. Stabilimmo così un buon rapporto, che sfociò in un incontro che organizzammo a Roma tra loro e alcuni esponenti del fronte democratico per la liberazione della Palestina. Del resto, erano quelli tempi in cui era possibile far incontrare in Europa rappresentanti dei movimenti israeliani di sinistra con rappresentanti dell’Olp di Arafat. Quando organizzammo un incontro fra israeliani e palestinesi a Roma, quando le due delegazioni si abbracciarono, Alex ed io non potemmo trattenere le lacrime, per la consapevolezza di essere stati fautori di un momento importante. Un’altra iniziativa che avviai grazie ad Alex Langer fu visitare le città palestinesi della Cisgiordania: Nablus, Jenin, Hebron, Ramallah. A quel tempo tali municipalità erano guidate da personalità ben radicate sul territorio, legate alla resistenza palestinese in modo dichiarato, subendo per questo anche ritorsioni da parte israeliana. Ricordo che era una dirigenza laica, che non faceva nessun richiamo alla fede islamica o alle teorie fondamentaliste che poi prevalsero.

Secondo te le sue origini ebraiche in qualche modo hanno contribuito alla sua formazione?
Credo che l’ebraismo in lui fosse una presenza costante, della quale parlava normalmente. Conosceva la Bibbia e ne aveva fatta un’esperienza di lettura arrivata in profondità. Se però dovessi dire quali sono stati i suoi tre maestri, prima del 68, indicherei senz’altro Giorgio la Pira, suo professore a Firenze, don Lorenzo Milani e padre Balducci. Di Milani, in particolare, va ricordato che quando uscì il suo libro, la lettera a una professoressa, Langer lo tradusse in tedesco.

Langer s’impegnò molto anche in Europa, quando scoppiò la guerra nei Balcani.
Era a quel tempo già stato eletto europarlamentare, per i Verdi, e anche in quell’occasione si caratterizzò per una capacità di intuire dinamiche che oggi si manifestano drammaticamente concrete. Pur rimanendo fortemente pacifista, sostenne infatti, davanti all’assedio di Sarajevo e alle violenze subite dai musulmani bosniaci, che la comunità internazionale doveva dotarsi di strumenti di pressione. Teorizzò così lo strumento dell’intervento umanitario anche armato, una posizione che produsse grande fermento nel mondo pacifista. Anche qui voglio ricordare un aneddoto: nel 1992, grazie alla sollecitazione di Alex, Wlodek Goldkorn convinse Marek Edelmann, il vicecomandante dei partigiani che animarono la rivolta del ghetto di Varsavia, loro unico sopravvissuto, a venire a Sarajevo. La guerra nei Balcani è l’esperienza più amara di Alex, per lui che si era sempre battuto per una convivenza pacifica fra comunità diverse. E ricordo anche la sua difficoltà a spiegare ai suoi compagni che in quella guerra c’erano degli aggressori e degli aggrediti.

A tuo avviso fu il dramma di quella guerra ha spingerlo a togliersi la vita?
Alex si suicidò pochi giorni prima del massacro di Srebrenica, dove 8000 maschi furono uccisi in quanto musulmani. La guerra nei Balcani fu l’evento che lo toccò più drammaticamente. In Europa era tornata una guerra etnica, e questo lo precipitò nell’angoscia più assoluta. Quest’estate ricorrerà anche quell’anniversario, e vorrò vedere come l’Europa lo ricorderà e, se mi permetti, come lo ricorderanno le comunità ebraiche italiane, semmai lo faranno, come credo si debba fare, perché a Srebrenica abbiamo assistito a una pulizia etnica e a un odio che hanno colpito una minoranza religiosa; un tema, come mi sembra evidente che non dovrebbe lasciare indifferenti gli ebrei italiani.

Se dovessi descrivere con un’ultima immagine Alex Langer quale utilizzeresti?
Era un uomo che definirei trafelato. Vedi, si era imposto uno stile di vita molto povero. Quando tornò a Bolzano per candidarsi al consiglio comunale, quasi scusandosi mi presentò sua madre e la casa in cui abitavano i suoi genitori, una casa molto bella, che però metteva Alex in imbarazzo. Langer, infatti, si era sempre sentito un privilegiato, anche per i ruoli pubblici che, pur non avendoli mai ricercati, aveva finito per esercitare. E dunque la sua vita era caratterizzata da un continuo prodigarsi per il prossimo. Era disposto anche a perdere l’ultimo treno che l’avrebbe riportato a casa se c’era da rispondere a un’ultima domanda negli incontri pubblici in cui era chiamato. Per questo, la sua vita alla fine era diventata faticosissima, accompagnata sempre dall’ansia di non aver risposto a quell’ultima domanda. Aveva una fittissima trama di relazioni che, nel tempo precedente all’epoca dei social, intesseva attraverso bigliettini di carta. Alex era una persona che si faceva sempre carico dei bisogni degli altri, e una vita così, alla lunga, diventa schiacciante.

Qual è l’insegnamento che ti porti più dietro di Alex Langer?
Con una battuta, ti direi l’elogio del tradimento. Da lui ho imparato che a volte è necessario tradire la propria comunità per sviluppare il senso dell’autocritica. Tradire non significa però abbandonare. La propria comunità e le proprie radici non vanno rigettate, semmai occorre vivere le aporie, comprendere i pregiudizi. Considero Alex Langer uno dei miei maestri, e nonostante siano trascorsi trent’anni, avverto ancora la sua mancanza.

Tra identità e contraddizioni, vivere i nostri tempi
Colloquio con Wlodek Goldkorn

Massimiliano Boni

Wlodek, ci ritroviamo a parlare a quasi due anni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre e della guerra che ne è scaturita.
Innanzitutto, come vivi un periodo così lungo di conflitto per Israele?
Lasciami dire innanzitutto che non sono né uno storico né un filosofo. Sono un cantastorie, al massimo mi piace ragionare per metafore raccontare quello che vedo. Dunque posso darti solo risposte frammentarie, in cui le domande e i dubbi rimangono spesso insoluti. Quanto a questa guerra, trovo imbarazzante e forse inappropriato raccontare le mie sensazioni personali di fronte alle dimensioni di una catastrofe che tocca gli altri. Stiamo parlando di qualcosa di inedito e inimmaginabile, come segnalavi. Io credo che in Israele le posizioni siano molto più articolate di quanto traspaia leggendo i giornali o sui media, che pure se ne occupano molto, e in genere anche abbastanza bene. A me pare che la società israeliana sia molto più polarizzata di come noi riusciamo a percepirla. Basta leggere i giornali israeliani o ascoltare la radio pubblica: ogni mattina emergono molte posizioni critiche espresse con parole durissime nei confronti di Netanyahu e del suo governo. Israele oggi è un Paese in cui ogni giorno una larga parte dell’opinione pubblica si chiede pubblicamente che senso ha proseguire questa guerra a Gaza, e si chiede con angoscia come fermare i coloni estremisti e messianici in Cisgiordania.

Credi che questo conflitto così prolungato possa alla lunga avere effetti anche sull’impianto costituzionale e democratico di Israele?
Il governo Netanyahu dà la sensazione di voler provare una simile soluzione. Anche se in realtà nessuno può dire quale sarà l’esito finale. Anche l’opposizione, che esiste e protesta, in questo momento non riesce ad esprimere una leadership che possa unirla, anche con un programma minimo: caduta del governo e fine di questa guerra. Per il resto, non posso dire quali potranno essere gli effetti di questi due anni su Israele. Dovranno essere gli israeliani innanzitutto ad affrontare gli effetti – temo devastanti – del conflitto. Certo qualcosa dovrà accadere, non si potranno archiviare questi anni come se fossero una parentesi. Spero che la società avrà la forza di far fronte a domande non facili che dovrà porsi.

E per quanto riguarda noi italiani?
Ti sembra che questa guerra, come quella in Ucraina, abbia modificato la percezione del conflitto?
E come?
È sempre difficile giudicare l’opinione pubblica in tempi di crisi e guerre, cioè in tempi in cui gli umori e le percezioni cambiano velocemente. Mi sembra evidente che viviamo in una situazione di profondo disorientamento, per la quale neppure io ho risposte. Percepisco molta angoscia e preoccupazione, entrambe comprensibili. Non dobbiamo poi sottovalutare l’influenza sull’opinione pubblica dei social media, il modo con cui informano e danno a chiunque la possibilità di intervenire su qualsiasi argomento, ottenendo grande eco. È un dato evidenziato da molti che l’utilizzo dei social tende ad appiattire le opinioni, a prescindere dalle bibliografie e biografie. Naturalmente credo che ciascuno sia libero di esprimere la propria posizione, più o meno legittima. Quello che dico è che questo modo di comunicare mi provoca inquietudine, perché favorisce un modo anonimo di esprimersi. Si tratta di un cambiamento radicale, perché fin dai tempi di Atene eravamo abituati all’idea che chi parlasse in pubblico si assumesse una responsabilità, cosa che oggi non sempre avviene.

Vorrei chiederti anche come secondo te l’opinione pubblica italiana guardi a Israele oggi.
Il pericolo di confondere i governi con i popoli governati c’è sempre stato, così come quello di confondere ebrei e israeliani. Però, anche qui, credo che la sfida sia affrontare questi rischi in modo laico, da parte innanzitutto degli ebrei. Intendo che dobbiamo combattere i pregiudizi senza cercare analogie con il passato, ma spiegare sempre, ad esempio, che in Israele c’è una gran parte dell’opinione pubblica ostile al governo, che vuole la fine della guerra e il ritorno a casa degli ostaggi. Le guerre, in genere, finiscono quando le opinioni pubbliche esprimono la loro forte contrarietà ad esse; però a volte ci vuole tempo perché la maggior parte dell’opinione pubblica maturi questa consapevolezza.

Temi l’antisemitismo?

No, non lo temo. Non so se gli allarmi su un aumento dell’antisemitismo siano fondati o sovrastimati, in fondo l’antisemitismo è un fenomeno sempre esistito, ha attraversato tutta la storia dell’Occidente. Credo che il nostro compito sia quello di affrontarlo laicamente, cioè spiegando gli errori, battendoci per la democrazia e per i diritti dei cittadini, i diritti di tutti, non solo i nostri. Oggi siamo chiamati a questo compito: con pazienza, senza concedere nulla, dobbiamo batterci per la democrazia, senza panico e senza cercare facili paragoni con il passato. Di fronte all’antisemitismo occorre essere vigili e attenti.

In questo numero ricordiamo la figura di Alex Langer, che pure tu hai conosciuto. Quale dovrebbe essere, secondo te, il ruolo degli intellettuali davanti ai conflitti?
Posso dire che Alex era capace di schierarsi dalla parte giusta, ma era lo stesso tempo capace di stare dentro la contraddizione. Quello che oggi non si capisce, per le ragioni che ho provato a spiegare, è questa contraddizione: oggi tutti ti chiedono di schierarti, senza comprendere. Al contrario la realtà non può essere letta con categorie astratte, assolute. La realtà della vita è sempre più complessa delle categorie che possiamo costruire. Io credo che occorra partire da qui, dalla complessità della vita, pur avendo come base di giudizio la legge morale di cui parlava Kant. Alex era così. Cresciuto in Alto Adige, sede di conflitti – non etnici, come si dice superficialmente, ma di potere – si è sempre interessato di questioni internazionali, anche del Medio Oriente. Per lui era chiaro questo: si può tradire senza diventare dei transfughi. Significa che a un certo punto occorre sforzarsi di capire anche le ragioni dell’altro, che l’altro ha una sua narrazione dei fatti e merita ascolto e rispetto. Che oltre le categorie che ci diamo esistono la realtà, le biografie delle singole persone, e che anche la giustizia non può essere assoluta, ma deve tener conto delle persone e della loro vita. Io ho compreso questo di Alex. E se forse oggi lo ricordo così, anche se magari il ricordo non è del tutto fedele, questo è il ricordo che mi resta per l’affetto che ho provato e provo per Alex.

Cos’è, oggi, l’identità ebraica?

Daniela Gean

Daniela Gean è presidente della Comunità ebraica progressiva di Roma “Beth Hillel ” ed è vicepresidente della Federazione Italiana Ebraismo Progressivo (Fiep)

Come si manifesta, soprattutto, per tutti quegli ebrei che – pur non essendo osservanti in senso religioso – sentono questa appartenenza come qualcosa di profondo, strutturale, costitutivo della propria identità?

In due parole – restando in zona sinistra – come si risolve l’annosa questione morettiana: siamo uguali agli altri, ma siamo diversi, ma siamo uguali, ma siamo diversi…?

E ancora: l’unità del mondo ebraico è un monolite oppure c’è spazio per un pluralismo autentico, vivo, complesso, senza che ogni deviazione venga letta come minaccia? Possiamo davvero permetterci, oggi, di continuare a dividerci sulla definizione stessa di “chi è ebreo”, senza perdere di vista il valore dell’inclusione? O dobbiamo rassegnarci a un’identità sempre più blindata, ortodossa, protettiva, quasi in difesa permanente?

In che rapporto convivono la nostra specificità ebraica che ci trascina sempre nel nostro particolare e la nostra adesione ai grandi principi universali di fratellanza, uguaglianza, giustizia (siamo uguali, ma siamo diversi, ma siamo uguali, ma siamo diversi).

Il 29 giugno scorso, a Firenze, si sono incontrate diverse anime dell’ebraismo italiano per discutere, con sorprendente franchezza e apertura, proprio di questi temi. Temi che — non da ieri — agitano il pensiero ebraico occidentale. Temi che toccano il cuore stesso della nostra presenza nel mondo contemporaneo: il rapporto tra appartenenza e differenza, tra tradizione e innovazione, tra radicamento e libertà.

L’incontro, volutamente informale e privo di etichette istituzionali, si è svolto in un clima di ascolto e confronto reale. Alla base, un manifesto chiaro: nessuna agenda politica, nessuna affiliazione partigiana, solo il desiderio sincero di discutere, riflettere e, perché no, praticare un po’ di sana autoanalisi comunitaria. Un modo per guardarsi allo specchio senza filtri e senza autoassoluzioni.

Fondamentale, in questo senso, è stata l’apertura generosa della Comunità Ebraica di Firenze, nella persona del suo presidente Enrico Fink, che ha accolto con calore l’iniziativa, mettendo a disposizione una sede istituzionale ma non per questo ingessata. Un gesto importante, che ha dato il tono a tutta la giornata: un invito al dialogo, non al giudizio.

Pur nella varietà di posizioni, alcune parole chiave sono emerse con forza e chiarezza. Prima fra tutte: pluralismo. Pluralismo come diritto, come ricchezza e non come minaccia. La possibilità di esprimere opinioni minoritarie, eterodosse, magari anche provocatorie – ma sempre dentro uno spazio condiviso – senza per questo sentirsi messi all’indice o esclusi dal “noi”. Perché l’identità ebraica, se vuole essere viva, deve accettare di essere anche contraddittoria, attraversata da tensioni, domande, dubbi. E smettere di cercare una purezza impossibile.

Anzi, voglio osare di più: più l’identità ebraica perde quel suo carattere squisitamente contraddittorio, quella sua nota agrodolce irrazionale e passionale trasformandosi in certezza monolitica e assoluta più l’ebraismo rischia di cambiare natura e trasformarsi in religione senza dogmi, ma identità assoluta.

Altro tema centrale: il rapporto con Israele. Quell’entità tanto amata quanto problematica, il cui destino ci riguarda profondamente. Un legame forte, quasi viscerale, che però per molti si sta trasformando in una relazione difficile, ambivalente, carica di domande. Perché Israele, per alcuni, è diventato qualcosa di più (e di meno) di uno Stato: un simbolo, un’icona, in certi casi quasi un oggetto di culto. Il sionismo, nato come movimento politico nazionale, laico e aperto, sembra per molti essersi irrigidito in una “religione civile” fatta di ortodossie implicite e tabù invalicabili.

E guai a sollevare critiche: non c’è scomunica formale, certo, ma spesso l’effetto è sorprendentemente simile. Chi solleva dubbi sull’attuale governo israeliano, o sul modo in cui il sionismo si traduce oggi in pratica politica, rischia di essere immediatamente sospettato di tradimento. Come se amare Israele non potesse comprendere anche il diritto -e il dovere- di criticarla.

In questo senso, l’idea forse più condivisa dell’incontro è stata proprio questa: amare non significa idolatrare. Israele non può diventare il nuovo vitello d’oro. E la fedeltà alla propria identità ebraica non può essere condizionata da un consenso obbligato verso ogni scelta del governo israeliano. È possibile – ed è necessario – coniugare affetto, sostegno e senso critico.

Alla giornata fiorentina hanno partecipato realtà molto diverse: rabbini ortodossi, leaders progressivi, esponenti delle comunità, attivisti della LEA (Lega Ebraica Antirazzismo), giornalisti, militanti, e anche semplici ebrei desiderosi di prendere la parola. Di farsi ascoltare e, forse per la prima volta, ascoltare sé stessi in uno spazio senza censura o timori. Tante storie, tante sensibilità, e – va detto – anche qualche nevrosi: come è giusto che sia in ogni famiglia ebraica che si rispetti.

Nessuno ha preteso di arrivare a una sintesi. Non c’era una linea da votare, nessuna mozione finale da approvare. E forse proprio per questo, si è potuto parlare davvero.

La giornata non ha risolto nulla, e non voleva farlo. Ma ha fatto qualcosa di più importante: ha riaperto uno spazio, ha rimesso in moto il pensiero, ha mostrato che l’identità ebraica non è una formula chiusa, ma un processo vivo e dinamico. Che la diversità non è un problema, ma una risorsa. E che parlare -insieme – è ancora possibile. E che, per tornare a Moretti, le parole sono importanti

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Verso l’autunno: il programma di SxI-dpds di Torino e Piemonte

Ludovica De Benedetti

Come sezione di Sinistra per Israele Torino e Piemonte stiamo lavorando alla costruzione di un programma autunnale che risponda a due esigenze che consideriamo fondamentali: la prima riguarda la politica estera e l’impegno per una pace giusta e duratura in Medio Oriente; la seconda ha invece un carattere più interno, culturale e divulgativo, volto a promuovere consapevolezza, confronto e approfondimento sul territorio.

Sul primo fronte, intendiamo rafforzare il dialogo con forze della sinistra, sindacati, Anpi e altre realtà democratiche per sviluppare una narrazione politica alternativa su quanto sta avvenendo in Israele e Palestina. Una narrazione che non si limiti a semplificazioni manichee, ma che sappia riconoscere la complessità del conflitto e sostenere concretamente le opposizioni israeliane e le forze moderate palestinesi.

Il nostro obiettivo è chiaro: favorire ogni percorso verso un cessate il fuoco e verso la possibilità reale di costruire una pace duratura, che garantisca sicurezza, diritti e sviluppo a entrambi i popoli. In quest’ottica, parte del programma sarà dedicata all’organizzazione di momenti di confronto diretto con esponenti israeliani e palestinesi, nonché con partiti di sinistra, sindacati e organizzazioni della società civile, per riflettere insieme sul ruolo che le forze progressiste possono e devono assumere nel sostenere il processo di pace.

Un impegno collettivo per affermare la necessità di un linguaggio politico responsabile, di scelte coerenti e di una rinnovata chiarezza nell’azione pubblica rispetto al conflitto.

Il secondo filone riguarda invece la dimensione più culturale e informativa: vogliamo promuovere una conoscenza approfondita del conflitto israelo-palestinese e dei conflitti in Medio Oriente, far conoscere meglio la realtà israeliana e creare spazi di confronto sui temi del crescente antisemitismo – anche a livello locale – e delle semplificazioni ideologiche che ostacolano ogni possibilità di dialogo.

Il programma prevede l’organizzazione di numerosi appuntamenti da settembre a dicembre, tra cui:

Settembre: incontro a Biella sulla socialdemocrazia tedesca e il ruolo degli ebrei tedeschi e polacchi in quell’esperienza, proiezione del film Golda e dibattito, incontro con l’Associazione Aglietta, proiezione con Amnesty del film L’invenzione del colpevole, incontri con Azione Piemonte e Azione Cuneo.

Ottobre: incontro sul tema del genocidio, dibattito con Ha Keillah su guerra e giornalismo, incontri con i sindacati, confronto con Hashomer Hatzair sulla situazione in Israele.

Novembre: incontro con giovani della comunità ebraica, iniziativa pubblica con scrittori israeliani, ciclo webinar sulla situazione in Medio Oriente.

Dicembre: dialogo con l’Università di Torino, incontro con Stati Uniti d’Europa, si cercherà di organizzare un evento con Sharon Nizza, Hamza Howidy e un rappresentante israeliano, ciclo webinar sulla situazione in Medio Oriente.

Inoltre, abbiamo lavorato a un progetto per le scuole superiori incentrato sulla figura di Yitzhak Rabin e sul tema della pace: un laboratorio che propone agli studenti di simulare un negoziato di pace in Medio Oriente, con l’obiettivo di approfondire dinamiche storiche, politiche e relazionali legate al conflitto, farne comprendere la complessità e sviluppare empatia e consapevolezza delle diverse posizioni e parti in causa e per riflettere sul significato della pace e sul ruolo dei giovani nei processi di trasformazione globale. Questo progetto è stato inserito nel Catalogo Regionale per la Scuola a cura del Ce.Se.Di., che viene distribuito all’inizio dell’anno scolastico a tutte le scuole del Piemonte.

Infine, stiamo lavorando ad un ciclo di podcast e webinar intitolato Israele oggi, per dare voce a chi spesso resta ai margini del dibattito pubblico: opposizioni, organizzazioni pacifiste, attivisti e cittadini che ogni giorno lavorano – in Israele e nei territori – per un futuro diverso. Voci che i media faticano a rappresentare, ma che noi vogliamo portare al centro della riflessione pubblica.

In un tempo in cui la complessità viene spesso sacrificata a favore della polarizzazione, il nostro impegno vuole essere un invito alla conoscenza, al dialogo e alla responsabilità: attraverso una comprensione profonda e condivisa possiamo contribuire, anche da qui, alla costruzione di una pace giusta e duratura.

Una riflessione politica sui recenti eventi ai Castelli romani: “stop al massacro, ultimo atto: genocidio”

Aldo Winkler

Non racconterò, ancora una volta, i recenti fatti di cui mia moglie e io, il 3 luglio, siamo stati protagonisti a Monte Porzio Catone, cittadina dei Castelli Romani, presso il circolo locale del Pd, durante un evento dal titolo Stop al Massacro organizzato da Anpi.

La cronaca ha ampiamente diffuso, per relatori, contenuti e modalità di svolgimento, il percorso su cui si è snodato un evento di carattere unilaterale, impropriamente chiamato dibattito, caratterizzato da forti toni antioccidentali, antisionisti e antisemiti. Rimando a questo link per la cronaca di un faticoso pomeriggio trattato anche da “Il Riformista”, “Libero” e “Il Tempo”, a partire dalle note stampa diffuse da NES (Noi Ebrei Socialisti) e Sinistra per Israele.

Poiché al peggio non c’è mai fine, ad Albano Laziale, il 10 luglio, si è inaugurata la “Festa Resistente – viva l’Italia Liberata”, una manifestazione di tre giorni organizzata dall’Anpi, il cui evento inaugurativo aveva come titolo “80 anni di genocidio”, poi modificato, a seguito delle rimostranze di UCEI e Sinistra per Israele, in un possibilmente peggiore “Ultimo atto: genocidio”, che tanto odora di Soluzione Finale. Il tutto, con patrocinio del Comune di Albano Laziale e della Regione Lazio.

Voglio partire, con la mia analisi, proprio con questo evento: perché l’Anpi, ad Albano, inaugura una manifestazione sulla Resistenza e sulla Liberazione con un “dibattito” sui presunti 80 anni di supposto genocidio, anziché parlare della Resistenza ai Castelli Romani, e del ruolo dei partigiani ebrei, quali Pino Levi Cavaglione, che ne fu organizzatore con Marco Moscati, trucidato alle Fosse Ardeatine?

Per questo, desidero uscire dal contesto dei Castelli Romani, per discutere di quanto ormai questi monologhi, più che dibattiti, siano diffusi a livello sempre più capillare, e si svolgano con il preciso intento di sobillare audience sempre più ammaestrate a recepire in maniera acritica la narrazione mainstream del conflitto in corso.

Voglio pertanto stimolare alcune questioni, che credo debbano essere necessariamente affrontate da Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati, per orientare le proprie azioni politiche e culturali.

Una sede del Pd, partito nazionale a vocazione maggioritaria, può permettere che si svolgano presso le proprie sedi eventi di propaganda fortemente antiamericana, diffondendo locandine con mappe notoriamente false sull’evoluzione territoriale della Palestina, ospitando una rappresentante del BDS che inneggia al fallimento anche dei più piccoli negozi che vendono prodotti di presunta provenienza israeliana e intimando di non assumere farmaci se prodotti da multinazionali basate in Israele? Fino a che livello i circoli Pd possono diventare zone franche?

Cosa è diventato l’Anpi? Perché, appena arrivato al circolo Pd di Monte Porzio Catone, senza neppure sapere chi fossi (loro malgrado, se ne sono resi conto dopo), mi hanno proposto una tessera? Entrare nell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani è ormai come fare la tessera del supermercato? Fino a che punto si può stravolgere – banalizzandola nei contenuti fondativi – la missione di una organizzazione che si ritrova a divulgare contenuti pesantemente antistorici e dai titoli roboanti in una manifestazione che dovrebbe parlare di Resistenza? In un evento organizzato dall’Anpi si può sostenere, senza che il rappresentante muova ciglio, che “il sionismo è peggio del nazismo”?

Qual è il livello di mercificazione che si è raggiunto trattando il dramma in corso a Gaza come un pretesto per diffondere visioni antistoriche sull’esistenza, natura e legittimità dello Stato d’Israele, trasformando “Gaza” in una parola magica utilizzata per monopolizzare l’attività di Cgil, Anpi e Pd e realizzare progetti politici di campo largo, fino alla recente inaudita santificazione della rapporteur Francesca Albanese, celebrata tra richieste di Premio Nobel e cittadinanze onorarie, senza entrare nel merito della sua attività e della gestione impropria del proprio ruolo? Gaza, ormai, è marketing di Sinistra, in un’epoca politicamente di tendenza opposta?

Infine, una nota, la più amara, che coinvolge necessariamente le nostre aspettative, come associazione. La militanza in Sinistra per Israele mi è stata di conforto insostituibile, in questa difficile evenienza; ho avuto l’onore, con mia moglie, di parlare e confrontarmi, al telefono e in presenza, con l’Onorevole Picierno, Vicepresidente del Parlamento Europeo, peraltro vittima di indegne pressioni per le sue posizioni nei conflitti sui fronti ucraino e mediorientale.

Da Anpi e Pd, nessun riscontro. Neppure sulle affermazioni violentemente antisemite che mi sono state rivolte in quanto ebreo ashkenazita. All’autorevolezza di Sinistra per Israele, comprovata dalla presenza, nel suo direttivo, di onorevoli e dirigenti di lungo corso del Pd, l’attuale segreteria non ha ritenuto di dover neppure replicare al comunicato stampa, rendendo di fatto questo episodio una piccola vittoria del circolo locale. È arrivato il momento di rivolgersi definitivamente altrove? 

Assemblea della sezione romana di SxI-dpds

Valentina Caracciolo

Oltre due ore di animato dibattito tra gli iscritti di SxI-Due Popoli due Stati della Capitale.

Una cornice inusuale nel cuore della Capitale, la Libreria Eli, snodo socioculturale del quartiere Trieste, ha ospitato l’assemblea degli iscritti di Sinistra per Israele Roma: una quarantina di persone hanno animato un dibattito durato oltre due ore per capire come affrontare insieme un momento politicamente difficile e a tratti anche molto doloroso.

Nel corso dei mesi, Sinistra per Israele-Due popoli due Stati, a Roma e nel Lazio, è cresciuta e si è consolidata, arrivando a contare 149 iscritti, tra i quali Roma fa da capofila. Un percorso contraddistinto dalla promozione del dialogo e del confronto con realtà sociali diverse, dal Partito Democratico cittadino all’Anpi romana, non sempre fruttosi ma sempre comunque positivi nella loro funzione di portare fuori dal proprio alveo le posizioni di SxI e contribuire alla discussione sulla situazione del Medio Oriente in termini più civili, basati sui fatti e non sulle fazioni.

Il contesto mediorientale, la critica all’attuale governo di Israele, l’antisemitismo di ritorno che sta caratterizzando queste settimane, ma soprattutto il rapporto attualmente molto sofferto con i partiti e i movimenti (per esempio Lgbtq+) di sinistra, le iniziative per recuperare questo rapporto e per portare avanti le nostre posizioni, sono stati i punti al centro della discussione, animata e come sempre qualificata e qualificante. Un puzzle di esperienze, personali e politiche di valore inestimabile che trova in Sinistra per Israele, e qui a Roma, un luogo fertile e accogliente per essere raccontato.

In particolare l’esperienza delle ultime settimane di Keshet Italia nell’ambito delle manifestazioni in tutta Italia legate al Pride ha costituito un momento di confronto importante: solo a Napoli Keshet è intervenuta e ha avuto la possibilità di parlare ai partecipanti dal palco; a Roma, il carro – unico a portare la bandiera della Pace – ha partecipato avanzando tra contestazione e protetto da una “scorta”; altrove, nel nostro Paese, come per esempio in Toscana, i Pride sono stati assolutamente inavvicinabili.

La testimonianza, invece, di Aldo Winkler, il racconto della brutta esperienza nel corso di una iniziativa sul Medio Oriente promossa da Anpi e Pd, ha dato uno spaccato della fatica, vera e propria, che caratterizza questi giorni drammatici quando si cerca di portare una voce diversa, che possa integrare il racconto della situazione con un punto di vista ‘altro’. Abbiamo toccato con mano cosa vuol dire quando una intera comunità, quella degli israeliani e degli ebrei in generale, viene chiamata a rispondere in prima persona delle responsabilità di un governo pro tempore.

Testimonianza di vita, ma anche e soprattutto iniziativa politica. Con la ripresa a pieno ritmo delle attività dopo la pausa estiva saranno portate avanti le iniziative proposte dal direttivo di SxI.

Innanzitutto un incontro sul tema dell’antisemitismo: contatti sono stati già presi con Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ed è stata unanimemente accolta la proposta di affiancarle un’altra voce, politica o anche della società civile.

E poi gli altri due temi che hanno appassionato nel corso della riunione: iniziativa sul rapporto con il movimento Lgbtq+, e uno o più incontri per affrontare il problema del rapporto tra la sinistra politica e sociale e il conflitto mediorientale.

Tanta carne al fuoco, e il consueto impegno per i prossimi mesi.

Saul Meghnagi

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di Sinistra per Israele.

Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.

Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

L’ultimo libro di Yascha Mounk, La trappola identitaria (Feltrinelli, Milano, 2024, ed or. 2023), prosegue l’esame avviato su un processo culturale che pone al centro dell’analisi sociale le varie diversità – di genere, di religione, di orientamento sessuale, di colore della pelle o altro – arrivando a quella che viene chiamata “la sintesi identitaria”.

“…I sostenitori della sintesi identitaria – scrive Mounk – rigettano valori universali e regole neutre come la libertà di parola e le pari opportunità, considerandoli come semplici distrazioni che mirano a nascondere e perpetuare l’emarginazione delle minoranze. Secondo loro, tentare di progredire verso una società più giusta raddoppiando gli sforzi per tenere fede a tali ideali è solo una perdita di tempo. Per questo puntano sulle varie forme di identità di gruppo, insistendo per metterle al centro sia della nostra visione del mondo sia della nostra percezione di come bisognerebbe agire al suo interno” (ibid. p. 19).

Da ciò, il rifiuto di ogni visione universalistica e la presunzione di riconoscere che possiamo capire il mondo solo osservandolo – innanzitutto e principalmente – attraverso il prisma di categorie identitarie e della lente del potere di cui gode ciascuno in base ai rispettivi gruppi identitari di appartenenza. Tale approccio, tipico del populismo di destra – oggetto da lungo tempo degli studi dell’autore – trasforma una corretta coscienza dell’esistenza di molte disuguaglianze, in una separazione tra culture e gruppi rinunciando alla ricerca di valori comuni come condizione per una convivenza civile e democratica.

È questo l’epilogo di un ragionamento avviato dallo studioso solo qualche anno fa con un suo precedente libro (Il grande esperimento, Feltrinelli, Milano, 2022) con cui pone, già nel sottotitolo, una domanda di cogente attualità: “Etnie e religioni minacciano la democrazia?”.

Questo precedente lavoro parte dalla constatazione che mai, nella storia, una democrazia sia riuscita a essere inclusiva delle diversità, garantendo gli stessi diritti a membri di gruppi etnici, religiosi, culturali differenti. Questo è l’esperimento che si pone per i futuro – data anche la mobilità geografica di ampie fasce di popolazione – ai fini di una inedita forma di democrazia inclusiva che comporta impegno, costi, analisi, compromessi necessari a soddisfare esigenze che possono confliggere e tra le quali bisognerà trovare un equilibrio.

In Italia, l’ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2024 (Censis, Roma, 2025) documenta come sia cresciuta la presenza nel Paese di stranieri extracomunitari, come, in alcune aree, la presenza, nella scuola dell’obbligo di figli di almeno un genitore straniero raggiunga un terzo circa degli allievi, come si ponga con urgenza la necessità di ragionare su come operare per il rispetto delle regole democratiche da parte degli attuali e dei futuri cittadini.

Il problema si pone anche in relazione con il conflitto mediorientale che ha dato vita a un dibattito nel quale emergono tratti di razzismo, antisemitismo e intolleranza, in una confusione di linguaggi, di uso distorto di termini quali apartheid o genocidio, di reinterpretazione politicamente viziata della storia, remota e recente, di appello alla religione e alle appartenenze identitarie come chiave di lettura della realtà. Su questi temi è importante sviluppare un’analisi dedicata.

L’esperimento prefigurato da Mounk è in corso e la “trappola identitaria” da lui indicata appare come una minaccia. L’analisi politica deve per questo riprendere i temi – egregiamente fissati dalla nostra Costituzione – sulla lotta alla disuguaglianza e al rispetto delle diversità nel quadro di una democrazia laica. Tale ultimo tema appare anche per questo una chiave concettuale per un confronto serio sul nostro futuro nel nostro e in molti altri paesi.

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Simone Santucci

Si ringrazia Radio radicale per la collaborazione
nell’aiutare 
a far conoscere la Newsletter di SxI 

Il cortocircuito dell’informazione a Gaza
Victor Magiar
(Huffington post, 5.7.25)

Videointervista al filosofo palestinese Nusseibeh
(Corriere della sera, 8.7.25)

Intervista all’ex premier Barak
(Corriere della sera, 9.7.25)

Omer Bartov su Gaza
(New York Times, 15.7.25)

Intervista a Emanuele Fiano
(Il Foglio, 16.7.25)

L’uovo e la gallina l’antisemitismo le comunità ebraiche e il che fare mancante
Anna Segre
(vivevoci, 18.7.25)

Intervista ad Emanuele Fiano sull’adesione di Sinistra per Israele all’appello di 25 Paesi
(Radio radicale 22.7.25)

Canti in ebraico, 47 ragazzini espulsi da un volo Vueling
(Corriere della Sera 24.7.25)

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