Non rassegnarsi alla guerra infinita

dalla Newsletter n°14 – Luglio 2025

 

Nonostante da ogni parte del mondo si moltiplichino gli appelli a fermare le armi, le guerre in Medio Oriente continuano con il loro carico di lutti, distruzioni e dolore.

Continua la guerra di Gaza dove lo scontro tra l’esercito israeliano e le milizie di Hamas prosegue senza sosta provocando ogni giorno vittime innocenti e non risparmiando luoghi di solidarietà e sostegno alla popolazione come la chiesa della Sacra famiglia, centri di distribuzione alimentare, presidi sanitari. Una strategia di guerra permanente – “fino all’ultimo miliziano di Hamas” ha dichiarato il ministro della difesa israeliano – che è apertamente contestata da una parte consistente della società israeliana – inclusi esponenti autorevoli del Likud come l’ex Primo Ministro Olmert – che denunciano l’isolamento internazionale in cui Netanyahu ha precipitato il Paese.

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Continua in Cisgiordania lo stillicidio di violenze provocate da settori estremisti dei settlers che, spalleggiati dai ministri più oltranzisti del governo, perseguono una strategia di espulsione dei palestinesi dai loro villaggi.

Si è riaccesa la guerra sul fronte siriano, dove gli aspri scontri tra la popolazione drusa e l’esercito di Damasco hanno spinto Israele a intervenire, rafforzando l’occupazione delle colline del Golan.

Dopo i bombardamenti israeliani e americani sui siti nucleari iraniani, vige un’aura di inquieta sospensione di ostilità, subordinata ai comportamenti di Teheran. E infine permane l’azione destabilizzante degli Houti yemeniti con attacchi a Israele e ai convogli navali nello stretto di Hormuz.

E in questo contesto drammatico si consuma ogni giorno di più la tragedia degli ostaggi nelle mani di Hamas sottoposti a terribili condizioni di prigionia.

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Uno scenario che i molti round negoziali promossi da Stati Uniti, Qatar, Egitto non hanno modificato, non essendosi individuato fino ad oggi il punto di compromesso per un cessate il fuoco. Israele chiede che Hamas cessi ogni attività e lasci la striscia di Gaza. E all’opposto Hamas non intende lasciarla.

E al di là di un cessate il fuoco – che peraltro a oggi non c’è ancora – non si vedono all’orizzonte soluzioni né per l’amministrazione di Gaza, né per una soluzione di pace condivisa. Il governo Netanyahu non ha alcuna intenzione di riconoscere il diritto palestinese ad una patria. Anzi si sono moltiplicate le dichiarazioni di esponenti governativi che preconizzano il controllo diretto e totale di Israele sulla striscia di Gaza e l’annessione allo Stato di Israele della Cisgiordania, riconoscendo al massimo ai palestinesi ridotte enclave territoriali autogestite sul modello dei bantustan realizzati a suo tempo dal regime bianco in Sudafrica. Un’ipotesi che liquiderebbe in Cisgiordania gli assetti successivi agli Accordi di Oslo e segnerebbe la fine o comunque la totale emarginazione dell’Autorità Nazionale Palestinese.

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Pare andare in questa direzione anche la proposta avanzata nelle ultime settimane da un gruppo di emiri del sud della Cisgiordania per la creazione di un “Emirato palestinese” pronto a riconoscere Israele a sottoscrivere un’intesa analoga agli Accordi di Abramo. Una proposta elaborata con personalità israeliane – in particolare con il sindaco di Gerusalemme – senza tuttavia che ad oggi si sappia se condivisa da Arabia Saudita, Egitto e Giordania, attori essenziali per costruire un percorso di stabilità e di pace nella regione.

Pesa anche il carattere ondivago dell’amministrazione Trump che, attraverso i suoi inviati, incoraggia la ricerca di un accordo di cessate il fuoco senza tuttavia esercitare alcuna pressione su Netanyahu perché ad un accordo si predisponga e anzi avallando i progetti di trasferimento forzato di parte della popolazione palestinese in Paesi terzi.

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Insomma: una drammatica condizione di stallo in cui l’unico fatto certo è il proseguimento di una guerra che ogni giorno di più scava un solco profondo di odio, rancore, desiderio di vendetta, rendendo sempre più difficile agire per una soluzione di convivenza di due Stati per due popoli.

Uno scenario che provoca conseguenze non meno gravi e drammatiche nelle opinioni pubbliche di ogni Paese, dove l’indignazione per la politica di Netanyahu si traduce nella diffusione di pulsioni antiebraiche, negazione dei diritti di Israele, identificazione della società israeliana con il governo Netanyahu, colpevolizzazione di ogni ebreo ovunque viva nel mondo in una crescente e allarmante deriva di episodi antisemiti.

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Nonostante tutto ciò sarebbe colpevole e miope rassegnarsi ad un conflitto infinito. C’è un Israele democratica che si batte ogni giorno contro le politiche di Netanyahu e che va sostenuta con molta più determinazione di quanto si sia fatto fino ad oggi. Anche in campo palestinese si levano voci che, a rischio della vita, denunciano il regime oppressivo e sanguinario di Hamas. E vi è la necessità di contrastare nei nostri Paesi discorsi di odio che alimentano visioni manichee, pregiudizi, intolleranza e violenza. Chi davvero crede ad una soluzione di pace fondata sul riconoscimento dei diritti di due popoli – soluzione fin ad oggi evocata con la formula Due popoli, Due Stati – ha il dovere di agire senza remore e con determinazione per fermare il crepitare delle armi, riportare gli ostaggi alle loro famiglie e riaprire la strada ad un progetto – certo non semplice, ma ineludibile – di convivenza e di condivisione tra genti che vivono sulla stessa terra.

 

(L’articolo tiene conto di fatti e eventi accaduti fino al 20 luglio 2025)