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Editoriale
Saluto ai lettori
Victor Magiar
Analisi e commenti
IN ISRAELE
Lo sciopero contro la guerra
Intervista a Omer Lubaton Granot, del partito I Democratici
Marco Pierini
Ho combattuto a Gaza. Ecco perché non tornerei indietro
La scelta del capitano della Riserva dell’IDF, membro di “Soldati per gli ostaggi”
Yotam Vilk
Dal gas alla pace?
L’accordo storico tra Israele ed Egitto e la sfida per il Medio Oriente
Alessio Aringoli
RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI PALESTINA
Sì, per rilanciare la prospettiva dei due Stati
Maurizio Melani
Sì, ma non ora
Giampiero Massolo
Sì, come parte di una piattaforma di pace
Piero Fassino
RELIGIONI PER LA PACE
Intervista al Cardinale Matteo Maria Zuppi
Alessio Aringoli, Victor Magiar
Intervista al presidente Dario Disegni
Ludovica De Benedetti
Intervista all’Imam Idris Abd al Razzaq Bergia
Ludovica De Benedetti
Il testo della Dichiarazione di Bologna
Il testo del Tavolo della Speranza di Torino
Il testo dell’Appello alle Istituzioni Italiane, ai cittadini e ai credenti in Italia
Dall’Associazione
Roma In ricordo di Guido Laj
Valentina Caracciolo
Letture e Riletture
“…da dove arrivano gli ebrei israeliani?
Saul Meghnagi
Rassegna stampa
Redazione
Contatti

Saluto ai lettori
Victor Magiar
Con questo numero ha inizio la mia direzione della Newsletter di Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati di cui ho curato sin dalla sua fondazione l’impaginazione, l’editing, la diffusione e la pubblicazione sul sito.
Confido di affrontare questo nuovo carico di lavoro con la solita dedizione, mia e dell’intera redazione della Newsletter, proponendo contenuti originali ai nostri oltre duemila ostinati lettori ai quali chiediamo però di darci una mano segnalandoci i propri commenti.
La nostra Newsletter non è certo in competizione con il sistema dei media o con il mondo dei social, in un’epoca in cui veniamo sommersi da una quantità esasperante di informazioni, date ad una velocità supersonica, spesso incomplete, manipolate, faziose e, soprattutto, superficiali.
La nostra missione, semplice ed onesta, è quella di fornire strumenti di riflessione e di approfondimento per permettere a noi stessi e ai nostri lettori la possibilità di formare liberamente un’opinione libera, realistica, accurata.
Del resto il nostro impegno, sia come Newsletter che come “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, è in definitiva un impegno contro la superficialità, il manicheismo, il pregiudizio.
Mentre redigiamo questo numero della newsletter in Medio Oriente i conflitti non si arrestano, si moltiplicano episodi drammatici, e in Israele sono sempre più numerose le manifestazioni di protesta contro il Governo ed è sempre più evidente l’attrito fra il Governo e l’IDF.
In Italia invece, e tristemente, si moltiplicano stravaganti azioni e iniziative nel segno del pregiudizio antiisraeliano e antiebraico, ma anche iniziative che lasciano sperare e che mostrano che c’è chi ancora lavora per la comprensione, per il dialogo, e per la ricerca di soluzioni.
Anche per questo abbiamo scelto, per questo numero, di focalizzare la nostra attenzione su tre questioni importanti che meritano considerazione e riflessione:
1
il moltiplicarsi delle manifestazioni popolari in Israele contro le scelte del governo Netanyahu, fenomeno piuttosto trascurato o sottovalutato dal sistema dei media e dalla politica italiana: abbiamo quindi raccolto le voci di Omer Lubaton Granot, del partito I Democratici, e quella di Yotam Vilk, capitano della Riserva dell’IDF e membro dell’organizzazione “Soldati per gli ostaggi”. Abbiamo poi segnalato un evento in controtendenza, ovvero l’accordo storico sul gas tra Israele ed Egitto.
2
il dibattito sull’opportunità di riconoscere ora lo Stato di Palestina: lo abbiamo fatto raccogliendo tre diversi ed autorevoli punti di vista, ovvero quelli dell’ambasciatore Maurizio Melani, dell’ambasciatore Giampiero Massolo e di Piero Fassino
3
l’azione di diverse istituzioni religiose che hanno espresso documenti unitari importanti volti a superare letture e comportamenti polarizzanti e faziosi, per dimostrare la possibilità di un dialogo onesto e produttivo, impegno culminato poi in un documento firmato da CEI, COREIS, CICdI, UCEI e UCOII.
Abbiamo quindi intervistato il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che ha condiviso con Daniele De Paz, presidente della Comunità ebraica di Bologna, la dichiarazione “Fermi tutti”; abbiamo poi raccolto le voci di due protagonisti del documento torinese “Tavolo della Speranza”, ovvero quelle di Dario Disegni, Presidente della Comunità Ebraica di Torino e dell’Imam Idris Abd al Razzaq Bergia, Responsabile della COREIS del Piemonte.
Infine, in questo mese la nostra piccola comunità è stata colpita da una grave perdita, ovvero dalla scomparsa di Guido Laj, che è stato, fra l’altro coordinatore e tesoriere della sezione romana di SxI. Lo ricordiamo con un testo breve e sobrio e con una bella iniziativa a cui tutti potranno partecipare.
Guido si è da sempre dedicato a sostenere e a spiegare le ragioni di Israele e a coltivare la speranza di una pace giusta in Medio Oriente.
Questo numero è dedicato a Guido Laj, amico e compagno che per anni si è contraddistinto per il suo equilibrio, per la sua passione e per il suo profondo senso di giustizia.
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IN ISRAELE
Lo sciopero contro la guerra
intervista a Omer Lubaton Granot
Marco Pierini
Omer Lubaton Granot è il Direttore generale del partito “I Democratici”: gli abbiamo chiesto la sua valutazione delle proteste di massa del 17 agosto contro la guerra prolungata a Gaza e per la liberazione degli ostaggi.
Omer, qual è stata la portata dell’evento e qual era la sua piattaforma?
Le proteste che abbiamo visto la scorsa settimana – senza precedenti in tempo di guerra – riflettono innanzitutto una profonda frattura di fiducia tra ampie fasce dell’opinione pubblica israeliana e l’attuale governo, che è estremamente impopolare e non dispone attualmente di una maggioranza in parlamento. La protesta e lo sciopero di domenica sono stati imponenti e hanno riunito varie organizzazioni della società civile. Il loro denominatore comune è la convinzione che il governo non abbia la legittimità per continuare questa guerra e manchi della volontà di riportare a casa i nostri ostaggi.
I Democratici sono stati attivamente coinvolti nel movimento di protesta. Perché avete deciso di unirvi allo sciopero e qual è la vostra critica al governo Netanyahu?
Sebbene sia essenziale capire che le proteste sono guidate da semplici cittadini e non da politici, riteniamo nostro dovere sostenere i manifestanti e stare al loro fianco in ogni modo possibile, dando voce alle loro richieste alla Knesset o usando l’immunità parlamentare per proteggere i dimostranti dalla violenza della polizia sul campo. La nostra critica al governo più radicale e pericoloso nella storia di Israele è totale. Soprattutto, il governo ha fallito nella sua responsabilità più elementare di proteggere i confini di Israele e deve farsi da parte. La gestione tragica della guerra e l’incapacità di trasformare successi militari, ottenuti a caro prezzo, in vantaggi diplomatici non hanno fatto che rafforzare questa esigenza.
Netanyahu si rappresenta come “l’uomo della sicurezza”. Qual è la vostra posizione su questo tema? Come mantenere il carattere ebraico e democratico di Israele garantendo al tempo stesso la sua sicurezza contro tutte le minacce?
Essere allo stesso tempo un Paese ebraico e democratico è un presupposto per essere un Paese prospero e sicuro. La storia ha dimostrato la resilienza delle democrazie liberali. E non solo la storia: è stato evidente anche con la superiorità tecnologica che Israele ha dimostrato nei 12 giorni di combattimenti contro l’Iran, una superiorità costruita sulle fondamenta della nostra democrazia liberale. Se dovessimo perdere i nostri valori, compresa la nostra identità ebraica, il nostro futuro non sarebbe sicuro.
Con la guerra a Gaza ancora in corso, molti ostaggi ancora prigionieri e l’aumento della violenza dei Hilltop Youth in Cisgiordania, qual è la vostra idea sul futuro governo di Gaza e vedete la possibilità di avviare un nuovo percorso di riconciliazione con i palestinesi?
Dobbiamo garantire la liberazione di tutti i nostri ostaggi e porre fine a questa guerra. Hamas deve essere escluso da qualsiasi ruolo futuro negli affari palestinesi attraverso uno sforzo sostenuto a livello regionale che dia forza a una leadership pragmatica e locale in grado di prenderne il posto. Una stabilità regionale duratura dipende anche da sforzi congiunti per ricostruire Gaza, ripristinare le comunità israeliane del sud e del nord e rilanciare il dialogo politico che possa portare, in ultima istanza, a separare israeliani e palestinesi in due entità politiche distinte. Non sarà facile, soprattutto alla luce del trauma molto reale che Israele ha subito il 7 ottobre e continua a vivere; tuttavia, non esiste alternativa.
Cosa vi aspettate dalle forze progressiste e liberali in Italia, in Europa e in Occidente? Come potrebbero aiutarvi nella vostra lotta?
Una delle tattiche usate dal governo Netanyahu per deviare le critiche interne in mezzo all’attuale crisi diplomatica è quella di sostenere che la comunità internazionale voglia danneggiare Israele, e che Israele sia impotente per fermarla. Di conseguenza, molti israeliani si sono sentiti alienati dalle forze liberali di tutto il mondo. Vi invito a intrattenere conversazioni dirette e amichevoli con l’opinione pubblica israeliana per contrastare questa narrazione e rafforzare ulteriormente i nostri legami basati sui valori, così da costruire solidi rapporti politici tra i nostri partiti fratelli, all’interno della nostra famiglia politica globale.

Ho combattuto a Gaza.
Ecco perché non tornerei indietro
Yotam Vilk

Yotam Vilk, è un capitano della Riserva dell’IDF, membro di “Soldati per gli ostaggi”, organizzazione di veterani che hanno prestato servizio a Gaza e si rifiutano di tornarci
Il 7 ottobre 2023, quando la portata del massacro di Hamas in Israele divenne chiara, entrammo in guerra. Il dolore per noi militari era insopportabile. La sensazione di non essere riusciti a proteggere i nostri cari mi consumava. Alimentati dalla rabbia e dal senso di colpa, entrammo in guerra contro un’organizzazione terroristica spietata che mostrava con brutale chiarezza la profondità della sua crudeltà.
Ho combattuto a Gaza per un anno, prima come comandante di plotone carri armati e poi come vice del comandante della mia compagnia. Ho guidato manovre di terra all’interno della Striscia di Gaza, ho conquistato roccaforti di Hamas e ho contribuito a smantellare i tunnel, i depositi di armi e i posti di comando del gruppo. Giorno dopo giorno, spinto dal dovere, mi sono confrontato con la cruda realtà della guerra: morte e distruzione a distanza ravvicinata, il peso di decisioni irreversibili, la costante richiesta di agire con lucidità sotto il fuoco nemico.
Col passare del tempo, emerse un’altra dura verità: il nostro stesso Stato aveva perso la strada. Se eravamo andati in guerra il 7 ottobre per salvare ciò che ci era più caro, mi fu presto chiaro che stavamo combattendo perché i nostri leader non avevano mai pianificato di fermarsi. Era una guerra condotta da populisti nazionalisti che si rifiutavano di pagare il prezzo politico necessario per prendere le decisioni necessarie a porre fine alla guerra, e pretendevano invece che noi, soldati, ostaggi e palestinesi, lo pagassimo con il sangue.
Gaza è diventata una zona senza legge, con scarsa supervisione militare efficace e quasi nessuna responsabilità personale per i soldati. Siamo arrivati a combattere una guerra senza una scadenza, senza obiettivi raggiungibili, senza una strategia di uscita: uno status quo che mina l’idea di uno stato moderno.
Il 9 ottobre 2024, un gruppo di soldati delle Forze di Difesa Israeliane, me compreso, ha pubblicato una lettera pubblica in cui dichiarava che il nostro servizio era diventato insostenibile alla luce della politica israeliana a Gaza e delle crescenti prove che il governo stava deliberatamente sabotando un accordo per gli ostaggi. Il mio comandante di brigata mi ha immediatamente sospeso dalla mia unità, nonostante le proteste dei soldati a me subordinati.
Oggi, mentre il governo invita decine di migliaia di riservisti a partecipare alla crudele rioccupazione di Gaza City, imploro i miei commilitoni: rifiutatevi di presentarvi. Migliaia di loro hanno già smesso di presentarsi. Alcuni sono stati mandati in prigione. Molti rimangono in silenzio. Questo è il momento di parlare. È vostro dovere.
Chiunque abbia a cuore il futuro di Israele deve capire che la posta in gioco non sono solo vite umane, ma anche l’idea stessa di Israele. Se continuiamo su questa strada e prendiamo il controllo permanente di Gaza, nulla rimarrà della fragile visione di democrazia liberale che un tempo caratterizzava questo Stato. Sotto un governo nazionalista-populista sconsiderato che nega i limiti del proprio potere, Israele non ha un futuro sostenibile. Chiunque ami Israele, un Paese che un tempo sapeva come sopravvivere all’impossibile, deve fare tutto il possibile per allontanarci da questa rotta di collisione.
Il rifiuto pubblico del servizio militare è un atto quasi impensabile nella società israeliana, dato il ruolo centrale dell’esercito nella nostra identità nazionale e il modo in cui plasma chi siamo come individui. Ma la mia convinzione è fondamentale per qualsiasi democrazia: il potere militare è uno strumento importante, ma pericoloso. È concepito per servire obiettivi politici, non per sostituirli. Nel momento in cui la forza diventa fine a sé stessa, porta solo distruzione.
Il piano di rioccupare Gaza City non è una mossa militare ponderata, ma il sintomo della dipendenza dall’occupazione da parte di un governo che sa solo distruggere, non costruire.
L’annuncio del Primo Ministro Benjamin Netanyahu della scorsa settimana sul ritorno della delegazione israeliana al tavolo dei negoziati rientrava in uno schema familiare. Ogni volta che le proteste pubbliche si intensificano, Netanyahu annuncia progressi o un ritorno ai colloqui, solo per poi lasciare che il processo fallisca di nuovo. La vera domanda è perché Israele abbandoni il tavolo dei negoziati. Perché ci lasciamo guidare invece di guidare?
Il governo israeliano continua a vendere all’opinione pubblica un obiettivo vano –la “vittoria totale” come se si trattasse di strategia piuttosto che di marketing. Chiunque abbia gli occhi aperti sa che è una bugia. Hamas, come organizzazione di governo o militare, è stata sconfitta da tempo; scommetto che ogni alto funzionario della sicurezza lo sa. La maggior parte degli israeliani, tra cui molti soldati in servizio attivo, si oppone a questa condotta sconsiderata, incluso il capo di stato maggiore delle IDF, che ha apertamente espresso la sua opposizione alla rioccupazione di Gaza.
È chiaro a tutti che questa guerra si concluderà con un accordo. Ogni ritardo comporta più vittime, maggiori probabilità che gli ostaggi non tornino vivi e un’ulteriore erosione della posizione di Israele presso mediatori e partner internazionali.
Contro questo populismo, contro un governo senza un mandato morale o politico per guidare Israele, solo la protesta pubblica – soprattutto da parte dei riservisti militari – può contribuire a forzare un cambio di rotta. Momenti di crisi nazionale hanno dato origine a movimenti di rifiuto che alla fine hanno contribuito a spingere le società ad affrontare politiche disastrose. Dimostrano che solo coloro che sono disposti a pagare un prezzo personale per smascherare la menzogna possono davvero lottare per la verità. È già successo in Israele, durante la guerra del Libano del 1982 e la seconda Intifada del 2000-2005, e negli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam. I ministri non pagano alcun prezzo. Noi, i soldati, e tanti altri, paghiamo.
Sono sionista. Israele ha il diritto di respingere i suoi antagonisti. Non sono un pacifista e non mi pento di aver combattuto. Ma proprio per questo motivo, ora capisco questo: essere coraggiosi oggi significa fermarsi, dire: “Basta”. Con oltre 60.000 palestinesi, per lo più civili, morti secondo le autorità sanitarie di Gaza, e la crescente carestia nel territorio, con gli ostaggi israeliani che languiscono da quasi due anni, questa guerra ha oltrepassato ogni limite. Non c’è più alcun obiettivo che valga la pena raggiungere prolungando la guerra.
Ogni sionista che crede in uno Stato ebraico e democratico, ogni cittadino che crede nei valori per i quali abbiamo combattuto, deve comprendere che la responsabilità è nelle nostre mani. Ora è il momento di dire no alla cooperazione. No al consenso silenzioso. Rifiutarsi di servire non è tradire lo Stato. Rifiutarsi è l’unico modo per salvarlo.
Questo pezzo donatoci da Yotam Vilk è stato pubblicato anche su The New York Times.

Dal gas alla pace?
L’accordo storico tra Israele ed Egitto e la sfida per il Medio Oriente
Alessio Aringoli
Nei primi giorni di agosto 2025, Israele e l’Egitto hanno siglato un accordo storico nel settore energetico, destinato a diventare il più importante nella storia delle esportazioni israeliane. La compagnia NewMed Energy, partner del giacimento di gas Leviathan al largo della costa israeliana, ha annunciato un’intesa del valore di circa 35 miliardi di dollari, che prevede la fornitura totale di 130 miliardi di metri cubi di gas a partire dal 2026 fino al 2040. Le prime consegne – circa 20 miliardi di metri cubi – sono previste già nella prima metà del 2026, tramite importatori egiziani (tra cui Blue Ocean Energy), seguite da ulteriori 110 miliardi di metri cubi una volta completate l’espansione del Leviathan e la nuova pipeline via Nitzana-Egitto.
Questo accordo rappresenta un rafforzamento netto rispetto al precedente contratto del 2019, che prevedeva solo 60 miliardi di metri cubi nel corso dei primi anni (di cui già 23,5 consegnati). Con la nuova intesa, Israele triplicherà le sue esportazioni di gas entro il 2028, destinando il 60% della produzione del giacimento Leviathan all’export, mentre l’accordo prevede di mantenere il restante 40% vincolato al mercato interno e a clienti regionali (la Giordania, essenzialmente) fino al 2035.
Leviathan, con riserve stimate intorno a 600 miliardi di metri cubi, diventerà così un asset cruciale per la sicurezza energetica regionale e assicurerà la sua operatività almeno fino al 2064.
Per l’Egitto, il gas israeliano significa forniture stabili per le centrali elettriche e un impulso decisivo al suo ruolo di hub regionale del GNL (gas naturale liquefatto), con benefici economici rilevanti rispetto all’importazione via GNL estero.
Tuttavia l’accordo non ha mancato di suscitare reazioni critiche. Alcune voci, come quella dell’ex ministro del lavoro Kamal Abu Eita, hanno denunciato la cooperazione energetica con Israele proprio nel contesto dell’offensiva israeliana su Gaza, definita “genocidio” da parte del presidente Sisi in più occasioni, e hanno minacciato di perseguire legalmente i firmatari del deal. Esiste un dibattito sul rischio di “dipendenza energetica” da Israele, che potrebbe comportare ricatti o pressioni politiche.
Eppure, al di là delle reazioni, questo accordo è l’evidenza concreta della crescente cooperazione energetica tra Israele e stati arabi. Esso si inscrive all’interno di un quadro più ampio di integrazione che vede Israele non più isolato, ma parte rilevante in una rete regionale di collaborazioni strategiche, in settori chiave come energia, economia, tecnologia e, potenzialmente, sicurezza e diplomazia.
La cooperazione con l’Egitto, in particolare, rappresenta una via concreta verso la costruzione di fiducia reciproca, base indispensabile per affrontare la questione palestinese. Il raggiungimento di una pace duratura in Medio Oriente richiede che Israele sia pienamente integrato nel tessuto politico ed economico della regione.
La recente Dichiarazione di New York con la quale, col sostegno europeo, per la prima volta finalmente unanimemente la Lega Araba ha condannato il 7 Ottobre e insieme ha chiesto che Hamas consegni le armi, liberi gli ostaggi e rinunci al controllo di Gaza, chiedendo a sua volta a Israele di accettare di riprendere il percorso verso i Due Stati, costituisce la cornice e la piattaforma in cui questo processo di integrazione di Israele nel Medio Oriente potrebbe compiersi superando la terribile guerra in corso a Gaza.
Eppure, il governo Netanyahu sembra ignorare questa chance storica. Invece di cavalcare e promuovere questo slancio verso la normalizzazione e la pace, l’attuale esecutivo – dominato da ideologie e politiche estremiste – appare impegnato a sabotare le stesse condizioni che rendono possibili questi avanzamenti, irrigidendosi su scelte che spingono Israele verso l’isolamento.
In conclusione, l’accordo energetico Israele-Egitto non è solo un affare commerciale: è un simbolo di potenzialità politiche, una finestra verso una nuova era di integrazione arabo-israeliana e una possibile pietra miliare per la pace. Serve ora più che mai un governo in Israele che colga davvero il potenziale civile, politico e strategico di questa occasione storica.

RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI PALESTINA
Voci a confronto
Victor Magiar
Questa estate ha avuto inizio una forte azione diplomatica che, a partire dalla Francia, ha progressivamente coinvolto altre democrazie occidentali e volta a sancire, nel mese di settembre, un riconoscimento dello Stato di Palestina, seppure “condizionato” e simbolico, con lo scopo non tanto velato di creare un contenimento all’azione del governo guidato da Netanyahu.
Anche nel nostro Paese, in realtà già da molti mesi, diverse forze politiche e diverse personalità hanno sostenuto la necessità di un immediato riconoscimento dello Stato di Palestina, non ponendo particolari condizioni. In questo solco va considerata anche la lettera sottoscritta da 40 ex ambasciatori e diplomatici italiani e inviata alla premier Giorgia Meloni.
Altri opinionisti o diplomatici hanno invece espresso l’opinione che tale riconoscimento non andrebbe fatto subito, perché rischierebbe di privare la comunità internazionale di un importante strumento negoziale.
Per raccogliere qui un valido ventaglio di opinioni ci siamo rivolti a Piero Fassino e a due ex diplomatici, l’ambasciatore Maurizio Melani e l’ambasciatore Giampiero Massolo

RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI PALESTINA
Sì, per rilanciare la prospettiva dei due Stati
Maurizio Melani

Maurizio Melani, professore Straordinario di Relazioni Internazionali alla Link Campus University e docente presso altre istituzioni di alta formazione, è stato ambasciatore in Medio Oriente e altrove, Direttore Generale per l’Africa, Rappresentante italiano nel Comitato Politico e di Sicurezza dell’Unione Europea, Direttore Generale per la promozione del sistema paese
Alla fine del mese scorso, assieme a numerosi miei colleghi non più in servizio che erano stati ai vertici della diplomazia italiana, avevo sottoscritto una lettera aperta alla Presidente del Consiglio nella quale, di fronte agli eventi in corso a Gaza e in Cisgiordania, si prospettavano misure da adottare per favorire, contribuendovi, iniziative della comunità internazionale per il rilancio della prospettiva Due Popoli Due Stati.
Tale lettera, che non sottaceva certo l’orrore del 7 ottobre e il diritto di Israele all’autodifesa, era precedente alle ultime decisioni dell’attuale Governo israeliano dirette a impedire attraverso ulteriori fatti compiuti sul terreno tale soluzione, coerentemente con quanto ripetutamente affermato da quel Governo malgrado l’opposizione crescente di israeliani e di ebrei della diaspora. Era anche precedente all’intensificazione in tale contesto delle violenze con vittime in continuo aumento, delle distruzioni, dei soprusi e degli ostacoli alla distribuzione degli aiuti alimentari di fronte ad una carestia sempre più grave. Comportamenti che anche Sinistra per Israele ha fermamente condannato.
Tra le misure prospettate, oltre a quelle proposte al Consiglio Europeo dall’Alta Rappresentante dell’UE per la politica estera Kaja Kallas e dalla Commissione, nonché dai Democratici e Socialisti assieme ad altre forze politiche nel Parlamento Europeo, vi era il riconoscimento dello Stato di Palestina che diventa oggi ancora più opportuno, dal punto di vista mio e dei firmatari della lettera, di fronte alla negazione della soluzione dei Due Stati da parte del Governo israeliano con ulteriori azioni concrete, rivendicate come definitive da quel Governo.
Non possiamo rassegnarci all’accantonamento di tale soluzione che tutte le prese di posizione della nostra associazione considerano essere la sola in grado di assicurare, con opportune ed efficaci garanzie internazionali, un futuro di pace ad Israele e di collaborazione con i suoi vicini per lo sviluppo e la prosperità di tutti i popoli della regione. È quindi opportuno riaffermarlo con un atto politico diretto anche a rafforzare l’Autorità Nazionale Palestinese rispetto ad Hamas che, come l’attuale Governo israeliano, non vuole quella soluzione.
Sappiamo che l’effettiva realizzazione di uno Stato palestinese libero e sovrano entro i confini del 1967 con eventuali aggiustamenti concordati tra le parti per garantire la sicurezza reciproca è resa ancora più lontana dalla decisione di nuovi consistenti insediamenti, illegali per il diritto internazionale, contigui a Gerusalemme Est, esplicitamente diretti ad impedire quella che è la nostra ragione sociale, nonché dalla rioccupazione di Gaza e dai programmi di espulsione della sua popolazione.
Viene obiettato che secondo il diritto internazionale consuetudinario mancherebbero alla Palestina i requisiti di uno Stato, e cioè l’esistenza di un popolo, che invece è ben presente anche se i suoi diritti all’autodeterminazione sono attualmente negati dal Governo di un altro Stato, di confini, che per le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per l’Unione Europea e per la Lega Araba sono quelli sopraindicati, e dell’effettivo controllo su un territorio entro quei confini, anch’esso impedito con la forza e con atti illegali dal Governo di un altro Stato.
Viene inoltre osservato che il riconoscimento può aver luogo soltanto al termine di un processo negoziale diretto alla effettiva costituzione dello Stato palestinese. Contro questo auspicato processo negoziale non vi sono obiezioni di alcuno, con l’eccezione del Governo israeliano che non ne vuole l’avvio e, diversamente da quelle che l’hanno preceduta, dell’attuale Amministrazione americana sia pure con le ambiguità e le contraddizioni che la caratterizzano. A fronte di tale obiezione va detto che il riconoscimento prospettato è proprio diretto ad affermare che quel processo deve essere avviato, fornendo alla parte palestinese, e cioè all’ANP che secondo la quasi totalità della comunità internazionale la rappresenta, un rafforzamento delle sue capacità politiche e legali per affrontarlo, assieme ad una assistenza alla sua riorganizzazione per renderne effettiva la natura democratica, affermata dalla Costituzione dell’ANP stessa, introducendo altresì sistemi di maggiore controllo del suo funzionamento macchiato, secondo la grande maggioranza dei palestinesi, da scarsa efficienza, dovuta anche ad una costante azione di delegittimazione da parte del Governo israeliano, e da ampi fenomeni di corruzione e di mancanza di trasparenza.
Queste posizioni sul riconoscimento sono condivise, oltre che dalla grande maggioranza dei paesi membri delle Nazioni Unite, tra i quali diversi europei che riconoscono già la Palestina come la Spagna, l’Irlanda, la Svezia, Cipro e fuori dall’UE la Norvegia, da un numero crescente di paesi occidentali che sostengono da sempre, anche con comportamenti concreti, i diritti di Israele. Con sfumature diverse e forme di condizionalità nelle loro enunciazioni, tali Stati sono finora la Francia, il Regno Unito, il Canada, l’Australia, la Slovenia e la Nuova Zelanda. Anche altri hanno indicato di considerare di unirsi a tali paesi. Esse sono inoltre condivise dalla Lega Araba che con la dichiarazione sottoscritta a New York a fine luglio assieme all’Unione Europea e a paesi di ogni parte del mondo, si è impegnata al disarmo di Hamas e a sostenere, anche in termini di garanzie di sicurezza, una amministrazione transitoria di Gaza sotto l’ombrello dell’ANP e la ricostruzione della striscia. Anche in tale dichiarazione viene indicato che il riconoscimento della Palestina è una componente essenziale per il raggiungimento della soluzione dei due Stati che resta comunque una decisione sovrana dei singoli Stati membri delle Nazioni Unite.
In conclusione, l’atto politico del riconoscimento fin da ora dello Stato di Palestina è inteso, soprattutto nelle attuali circostanze, come un mezzo per rilanciare la prospettiva dei due Stati, negata da Hamas e dal Governo israeliano, e per sostenere coloro che in Israele e tra i palestinesi condividono con noi questo obbiettivo.

RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI PALESTINA
Sì, ma non ora
intervista a Giampiero Massolo
Victor Magiar

Giampiero Massolo, presidente di Mundys, è stato Segretario Generale del MAECI (Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale), direttore del DIS (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Presidenza del Consiglio), presidente dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale
Gentile ambasciatore, questa estate ha avuto inizio una forte azione diplomatica che, a partire dalla Francia, ha progressivamente coinvolto altre democrazie occidentali e volta a sancire, nel mese di settembre, un riconoscimento dello Stato di Palestina, seppure “condizionato” e simbolico, con lo scopo non tanto velato di creare un contenimento all’azione del governo guidato da Netanyahu.
Lei ha espresso l’opinione che tale riconoscimento non andrebbe fatto subito, perché rischierebbe di privare la comunità internazionale di un importante strumento negoziale. Potremmo dire, semplificando, che lei considera controproducente un riconoscimento dello Stato di Palestina con il conflitto ancora in corso? O crede che il tema “Hamas” sia il nocciolo duro di tutta la vicenda?
Non dico che un riconoscimento dello Stato palestinese con il conflitto in corso sia un fatto controproducente, ma si limiterebbe a segnare un punto politico, a marcare una “posizione di principio”.
Questa posizione di principio si può marcare politicamente anche senza procedere oggi al riconoscimento essendo appunto questo possibile e auspicabile nell’ambito della definizione di una soluzione più complessiva che oggi purtroppo non pare in vista.
Il nodo di Hamas è evidentemente il nocciolo di tutta la faccenda perché, intendiamoci, non c’è alcuna soluzione possibile in Medio Oriente se Hamas non disarma e non libera tutti gli ostaggi. Israele non può accettare che nella futura equazione mediorientale ci sia ancora spazio per Hamas e non può accettare che gli ostaggi non vengano liberati: sembra aver perso fiducia nella via negoziale e sembra aver scelto una via armata. Hamas, da questo punto di vista, ha una responsabilità enorme che è quella di strumentalizzare il popolo e la causa palestinese unicamente ai suoi fini di potere.
Capisco chi con il “riconoscimento” vuole oggi segnare un punto importante – ma dal solo punto di vista politico, direi simbolico – rischiando però di giocare troppo presto, in anticipo, uno strumento, una carta, che invece dovrebbe essere giocata al momento opportuno
Potrebbe spiegarci meglio che cosa intende quando parla del possibile rischio di perdere un “importante strumento negoziale”?
A mio parere un assetto regionale che consenta di uscire da questa situazione di conflitto perenne di guerra – e in questo momento anche di dramma umanitario -non può prescindere dal fare avere a ciascuna delle parti in causa un risultato politico. Un assetto di questo tipo, un’evoluzione virtuosa in Medio Oriente, si potrebbe avere attraverso il ritorno alla logica degli Accordi di Abramo, vale a dire attraverso la de-ideologizzazione del conflitto e la creazione delle condizioni perché riprenda quel dialogo fra Israele e i Paesi arabi moderati, con la benedizione degli Stati Uniti.
Perché si possa avviare una spirale virtuosa – questo sembra impossibile oggi ma potrebbe non esserlo in prospettiva – occorre che ciascuna delle parti possa avere un risultato, un traguardo politico.
Per la parte palestinese il risultato importante, il traguardo, sarebbe il riconoscimento di una prospettiva statuale: questo riconoscimento dovrebbe arrivare al termine di un negoziato che ancora non è stato avviato, altrimenti corriamo il rischio di perdere per strada proprio il risultato politico utile ai palestinesi per partecipare alla definizione di questo nuovo assetto. Un assetto che dovrebbe affermare altre due condizioni: una chiara garanzia di sicurezza per Israele (che tiene a mantenere un rapporto saldo in termini di sicurezza con gli Stati Uniti) e anche un accordo fra americani e sauditi per quanto riguarda la loro collaborazione militare e lo sviluppo del nucleare civile saudita.
In questo modo le parti sarebbero più o meno perequate e si potrebbe quindi riavviare il processo degli Accordi di Abramo, cosa che in questo momento non è possibile. Oggi gli Stati Uniti non vogliono o non possono o non riescono a moderare Netanyahu, fatto che rende molto difficile ai sauditi di procedere in direzione di una apertura nei confronti di Israele che c’era prima del 7 ottobre: oggi Netanyahu non mette la parte Saudita in condizione di andare avanti in questo progetto.
È anche lei dell’idea che esistano delle importanti differenze fra le proposte avanzate dalla politica italiana –che appaiono segnate dalla volontà di schierarsi da una parte- e quelle promosse dalle varie diplomazie occidentali che finora hanno di fatto sostenuto Israele e sembrano ora ricorrere all’antica politica del bastone e della carota?
All’interno del quadro politico italiano c’è un dibattito che in qualche misura è un dibattito ideologico – un po’ come avviene anche in altri paesi – che prende una parte o l’altra con una logica di schieramento. Questo non significa però che i governi che si sono succeduti, e questo governo in particolare, abbiano avuto questo tipo di atteggiamento. A me pare che i governi si siano mossi sul piano politico e diplomatico d’intesa con altri paesi europei o in coordinamento con altri paesi europei e, in qualche misura, con gli Stati Uniti, prescindendo da logiche di schieramento cercando di lavorare per una soluzione del conflitto.
In realtà anche le posizioni espresse da Francia, Regno Unito e altri Paesi hanno contenuti, o meglio “condizioni”, differenti fra loro, ma certo convergono sulla tempistica e sul fatto che unite tutte insieme rappresentano una forza di pressione politica ed economica molto forte. Come valuta queste differenze?
Certamente l’Europa ha interesse a non dividersi, peraltro non solo sulla situazione mediorientale ma anche in riferimento a tutti gli altri dossier della politica internazionale a cominciare da quello ucraino. È chiaro poi che fra i paesi europei vi sia una diversità di sfumature, di contenuti e a volte di politiche. Detto questo mi pare vi sia una certa consapevolezza che purtroppo l’Europa non ha esercitato un grande ruolo in Medio Oriente negli ultimi anni: a parte qualche ruolo francese e italiano in Libano, l’Europa non si è profilata lasciando questo dossier sostanzialmente agli Stati Uniti e alle parti in causa.
Cosa può fare adesso? Mi sembra ci sia una certa convergenza su due punti: in primis sulla necessità di premere sugli Stati Uniti perché premano su Netanyahu e cerchino di limitarne l’azione.
È chiaro che il governo israeliano ormai di fatto ha scelto dopo il 7 ottobre di abbandonare la via della deterrenza scegliendo la via dell’eliminazione, anche militare, della minaccia. È altrettanto vero che esistono poi modalità con cui tutto questo può accadere; è vero che il governo israeliano, in nome della sicurezza, è disposto a pagare un prezzo altissimo, anche in termini di isolamento, in termini reputazionali, in termini di risorgente antisemitismo, in termini di rischio di un ripresentarsi del terrorismo jihadista, in termini di flussi migratori.
È chiaro che gli Stati Uniti sono l’unico interlocutore che in qualche modo può agire e influire sul governo israeliano -non tanto sul “se” ma sul “come”: del resto il primo ministro Netanyahu è alle prese con un equilibrio difficile, con un governo che comprende delle forze ultranazionaliste messianiche religiose che lo farebbero cadere il minuto dopo se egli facesse delle concessioni.
C’è poi una seconda convergenza dei paesi europei sulla necessità di premere sui paesi arabi moderati per cercare di sviluppare una loro azione più incisiva su Hamas. Si tratta di lavorarci insieme. Un’azione risoluta, molto consistente, perchè senza il disarmo di Hamas e senza la liberazione degli ostaggi si protrarrà il continuo avvitamento della situazione.
Considerando la varietà delle sfumature delle posizioni espresse dai vari governi occidentali, non pensa che il governo italiano, prima o poi, dovrà unirsi a una di queste posizioni o pensa che l’Italia possa giocare un ruolo proprio?
Credo che nessuno pensi che il governo italiano abbia un ruolo da giocare a titolo individuale. È chiaro che questo può accadere soltanto attraverso un quadro di concertazione europea. Nell’assunto che l’Europa stessa, una volta coordinata, possa avere un ruolo maggiore rispetto ai singoli paesi membri. Va comunque segnalato che fra i quattro principali paesi europei -o meglio, i tre principali paesi dell’Unione europea più il Regno Unito- vi è la possibilità di creare un formato equilibrato: abbiamo la Francia e il Regno Unito su posizioni più avanzate, su posizione di pressione più forte, e abbiamo la Germania e l’Italia su posizioni più equilibrate. Attraverso questo formato a quattro – una sorta di strumento di consultazione e coordinamento rafforzati- può uscire una posizione di guida dell’Europa.
Mi piacerebbe sapere se condivide la convinzione, che tristemente coltivo dal 2000, che la formula di un accordo di pace “bilaterale” fra israeliani e palestinesi non sia più possibile (come era invece avvenuto nel 1993 con la benedizione americana), e che l’unico accordo per questo conflitto -che dai suoi inizi è sempre stato perlomeno “regionale” – non possa che essere di carattere globale, coinvolgendo tutti i Paesi del Medio Oriente e con il sostegno almeno di USA e UE. Quindi le chiedo anche se, secondo lei, l’esito della recente conferenza di New York -con la storica dichiarazione di tutti i Paesi della Lega Araba che unanimemente condannano l’attacco del 7 Ottobre e richiedono il disarmo di Hamas- non possa essere la grande novità che, se agganciata all’azione dei Paesi occidentali, potrebbe generare la svolta che tutti auspichiamo.
Non credo sinceramente che vi possa essere, perlomeno in tempi prevedibili, una soluzione del conflitto israelo-palestinese e che quindi, in qualche misura, ci possa essere una pace in Medio Oriente. Quello a cui stiamo assistendo -a parte la situazione di guerra contingente- è il costante tentativo che si ripete ormai da molto tempo di “passare da un assetto all’altro”.
Tutti hanno la consapevolezza che questi “assetti” di fatto non sono definitivi, che riflettono equilibri temporanei, che prima o poi vengono minati da questa o da quella parte in conflitto, una parte che magari è troppo debole in una certa fase e poi riacquista forza in un’altra determinata fase. Non possiamo che augurarci che questi assetti, pur essendo transeunti per definizione, siano quanto più possibile favorevoli all’occidente e all’Europa.
Il quadro che si era cominciato a costruire con gli Accordi di Abramo era di questo tipo: un assetto pragmatico, deideologizzato, che consenta non soluzioni miracolistiche ma le “soluzioni del possibile”, che dia a ciascuno un risultato politico: è stato proprio questo che i terroristi di Hamas hanno voluto impedire con il 7 ottobre. Bisogna fare ogni sforzo possibile per tornarci ma nel realistico convincimento che si tratterà comunque di un assetto. Coinvolgere i paesi arabi moderati è essenziale e in questo quadro l’iniziativa della Lega Araba è uno sviluppo importante.
In conclusione le faccio la domanda più naïve del mondo, ma forse la più importante: la soluzione “due popoli due stati” è ancora realistica? Certo una soluzione definita in un quadro regionale da concordare, definita e garantita dai Paesi arabi, ma che comunque riconosca il traguardo di uno Stato per gli arabi palestinesi: o pensa anche lei che quei territori potrebbero essere inghiottiti da altri Stati?
“Due popoli, due Stati”: oggi le condizioni sembrano non esservi più nella pratica: come dicevo all’inizio di questa nostra conversazione, credo che sia invece essenziale salvaguardarne la prospettiva, che sia essenziale non far tramontare la prospettiva politica.
Questo è un principio da salvare perché questo sarà, prima o poi, l’ingrediente di un nuovo assetto in Medio Oriente che speriamo tutti faccia cessare la violenza.

RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI PALESTINA
Sì, ma come parte di una piattaforma di pace
Piero Fassino
Riconoscere lo Stato di Palestina? È un interrogativo posto dalla drammaticità della crisi di Gaza e dalla necessità di compiere atti che possano contribuire a fermare quella tragedia. Una scelta, tuttavia, non scontata sulla quale si sono manifestati orientamenti diversi.
Vi è chi non condivide quella scelta obiettando che non esistono i requisiti minimi per il riconoscimento: l’esistenza di uno Stato, con territorio e confini definiti, guidato da una autorità istituzionale riconosciuta. Si aggiunge che il riconoscimento di uno Stato di Palestina sarebbe ultroneo stante che esiste un’Autorità Nazionale Palestinese, che gestisce parte della Cisgiordania, con capitale Ramallah, guidata da Abu Mazen, già oggi riconosciuta da un numero amplissimo di Stati e con uno status riconosciuto alle Nazioni Unite e in altre importanti organizzazioni internazionali. E soprattutto si evoca il rischio che Hamas possa rivendicare il riconoscimento come il frutto della propria azione.
Diversa posizione esprimono coloro che, invocando gli Accordi di Oslo, subordinano il riconoscimento dello Stato di Palestina al momento finale di un accordo di pace tra israeliani e palestinesi sulla base del principio 2 popoli/2 Stati. Un orientamento fondato sul presupposto che – nonostante tutto ciò che è accaduto dal 7 ottobre ad oggi – sia le autorità israeliane, sia l’autorità palestinese credano in quel principio di convivenza e agiscano per un assetto incardinato su due Stati reciprocamente riconosciuti.
Ma di fronte alla drammaticità della guerra e alla deliberata volontà del governo israeliano di annettere la Cisgiordania, sostenendo anche le sciagurate azioni di coloni estremisti e negando la possibilità che si possa costituire in qualsiasi modo uno Stato palestinese, si è fatta strada nelle cancellerie di molti Paesi – con governi di diverso colore politico – la convinzione di dover compiere un atto forte: il riconoscimento dello Stato di Palestina quale riconferma della soluzione “Due Popoli Due Stati” come unica possibilità per mettere fine a un conflitto che si protrae da più di 70 anni con un carico enorme di sofferenze subite da israeliani e palestinesi.
Naturalmente è evidente il carattere simbolico di una scelta che per esprimere il suo forte valore politico richiede di non essere un atto isolato, ma di essere collocato dentro una strategia per la fine del conflitto.
Soccorre questa esigenza la piattaforma varata dalla Conferenza per la Pace promossa lo scorso luglio, in sede ONU, da Francia e Arabia Saudita con la partecipazione della UE con i suoi 27 Paesi, del Canada, della Gran Bretagna e della Lega Araba in rappresentanza di 22 paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente.
Dopo aver condannato il massacro del 7 ottobre – per la prima volta con il consenso esplicito anche dei Paesi Arabi – la Dichiarazione fissa i punti di una piattaforma di pace: liberazione degli ostaggi; cessate il fuoco e sospensione di ogni operazione bellica; cessazione di ogni attività di Hamas e smantellamento del suo apparato militare; trasferimento della gestione di Gaza ad un Comitato amministrativo indipendente in connessione con l’Autorità Nazionale Palestinese; trasferimento delle attività UNRWA all’Autorità Nazionale Palestinese; missione internazionale di stabilizzazione e garanzia sotto egida ONU; piano di ricostruzione di Gaza; blocco di qualsiasi azione di annessione della Cisgiordania; riattivazione di colloqui per giungere alla soluzione 2 Popoli/2 Stati.
È evidente che collocato in questo quadro il riconoscimento dello Stato di Palestina non sarebbe più un atto isolato, quasi di testimonianza, ma una scelta di sostegno ad un percorso di pace finalizzato a dare alla regione un assetto stabile fondato sul riconoscimento dei diritti di tutti i popoli e gli Stati del Medio Oriente. Tant’è che a latere della Dichiarazione finale 15 Paesi occidentali – Canada, Australia e 13 Paesi europei – hanno sottoscritto un documento in cui hanno assunto l’impegno di valutare favorevolmente il riconoscimento dello Stato di Palestina. 6 di quei 15 lo hanno già deliberato.
Naturalmente sappiamo che anche con questo riconoscimento la situazione a Gaza rimane drammatica stante il pervicace rifiuto di Hamas di liberare gli ostaggi, la cieca volontà di Netanyahu di invadere Gaza, l’assenza di una iniziativa americana in favore della pace, la paralisi delle istituzioni internazionali. E tuttavia non ci si può rassegnare ad una guerra infinita. Ogni atto utile a fermare la guerra va percorso ed è in funzione di questo obiettivo che va considerato il riconoscimento dello Stato di Palestina.

RELIGIONI PER LA PACE
L’azione delle istituzioni religiose



Quest’estate diverse istituzioni religiose hanno espresso documenti unitari importanti volti a superare letture e comportamenti polarizzanti e faziosi, per dimostrare la possibilità di un dialogo onesto e produttivo:
il 23 luglio è stata infatti diffusa la dichiarazione congiunta “Fermi Tutti” dell’Arcivescovo di Bologna, Card. Matteo Zuppi, e del Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De Paz
il 24 luglio la COREIS ha inviato la lettera di sostegno “Incontriamoci tutti”, rivolta anche alla CEI, all’UCEI, all’Assemblea Rabbinica Italiana, all’Arcivescovo di Milano e alla Senatrice Liliana Segre
il 4 agosto il “Tavolo della Speranza”, costituito a Torino da rappresentanti cristiani, ebrei, musulmani e laici, ha sottoscritto un testo unitario
il 29 agosto è stato promosso l’Appello alle Istituzioni Italiane, ai cittadini e ai credenti in Italia, siglato da
CEI Conferenza Episcopale Italiana
CICDI Centro Islamico Culturale d’Italia
COREIS Comunità Religiosa Islamica Italiana
UCEI Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
UCOII Unione delle Comunità Islamiche d’Italia
Abbiamo quindi intervistato il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Dario Disegni, Presidente della Comunità Ebraica di Torino e l’Imam Idris Abd al Razzaq Bergia, Responsabile della COREIS del Piemonte
Le loro riflessioni ci possono aiutare a comprendere come il dialogo interreligioso non sia solo un ideale, ma una via concreta per costruire una società più giusta, inclusiva e solidale, a partire da casa nostra.

RELIGIONI PER LA PACE
Intervista al Cardinale Matteo Zuppi
Alessio Aringoli, Victor Magiar

Cardinale Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna,
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Gentile Cardinale, lo scorso 23 luglio, insieme al presidente della Comunità Ebraica di Bologna Daniele De Paz, lei ha firmato un’importante lettera-appello intitolato “Fermi tutti” per chiedere la fine della guerra a Gaza: ci vuole spiegare il perchè di quest’iniziativa?
Perché la violenza che sta attraversando la Terra Santa in maniera mai così continuativa non ha nessuno sbocco politico indicato.
Se serve cercare di finire con la violenza si cerca, dopo quasi due anni di intervento, una soluzione politica. Quando si vincono le guerre? Questa è una guerra? Qual è la vittoria? Non possiamo mai perdere l’umanità! Il terrorismo si sconfigge con una guerra classica? Qual è il prezzo?
La situazione spinge spesso le religioni a dividersi o a restare silenti e quindi facilmente a venire usate, come spesso avveniva in passato. Siamo eredi di anni di dialogo e di dichiarazioni, che, pur con sensibilità chiaramente diverse, debbono portare ad una posizione comune e a itinerari di pacificazione. Per questo la dichiarazione “Fermi tutti”, rivolta agli attori, pensava anzitutto a salvare la vita di innocenti. “Rinnoviamo il nostro impegno per la pace, che non è solo assenza di guerra, ma costruzione attiva di giustizia, riconciliazione e rispetto reciproco. Che i nostri gesti e le nostre parole siano semi di speranza in un terreno tanto provato dal dolore. Ognuno di noi, nel proprio ambito, può e deve fare la propria parte. Invitiamo tutti a pregare e a lavorare affinché la speranza possa prevalere sull’odio, e affinché un futuro di pace e di giustizia possa finalmente giungere per il popolo israeliano e per il popolo palestinese”.
È un sogno o l’unico futuro possibile? Non dobbiamo imparare a capire e conoscere il dolore dell’altro e soprattutto fermarci di fronte a questo?
Dopo il 7 Ottobre, lei affermò che Hamas era il peggior nemico del popolo palestinese, una dichiarazione lucida e importante.
Crede che tra i cattolici ci sia una consapevolezza diffusa che, oltre alla condanna della guerra di Gaza e delle scelte del governo Netanyahu, si debba affiancare una condanna almeno altrettanto forte di chi dall’altra parte non vuole la pace e sostiene l’obiettivo della distruzione dello Stato di Israele?
Quando si combatte le posizioni si estremizzano ulteriormente e non si trovano vie di uscita. Credo che la condanna della violenza di Hamas è stata senza incertezze da parte della Chiesa cattolica. E soprattutto che andava condannato senza incertezze ogni forma di antisemitismo. Nella dichiarazione che è uscita il 29 agosto a firma dell’UCEI, dell’UCOII e della COREIS, oltre che mia, abbiamo insistito sulla necessità di combattere il germe dell’odio. E questo si nutre spesso del linguaggio, della polarizzazione che “induce a schierarsi l’uno contro l’altro, ma mai a favore del Bene, fomentando alternativamente antisemitismo e islamofobia o rianimando le inveterate avversioni al cristianesimo cattolico e alle religioni in generale, anziché collaborare insieme per una vera Pace”.
L’odio e la violenza non hanno e non devono avere mai alcuna legittimità. Non possiamo accettare che il 7 ottobre significhi credere che tutti gli abitanti di Gaza ne siano gli autori o comunque complici, così come è sbagliato credere che tutti i cittadini di Israele siano responsabili di quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Fermatevi tutti deve servire non solo alla liberazione degli ostaggi, ma ad interrompere questa tragica e geometrica pressione militare perché solo così si possono verificare le condizioni per un reale disarmo da parte di tutti.
L’antisemitismo è sempre più in crescita, i segnali preoccupanti si moltiplicano. La guerra sembra aver “slatentizzato” antichi demoni mai del tutto sopiti. Tornano in campo stereotipi, luoghi comuni e rappresentazioni tipiche del vecchio antigiudaismo: si torna a parlare di un Dio del “Vecchio” Testamento dal volto duro e vendicativo, contrapposto al Dio del Nuovo Testamento e alcuni noti teologi fanno affermazioni che sconcertano molti. In che modo la Chiesa si sta attrezzando a contrastare queste spinte, che vanno di fatto contro il cammino iniziato dal Concilio vaticano II con la Dichiarazione Nostra Aetate?
L’antisemitismo purtroppo resta una velenosa pianta che non va mai sottostimata anche perché, se vogliamo incredibilmente, riappare. Non dobbiamo però compiere l’errore di credere che la discussione, la diversità di opinioni, ad esempio, sulle scelte del governo di Israele siano anche lontanamente sospettate di antisemitismo. Assolutamente no, certamente da parte della Chiesa.
Ed è un errore pensarlo, perché non fa combattere il vero antisemitismo che purtroppo, dalla polarizzazione, trae solo motivi di crescita che devono preoccuparci e vedere la nostra amicizia e fraternità crescere, non diminuire. L’anniversario della Nostra Aetate deve permettere la consapevolezza del cammino percorso ma anche della necessità di continuare a rafforzare i legami di amicizia e di consapevole collaborazione. Il nostro legame con i fratelli ebrei è sostanziale e, nonostante alcune difficoltà, sono sicuro che è tale da uscirne rinsaldato.
Tra le posizioni di una larga parte degli evangelicals americani (vicini alla visione di Netanyahu quando non a quelle di Ben Gvir e di Smotrich) e a quelle di segno opposto di molte chiese arabe (spesso molto ostili verso Israele e traboccanti di pregiudizi), a suo avviso, la Chiesa Cattolica finora si è confrontata a sufficienza e in modo abbastanza profondo sul significato che per la Chiesa riveste l’esistenza e il diritto all’esistenza dello Stato di Israele?
La Chiesa cattolica ha una posizione molto ferma, da sempre, nel difendere i diritti del popolo palestinese e nel difendere quelli di Israele, non il contrario! Le posizioni estremiste, confuse, sono purtroppo speculari e non aiutano.
La recente conferenza di New York – con la storica dichiarazione di tutti i Paesi membri della Lega Araba finalmente unanime nella condanna del 7 Ottobre e nella richiesta di disarmo di Hamas – sembra costituire un passaggio importante per il rilancio del dialogo tra Israele e il mondo arabo. La Chiesa come vede il percorso dei cosiddetti Accordi di Abramo e come pensa che possa essere utile alla soluzione dei Due Popoli Due Stati?
Molto importanti, come tutto quello che permette la convivenza, pensarsi Fratelli Tutti, difendere la casa comune, cercare la fine del conflitto, dell’annullamento dell’altro, dell’irrisione delle decisioni internazionali. Purtroppo siamo nel tempo della violenza e dell’odio. Non bisogna forse imporre il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi, il disarmo ma contemporaneamente una soluzione politica al conflitto? Tutto quello che va nella direzione del riconoscimento dell’altro è sempre nella direzione della pace.
Sappiamo che la pace è un valore che accumuna ebrei, cristiani e mussulmani. Cosa possono fare le religioni per favorire una cultura e percorsi reali di pace e di fratellanza sia in Medio Oriente, tra palestinesi e israeliani, che qui in Europa e, innanzitutto, in Italia?
Le religioni possono e debbono fare molto. Possiamo accettare noi credenti nell’unico Dio di Abramo una violenza che uccide l’altro? Possiamo rispettare le sensibilità, le emozioni, gli schieramenti che purtroppo possono anche ridurre gli spazi di dialogo? Proprio per questo gli incontri per la pace non sono affatto per anime belle o non producono appelli generici, perché in realtà possono, se presi sul serio, essere molto precisi e aprire spazi nuovi di composizione dei conflitti. Ma bisogna che i responsabili delle Comunità si intendano tra loro e debbono crederci e avere il sostegno della Comunità internazionale.

RELIGIONI PER LA PACE
Intervista al presidente Dario Disegni
Ludovica De Benedetti

Dario Disegni è il Presidente
della Comunità Ebraica di Torino
Come è nata l’idea del “Tavolo della Speranza” e quali sono, secondo Lei, i suoi obiettivi principali?
Il documento che ha dato origine al “Tavolo della Speranza” è nato all’interno del Coordinamento Interconfessionale, che, insieme al Comitato per i Diritti Umani del Consiglio Regionale del Piemonte, riunisce i rappresentanti laici e religiosi delle diverse confessioni presenti in città, uniti nell’obiettivo di creare occasioni di dialogo e di amichevole confronto sulle ragioni alla base dei sanguinosi conflitti e di ricercare insieme le vie per giungere a una soluzione giusta e duratura dei medesimi, nel rispetto dei diritti di tutti i popoli coinvolti.
In un momento di forte tensione legato alla guerra in Medio Oriente, quale valore concreto può avere il dialogo tra comunità religiose?
Io credo che questa iniziativa trasmetta un messaggio di grande valore civile e morale, ribadendo che le confessioni religiose, in una città che ha una grande tradizione di amicizia e collaborazione interconfessionale, condividono tutte l’aspirazione alla pace e intendono adoperarsi per superare contrapposizioni e agire in sintonia per esprimere e diffondere nella società questo anelito.
Quali ostacoli ha incontrato o prevede di incontrare nel portare avanti questa iniziativa?
Devo dire che il dibattito che si è sviluppato per giungere alla redazione di un documento condiviso non ha incontrato particolari difficoltà, consentendo di superare abbastanza rapidamente le osservazioni mosse inizialmente dai diversi partecipanti al Tavolo, tutti interessati alla sottoscrizione e alla trasmissione di un documento unitario. Piuttosto ci saremmo aspettati una più ampia eco negli organi di informazione, che finora hanno dato, con poche lodevoli eccezioni, scarso risalto all’iniziativa.
Il dibattito pubblico legato al conflitto ha assunto posizioni sempre più manichee e di parte e sono aumentati episodi di antisemitismo e islamofobia. Come pensa si possano disinnescare questa violenza e questi pregiudizi?
Il dibattito pubblico legato al conflitto ha effettivamente assunto posizioni sempre più radicali in una situazione estremamente preoccupante, nella quale la ragionevolezza e la disponibilità a riflettere pacatamente sulle ragioni di tutte le parti in conflitto è praticamente scomparsa.
Stiamo così assistendo sgomenti e fortemente inquieti a una crescita esponenziale di un antisemitismo mai scomparso e ora completamente sdoganato, che non fa alcuna distinzione tra l’operato del Governo israeliano, la realtà democratica e il dibattito serrato all’interno dello Stato di Israele, le Comunità ebraiche della Diaspora e i singoli ebrei, tutti accomunati dalla folle accusa di complicità nel presunto “genocidio” del popolo palestinese e oggetto di pesanti discriminazioni e violenti attacchi sui social e in taluni casi anche di aggressioni fisiche. Anche l’islamofobia, che pure non ha raggiunto i picchi registrati dall’odio antiebraico, è un fenomeno da osservare con attenzione e contrastare.
Quali sono i prossimi passi e gli obiettivi a medio termine dell’iniziativa?
I prossimi passi vedranno un rigoroso approfondimento all’interno del Tavolo delle ragioni storiche alla base del conflitto tra israeliani e palestinesi, per superare i pregiudizi sui quali si fonda la narrazione di questo dramma e che sono la causa principale della crescita di antisemitismo e islamofobia. Nel medio termine il Tavolo intende, con il medesimo approccio metodologico, rivolgere la sua attenzione ad altri conflitti, non meno traumatici, ai quali la nostra società e gli organi di informazione prestano scarsissima, se non nulla, attenzione.
Se potesse rivolgere un messaggio a chi, anche a Torino, vive il conflitto con rabbia o diffidenza verso “l’altro”, cosa direbbe?
Di abbandonare una vis polemica dettata da impulsi emotivi e da una narrazione a senso unico del conflitto, che porta ad atteggiamenti connotati da pericolosissima intolleranza, e di ricercare viceversa il confronto e il dialogo con “l’altro” per lavorare insieme in un percorso che possa avvicinare le parti in conflitto verso una prospettiva di una pace giusta e duratura per tutti.

RELIGIONI PER LA PACE
Intervista all’Imam Idris Abd al Razzaq Bergia
Ludovica De Benedetti

L’Imam Idris Abd al Razzaq Bergia è il
Responsabile della COREIS del Piemonte
Come è nata l’idea del “Tavolo della Speranza” e quali sono, secondo Lei, i suoi obiettivi principali?
La Speranza è una virtù ben presente nelle dottrine dei credenti ebrei e musulmani e la Pace è una meta altrettanto ricercata nella vita religiosa dei cittadini ebrei e musulmani a Torino e nel mondo. Come COREIS Comunità Religiosa Islamica Italiana abbiamo costruito e sviluppato decenni di collaborazione fraterna con la Comunità Ebraica di Torino, il Presidente Disegni e i rabbini Somekh, Birnbaum, Di Porto e Finzi.
In questi due anni dal 7 ottobre 2023 episodi di odio, antisemitismo e disaccordo tra ebrei e musulmani a Torino sono cresciuti e hanno influenzato la confusione e la diffidenza tra i cittadini torinesi. La prolungata tragedia della guerra a Gaza sta alimentando disperazione. Grazie al Vicepresidente del Comitato Diritti Umani e Civili della Regione Piemonte Giampiero Leo e agli amici Amir Younes e Younis Tawfik abbiamo promosso insieme un tavolo di confronto aperto a credenti e laici. Spero che l’arcivescovo di Torino, il cardinale Roberto Repole, e il sindaco Stefano Lo Russo possano sostenere questa iniziativa come modello di fratellanza e speranza e promuovere insieme iniziative interreligiose e culturali a Torino.
In un momento di forte tensione legato alla guerra in Medio Oriente, quale valore concreto può avere il dialogo tra comunità religiose?
“Concreto”… si pensa erroneamente che l’azione religiosa non sia “concreta”, è falso! In tempi di pace e di guerra, l’azione responsabile dei credenti insieme ha sempre protetto la vita e il patrimonio intellettuale e rituale delle comunità di fede come valore aggiunto della società. Dobbiamo arginare la tentazione che la condizione drammatica dei credenti e dei cittadini palestinesi e israeliani colpiti dal terrorismo e dal conflitto in Medio Oriente possa ripercuotersi in una barbarie fratricida e in una “caccia alle streghe” in Piemonte.
L’impegno della COREIS insieme alla Comunità Ebraica di Torino è proprio quello di continuare, aggiornare e sviluppare l’unità nelle differenze di religione e di cultura tramite una educazione costruttiva al dialogo come antidoto all’odio e alle contrapposizioni aggressive e sommarie, almeno a Torino e in Europa! Per questo, ho accettato l’invito di presenziare, come ogni anno, nella sinagoga di Torino, alla Giornata Europea della Cultura Ebraica a settembre. È una testimonianza “concreta”, coerente e coraggiosa, di vicinanza spirituale e civile che può avere una significativa ricaduta di senso per la cittadinanza torinese.
Quali ostacoli ha incontrato o prevede di incontrare nel portare avanti questa iniziativa?
Il primo ostacolo è il disfattismo dei campioni della non speranza. I pavidi che sanno solo criticare oppure si avventurano in iniziative eroiche di protezionismo e boicottaggio commerciale o in campagne social di denigrazione del prossimo o di vittimismo di sé stessi. Il secondo ostacolo è, da sempre, quello della pigrizia intellettuale di chi fa una scelta di comodo semplificando le analisi per coltivare la propria sentenza e ignoranza, l’indifferenza e il “quieto vivere”. Infine, c’è il cancro interno di una minoranza ben organizzata di individui che, da tutte le parti, fanno la propaganda dell’arroganza e sono ossessionati dai cavilli e dai superpoteri solo come copertura alla loro tecnica di ostacolare ogni processo di crescita e di pace tra i popoli.
Il dibattito pubblico legato al conflitto ha assunto posizioni sempre più manichee e di parte e sono aumentati episodi di islamofobia e antisemitismo. Come pensa si possano disinnescare questa violenza e questi pregiudizi?
Dando fiducia ai promotori del Tavolo della Speranza! E studiando insieme azioni pubbliche di prevenzione della violenza e di ribaltamento degli stereotipi. La COREIS a Torino parteciperà ad una serie di manifestazioni culturali e di formazione promosse dalla ISA Academy (https://www.accademiaisa.it) al Polo del Novecento e, per Torino Spiritualità, al Circolo dei lettori con la bravissima prof.ssa Sonia Brunetti Luzzati. Cerchiamo insieme di alimentare posizioni di saggezza, distanti da ogni faziosità ideologica e da ogni strumentalizzazione del manicheismo! Occorre intendersi su chi sono i partner, quali sono gli obiettivi e come operare insieme per bene. La lotta all’antisemitismo e all’odio e alla violenza contro i musulmani deve essere costruita insieme ma richiede anche una attenzione nella verifica degli interlocutori giusti che possano non soltanto essere affidabili (senza gli opportunisti di turno!) ma anche consapevoli e competenti sulla chiarezza delle regole e dei contenuti nel dialogo e sulle forze di dissuasione interne ed esterne (evitando alcune deleterie improvvisazioni soggettive, folcloristiche e sentimentali!).
Quali sono i prossimi passi e gli obiettivi a medio termine dell’iniziativa?
La COREIS vuole cercare di coinvolgere alcuni dirigenti e giovani di alcune moschee e associazioni musulmane di Torino. Nel mese di ottobre organizziamo due incontri sul tema del vuoto e del pieno, si potrebbe studiare anche un confronto con altri giovani cristiani ed ebrei sul senso di solitudine e solidarietà, identità comunitaria e cittadinanza attiva oppure sul tema del rapporto tra democrazia e pluralismo religioso a Torino coinvolgendo le amministrazioni locali e il Comitato Interfedi. Le idee e le occasioni non mancano, è urgente il coinvolgimento di tutta la società civile e delle Istituzioni per rendere sostenibile e attuabile questa speranza! Spero in un incontro del Tavolo della Speranza con l’arcivescovo Repole.
Se potesse rivolgere un messaggio a chi, anche a Torino, vive il conflitto con rabbia o diffidenza verso “l’altro”, cosa direbbe?
La rabbia e la diffidenza non hanno mai portato niente di buono o di vero. Disarmiamo il terrorismo, “cessate il fuoco e liberate gli ostaggi”. Rispettiamo i popoli e la sacralità della vita. Riconosciamo, senza confusioni o discriminazioni, senza ricatti o baratti, le giurisdizioni nazionali e le identità culturali, la sicurezza e la dignità di ogni singola persona, famiglia e comunità. Torniamo al ricordo di Dio e alla pietà spirituale, in un’autentica fratellanza tra persone serie e semplici che sappiano realizzare la prospettiva di una civiltà intelligente e sensibile, uomini e donne che si richiamano alla pratica del bene e dell’onestà!

RELIGIONI PER LA PACE
Il testo della dichiarazione di Bologna “Fermi tutti”
Bologna 23 luglio 2025
Noi, rappresentanti delle comunità cristiana ed ebraica a Bologna, figli dell’Unico Dio pacifico e misericordioso, riconoscendoci Fratelli tutti, uniamo la nostra voce consapevoli della gravità dell’ora presente e della responsabilità morale che ci unisce come credenti e come cittadini.
Di fronte alla devastazione della guerra nella Striscia di Gaza diciamo con una sola voce: fermi tutti. Tacciano le armi, le operazioni militari in Gaza e il lancio di missili verso Israele. Siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi. Si sfamino gli affamati e siano garantite cure ai feriti. Si permettano corridoi umanitari. Si cessi l’occupazione di terre destinate ad altri. Si torni alla via del dialogo, unica alternativa alla distruzione. Si condanni la violenza.
Ci uniamo al grido dell’umanità ferita che non vuole e non può abituarsi all’orrore della violenza: basta guerra. È il grido dei palestinesi e degli israeliani e di quanti continuano a credere nella pace, coscienti che questa può arrivare solo nell’incontro e nella fiducia, che il diritto può garantire nonostante tutto. Come ricorda il Salmo: «Cercate la pace e perseguitela» (Sal 34,15). E come insegna la sapienza antica: «Chi salva una vita, salva il mondo intero». Ma è tragicamente vero il contrario: chi uccide un uomo uccide il mondo intero.
Condanniamo ogni atto terroristico che colpisce civili inermi. Nessuna causa può giustificare il massacro di innocenti. Troppi bambini sono morti. Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi.
Rigettiamo ogni forma di antisemitismo, islamofobia o cristianofobia che strumentalizza il dolore e semina solo ulteriore odio. Chiediamo alle istituzioni italiane e internazionali coraggio e lucidità perché aprano spazi di incontro e aiutino in tutti i modi vie coraggiose di pace. Il dolore unisca, non divida. Il dolore non provochi altro dolore. Dialogo non è debolezza, ma forza. La pace è sempre possibile. E comincia da qui, da noi. Fermi tutti!
Bologna, 23 luglio 2025
Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna
Daniele De Paz, Presidente della Comunità Ebraica di Bologna

RELIGIONI PER LA PACE
Il testo del “Tavolo della Speranza” di Torino
Torino 4 agosto 2025
I membri delle confessioni religiose alle quali appartengono le popolazioni coinvolte nella tragedia in corso a Gaza e, con loro, i membri di altre tradizioni spirituali, si stanno impegnando ovunque e strenuamente per costruire dialogo là dove oggi sembra infuriare solamente l’affermazione delle rispettive posizioni.
Così accade anche a Torino, dove si è costituito domenica 20 luglio il “Tavolo della Speranza” animato da esponenti religiosi e laici di diverse realtà a cominciare da quelle direttamente coinvolte nel conflitto in corso.
Incoraggiati da chi vive sul campo il dramma della morte e della violenza, i partecipanti a questa iniziativa ritengono che gli incontri fra le confessioni religiose possano e debbano costituire un segnale, dalla base della nostra società, con il fine di invocare la fine delle azioni militari e sottolineare la necessità di raggiungere, al più presto, una pace giusta per l’intero Medio Oriente.
Non si può, infatti, non condannare l’immensa catastrofe umanitaria che il conflitto nella striscia di Gaza sta provocando, con migliaia di palestinesi al limite della sopravvivenza a causa della carestia, auspicando che acqua, cibo e medicinali raggiungano direttamente la popolazione civile al più presto.
D’altro canto, non si può non condannare il rifiuto di Hamas a restituire alle loro famiglie i 50 ostaggi ancora nelle loro mani in buie prigioni sotterranee da quasi due anni. Tutto questo non è umanamente accettabile.
La dichiarazione congiunta dell’Arcivescovo Card. Matteo Zuppi e del Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De Paz, “Sulla guerra a Gaza e sulla responsabilità comune per la pace”, recentemente presentata all’opinione pubblica, è una conferma che l’impegno a costruire, anche a distanza, convergenze nell’analisi di quanto accade alle quali seguano proposte per dare una concreta soluzione al conflitto, sia la strada da percorrere. La coscienza dei credenti, indipendentemente dalla fede di appartenenza, non può non essere fortemente turbata dalle notizie provenienti dal teatro di guerra e l’impegno personale nella preghiera e nel dialogo è l’unico modo per liberarsi dal senso di impotenza che, per ammissione dello stesso Papa Leone XIV, sta attanagliando chi invoca la tregua e l’accordo.
L’appuntamento torinese del 20 luglio vuole essere il primo di una serie di incontri atti ad approfondire la conoscenza dei motivi storici alla base dei problemi che affliggono i popoli di Israele e di Palestina ed a costruire un percorso comune che consenta di affrontare le gravi ripercussioni nella nostra società dove sembra che si facciano strada, sempre più prepotentemente, sentimenti di antisemitismo ed islamofobia.
Consideriamo infatti che, mentre devono proseguire le pressioni sulla politica e sulla diplomazia per dare soluzioni nell’immediato, sia contemporaneamente necessario disinnescare i pregiudizi che stanno alla base degli atteggiamenti di conflitto, per sperare che il “cessate il fuoco” duri oltre il tempo della cronaca. “Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi” affermano il cardinale Zuppi e il Presidente De Paz.
Intendiamo, infine, ricordare che oggi nel mondo vi sono 57 conflitti “principali” che purtroppo, come a Gaza, coinvolgono anche i civili. Donne e bambini spesso utilizzati come soldati o scudi umani.
Queste considerazioni sono alla base della decisione di costituire il “Tavolo della Speranza” di Torino i cui partecipanti, sia religiosi che laici, hanno deciso di assumersi – naturalmente insieme a tutti coloro che si stanno già impegnando o che decideranno di impegnarsi in un lavoro comune – la responsabilità di superare le contrapposizioni storiche andando alla radice del messaggio salvifico delle rispettive fedi in una città che vanta una lunga tradizione, culturale ed istituzionale, di promozione del dialogo interreligioso come mezzo imprescindibile per la realizzazione di una società giusta ed inclusiva.
Torino 4 agosto 2025
Amir Younes – Presidente Centro Islamico “Dar Al Iman”
Ariel Finzi – Rabbino Capo Comunità Ebraica di Torino
Dario Disegni – Presidente Comunità Ebraica di Torino
Hajraoui Mustapha – Presidente Confederazione Islamica Italiana
Idris Abd al Razzaq Bergia – Responsabile Comunità Religiosa Islamica Italiana (COREIS) Regione Piemonte
Don Augusto Negri – Presidente Centro Studi Peirone
Paolo Girola – Vicepresidente Centro Studi Peirone
Piero Maglioli – Membro Centro Studi Peirone
Younis Tawfik – Presidente Centro culturale Italo-Arabo Dar al Hikma
Raffaele Lantone – Rappresentante Studenti Cattolici ’Università di Torino
Giampiero Leo – Vicepresidente Comitato Diritti Umani e Civili Regione Piemonte, Portavoce Coord. Interconfessionale “Noi siamo con Voi”
Valentino Castellani – Presidente Comitato Interfedi della Città di Torino
Walter Nuzzo – Comitato Diritti Umani e Civili Regione Piemonte, Coordinamento Interconfessionale “Noi siamo con Voi”
Antonio Rocco Labanca – Giornalista, Coordinamento Interconfessionale “Noi Siamo con Voi”

RELIGIONI PER LA PACE
Il testo dell’Appello alle Istituzioni Italiane, ai cittadini e ai credenti in Italia
Roma 29 agosto 2025
Questo appello nasce dalla convinzione dell’improrogabile necessità di favorire qualsiasi iniziativa di incontro per arginare l’odio, salvaguardare la convivenza, purificare il linguaggio e tessere la pace. Responsabilità di singoli e di soggetti collettivi!
È un appello che esprime il tanto che unisce, messo a dura prova da quanto sta accadendo, ma nella certezza che il dialogo deve trovare le soluzioni a quanto umilia le nostre fedi e resistere. Ciascuno di noi – primi firmatari – avrebbe certamente qualcosa da aggiungere per esprimere il dolore che proviene dalle rispettive comunità, nelle quali vi sono posizioni e convinzioni diverse, così come aspettative rispetto a determinati fatti e scelte. L’appello è aperto a quanti condividono questa preoccupazione unitaria che genera responsabilità comune, mettendo da parte, in questo documento, quanto divide, per rafforzare ciò che ci unisce, nello sforzo comune di capire il dolore e le ragioni dell’altro, generando un impegno rinnovato per trovare soluzioni giuste e durature per tutti. In modo particolare, l’appello è aperto al “Tavolo delle religioni” che da tre anni si trova presso la sede della CEI nell’intento di cercare una “Via italiana del dialogo interreligioso”.
“Sta lontano dal male e fa il bene, cerca e persegui la pace”. (Salmo 34, 15)
“Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto”. (Rm 12,15)
“Abbiamo prescritto ai figli di Israele che chiunque ucciderà una persona è come se avesse ucciso l’intera umanità, e chiunque avrà dato la vita a una persona sarà come se avesse dato la vita all’intera umanità. Sono giunti loro i Nostri inviati con le prove chiare eppure molti di loro, pur dopo questo, sono stati intemperanti sulla terra”. (Corano, V: 32
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La coscienza dei tempi oscuri che stiamo attraversando e del potere di illusione che soffia anche sulla tragedia in corso in Medio Oriente, ci richiama, come leader di comunità religiose, come credenti e come cittadini, a denunciare l’insinuarsi di pericolose generalizzazioni e dannose confusioni tra identità politiche, nazionali e religiose e ci spinge a richiamare alla cautela nello scambio di informazioni e alla pacatezza nei toni e nelle azioni.
L’abuso della religione per la sopraffazione altrui ci costringe ad assistere a una polarizzazione che si nutre di un fanatismo travestito da servizio verso il nostro comune Dio e il bene dei fedeli, assecondando una falsa giustizia superiore e nascondendosi dietro una finta fratellanza.
Il giustizialismo populista, una folle prospettiva suprematista e la mediatizzazione di un vittimismo sordo alle ragioni della responsabilità ci obbligano a denunciare una strumentalizzazione anche della politica: si tratta di un male che si nasconde dietro il paravento della “maggior ingiustizia dell’altro”, e che mira solo a rendere tutte le parti in gioco pedine inconsapevoli della distruzione del mondo ricostruito e ricostituito nel secondo dopoguerra.
Dobbiamo denunciare la nefandezza di una propaganda che, sfruttando ingenuità e visceralità, ottenebra un discernimento sano e banalizza il senso profondo della nostra stessa umanità, inducendo a schierarsi l’uno contro l’altro, ma mai a favore del Bene, fomentando alternativamente antisemitismo e islamofobia o rianimando le inveterate avversioni al cristianesimo cattolico e alle religioni in generale, anziché collaborare insieme per una vera Pace. Condividere originalità, curiosità per i significati dei nostri testi sacri, con studio e conoscenza, e difendere da ogni abuso e distorta interpretazione, che allontanano verso derive dell’odio, pregiudizio e violenza altrui.
L’odio e la violenza non hanno mai alcuna legittimità, portano solo alla diffusione della crudeltà di chi cura ambiguamente interessi paralleli volgarizzando e corrompendo le interpretazioni e la natura autentica dei testi sacri per benedire l’uso delle armi e organizzare la morte dell’altro. “Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi”
Il dovere di lavorare per una responsabile convivenza ci richiama come religiosi alla necessità di promuovere coesione sociale sulla base di valori condivisi, a fronte della grande costernazione che ci suscita il dolore degli altri.
Bisogna ripartire dalla testimonianza della sacralità della vita e dalla santità della terra come doni di Dio che nessuno possiede in esclusiva a discapito dell’altro. Questo patrimonio va custodito insieme come occasione per riconoscere la dinamica della scienza sacra, la fratellanza autentica e la vera Pace nella vittoria dello Spirito sulla tragica ostinazione al male.
“Incontriamoci tutti!”, incontriamoci subito – almeno in Italia – vescovi, rabbini e imam, dalle varie regioni. Un incontro semplice, diretto, non convenzionale né confessionale, per testimoniare insieme una responsabilità comune. Una responsabilità che sappia trasmettere il messaggio autentico di pace, speranza, carità, fratellanza e giustizia dei discendenti di Abramo anche attraverso soluzioni concrete: auspichiamo che, sulla scia di questo messaggio, le nostre comunità religiose possano promuovere attività locali e nazionali, culturali e formative, con l’attivo coinvolgimento delle Istituzioni nazionali e delle amministrazioni comunali.
Dobbiamo assieme riconoscere quel germe di odio che pianifica anche qui la devastazione e l’abuso di spazi reali e ideali. Lo sviluppo del nostro Paese si è affermato grazie ai ponti tra comunità antiche e di nuova immigrazione che siamo chiamati a difendere attraverso la prova della convivenza e il rigetto del nemico inventato. Poter credere che esiste un domani libero verso il quale alzare lo sguardo e impegnarsi assieme.
Come segno di speranza, in queste settimane, in alcune città italiane, religiosi ebrei, cristiani e musulmani hanno già trovato l’ispirazione e il coraggio per incontrarsi e confrontarsi, nella preghiera e nella fede certa che la Giustizia divina non si riveste delle barbarie cui l’umanità sembra oggi essersi assuefatta nella “normalizzazione del male”.
Il 23 luglio è stata infatti diffusa la dichiarazione congiunta “Fermi Tutti” dell’Arcivescovo di Bologna, Card. Matteo Zuppi, e del Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De Paz, “Sulla guerra a Gaza e sulla responsabilità comune per la pace”. Un appello ai credenti e ai cittadini a unire le proprie voci per reagire alla guerra in corso dentro la striscia di Gaza e gli attacchi su Israele: “Tacciano le armi, le operazioni militari in Gaza e il lancio di missili verso Israele. Siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi. Si sfamino gli affamati e siano garantite cure ai feriti”.
L’appello di Bologna ha avuto un precedente e un seguito significativi:
la Marcia per la Pace del 5 dicembre 2023 a Bologna, guidata dal Card. Matteo Zuppi, dal Presidente della Comunità Ebraica, Daniele De Paz, e dal Presidente dell’UCOII, Yassine Lafram, con la partecipazione di centinaia di cittadini;
il 24 luglio la COREIS Italiana ha aderito all’appello inviando la lettera di sostegno “Incontriamoci tutti”, rivolta anche alla CEI, all’UCEI, all’Assemblea Rabbinica Italiana, all’Arcivescovo di Milano e alla Senatrice Liliana Segre;
il 4 agosto anche il “Tavolo della Speranza”, costituito a Torino da rappresentanti cristiani, ebrei, musulmani e laici, ha sostenuto pubblicamente l’appello. “La coscienza dei credenti, indipendentemente dalla fede di appartenenza, non può non essere fortemente turbata dalle notizie provenienti dal teatro di guerra e l’impegno personale nella preghiera e nel dialogo è l’unico modo per liberarsi dal senso di impotenza che, per ammissione dello stesso Papa Leone XIV, sta attanagliando chi invoca la tregua e l’accordo”.
Siamo grati per queste testimonianze di una reazione e di un coordinamento da parte di diversi esponenti interreligiosi che vogliono ora, con questa dichiarazione nazionale, promuovere una chiarezza di intenzioni, di metodo e linguaggio, di contenuti e di finalità, per giungere alla vera pace e, soprattutto, in nome della nostra comune responsabilità, a preservare l’autentica dignità di ogni comunità religiosa e di ogni essere umano.
Roma, 29 agosto 2025
Noemi Di Segni – Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI)
Yassine Lafram – Presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII)
Abu Bakr Moretta – Presidente del Comunità Religiosa Islamica Italiana (COREIS)
Naim Nasrollah – Presidente della Moschea di Roma
Imam Yahya Pallavicini – Comunità Religiosa Islamica Italiana (COREIS)
Cardinale Matteo Maria Zuppi – Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI)
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In memoria di Guido Laj
Valentina Caracciolo
Devo a Guido Laj il mio ingresso in Sinistra per Israele e gli sarò sempre grata di questo così come di molte altre cose: di alcune di queste ero già consapevole da tempo, ma altre si aggiungono nella mia mente ora che Guido non c’è più.
Guido Laj ci ha lasciati l’11 agosto scorso. Il cancro l’ha avuta vinta dopo circa un anno dalla scoperta della malattia. Ancora, una ventina di giorni dopo l’operazione d’urgenza cui si era dovuto sottoporre, scriveva per raccontare il modo egregio con cui era stato accolto al Policlinico Umberto I e per sottolineare ancora una volta, come spesso aveva fatto, la professionalità e la passione dei medici della sanità pubblica.
A Roma è stato protagonista della rinascita di SxI: il 3 febbraio del 2024, in un’atmosfera ancora di shock totale dopo il massacro del 7 ottobre, fu tra i promotori di una straordinaria iniziativa alla quale partecipò in un emozionante collegamento Angelica Edna Calò Livne.
Da lì, finché la salute glielo ha consentito, è stato animatore di iniziative, confronti, discussioni, sempre con il suo approccio dialogante, ispirato alla difesa della democrazia e dei diritti.
Attivo in politica, nel PD a Roma e nelle istituzioni come assessore alle Politiche sociali nel municipio in cui era nato e cresciuto; nel sindacato come coordinatore della FLC a Roma Tre; autore insieme ad Annamaria Isastia del prezioso volume “L’eredità di Nathan: Guido Laj (1880-1948) prosindaco di Roma e Gran Maestro“, ritratto del suo omonimo antenato che come lui aveva dedicato parte della sua vita a migliorare Roma.
Guido se n’è andato molto presto, aveva solo 55 anni; difficile parlarne al passato, non solo perché così vicina è ancora la sua scomparsa, ma anche perché manca la sua capacità di mediare, di ridimensionare le controversie, e al tempo stesso la fermezza nel dire basta! ogni qualvolta avesse la percezione che la soglia dei diritti e della giustizia sociale stava per essere calpestata.
Ci manca il suo punto di vista in questa situazione geopolitica così drammatica; lo ricorderemo e terremo a mente il suo contributo ogni volta che porteremo avanti le battaglie cominciate insieme a lui.

UN ALBERO PER GUIDO
Per ricordare Guido Laj, amico e compagno che per anni -con l’equilibrio, la passione e il senso di giustizia che lo hanno sempre contraddistinto- si è dedicato a sostenere e a spiegare le ragioni di Israele e a coltivare la speranza di una pace giusta in Medio Oriente, “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” ha deciso di dedicargli la piantumazione di alberi in Israele, che nella tradizione ebraica piantare un albero è simbolo di pace, fratellanza, amore verso la natura e rappresenta la continuità della vita.
Chi volesse partecipare all’iniziativa può farlo con una libera sottoscrizione all’IBAN intestato a
Associazione Sinistra per Israele Banca Sella
IT30R032 1101 6000 52530 153070
causale: UN ALBERO PER GUIDO.
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Saul Meghnagi
La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.
Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.
Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.
“…da dove arrivano gli ebrei israeliani? Secondo una percezione diffusa, sarebbero arrivati in Palestina per fuggire dalle persecuzioni in Europa e perché mossi dall’ideologia sionista…Questo però è vero solo in parte… una comunità ebraica in Palestina c’è sempre stata, ma soprattutto perché, oggi, la maggioranza degli ebrei israeliani discende da persone immigrate in Israele da altri paesi mediorientali…”
Così si legge in una delle prime pagine del bel libro di Anna Momigliano (Fondato sulla sabbia, Garzanti, Milano 2025, p.14) che precisa: “Secondo un recente sondaggio, il 45 per cento degli ebrei israeliani si considera mizrahì, di origine mediorientale; a questi occorre aggiungere il 3 per cento di origine etiope un 8 per cento di origine “mista”.
Fatti i conti si scopre che soltanto il 44 per cento degli ebrei israeliani – che corrisponde al 35 per cento della popolazione israeliana nel suo complesso – è di origine europea” (ibid. p. 18).
I dati sugli ebrei riguardano l’80 per cento della popolazione israeliana, il cui 20 per cento è costituito da arabi, cristiani o mussulmani, e da altre minoranze.
I dati, se di fonte autorevole, (N. Lewin- Epstein e Y Cohen, “Ethnic origin and identity in the Jewish population of Israel, in JEMS – Journal of Ethnic and Migration Studies, June 2019, online June 2018), sono importanti per chiarire dinamiche culturali legate al conflitto mediorientale, in relazione all’opzione politica sintetizzata nella formula di “due popoli, due Stati”.
Klaus Dodds parla di guerre “fondate su una politica dell’identità”, legata a esperienze pregresse vissute come “una ‘ferita aperta’” alla quale sono legati sentimenti di appartenenza e di riconoscimento (Guerre di confine, Einaudi, Torino 2024, ed orig. 2021, p.302),
Per questo è importante capire che sofferenze, risentimento, se non odio reciproco, sono presenti nei sentimenti più profondi di coloro che si combattono avendo vissuto esperienze di sradicamento diverse, ma non del tutto prive di analogie.
La provenienza o l’origine di gran parte della popolazione israeliana da paesi orientali – oltre 900.000 persone costrette a fuggire, lasciando dietro di sé un vuoto dato dalla fine delle comunità stesse – è, inoltre, alla base sia negli usi più comuni – spesso dal cibo alla lingua di famiglia – sia in molteplici sentimenti di paura e di diffidenza.
Per tutto ciò è importante non guardare alla società israeliana come a una collettività omogenea e, allo stesso tempo, non vedere il mondo arabo come un insieme omogeneo.
È indispensabile tenere conto di tutti gli elementi di una storia complessa, sia di tutti gli ebrei israeliani – non solo di quelli europei per i quali la Shoah è un ricordo “di famiglia” – sia dei palestinesi, la cui specificità è figlia della storia più recente al di là dei legami con il complesso mondo arabo confinante o lontano.
In entrambi i casi, l’uso politico della religione – fattore certamente costitutivo ed essenziale delle diverse identità – quale riferimento per sostenere ragioni e diritti, rischia di creare barriere insensate.
Si pone, piuttosto “l’esigenza di fondare la vita civile attorno a nuclei di valori, ideali e rappresentazioni culturali condivise, che si rendono concrete e visibili in racconti storici, luoghi o oggetti della memoria, pratiche sociali collettive come celebrazioni e commemorazioni” (cfr. “Sacro”, in “Le parole della democrazia”, https://www.ucei.it/studi-ricerche/).
Questo non è certamente facile data l’eterogeneità originaria delle parti in causa.
Bisogna, comunque, affiancare all’esame delle dinamiche politiche nazionali e internazionali, l’analisi delle costruzioni identitarie nella loro evoluzione: non limitare la discussione solo a quelle territoriali ma anche alle narrazioni su cui fondano le esperienze e le motivazioni dei contendenti, le loro costruzioni culturali, le loro fonti di valori, le letture del passato. In tale ambito, va aperta una riflessione, volta al futuro, ma suscettibile di aiutare le opzioni sul presente, sulla natura stessa dei due possibili Stati.
Michael Herzfeld nel suo testo, appena pubblicato in italiano (Lo Stato nazione e i suoi mali, Castelvecchi, Roma 2024) evidenzia come una delle questioni alla radice di molti conflitti sia l’idea che lo Stato debba rappresentare e proteggere una sola cultura.
Herzfeld parla di “modernità della tradizione” per chiarire come sia possibile ancorare l’attualità (e soprattutto l’identità collettiva) a un passato specifico, ma come sia necessario tenere conto che la storia ha un carattere dinamico e non un inizio prestabilito, fisso, privo di relazioni e ibridazioni in cui si incontrano comunità diverse che possono convivere in condizioni di laicità, nelle quali le libertà siano legate a diritti e doveri condivisi.
I due Stati sono possibili solo se si accetta l’idea che in ciascuno di essi possano vivere e convivere gruppi e comunità – di diversa religione, storia, costruzione culturale, identità – con ideali, aspirazioni, appartenenze differenziate.
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Simone Santucci
Si ringrazia Radio radicale per la collaborazione
nell’aiutare a far conoscere la Newsletter di SxI
Qualcosa alimenta la speranza su Gaza, in una situazione disperata
Janiki Cingoli
(Huffington Post 28.08.25)
L’appello per Gaza alla Biennale una stronzata dice Giannini, inutile per Avati, scadente per Virzi
Ginevra Leganza
(Il Foglio 30.08.25)
The battle for the soul of Israel
Fania Oz-Salzberger
(Financial Times 30.08.25)
I disarmati. In Israele e Palestina c’è un popolo che vuole la pace: ascoltiamolo
Lucia Capuzzi
(Avvenire 31.08.25)
Se le bugie di Hamas favoriscono Bibi
Bernard-Henri Levy
(La Stampa 31.08.25)
Genova Flotilla Gaza Comunità Ebraica fiaccolata 40mila Music For Peace
Marco Preve
(La Repubblica 01.09.25)
Sì, è genocidio: lo hanno deciso genocidiologi autonominati
Mauro Suttora
(Huffington Post 02.09.25)
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