dalla Newsletter n°16 – Settembre 2025
Il testo integrale del discorso del presidente francese Emmanuel Macron
all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
New York 22 settembre 2025
Signora Presidente dell’Assemblea generale, Signor Segretario generale, Signore e Signori Capi di Stato e di governo, Signore e Signori,
Siamo qui perché è giunto il momento. È giunto il momento di liberare i 48 ostaggi detenuti da Hamas. È giunto il momento di fermare la guerra, i bombardamenti su Gaza, i massacri e lo sfollamento delle popolazioni. È giunto il momento perché l’urgenza è ovunque. È giunto il momento della pace perché siamo a pochi istanti dal non poterla più afferrare. È per questo che ci ritroviamo oggi. Alcuni diranno troppo tardi, altri diranno troppo presto. Una cosa è certa: non possiamo più aspettare.
Nel 1947, questa assemblea decise la spartizione della Palestina mandataria tra due Stati, uno ebraico e l’altro arabo, riconoscendo così il diritto di ciascuno all’autodeterminazione. La comunità internazionale consacrava così lo Stato di Israele, compiendo il destino di questo popolo, finalmente, dopo millenni di peregrinazioni e persecuzioni, e che poté fondare lì una democrazia così bella. La promessa di uno Stato arabo, invece, resta fino ad oggi incompiuta. Da allora, Israele e Palestina hanno percorso, ciascuno a modo proprio, un lungo cammino di speranza e di disperazione intrecciate. E noi, abbiamo camminato con loro, ciascuno di noi, secondo la propria storia e sensibilità. Ma la verità è che portiamo la responsabilità collettiva di aver finora fallito nel costruire una pace giusta e duratura in Medio Oriente.
È quanto di evidente ci è apparso il 7 ottobre 2023, quando il popolo israeliano subì il peggior attacco terroristico della sua storia: 1.224 uomini, donne e bambini uccisi, 4.834 uomini, donne e bambini feriti, 251 uomini, donne e bambini rapiti. La barbarie di Hamas e di chi ha collaborato a questo massacro ha stupito Israele e il mondo. Il 7 ottobre rappresenta una ferita ancora viva per l’anima israeliana così come per la coscienza universale. La condanniamo senza alcuna sfumatura, perché nulla, mai, da nessuna parte, può giustificare il ricorso al terrorismo. In questo giorno pensiamo alle vittime e alle loro famiglie. Esprimiamo la nostra compassione agli israeliani e chiediamo, prima di ogni altra cosa, che tutti gli ostaggi ancora detenuti da Hamas siano liberati senza alcuna condizione.
Noi, francesi, abbiamo reso omaggio nazionale ai nostri 51 connazionali assassinati quel giorno e a tutte le vittime del 7 ottobre 2023. Non li dimenticheremo. Mai.
Così come mai cesseremo la lotta esistenziale contro l’antisemitismo. Francesi, conosciamo il morso del terrorismo. Portiamo nel cuore il ricordo della testimonianza di fraternità offerta dopo gli attentati di Parigi del 7 gennaio 2015 da decine di leader stranieri, manifestando con loro, in prima fila, il primo ministro israeliano e il presidente dell’Autorità palestinese. Sappiamo che non è possibile alcuna debolezza di fronte ai terroristi.
Conosciamo anche il pericolo delle guerre senza fine. Sappiamo che il diritto deve sempre prevalere sulla forza. Infine, sappiamo dalla nostra storia che l’attaccamento all’universale e alla pace è l’eredità dei secoli passati così come la condizione della salvezza.
Affermo questo a nome della nostra amicizia con Israele, a cui il nostro impegno non è mai venuto meno. A nome della nostra amicizia anche con il popolo palestinese, per il quale vogliamo che la promessa iniziale delle Nazioni Unite – quella di due Stati che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza – diventi realtà.
Ora, in questo momento, Israele sta estendendo ulteriormente le sue operazioni militari a Gaza con l’obiettivo dichiarato di distruggere Hamas. Ma sono le vite di centinaia di migliaia di persone sfollate, ferite, affamate, traumatizzate che continuano a essere distrutte, mentre Hamas è stato considerevolmente indebolito e la negoziazione di un cessate il fuoco duraturo resta il mezzo più sicuro per ottenere la liberazione degli ostaggi.
Nulla giustifica più la prosecuzione della guerra a Gaza. Nulla. Tutto invece impone di porvi fine definitivamente, ora, se non l’abbiamo fatto prima per salvare vite: le vite degli ostaggi israeliani ancora detenuti in condizioni atroci. Le vite delle centinaia di migliaia di civili palestinesi oppressi dalla fame, dalla sofferenza, dalla paura di morire, dal lutto per i loro cari.
Salvare tutte le vite. Perché ormai da quasi due anni prevalgono la negazione dell’umanità dell’altro e il sacrificio della vita umana.
Sì, dal 7 ottobre la vita dell’altro è stata negata. Lo diciamo dal primo giorno della guerra a Gaza: una vita vale una vita. Lo so perché ho preso tra le braccia le famiglie degli ostaggi incontrate a Tel Aviv e poi a Parigi, e in questo momento penso alla madre di Evyatar David, ostaggio affamato e mostrato alla folla dai suoi carnefici.
Penso a Nimrod Cohen, ostaggio di 19 anni, il cui padre ho appena salutato. Lo so per aver visitato anche le vittime palestinesi delle operazioni militari israeliane rifugiate a El-Arish [in Egitto]. Donne, bambini, il cui sguardo non dimenticherò. Lo so per aver incontrato giovani di Gaza accolti in Francia. E penso a Rita Baroud, che avrebbe dovuto essere con noi oggi e che continua a testimoniare la disperazione dei suoi cari a Gaza.
Una vita vale una vita. Ed è nostro dovere proteggere gli uni e gli altri. Dovere indivisibile come lo è la nostra comune umanità. Esiste una soluzione per rompere il ciclo di guerra e distruzione. È il riconoscimento dell’altro, della sua legittimità, della sua umanità, di questa dignità.
Che ciascuno riapra gli occhi e veda volti umani là dove la guerra ha posto la maschera del nemico o i tratti di un bersaglio. È il riconoscimento che israeliani e palestinesi vivono in una solitudine gemella. Solitudine degli israeliani dopo l’incubo storico del 7 ottobre 2023. Solitudine dei palestinesi esausti in questa guerra senza fine.
È giunto il momento perché il peggio può accadere. Sia che si tratti del sacrificio di altri civili, dell’espulsione della popolazione di Gaza verso l’Egitto, dell’annessione della Cisgiordania, della morte degli ostaggi detenuti da Hamas, o di fatti compiuti che cambiano in modo irreversibile la situazione sul terreno. È per questo, è per questo che dobbiamo oggi, qui stesso, aprire questo cammino di pace. Perché dall’ultimo luglio, l’accelerazione degli eventi è terribile e a questo punto, è da temere che gli accordi di Abramo o di Camp David siano messi in discussione dall’azione di Israele e che la pace diventi impossibile per lungo tempo in Medio Oriente. Su di noi grava quindi una responsabilità storica.
Dobbiamo fare tutto il possibile per preservare la possibilità stessa di una soluzione a due Stati, Israele e Palestina, che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza.
È giunto il momento. E per questo, fedele all’impegno storico del mio Paese in Medio Oriente per la pace tra il popolo israeliano e il popolo palestinese, dichiaro che la Francia riconosce oggi lo Stato di Palestina.
Questo riconoscimento è un modo per affermare che il popolo palestinese non è un popolo di troppo. Che esso è, al contrario, quel popolo che non dice mai addio a nulla, per parlare come Mahmoud Darwish. Un popolo forte della propria storia, delle proprie radici, della propria dignità.
E il riconoscimento dei diritti legittimi del popolo palestinese non toglie nulla ai diritti del popolo israeliano, che la Francia ha sostenuto sin dal primo giorno e al rispetto dei quali resta ugualmente attaccata, proprio perché siamo convinti che questo riconoscimento sia la soluzione che, da sola, permetterà la pace per Israele. La Francia non è mai venuta meno nei confronti di Israele quando la sua sicurezza era in gioco, anche di fronte ai bombardamenti iraniani. Questo riconoscimento dello Stato di Palestina rappresenta una sconfitta per Hamas e per tutti coloro che alimentano l’odio antisemita, nutrono ossessioni antisioniste e vogliono la distruzione dello Stato di Israele.
Il riconoscimento da parte della Francia è accompagnato da quelli che saranno annunciati oggi, tra gli altri, e a cui va il nostro ringraziamento: Andorra, Australia, Belgio, Canada, Lussemburgo, Malta, Monaco, Portogallo, Regno Unito, San Marino, che hanno atteso con noi questo momento e, cogliendo l’appello dello scorso luglio, hanno fatto la scelta della responsabilità, dell’esigenza della pace. A questi si aggiungono, dopo la scelta fatta da Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia nel 2024, e tanti altri prima di loro. Questo riconoscimento apre la strada a una negoziazione utile sia per israeliani sia per palestinesi. Questa via è quella del piano di pace e sicurezza per tutti che l’Arabia Saudita e la Francia hanno sottoposto al voto dell’Assemblea, la quale l’ha adottato con ampia maggioranza.
Esso esprime la nostra ambizione comune di spezzare il ciclo della violenza e cambiare lo scenario sul terreno.
Abbiamo saputo fare un passo l’uno verso l’altro, uscire dalle nostre posizioni abituali e fissarci obiettivi concreti.
Ora spetta a noi attivare insieme una macchina di pace che risponda ai bisogni di tutti. Il primo tempo di questo piano di pace e sicurezza per tutti è quello dell’urgenza assoluta: la liberazione dei 48 ostaggi e la fine delle operazioni militari su tutto il territorio di Gaza. Saluto gli sforzi del Qatar, dell’Egitto e degli Stati Uniti per raggiungere questo obiettivo e chiedo a Israele di non fare nulla che ostacoli il loro esito. Hamas è stato sconfitto sul piano militare attraverso la neutralizzazione dei suoi leader e decisori. Deve esserlo anche sul piano politico per essere veramente smantellato.
Una volta raggiunto il cessate il fuoco, sarà necessario uno sforzo massiccio collettivo per portare soccorso alla popolazione di Gaza. Ringrazio l’Egitto e la Giordania per il loro impegno e ricordo a Israele l’obbligo assoluto di facilitare l’accesso umanitario a Gaza per aiutare una popolazione oggi privata di tutto.
Il secondo tempo riguarda la stabilizzazione e la ricostruzione a Gaza. Un’amministrazione di transizione, che integri l’Autorità palestinese e la gioventù palestinese, accompagnata da forze di sicurezza la cui formazione accelereremo, avrà il monopolio della sicurezza a Gaza. Essa attuerà lo smantellamento e il disarmo di Hamas, con il sostegno dei partner internazionali e le risorse necessarie a questa difficile missione.
La Francia è pronta a contribuire a una missione internazionale di stabilizzazione e a sostenere, insieme ai partner europei, la formazione e l’equipaggiamento delle forze di sicurezza palestinesi. Non appena la negoziazione lo permetterà, il Consiglio di Sicurezza potrà decidere il dispiegamento di una missione di supporto civile e di sicurezza in collegamento con le autorità palestinesi, con il consenso delle autorità israeliane.
Spetterà anche allo Stato di Palestina ridare speranza alla propria popolazione provata da anni di violenza, occupazione, ma anche divisione e negligenza. Sarà quindi suo compito offrire al proprio popolo un quadro di espressione democratica rinnovato e sicuro. Il presidente Mahmoud Abbas ha preso tale impegno con il principe Mohammed Bin Salman e con me stesso. Ha condannato con forza gli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023. Ha affermato il suo sostegno al disarmo di Hamas e si è impegnato a escluderlo dal governo futuro di Gaza così come dall’intero territorio palestinese. Ha confermato l’impegno a combattere i discorsi di odio e ha promesso una riforma profonda della governance palestinese. La Francia seguirà attentamente la piena attuazione di tutti gli impegni presi nei suoi confronti.
Questa Autorità palestinese rinnovata è una condizione necessaria per il successo della indispensabile negoziazione che dovrà essere ripresa per giungere a un accordo su ciascuna delle questioni relative allo status finale.
È in questo quadro che potrò decidere di stabilire un’ambasciata presso lo Stato di Palestina, una volta che tutti gli ostaggi detenuti a Gaza saranno stati liberati e che sarà stato raggiunto un cessate il fuoco.
L’esigente richiesta della Francia verso Israele non sarà minore: insieme ai partner europei, legherà il livello della propria cooperazione alle misure adottate per porre fine alla guerra e negoziare la pace. È grazie a questo percorso che otterremo uno Stato di Palestina sovrano, indipendente e smilitarizzato, che comprenda l’insieme dei suoi territori, riconosca Israele e sia riconosciuto da Israele, in una regione che conoscerà finalmente la pace.
Mi aspetto inoltre che i nostri partner arabi e musulmani che non l’hanno ancora fatto rispettino i loro impegni di riconoscere lo Stato di Israele e di avere relazioni normali con esso una volta che lo Stato di Palestina sarà stato stabilito.
Così dimostreremo insieme una doppia riconoscenza a beneficio della pace e della sicurezza di tutti in Medio Oriente.
Ecco, signore e signori, qual è il nostro piano di pace.
Esso stabilisce un meccanismo rigoroso per uscire dalla guerra e entrare in una fase decisiva di negoziazione. Permette che la pace israelo-palestinese diventi il primo pilastro di una nuova architettura di pace e sicurezza in Medio e Vicino Oriente. Rende credibile anche la possibilità di una maggiore integrazione economica. Nulla sarà possibile senza che le autorità israeliane si approprino pienamente della nostra ambizione rinnovata di giungere finalmente alla soluzione dei due Stati.
Conosco la loro riluttanza e il loro timore. Ascolto con grande rispetto il popolo israeliano, la sua tristezza e la sua fatica. E voglio credere che anche le autorità israeliane lo ascolteranno e sapranno impegnarsi a loro volta. So che il popolo israeliano e i suoi leader ne hanno la forza. Ricordo il giovane uomo che ero, apprendendo il terribile assassinio di Yitzhak Rabin, quasi trent’anni fa.
Ucciso per aver voluto la pace. Nel momento in cui la morte stava per portarlo via, l’eroico guerriero dello Stato di Israele pronunciava queste parole: “Ho fatto la guerra finché non c’era alcuna possibilità di fare la pace.” Questa possibilità esiste, qui, oggi.
Centoquarantadue Stati propongono questa pace, mano tesa, pronta a essere stretta.
Allora sì, è giunto il momento di fermare la guerra a Gaza, i massacri, la morte. Subito. L’urgenza ce lo impone. È giunto il momento per Israele di vivere in pace e sicurezza, dalla Galilea al Mar Rosso, dal Mar Morto, dal Lago di Tiberiade e da Gerusalemme. È giunto il momento di non discutere più da nessuna parte l’esistenza dello Stato di Israele e di renderla evidente.
È giunto il momento di rendere giustizia al popolo palestinese e così di riconoscere uno Stato di Palestina, fratello e vicino, a Gaza e in Cisgiordania e attraverso Gerusalemme. È giunto il momento di scacciare da queste terre il volto orrendo del terrorismo e costruire la pace. Sì, costruire la pace: è ciò che ci unisce qui, ed è la speranza che possiamo costruire. Mentre per alcuni comincia un nuovo anno, è una scelta da fare ed è nostro dovere. La pace è molto più esigente, molto più difficile di tutte le guerre. Ma il tempo è giunto.

