Ca’ Foscari, ovvero il dilemma: guerra o pace?

dalla Newsletter n°17 – Ottobre 2025

Alessio Aringoli

 

All’Università Ca’ Foscari, ultimo di tanti meno noti episodi d’intolleranza, si è posta chiaramente una questione: davanti al conflitto mediorientale non ci sono vie di mezzo morali, o si è per la pace o si è per la guerra.

Non è, tra tante che lo sono, una semplificazione retorica: è la realtà politica concreta che si disegna quando una parte chiede non la cessazione delle ostilità, ma la sconfitta totale dell’altra.

I gruppi estremisti che si dichiarano “pro-Palestina” troppo spesso non invocano la pace; chiedono la caduta, l’annientamento politico e morale di Israele. Non è un’obiezione sul linguaggio: è la definizione di un obiettivo che esclude qualsiasi terreno di negoziato. Allo stesso tempo non possiamo chiudere gli occhi davanti a chi, in nome di Israele, giustifica ogni abuso e pretende l’assoluzione morale di qualunque decisione politica. Anche questo non è sostegno alla pace: è la giustificazione della guerra perpetua. Da due lati opposti, dunque, si costruisce un muro che impedisce la trattativa, che normalizza la violenza e che cancella la dignità delle vittime, palestinesi e israeliane.

I moltissimi messaggi di solidarietà al nostro presidente Emanuele Fiano -giusti e necessari- si sono concentrati legittimamente su forma, toni, libertà di parola e sui segnali estremamente preoccupanti di un crescente antisemitismo. Difendere il diritto di parlare in una università è fondamentale.

Ma ridurre la vicenda a un problema di forma rischia di nascondere ciò che è più sostanziale: il contenuto del dibattito che si voleva impedire. Se il discorso pubblico diventa un’arena in cui l’unico fine è delegittimare e umiliare l’avversario, fino a considerare tale anche chi vuole parlare di pace, allora il confronto politico si trasforma in guerra politica.

Se Israele è un obiettivo da abbattere, allora la discussione sarà sul “come” abbatterlo: boicottaggi, esclusioni, inviti a infliggere danno, impedire dibattiti… alla fine, la logica bellica può giustificare qualsiasi mezzo.

Quando una collettività individua come unico e solo “colpevole” uno Stato o un popolo, si cancella la domanda essenziale: come si costruisce una pace giusta e duratura?

Questa non è solidarietà con i civili palestinesi, è strumentalizzazione del loro dolore per raggiungere fini politici che non contemplano il reciproco riconoscimento.

Per uscire da questa spirale serve una voce chiara e autonoma che ricomponga principi e strumenti: riconoscere il diritto di Israele a esistere e a vivere in pace e in sicurezza; riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato e a una vita libera dall’occupazione, dalla miseria e dall’oppressione del fanatismo integralista; rifiutare l’odio e la disumanizzazione; rifiutare l’impunità e la normalizzazione della violenza. Non sono posizioni contraddittorie: sono i mattoni minimi di qualsiasi percorso di pace credibile.

Sinistra per Israele, pur coi suoi limitati mezzi, ha una grande funzione storica in questo frangente: non quella di imporre comodi schieramenti, ma quella di rilanciare un impegno per la pace che sia reale.

Significa lavorare per condizioni politiche che rendano possibile una soluzione negoziata, mettere la protezione dei civili al centro, promuovere iniziative internazionali di riconciliazione e sostenere attori locali che desiderano il dialogo. È l’unico modo per aiutare davvero il popolo palestinese, gli israeliani e, con loro, l’intera regione mediorientale e mediterranea.

Le università devono tornare a essere luoghi dove si spiega, si comprende, si argomenta, ci si contraddice anche, ma senza cancellarsi. Fermare un intervento non fa la pace; costruire le condizioni per discutere, ascoltare e negoziare sì.

Chi vuole la pace non chiede la sconfitta di qualcuno: chiede la fine della guerra.

E per farlo occorre un coraggio politico che non somiglia né all’odio né all’assoluzione incondizionata, ma a quel sottile, difficile lavoro di costruzione che prende corpo nelle scelte concrete, nelle proposte e nella responsabilità. Con in testa un solo slogan, il più difficile, il più importante: Pace Adesso, Shalom Achshav, Al-Salam Alaan, Peace Now.

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