dalla Newsletter n°17 – Ottobre 2025
Piero Fassino
La rottura della tregua da parte di gruppi armati islamisti con conseguente dura reazione di Israele indica quanto fragile sia l’intesa raggiunta con il Piano Trump e anche quanto sia urgente passare alla seconda fase del piano per andare oltre la tregua e avviare il cammino che conduca alla pace. Un passaggio che impone a ogni attore scelte chiare, in primo luogo a israeliani e palestinesi.
Fino ad oggi Nethanyahu ha sempre rifiutato la nascita di uno Stato palestinese. Tant’è che non solo ha via via indebolito in ogni modo l’Autorità Nazionale Palestinese, ma ha costantemente autorizzato l’estensione di insediamenti israeliani in Cisgiordania (giunti a 700.000 abitanti quando erano 100.000 all’indomani degli Accordi di Oslo) fino a evocare l’annessione dell’intera West Bank allo Stato di Israele. Un’ipotesi stoppata perfino da Trump, consapevole che un tale atto provocherebbe una rottura con il mondo arabo e incendierebbe nuovamente il Medio Oriente.
Certo, la rigidità di Nethanyahu poggia sullo shock che il massacro del 7 Ottobre ha provocato nella società israeliana, suscitando diffidenza – e spesso contrarietà – alla nascita di uno Stato palestinese anche in settori dell’opposizione e perfino in persone e organizzazioni impegnate da anni a favore della soluzione Due Popoli-Due Stati. Il timore diffuso è che uno Stato palestinese possa essere guidato da Hamas, esponendo Israele ad altri 7 Ottobre.
Eppure farsi guidare dalla paura può essere foriero di drammi peggiori.
Negare ai Palestinesi il diritto ad una patria non potrà che alimentare un vento irredentista offrendo così all’estremismo islamista uno spazio di azione.
È significativo che anche uomini moderati, come l’ex primo ministro Ehud Olmert, sostengano che solo una soluzione di coesistenza di due Stati può dare pace e sicurezza alla regione.
Nonostante la caduta di fiducia nella società israeliana sulla possibilità di convivenza con uno Stato palestinese, una soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati appare tuttora l’unica in grado di costruire una pace solida e sicura.
Il che però richiede una leadership palestinese autorevole in grado di negoziare con il consenso della società palestinese. L’attuale ANP, stretta tra l’ostilità di Nethanyahu e l’azione estremistica di Hamas, appare obiettivamente debole. Serve un cambio di passo.
Per un verso una profonda riforma dell’ANP che le consenta di recuperare una credibilità spesso incrinata in questi anni da episodi di clientelismo e corruzione. E per altro verso l’innesto di una personalità in grado di raccogliere la fiducia di una parte ampia della popolazione palestinese.
Marwan Barghouti è oggi di gran lunga il leader palestinese più popolare e una sua liberazione potrebbe introdurre un fattore dinamico in uno scenario bloccato. Una liberazione a cui Nethanyahu si oppone perché, rifiutando l’idea stessa di uno Stato palestinese, non vuole in campo un negoziatore credibile. Ma è una liberazione non auspicata neanche da Hamas, consapevole che il suo spazio si ridurrebbe con un leader palestinese popolare disposto a negoziare.
Proprio per questo la liberazione di Barghouti può rappresentare la “carta” per aprire una fase nuova nella vicenda israelo-palestinese.
Certo, i radicali cambi di strategia non sono mai facili, soprattutto dopo anni di contrapposizione militare frontale culminata nel massacro del 7 Ottobre e nella feroce guerra di Gaza. E tuttavia è proprio nei momenti di più dura crisi che si devono compiere le “mosse del cavallo” necessarie a definire un nuovo scenario.
Insomma, un vecchio adagio diplomatico ricorda che “la pace si fa con il nemico”. Mai come oggi la pace chiede a israeliani e palestinesi il coraggio di scelte lungimiranti.
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