La vera sfida comincia adesso

dalla Newsletter n°17 – Ottobre 2025

Ivan Scalfarotto

 

Perfino chi non apprezza Donald Trump deve riconoscergli questo: la tregua raggiunta fra Israele e Hamas è un risultato politico concreto.

Dopo mesi di guerra e di angoscia, il ritorno a casa degli ostaggi ancora in vita è stato un momento di sollievo profondo per Israele e per chiunque creda nel diritto del suo popolo di vivere in sicurezza. Quelle immagini di abbracci e lacrime non cancellano la tragedia, ma restituiscono un frammento di umanità a una nazione profondamente colpita, che ha subito l’attacco più sanguinoso della sua storia. Restano però le ferite aperte: i corpi degli ostaggi uccisi devono essere restituiti alle famiglie, perché la pace comincia anche dal rispetto dei morti.

 

Il merito di questa tregua sta soprattutto nel metodo. L’amministrazione americana, pur guidata da un leader divisivo, è riuscita a costruire un’inedita alleanza con i Paesi arabi moderati che hanno agito in modo coordinato, rendendo possibile l’accordo.

È un risultato fragile, ma segna il ritorno della diplomazia regionale e la consapevolezza che nessuno, in Medio Oriente, può più chiamarsi fuori.

Dietro il cessate il fuoco si muove un equilibrio complesso: Doha come canale di contatto con Hamas, il Cairo come garante del confine, Riad come potenziale sponsor politico e finanziario della ricostruzione.

È il fronte dei Paesi che, da anni, si sono assunti la responsabilità di contrastare l’influenza dell’Iran e dei gruppi terroristici che da Teheran ricevono armi, addestramento e risorse. Un ruolo, per troppo tempo, frainteso o sottovalutato anche nella nostra politica domestica, spesso più incline alla propaganda che alla comprensione della realtà geopolitica.

 

La verità è che senza il contributo di questi attori regionali moderati, nessuna tregua sarebbe stata possibile. E che la loro stabilità rappresenta oggi un argine essenziale contro l’espansione di forze oscurantiste come Hamas, Hezbollah o gli Houthi, che dell’Iran sono emanazione diretta.

Israele ha pagato un prezzo altissimo per questa instabilità: il suo diritto alla sicurezza è la condizione preliminare di ogni dialogo.

Ma la vera sfida comincia adesso. La tregua dovrà essere accompagnata passo dopo passo dalla comunità internazionale: senza un percorso politico credibile, il silenzio delle armi resterà una parentesi.

Il traguardo rimane quello di sempre: due popoli, due Stati. È l’unica prospettiva che possa garantire pace e sicurezza a entrambi, ma non può nascere da un’equidistanza morale tra chi aggredisce e chi si difende.

 

Per arrivarci, Hamas deve essere disarmata ed esclusa da qualsiasi ruolo nella ricostruzione di Gaza: non si può affidare il futuro del popolo palestinese a chi lo ha sacrificato alla violenza e al fanatismo.

Israele, dal canto suo, dovrà ritrovare equilibrio e leadership, liberandosi dal peso delle destre messianiche che incoraggiano la colonizzazione della Cisgiordania e minano ogni prospettiva di convivenza.

I Paesi arabi, infine, dovranno contribuire non solo con fondi ma con un impegno politico concreto, sostenendo la nascita di una leadership palestinese credibile e responsabile. Solo così la tregua potrà trasformarsi in speranza.

E l’Europa? È tempo che esca dall’imbarazzante immobilismo in cui si è rinchiusa, fatta di equilibrismi dettati da calcoli elettorali, timori di piazze rumorose, propaganda ideologica e un antisemitismo che rialza la testa.

È tempo che l’Unione, con senso di responsabilità, assuma il conflitto mediorientale per ciò che è: una questione geopolitica, con molti attori, molti interessi e troppi nemici della pace. Nemici da contrastare attivamente, sostenendo con altrettanta convinzione le forze della pace, in Israele come in Palestina.

 

Merito, dunque, a Donald Trump per aver riaperto una finestra di dialogo. Ma anche l’Europa dovrà fare la sua parte — con coraggio, coerenza e una visione finalmente all’altezza del suo ruolo.