Lo smarrimento di una società nel vuoto di leadership politica

dalla Newsletter n°17 – Ottobre 2025

Bruna Soravia

 

Sottoposta alla fortissima pressione del conflitto e alla necessità di prendere posizione nei riguardi delle proposte che arrivano dall’attività diplomatica e dal dibattito politico, come reagisce la società palestinese?

Mai come in questi due anni di guerra l’opinione pubblica palestinese è apparsa priva di voci autorevoli che, come quelle di Edward Sa’id e Mahmud Darwish nel corso dei colloqui di pace, ne rappresentassero le istanze e le aspirazioni.

 

Al di là delle posizioni intransigenti di una parte della diaspora nei paesi occidentali, a indicare gli umori dei palestinesi sono stati i sondaggi, soprattutto quelli condotti periodicamente dai ricercatori dello Arab Barometer.

L’ultimo sondaggio, di circa una settimana fa (clicca qui), ha registrato il consueto divario di opinioni fra gli intervistati a Gaza e in Cisgiordania, con i primi più pragmaticamente favorevoli al piano proposto da Trump e ad accordi negoziati, i secondi più scettici e più inclini al proseguimento della lotta armata.

Sempre secondo Arab Barometer diretto da Khalil Shikaki, c’è invece maggiore convergenza su tre questioni: la contrarietà al disarmo di Hamas (condizione invece inderogabile per Israele); la profonda sfiducia nella leadership dell’Autorità nazionale di Mahmud ‘Abbas; il pessimismo sul traguardo di uno Stato palestinese raggiunto attraverso il Piano di Trump.

Decisamente più condivisa è poi la richiesta di elezioni politiche (le ultime elezioni parlamentari, vinte da Hamas, risalgono al 2006).

 

Secondo queste rilevazioni, oggi, come all’indomani del 7 Ottobre, alle elezioni generali Hamas supererebbe Fatah mentre Marwan Barghouti, se candidato, sarebbe vincitore alla guida dell’ANP.

A un primo sguardo, l’insieme di questi dati sembra indicare come impossibile una pace definitiva, allontanando ulteriormente l’ipotesi dei due Stati.

In realtà, i sondaggi registrano soprattutto lo smarrimento della società palestinese nel vuoto di leadership politica, che è preesistente al riaccendersi del conflitto e al quale non hanno dato risposta né la dittatura islamica imposta da Hamas a Gaza, né il sistema clientelare e corrotto dell’ANP in Cisgiordania, sarcasticamente definito “abbaside” dai palestinesi, con un gioco di parole fra Mahmud ‘Abbas e il secondo califfato arabo, al-khilafa al-‘abbasiyya).

 

In questa condizione, le strutture segmentarie tradizionali della società araba della regione sono tornate visibili, come hanno dimostrato a Gaza l’attacco di Hamas al clan dei Dughmush, forse il più potente nella Striscia e antico avversario dell’organizzazione terroristica, che stava riorganizzando il controllo del proprio territorio; e, viceversa, la proposta avanzata da Hamas che Amjad al-Shawwa’, membro del clan omonimo, faccia parte del “consiglio di tecnocrati” che dovrebbe governare la Striscia.

In realtà, i clan (in arabo, hamula) hanno iniziato a riprendere potere nella società palestinese dopo la seconda intifada nel 2000 -ovvero nel contesto dell’indebolimento dell’ANP a vantaggio di Hamas- e hanno garantito la continuità e la sicurezza delle strutture comunitarie in assenza di un’autorità centrale riconosciuta.

Yasser Arafat, tornato nel 1994 in Cisgiordania dalla diaspora tunisina, era stato fino ad allora capace di gestire le dinamiche dei “poteri informali” nei Territori, assecondando un processo di “tribalizzazione” delle strutture politiche che riconosceva l’autorità dei capi clan (per esempio attraverso l’adozione di un sistema elettorale proporzionale che, nel 1996, ne aveva confermato la guida locale) e distribuiva privilegi e denaro in cambio di lealtà alla “vecchia guardia” di Fatah.

Così Khalil Shikaki definiva la generazione dei fondatori di Fatah, opponendola alla “giovane guardia” -la generazione di Marwan Barghouti e Mohamed Dahlan- che non aveva conosciuto l’umiliazione della sconfitta in Libano e dell’esilio, era contraria a cedere le armi, era aperta al confronto con gli islamisti e premeva per il ricambio.

 

La percezione da parte palestinese del fallimento del Processo di Pace e lo scoppio della intifada al-Aqsa, probabilmente influenzati entrambi dallo scontro interno all’ OLP, rafforzarono nuovamente il potere informale dei clan e condussero, di fatto, alla fine del regime di Arafat.

Nonostante il ricorso alla forza e l’appoggio delle istituzioni internazionali e dei governi israeliani, Mahmud ‘Abbas non è mai stato in grado di assicurarsi l’appoggio dell’ex-giovane guardia, né di padroneggiare le dinamiche dei rapporti con i clan come aveva fatto il suo predecessore.

I clan si sono infatti dimostrati impervi sia al nazionalismo laico dell’OLP, sia all’islamismo radicale di Hamas, che a Gaza ha dovuto affrontarne il potere.

Lo scontro più violento è avvenuto, come si è detto, con i Dughmush, autori nel 2007 del rapimento del giornalista britannico Alan Johnston, condotto allo scopo di sfidare l’autorità del gruppo islamista.

In questa situazione, Hamas ha giocato con un certo successo la carta del tradizionalismo, consentendo il ricorso a pratiche di giustizia consuetudinaria estranee alla Sharia e tollerando canali privati di finanziamento, attraverso fondazioni private o ONG finanziate dalla diaspora che, come quella intestata agli Shawwa’, promuovono iniziative umanitarie destinate a famiglie o distretti particolari.

 

In Cisgiordania, i clan sono anche dietro iniziative politiche descritte come provenienti dalla società civile, e probabilmente all’origine di movimenti come il BDS (Boycott, Divestment and Sanctions), che ha visto una forte presenza del clan Barghouti.

È per l’assenza di un discorso politico nazionale unificante che restano sul tavolo delle trattative istanze come quella del diritto al ritorno, ribadita ancora recentemente da ‘Abbas e inaccettabile per Israele, di cui solo una leadership politica forte e riconosciuta potrebbe argomentare la rinunzia.

Questa situazione di poteri politici senza legittimità (legittimità interna nel caso dell’ANP, legittimità esterna nel caso di Hamas) e di poteri informali fortemente contenitivi ma privi di dialettica interna e poco trasparenti, rappresenta oggi probabilmente, insieme alla rinnovata diffidenza reciproca delle due comunità nazionali, uno degli ostacoli maggiori al successo del nuovo processo di pace.

 

Nella foto: Gaza 2006 – militanti di Fatah si scontrano con  quelli di Hamas