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Cosa trattiamo in questo numero
Victor Magiar
Editoriale
Karol Wojtyla, la Corte Internazionale di Giustizia e i socialisti europei
Victor Magiar
Analisi e commenti
SCENARIO INTERNAZIONALE
La vera sfida comincia adesso
Ivan Scalfarotto
LA SOCIETÀ PALESTINESE
Il coraggio di scelte difficili. La carta Barghouti
Piero Fassino
Lo smarrimento di una società nel vuoto di leadership politica
Bruna Soravia
LA SOCIETÀ ISRAELIANA
Israele. La sfida alla democrazia, il futuro della pace
Janiki Cingoli
Yitzhak Rabin, 30 anni fa. E oggi?
Giorgio Gomel
LA SOCIETÀ ITALIANA
Contro Netanyahu sì, contro Putin e Hamas no: una catastrofe etica
Paolo Flores d’Arcais
Ca’ Foscari, ovvero il dilemma: guerra o pace?
Alessio Aringoli
No, non ci faremo scacciare
Samuele Vianello
Fiano e chi usa la censura come protesta
Michele Serra
L’ambiguità di Francesca Albanese e l’errore dei Comuni che la celebrano
Simone Santucci
Sono una storica ebrea della Diaspora e non sono mai andata in “gita” ad Auschwitz
Serena Di Nepi
Dall’Associazione
Firenze, Milano, Roma
tre iniziative per ricordare Yitzhak Rabin
Roma Una mattinata sul conflitto mediorientale al Liceo Mamiani
Aldo Winkler
Torino Un autunno di iniziative per la sezione piemontese
Ludovica de Benedetti
Torino Rompere il silenzio sull’Iran e riflettere sul futuro della regione
Anna Segre
Letture e Riletture
Parlare di Gaza pensando a “Due popoli due Stati”
Saul Meghnagi
Rassegna stampa
Selezione di articoli della stampa nazionale e internazionale
Simone Santucci
Redazione
Contatti
*1*
Victor Magiar
Questo numero, che si chiude in coincidenza con il trentesimo anniversario dell’assassinio di Yitzhak Rabin (e alla cui memoria “Sinistra per Israele- Due Popoli Due Stati” dedica tre eventi) affronta due temi principali:
a) il Piano Trump e le sue conseguenze, sia in un quadro geopolitico che nella società palestinese, in quella israeliana e qui da noi, in Europa
b) lo sbandamento culturale (quindi politico) della Sinistra nostrana e di quella europea.
Il primo tema è stato affrontato con uno sguardo più generale, geopolitico, da Ivan Scalfarotto, mentre Piero Fassino e Janiki Cingoli lo affrontano tenendo conto di quello che bolle in pentola nella società palestinese e in quella israeliana.
Approfondiamo il tema con altri due contributi: Bruna Soravia descrive la frammentazione clanica e il deficit di leadership della società palestinese; Giorgio Gomel, nel trentesimo anniversario dell’assassinio di Y. Rabin, ricorda che l’assassino era un militante delle forze dell’ultradestra nazional-religiosa oggi al governo con i ministri Smotrich e Ben-Gvir.
Il secondo tema, ovvero quello dello sbandamento culturale di buona parte della Sinistra italiana ed europea viene poi affrontato con diversi articoli. Ospitiamo i contributi di Paolo Flores D’Arcais, che non esita a parlare di “catastrofe etica”; di Michele Serra, che ci parla di “censura, circoli chiusi, atrofia culturale, conventicola dei puri”; di Alessio Aringoli e Samuele Vianello che ci parlano di “intolleranza, squadrismo, istigazione alla distruzione e all’odio”, partendo dall’episodio dell’Università Ca’ Foscari.
Sempre sul secondo tema, o meglio, sullo sbandamento del linguaggio, su parole e rimandi culturali, due contributi con taglio diverso: nella sezione “letture e riletture” Saul Meghnagi ci ricorda l’uso indiscriminato e improprio di diverse parole –pulizia etnica, apartheid, genocidio– come già egregiamente esposto da Marcello Flores, nei suoi volumi “Le parole hanno una storia” e “Il genocidio”.
E di genocidio parliamo anche nell’editoriale dedicato a Karol Wojtyła, la Corte Internazionale di Giustizia e i socialisti europei: lo facciamo ricordando le parole di Karol Wojtyla, lo facciamo ricordando i criteri fondamentali che definiscono cosa sia un genocidio, lo facciamo raccontando dell’inspiegabile silenzio dei media e della politica sull’importante intervista alla giudice Joan Donoghue, presidente della Corte Internazionale di Giustizia, che con un’intervista alla BBC ha provato “a correggere quanto riportato dai media”.
Ospitiamo poi un interessante commento della storica Serena Di Nepi sulle improvvide parole sulle “gite ad Auschwitz” di Eugenia Maria Roccella, ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità.

Infine abbiamo dedicato spazio per ricordare le iniziative promosse nello scorso mese dalle nostre sezioni territoriali, e per annunciare quelle promosse per ricordare Yitzhak Rabin, a iniziare dall’appuntamento del 20 novembre a Roma, dove avrà luogo una conferenza moderata da Giovanna Pancheri giornalista SkyTg24 e con la partecipazione di Benny Morris noto storico israeliano, Yair Golan presidente del partito “i Democratici”, Yossi Beilin già ministro di Israele e negoziatore degli Accordi di Oslo, Samieh Al-Abed già Ministro ANP e negoziatore a Camp David, Emanuele Fiano e Piero Fassino di Sinistra per Israele- Due Popoli Due Stati.
*2*

Karol Wojtyla, la Corte Internazionale di Giustizia e i socialisti europei
Victor Magiar
“Quello che sto cercando di correggere, cioè quello che spesso viene detto dai media, […] ovvero che esiste un caso plausibile di genocidio, non è ciò che la Corte ha deciso”.
Con queste parole la giudice Joan Donoghue, presidente fino al 2024 della Corte Internazionale di Giustizia, ha provato a correggere quanto “riportato dai media”, rimasti misteriosamente indifferenti a questa intervista alla BBC del 25 aprile 2024.
Cliccare sull’immagine per vedere il video con la trascrizione
Del resto, nessuno ha mai usato la categoria del “genocidio” per definire la tragedia di oltre 25 milioni di vittime sovietiche nella Seconda Guerra Mondiale (circa 17 milioni civili), o anche la morte nella medesima guerra di quasi 20 milioni di vittime cinesi (oltre 15 milioni civili).
Tutti questi morti sono considerati “vittime di guerra”, mentre il genocidio è per definizione l’azione volta a distruggere, in tutto o in parte, uno specifico gruppo nazionale, etnico, linguistico, religioso: elemento cruciale è, secondo la definizione giuridica, “l’intenzione specifica” di distruggere un gruppo “in quanto tale“.
Per questo motivo sono invece considerati come genocidio lo sterminio in due anni del 70% dei 2 milioni di armeni ottomani e lo sterminio in tre anni del 50% degli ebrei in Europa (oltre 6 milioni).
Per decenni si è tentato “da destra” di ridimensionare la tragedia della Shoah equiparandola ad altre vicende storiche, in particolare ai Gulag sovietici. Questo tentativo è stato portato avanti anche “da sinistra” rinunciando alla consueta lettura materialistica e abbandonandosi a paragoni astratti se non grotteschi, come la nota intervista a Günter Grass in cui si accostava la Shoah alle sofferenze del popolo tedesco.
Karol Wojtyla, ovvero Papa Giovanni Paolo II, ha coniato un termine poi diventato universale per distinguere fra queste tragedie e quella genocidaria nazista definendo quest’ultima come “il Male Assoluto”.
Da anni in Medio Oriente è in corso un conflitto che vede coinvolti numerosi governi e gruppi terroristici. Punta dell’iceberg della tragedia mediorientale è oggi Gaza con migliaia di morti e la popolazione allo stremo. Già dall’8 ottobre 2023 alcuni hanno definito l’azione militare israeliana un genocidio.
Un genocidio anomalo, considerato che i cittadini palestinesi di Israele (oltre il 20% della popolazione) non vengono perseguitati, ma partecipano alla vita del Paese esprimendosi in parlamento o nelle strade aderendo alle manifestazioni contro il governo.
Un genocidio anomalo, visto che l’esercito israeliano invita i civili gazawi ad abbandonare le zone dove intende intervenire.
Sono migliaia le vittime oggi a Gaza, ma non è in corso una caccia all’uomo per far scomparire, in due anni, 15 milioni di arabi palestinesi, né entro i confini di Israele, né in Cisgiordania, né a Gaza. Allora perché usare il termine “genocidio”?
Per ribaltare un’immagine storicamente sedimentata degli ebrei come minoranza storicamente perseguitata.
La parola genocidio pesa sulla coscienza europea, come se gli ebrei fossero stati vittime solo della Shoah, dimenticando invece secoli di persecuzioni, segregazioni, pogrom e accuse inverosimili (deicidio, diffusione della peste, invenzione del capitalismo e del socialismo) senza dimenticare poi l’ossessiva accusa dell’uccisione intenzionale dei bambini, accusa che ancora oggi torna.
Insomma, il genocidio ha a che fare con la storia del popolo ebraico. Usare il termine genocidio per Gaza non è un attacco a Israele, è un insulto agli ebrei.
È anche altro: un tentativo di riscrivere la memoria e di banalizzare la Shoah e qualsiasi altro genocidio, perché se tutto è genocidio niente è genocidio: l’uso indiscriminato della nozione di genocidio è egregiamente chiarita da Marcello Flores, con i volumi “Il genocidio”, (Il Mulino, Bologna, 2021), e “Le parole hanno una storia” (Donzelli, Roma, 2024).
Questa estate S&D, il gruppo Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo, ha deciso di usare il termine genocidio riferito a Gaza: evidentemente Gaza sarebbe come Auschwitz.
Questa decisione non influirà sulla situazione reale, né aiuterà la causa palestinese, né le forze israeliane contrarie alla guerra e al governo Nethanyahu. Non contribuirà nemmeno a disarmare Hamas o a portare alla pace.
Contribuirà solo a rendere gli S&D un po’ meno socialisti e democratici ma, certamente, molto europei: usi cioè a rimuovere la propria storia, dare giudizi morali e trovare capri espiatori.
Il salto di definizione della guerra in genocidio introduce un “giudizio morale superiore”, stabilisce un “colpevole” morale per eccellenza.
Karol Wojtyla è stato capace non solo di chiedere perdono (al Signore) per le colpe dei cristiani ma soprattutto è stato capace di leggere la Storia, cogliendo e “sottolineando” le differenze fra vicende diverse: il concepimento della definizione di Male Assoluto rivela lo spessore di un gigante.
Al contrario, i parlamentari S&D, nel ricorrere a espressioni improprie ma dal grande impatto mediatico, dimostrano di aver perduto la capacità di distinguere e di voler solo esibire il proprio ego giudicante: l’uso di un linguaggio banalizzante è frutto di un pensiero superficiale e conformista.
Forse Wojtyla era più laico dei nostri parlamentari di sinistra o, forse, è questa sinistra europea a non essere più così tanto di sinistra.

Interviewed by Stephen Sackur on the BBC’s Hardtalk programme on 25 April 2024, Judge Joan Donoghue confirms that the Order made by the International Court of Justice (ICJ) in January 2024, when she was its President, did not decide that there was a plausible case of genocide – contrary to some media reports.
Sackur: “Would it be fair to say – and I am no lawyer and many people listening will not be lawyers – but would it be fair that the key point that you made your initial order and ruling upon was whether or not there was a plausible case that should be taken on by the Court of genocide in the case of Israel’s actions in Gaza after October 7, and you quite clearly decided that there was a plausible case? Is it right to say that’s at the heart of what you decided?”
Judge Donoghue: “You know, I’m glad I have a chance to address that because the Court’s test for deciding whether to impose [provisional] measures uses the idea of plausibility, but the test is the plausibility of the rights that are asserted by the applicant, in this case South Africa. So, the court decided that the Palestinians had a plausible right to be protected from genocide and that South Africa had the right to present that claim in the court. It then looked at the facts as well, but it did not decide – and this is something where I’m correcting what’s often said in the media – it didn’t decide that the claim of genocide was plausible. It did emphasize in the Order that there was a risk of irreparable harm to the Palestinian right to be protected from genocide but the shorthand that often appears, which is that there’s a plausible case of genocide, isn’t what the court decided.”
*3*

SCENARIO INTERNAZIONALE
La vera sfida comincia adesso
Ivan Scalfarotto
Perfino chi non apprezza Donald Trump deve riconoscergli questo: la tregua raggiunta fra Israele e Hamas è un risultato politico concreto.
Dopo mesi di guerra e di angoscia, il ritorno a casa degli ostaggi ancora in vita è stato un momento di sollievo profondo per Israele e per chiunque creda nel diritto del suo popolo di vivere in sicurezza. Quelle immagini di abbracci e lacrime non cancellano la tragedia, ma restituiscono un frammento di umanità a una nazione profondamente colpita, che ha subito l’attacco più sanguinoso della sua storia. Restano però le ferite aperte: i corpi degli ostaggi uccisi devono essere restituiti alle famiglie, perché la pace comincia anche dal rispetto dei morti.
Il merito di questa tregua sta soprattutto nel metodo. L’amministrazione americana, pur guidata da un leader divisivo, è riuscita a costruire un’inedita alleanza con i Paesi arabi moderati che hanno agito in modo coordinato, rendendo possibile l’accordo.
È un risultato fragile, ma segna il ritorno della diplomazia regionale e la consapevolezza che nessuno, in Medio Oriente, può più chiamarsi fuori.
Dietro il cessate il fuoco si muove un equilibrio complesso: Doha come canale di contatto con Hamas, il Cairo come garante del confine, Riad come potenziale sponsor politico e finanziario della ricostruzione.
È il fronte dei Paesi che, da anni, si sono assunti la responsabilità di contrastare l’influenza dell’Iran e dei gruppi terroristici che da Teheran ricevono armi, addestramento e risorse. Un ruolo, per troppo tempo, frainteso o sottovalutato anche nella nostra politica domestica, spesso più incline alla propaganda che alla comprensione della realtà geopolitica.
La verità è che senza il contributo di questi attori regionali moderati, nessuna tregua sarebbe stata possibile. E che la loro stabilità rappresenta oggi un argine essenziale contro l’espansione di forze oscurantiste come Hamas, Hezbollah o gli Houthi, che dell’Iran sono emanazione diretta.
Israele ha pagato un prezzo altissimo per questa instabilità: il suo diritto alla sicurezza è la condizione preliminare di ogni dialogo.
Ma la vera sfida comincia adesso. La tregua dovrà essere accompagnata passo dopo passo dalla comunità internazionale: senza un percorso politico credibile, il silenzio delle armi resterà una parentesi.
Il traguardo rimane quello di sempre: due popoli, due Stati. È l’unica prospettiva che possa garantire pace e sicurezza a entrambi, ma non può nascere da un’equidistanza morale tra chi aggredisce e chi si difende.
Per arrivarci, Hamas deve essere disarmata ed esclusa da qualsiasi ruolo nella ricostruzione di Gaza: non si può affidare il futuro del popolo palestinese a chi lo ha sacrificato alla violenza e al fanatismo.
Israele, dal canto suo, dovrà ritrovare equilibrio e leadership, liberandosi dal peso delle destre messianiche che incoraggiano la colonizzazione della Cisgiordania e minano ogni prospettiva di convivenza.
I Paesi arabi, infine, dovranno contribuire non solo con fondi ma con un impegno politico concreto, sostenendo la nascita di una leadership palestinese credibile e responsabile. Solo così la tregua potrà trasformarsi in speranza.
E l’Europa? È tempo che esca dall’imbarazzante immobilismo in cui si è rinchiusa, fatta di equilibrismi dettati da calcoli elettorali, timori di piazze rumorose, propaganda ideologica e un antisemitismo che rialza la testa.
È tempo che l’Unione, con senso di responsabilità, assuma il conflitto mediorientale per ciò che è: una questione geopolitica, con molti attori, molti interessi e troppi nemici della pace.
Nemici da contrastare attivamente, sostenendo con altrettanta convinzione le forze della pace, in Israele come in Palestina.
Merito, dunque, a Donald Trump per aver riaperto una finestra di dialogo. Ma anche l’Europa dovrà fare la sua parte — con coraggio, coerenza e una visione finalmente all’altezza del suo ruolo.
*4*

LA SOCIETÀ PALESTINESE
Il coraggio di scelte difficili. La carta Barghouti
Piero Fassino
La rottura della tregua da parte di gruppi armati islamisti con conseguente dura reazione di Israele indica quanto fragile sia l’intesa raggiunta con il Piano Trump e anche quanto sia urgente passare alla seconda fase del piano per andare oltre la tregua e avviare il cammino che conduca alla pace. Un passaggio che impone a ogni attore scelte chiare, in primo luogo a israeliani e palestinesi.
Fino ad oggi Nethanyahu ha sempre rifiutato la nascita di uno Stato palestinese. Tant’è che non solo ha via via indebolito in ogni modo l’Autorità Nazionale Palestinese, ma ha costantemente autorizzato l’estensione di insediamenti israeliani in Cisgiordania (giunti a 700.000 abitanti quando erano 100.000 all’indomani degli Accordi di Oslo) fino a evocare l’annessione dell’intera West Bank allo Stato di Israele. Un’ipotesi stoppata perfino da Trump, consapevole che un tale atto provocherebbe una rottura con il mondo arabo e incendierebbe nuovamente il Medio Oriente.
Certo, la rigidità di Nethanyahu poggia sullo shock che il massacro del 7 Ottobre ha provocato nella società israeliana, suscitando diffidenza – e spesso contrarietà – alla nascita di uno Stato palestinese anche in settori dell’opposizione e perfino in persone e organizzazioni impegnate da anni a favore della soluzione Due Popoli-Due Stati. Il timore diffuso è che uno Stato palestinese possa essere guidato da Hamas, esponendo Israele ad altri 7 Ottobre.
Eppure farsi guidare dalla paura può essere foriero di drammi peggiori.
Negare ai Palestinesi il diritto ad una patria non potrà che alimentare un vento irredentista offrendo così all’estremismo islamista uno spazio di azione.
È significativo che anche uomini moderati, come l’ex primo ministro Ehud Olmert, sostengano che solo una soluzione di coesistenza di due Stati può dare pace e sicurezza alla regione.
Nonostante la caduta di fiducia nella società israeliana sulla possibilità di convivenza con uno Stato palestinese, una soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati appare tuttora l’unica in grado di costruire una pace solida e sicura.
Il che però richiede una leadership palestinese autorevole in grado di negoziare con il consenso della società palestinese. L’attuale ANP, stretta tra l’ostilità di Nethanyahu e l’azione estremistica di Hamas, appare obiettivamente debole. Serve un cambio di passo.
Per un verso una profonda riforma dell’ANP che le consenta di recuperare una credibilità spesso incrinata in questi anni da episodi di clientelismo e corruzione. E per altro verso l’innesto di una personalità in grado di raccogliere la fiducia di una parte ampia della popolazione palestinese.
Marwan Barghouti è oggi di gran lunga il leader palestinese più popolare e una sua liberazione potrebbe introdurre un fattore dinamico in uno scenario bloccato. Una liberazione a cui Nethanyahu si oppone perché, rifiutando l’idea stessa di uno Stato palestinese, non vuole in campo un negoziatore credibile. Ma è una liberazione non auspicata neanche da Hamas, consapevole che il suo spazio si ridurrebbe con un leader palestinese popolare disposto a negoziare.
Proprio per questo la liberazione di Barghouti può rappresentare la “carta” per aprire una fase nuova nella vicenda israelo-palestinese.
Certo, i radicali cambi di strategia non sono mai facili, soprattutto dopo anni di contrapposizione militare frontale culminata nel massacro del 7 Ottobre e nella feroce guerra di Gaza. E tuttavia è proprio nei momenti di più dura crisi che si devono compiere le “mosse del cavallo” necessarie a definire un nuovo scenario.
Insomma, un vecchio adagio diplomatico ricorda che “la pace si fa con il nemico”. Mai come oggi la pace chiede a israeliani e palestinesi il coraggio di scelte lungimiranti.
*5*

LA SOCIETÀ PALESTINESE
Lo smarrimento di una società nel vuoto di leadership politica
Bruna Soravia
Sottoposta alla fortissima pressione del conflitto e alla necessità di prendere posizione nei riguardi delle proposte che arrivano dall’attività diplomatica e dal dibattito politico, come reagisce la società palestinese?
Mai come in questi due anni di guerra l’opinione pubblica palestinese è apparsa priva di voci autorevoli che, come quelle di Edward Sa’id e Mahmud Darwish nel corso dei colloqui di pace, ne rappresentassero le istanze e le aspirazioni.
Al di là delle posizioni intransigenti di una parte della diaspora nei paesi occidentali, a indicare gli umori dei palestinesi sono stati i sondaggi, soprattutto quelli condotti periodicamente dai ricercatori dello Arab Barometer.
L’ultimo sondaggio, di circa una settimana fa (clicca qui), ha registrato il consueto divario di opinioni fra gli intervistati a Gaza e in Cisgiordania, con i primi più pragmaticamente favorevoli al piano proposto da Trump e ad accordi negoziati, i secondi più scettici e più inclini al proseguimento della lotta armata.

Sempre secondo Arab Barometer diretto da Khalil Shikaki, c’è invece maggiore convergenza su tre questioni: la contrarietà al disarmo di Hamas (condizione invece inderogabile per Israele); la profonda sfiducia nella leadership dell’Autorità nazionale di Mahmud ‘Abbas; il pessimismo sul traguardo di uno Stato palestinese raggiunto attraverso il Piano di Trump.
Decisamente più condivisa è poi la richiesta di elezioni politiche (le ultime elezioni parlamentari, vinte da Hamas, risalgono al 2006).
Secondo queste rilevazioni, oggi, come all’indomani del 7 Ottobre, alle elezioni generali Hamas supererebbe Fatah mentre Marwan Barghouti, se candidato, sarebbe vincitore alla guida dell’ANP.
A un primo sguardo, l’insieme di questi dati sembra indicare come impossibile una pace definitiva, allontanando ulteriormente l’ipotesi dei due Stati.
In realtà, i sondaggi registrano soprattutto lo smarrimento della società palestinese nel vuoto di leadership politica, che è preesistente al riaccendersi del conflitto e al quale non hanno dato risposta né la dittatura islamica imposta da Hamas a Gaza, né il sistema clientelare e corrotto dell’ANP in Cisgiordania, sarcasticamente definito “abbaside” dai palestinesi, con un gioco di parole fra Mahmud ‘Abbas e il secondo califfato arabo, al-khilafa al-‘abbasiyya).

In questa condizione, le strutture segmentarie tradizionali della società araba della regione sono tornate visibili, come hanno dimostrato a Gaza l’attacco di Hamas al clan dei Dughmush, forse il più potente nella Striscia e antico avversario dell’organizzazione terroristica, che stava riorganizzando il controllo del proprio territorio; e, viceversa, la proposta avanzata da Hamas che Amjad al-Shawwa’, membro del clan omonimo, faccia parte del “consiglio di tecnocrati” che dovrebbe governare la Striscia.
In realtà, i clan (in arabo, hamula) hanno iniziato a riprendere potere nella società palestinese dopo la seconda intifada nel 2000 -ovvero nel contesto dell’indebolimento dell’ANP a vantaggio di Hamas- e hanno garantito la continuità e la sicurezza delle strutture comunitarie in assenza di un’autorità centrale riconosciuta.
Yasser Arafat, tornato nel 1994 in Cisgiordania dalla diaspora tunisina, era stato fino ad allora capace di gestire le dinamiche dei “poteri informali” nei Territori, assecondando un processo di “tribalizzazione” delle strutture politiche che riconosceva l’autorità dei capi clan (per esempio attraverso l’adozione di un sistema elettorale proporzionale che, nel 1996, ne aveva confermato la guida locale) e distribuiva privilegi e denaro in cambio di lealtà alla “vecchia guardia” di Fatah.
Così Khalil Shikaki definiva la generazione dei fondatori di Fatah, opponendola alla “giovane guardia” -la generazione di Marwan Barghouti e Mohamed Dahlan- che non aveva conosciuto l’umiliazione della sconfitta in Libano e dell’esilio, era contraria a cedere le armi, era aperta al confronto con gli islamisti e premeva per il ricambio.
La percezione da parte palestinese del fallimento del Processo di Pace e lo scoppio della intifada al-Aqsa, probabilmente influenzati entrambi dallo scontro interno all’ OLP, rafforzarono nuovamente il potere informale dei clan e condussero, di fatto, alla fine del regime di Arafat.
Nonostante il ricorso alla forza e l’appoggio delle istituzioni internazionali e dei governi israeliani, Mahmud ‘Abbas non è mai stato in grado di assicurarsi l’appoggio dell’ex-giovane guardia, né di padroneggiare le dinamiche dei rapporti con i clan come aveva fatto il suo predecessore.
I clan si sono infatti dimostrati impervi sia al nazionalismo laico dell’OLP, sia all’islamismo radicale di Hamas, che a Gaza ha dovuto affrontarne il potere.
Lo scontro più violento è avvenuto, come si è detto, con i Dughmush, autori nel 2007 del rapimento del giornalista britannico Alan Johnston, condotto allo scopo di sfidare l’autorità del gruppo islamista.
In questa situazione, Hamas ha giocato con un certo successo la carta del tradizionalismo, consentendo il ricorso a pratiche di giustizia consuetudinaria estranee alla Sharia e tollerando canali privati di finanziamento, attraverso fondazioni private o ONG finanziate dalla diaspora che, come quella intestata agli Shawwa’, promuovono iniziative umanitarie destinate a famiglie o distretti particolari.
In Cisgiordania, i clan sono anche dietro iniziative politiche descritte come provenienti dalla società civile, e probabilmente all’origine di movimenti come il BDS (Boycott, Divestment and Sanctions), che ha visto una forte presenza del clan Barghouti.
È per l’assenza di un discorso politico nazionale unificante che restano sul tavolo delle trattative istanze come quella del diritto al ritorno, ribadita ancora recentemente da ‘Abbas e inaccettabile per Israele, di cui solo una leadership politica forte e riconosciuta potrebbe argomentare la rinunzia.

Questa situazione di poteri politici senza legittimità (legittimità interna nel caso dell’ANP, legittimità esterna nel caso di Hamas) e di poteri informali fortemente contenitivi ma privi di dialettica interna e poco trasparenti, rappresenta oggi probabilmente, insieme alla rinnovata diffidenza reciproca delle due comunità nazionali, uno degli ostacoli maggiori al successo del nuovo processo di pace.
Gaza 2006 – militanti di Fatah si scontrano con quelli di Hamas
*6*

LA SOCIETÀ ISRAELIANA
Israele. La sfida alla democrazia, il futuro della pace
Janiki Cingoli
Al di là del generale senso di sollievo per la fine dei combattimenti ed il rilascio degli ostaggi (anche se resta ancora l’attesa spasmodica dei corpi non ancora restituiti da Hamas) Israele è attraversato da una faglia verticale tra coloro che sono fiduciosi sul futuro degli accordi, e quelli che sono pessimisti. In generale, i più anziani sono più pessimisti, mentre i giovani sono più ottimisti.
Questi anni che il Paese ha dovuto attraversare dopo il 7 Ottobre sono stati terribili, oltre al profondo shock della strage perpetrata da Hamas, con oltre 1200 morti; la guerra è stata tremenda, non solo per la parte palestinese, che ha dovuto registrare, secondo dati forniti dal Ministero della Salute di Gaza, non necessariamente attendibili, oltre 67.000 caduti.
La maggior parte delle famiglie israeliane ha avuto parenti al fronte, ci sono stati quasi 1200 caduti nella guerra, 6500 familiari hanno dovuto registrare lutti. 279 soldati hanno cercato di suicidarsi dall’inizio del 2024, secondo un rapporto della Knesset, arrivando al 78% dei casi di suicidio del paese.
Secondo un rapporto della Knesset (clicca) il saldo migratorio di Israele è negativo dal 2020, con quasi 150.000 cittadini che hanno lasciato più di quanti siano entrati, soprattutto dopo il 7 Ottobre.
Tuttavia, dopo l’accordo anche i mercati hanno reagito positivamente, con la Borsa di Tel Aviv che ha toccato i suoi picchi più alti (clicca) e la moneta israeliana si è apprezzata nei confronti dell’euro e del dollaro, anche se ogni incidente fa registrare flessioni.
Il cessate il fuoco, comunque, per il momento sembra reggere, al di là dei gravi incidenti che hanno avuto luogo a Rafah e a Gaza, con provocazioni da parte di Hamas che hanno causato una dura reazione israeliana, che probabilmente Netanyahu avrebbe voluto estendere fino ad allargare la zona controllata nella Striscia dall’IDF, ma è stato subito stoppato dal Vice Presidente USA J. D. Vance, che ha riaffermato che il cessate il fuoco sarebbe andato avanti, malgrado “limitate schermaglie qua e là”, poi dallo stesso Trump, che dall’aereo presidenziale mentre era in Asia ha garantito che “nulla metterà a repentaglio il cessate il fuoco”, che peraltro anche Hamas ha dichiarato di voler rispettare.
D’altronde Netanyahu è tenuto sotto stretto controllo da Steve Witkoff, Jared Kushner, J.D. Vance e Marco Rubio che si avvicendano, per evitare che qualche impennata del Premier israeliano faccia deragliare l’accordo. Sull’altro versante, attraverso i mediatori egiziani, qatarioti e turchi, uguale pressione viene esercitata su Hamas.
Durante l’incontro con Vance e ancora in questi giorni, Netanyahu ha ribadito che Israele non è un protettorato o uno Stato cliente USA, e che conserva la sua piena autonomia decisionale, ricevendo rassicurazioni perlomeno formali dallo stesso Vance.
D’altronde, ci pensa Trump con le sue estemporanee ma calcolate esternazioni a rendere chiara la situazione: in una intervista al Time del 23 ottobre (clicca), ha affermato di aver costretto il Primo ministro israeliano a interrompere la guerra contro Hamas a Gaza, che altrimenti avrebbe continuato per anni, e che il suo tentativo di colpire i leader di Hamas in Qatar è stato un terribile errore, che tuttavia ha creato lo slancio necessario per l’accordo. Nella stessa intervista, dopo aver predetto che Israele e l’Arabia Saudita normalizzeranno i rapporti entro la fine dell’anno, ha aggiunto di non considerare il presidente palestinese Mahmoud Abbas come una figura adatta a presiedere l’organo di governo dell’ANP a Gaza.
Al contempo, ha affermato di star discutendo la questione del leader palestinese attualmente in carcere, Marwan Barghouti, e che avrebbe preso presto una decisione in merito alla sua liberazione: insomma, un dito nell’occhio di Netanyahu.
Il Premier israeliano, d’altronde, si trova a fronteggiare una agguerrita opposizione all’interno della sua stessa coalizione, in cui i due partiti dell’ultradestra, capeggiati dai ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, in combutta con Avigdor Lieberman, leader del partito di opposizione di destra laica YisraelBeitenu, e con Yuli Edelstein del Likud, gli hanno teso un’imboscata alla Knesset, proprio nei giorni della visita di Vance in Israele, facendo approvare in prima lettura per 25 voti a 24 un disegno di legge a favore dell’annessione della Cisgiordania, che ha quasi fatto prendere un coccolone a Netanyahu, che ha definito l’iniziativa una provocazione politica deliberata da parte dell’opposizione per seminare discordia, ed ha subito rimosso Edelstein dal Comitato Esteri e Difesa della Knesset.
Il voto ha comunque avuto un’ampia eco internazionale e ha suscitato la reazione dello stesso Trump, che ha ribadito la sua contrarietà all’annessione affermando che “Israele non farà niente con la Cisgiordania”, dopo che lo stesso Vance e Marco Rubio avevano criticato l’approvazione del testo legislativo.
D’altro canto, anche i partiti ultraortodossi sono sul piede di guerra (clicca): giovedì scorso hanno promosso a Gerusalemme una manifestazione di oltre 200 mila persone contro l’arresto di alcuni giovani delle yeshivot renitenti alla leva e per chiedere una legge che garantisca la loro esenzione dalla leva.
Intanto il governo sta preparando tre iniziative legislative che rischiano di mettere a rischio le fondamenta della democrazia israeliana, concentrando nelle mani del Premier un potere spropositato.
La prima proposta di legge (clicca) -la più pericolosa per le sue conseguenze- pronta per essere presentata alla Knesset, conferisce all’House Commitee della Knesset il potere di “sospendere il procedimento legale contro il primo ministro o un altro ministro” a seguito di un atto d’accusa “se lo ritiene necessario”, senza specificare quali criteri verrebbero utilizzati per giudicare tale necessità. Essa è concepita come “scudo protettivo” volto a bloccare il processo per corruzione in corso contro Netanyahu, creando un sistema giudiziario a due livelli compromettendo gravemente il principio di uguaglianza davanti alla legge e l’indipendenza del sistema giudiziario.
La seconda proposta di legge, che è stata approvata dalla Knesset in prima lettura priverebbe il Procuratore Generale dello Stato di ogni potere effettivo, dividendo il suo ruolo in tre funzioni distinte. Egli manterrebbe il ruolo di consulente legale del governo, mentre verrebbe creata la carica di Procuratore generale e quella di rappresentante del governo presso la Corte Suprema. Il Procuratore Generale sarebbe nominato direttamente dal Primo Ministro e dal Ministro della Giustizia, ed anche il suo Ufficio sarebbe sotto il loro controllo, e non sarebbe più di sua competenza esclusiva. Con l’attuale sistema, i pareri del Procuratore generale sono vincolanti per il governo e le sue agenzie, mentre con la nuova legge il governo non sarebbe tenuto ad agire in conformità. La legge è sicuramente pericolosa, poiché il Procuratore generale oggi funge come uno dei pochi controlli sul potere esecutivo.
D’altronde, il disegno di legge arriva mentre da mesi la coalizione sta cercando senza successo di rimuovere il Procuratore generale in carica, Gali Baharav-Miara, che si è opposta a molte delle iniziative più rilevanti del governo, tra cui la controversa riforma giudiziaria, e si è rifiutata di difendere il governo presso l’Alta Corte nei procedimenti contro sue politiche e leggi. Tutti i tentativi di licenziamento sono stati annullati all’unanimità dalla Corte Suprema.
La terza proposta di legge (clicca), approvata dal Comitato Ministeriale per la legislazione, impone a qualsiasi ex-presidente di partito che abbia lasciato il proprio partito gravato da debiti, di saldare preventivamente i debiti dei partiti da lui diretti in precedenza, prima di consentirgli di formare un nuovo partito o candidarsi per la rielezione. Una legge ad personam, accusa Naftali Bennett, del tutto incostituzionale e infondata, considerato anche il fatto che tali partiti hanno avuto altri leader dopo di lui.
Infine, interessanti, sebbene discordanti, i sondaggi sulla popolarità del Premier.
Dopo l’impennata di popolarità indicata dai sondaggi del 17 ottobre, ovvero subito dopo la liberazione degli ostaggi, la coalizione di governo in un sondaggio del 31 ottobre (clicca) perdeva 4 seggi, attestandosi a 48 seggi, mentre venivano attribuiti 61 seggi al blocco dei partiti di opposizione ebraica (che per la prima volta da parecchio tempo raggiungono da soli la maggioranza) e altri 11 seggi ai due partiti arabi, ovvero 72 seggi su 120.
Secondo un altro sondaggio (clicca), una maggioranza del 52% degli israeliani ritiene che Netanyahu non dovrebbe concorrere nelle prossime elezioni, ed una maggioranza del 51% ritiene che dovrebbe essere creata una commissione statale di inchiesta sui fatti del 7 ottobre, che dovrebbe essere nominata dal presidente della Corte suprema, Yitzhak Amit, la cui elezione non è stata riconosciuta dal governo.
L’attuale coalizione di governo, anche in base a questi sondaggi, non esita a cercare di mettere in campo misure anche estreme, che metterebbero a grave rischio la democrazia israeliana, ed incontrerebbero sicuramente una forte opposizione nel paese.
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LA SOCIETÀ ISRAELIANA
Yitzhak Rabin, 30 anni fa. E oggi?
Giorgio Gomel
“La pace non è l’impresa di una persona sola, ma di molti.
Lo sforzo di realizzare il sogno di vivere in pace è il nostro lascito ai nostri figli, palestinesi e israeliani. […]
Sono fiducioso che attraverso il dialogo e la cooperazione i nostri due popoli supereranno gli ostacoli posti da coloro che si oppongono alla coesistenza e che potremo conseguire gli ideali del Premio Nobel”.
Così, nel gennaio 1995, Yitzhak Rabin rispondeva al Gruppo Martin Buber-Ebrei per la pace (un’associazione attiva dalla fine degli anni ’80 in difesa della soluzione Due Popoli Due Stati) per gli auguri che gli porgevamo per l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace

L’assassinio nel novembre 1995 di Yitzhak Rabin, primo ministro di Israele, fu un trauma enorme nella coscienza di sé del Paese: disvelò un substrato di fanatismo e di predicazione della violenza contro gli accordi di pace di Oslo firmati due anni prima dal governo di Israele e dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina.
Le radici di quell’azione omicida erano in una perversione integralista dell’ebraismo che faceva dei luoghi sacri e delle tombe degli avi oggetti di culto e negava il principio della spartizione di quella terra fra due popoli attanagliati in un funesto conflitto da oltre un secolo.
In quei giorni nefasti, Israele e gli ebrei del mondo scoprirono che l’integralismo non era un misfatto virulento dell’ideologia islamista, ma corrompeva anche una parte del mondo ebraico fino al punto di arrogarsi, come in una missione trascendente, il diritto-dovere di uccidere nel nome di Dio e di una mitologia di sangue, terra e destino.
La violenza delle manifestazioni di piazza contro gli accordi di Oslo nel corso del 1995, l’incitamento all’odio e all’omicidio, le stesse immagini di Netanyahu, allora fra i leaders dell’opposizione, che arringava la folla urlante in una piazza di Gerusalemme, restano vivide memorie in modo anche visivamente pregnante nei film documentaristici di Michael Karpin, Amos Gitai e Yaron Zilberman.
L’ideologia del sionismo religioso, minoritaria agli inizi dell’immigrazione ebraica in Palestina e dell’esistenza di Israele fino agli anni Settanta, divenne importante, con un’impronta via via più radical-nazionalista, sull’onda dell’euforia della vittoria nella guerra del ’67 e della conquista dei luoghi sacri dell’ebraismo quali la città vecchia di Gerusalemme e Hebron.
Essa ha offerto ai coloni che via via si insediarono nella Cisgiordania occupata, sollecitati in ciò e protetti dai governi succedutisi al potere nel paese, il fondamento teologico della loro azione.
Dal punto di vista politico-sociale, l’influenza che questa ideologia e i movimenti che ad essa si ispirano esercitano sulla società e le sue istituzioni è oggi imponente.
Se gli “ultraortodossi” – circa il 15% degli ebrei israeliani, in larga parte poveri, socialmente marginali e dall’elevato tasso di fertilità- sono distanti dalle istituzioni del paese, i “nazional-religiosi” (definiti anche sionisti religiosi) sono invece pienamente integrati nel sistema di potere del paese, nel Parlamento, nel governo, nonché in posizioni eminenti nell’esercito.
Combinando nazionalismo militante e integralismo religioso, oggi i seguaci più militanti di questa ideologia predicano l’integrità e sacralità della Terra di Israele biblica.
Sia il movimento dei coloni che i due partiti oltranzisti membri della coalizione di governo, rifiutano ogni compromesso politico con i palestinesi che comporti la spartizione di quella piccola terra contesa fra due popoli e la coesistenza di due Stati sovrani, Israele e Palestina.
Come lo scrittore Amos Oz profeticamente asseriva già nel 1983, “dal punto di vista ebraico quella dei coloni è una concezione integralista, semplicistica e monomane: una concezione che tende a ridurre l’ebraismo a religione soltanto, a ridurre la religione a culto e il culto a un unico oggetto: l’intera terra di Israele. Per me, il basare l’ebraismo su un solo aspetto significa retrocedere di molti passi” (Amos Oz, In terra di Israele, Marietti, 1992).
Figli e nipoti di quell’ideologia popolano gli insediamenti più militanti in Cisgiordania, si oppongono in forme anche violente allo sgombero di insediamenti edificati su terreni di proprietà privata di palestinesi, fino a reagire alle decisioni in tal senso della Corte suprema con spedizioni punitive contro i loro vicini palestinesi, estirpando ulivi, incendiando le loro case o profanando moschee.
Alcuni movimenti fanatizzati (Tag Mechir e i Giovani delle colline) giungono a predicare il rovesciamento del governo e l’instaurazione di uno stato fondamentalista retto dalla legge religiosa ebraica.
Gli stessi servizi di sicurezza israeliani hanno esitato a lungo prima di risolversi a trattare la patologia maligna dell’estremismo ebraico come un pericolo per lo stato di diritto e la democrazia in Israele, alla stessa stregua del terrorismo di matrice palestinese.
Tale pratica sciagurata si è fatta più intensa e violenta dopo l’eccidio di civili israeliani perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, spesso in condizioni di impunità rispetto alla stessa legge israeliana cui i coloni abitanti nella zona C della Cisgiordania sono soggetti. L’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania; la confisca di terre possedute da soggetti privati palestinesi anche nell’area B che gli accordi di Oslo affidano alla giurisdizione civile della ANP; la demolizione di case e infrastrutture che li privano di luoghi di abitazione e fonti di sostentamento fino a forzarli ad un abbandono delle proprie terre; la stessa trasformazione in atto con il governo di destra al potere dal 2022 del regime di occupazione da militare a “semi civile”, con israeliani e palestinesi soggetti a sistemi di legge separati e diseguali rendono la nascita di uno stato palestinese che abbia contiguità territoriale, autosufficienza economica ed effettiva sovranità via via più difficile.
Nonostante le ambiguità e la naturale tentazione al procrastinare, dovrebbe essere chiaro che di tre cose – Israele come stato-nazione del popolo ebraico, Israele come democrazia, l’annessione di fatto della Cisgiordania – due sole si possono conseguire:
o rinuncia ai territori, sgomberando le colonie e negoziando uno scambio di territori con il futuro stato di Palestina per quanto riguarda gli insediamenti più densamente popolati e prossimi alla “Linea verde” (il confine pre-1967) e conserva quindi la sua identità di “Stato ebraico e democratico”, cioè uno Stato in cui gli ebrei sono maggioritari ma gli arabi godono della pienezza di diritti propri di una minoranza nazionale
o perpetua l’occupazione dei territori, dando luogo a uno Stato binazionale, in cui gli ebrei saranno minoritari in virtù della demografia, sacrificando quindi le fondamenta ideali e pratiche del sionismo
o annette i territori negando però diritti civili e politici ai palestinesi che vi risiedono, dando luogo così a un regime di segregazione ed esclusione degli abitanti arabi: uno Stato che sarà bandito dalla comunità internazionale e segnato dalla guerra civile al suo interno.
Rabin comprese i limiti della forza militare e l’esigenza irrinunciabile di un compromesso per giungere alla pace con i vicini palestinesi e gli Stati arabi. Comprese appieno il legame fra sicurezza strategica per il suo paese e una condizione di pace e buon vicinato. Comprese che è vano e autodistruttivo dominare e domare un altro popolo, cui sono negati i diritti nazionali e la legittima ambizione all’indipendenza.
La filosofia ispiratrice degli accordi di Oslo del 1993 nasceva proprio dal riconoscere che il diritto degli israeliani alla pace, ad un’esistenza finalmente legittima e sicura nel Medio Oriente, non poteva prescindere da quello dei palestinesi ad uno Stato indipendente degno di questo nome.
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LA SOCIETÀ ITALIANA
Contro Netanyahu sì, contro Putin e Hamas no: una catastrofe etica
Paolo Flores d’Arcais
Questo pezzo è uscito su Micromega che ringraziamo.
Fondata nel 1986 da Giorgio Ruffolo e Paolo Flores d’Arcais e diretta oggi da Cinzia Sciuto, caratterizzata per le sue posizioni di sinistra “eretica”, Micromega cerca di dar voce alla “sinistra sommersa” della società civile, alla speranza di un “partito azionista di massa”, alla sinistra “illuminista” contro le derive del politically correct e del disprezzo per la scienza.
La profonda incoerenza della sinistra è dovuta alla visione omogenea e manichea dell’Occidente come Male assoluto.
Riscalda il cuore e apre alla speranza la manifestazione di sabato 4 ottobre a Roma, che ha visto sfilare un milione di cittadini contro la strage permanente degli abitanti di Gaza voluta dal governo del criminale Netanyahu. Manifestazione gigantesca, appassionata, entusiasmante, capace di estromettere – pur senza servizio d’ordine, dunque spontaneamente – le frange degli scassatori, nemici giurati di ogni impegno democratico (ma non il paio di striscioni che inneggiavano al mattatoio del 7 ottobre e a quelli più numerosi, reiterati nei cori, che scandivano “Palestine will be free, from the river to the sea”, che è anche lo slogan di Hamas).
Riscalda il cuore. Apre alla speranza. Ma si intreccia inestricabilmente all’amarezza: quanti di questo mare di cittadini, giustamente indignati contro il mostruoso massacro organizzato da Netanyahu, scenderebbero in piazza per denunciare e combattere un altro massacro, altrettanto mostruoso, per numeri perfino più grande: quello dell’esercito di Putin contro i cittadini della democrazia ucraina?
(Quasi) nessuno.
Di questa assurdità logica, di questa catastrofe etica, bisogna capire il perché, per dissolverlo in un ritorno di ragione e di coerenza di massa, altrimenti il fiume della speranza di sabato scorso inaridirà in illusione, in ennesima occasione mancata, rovesciandosi in rafforzamento del governo di fascisti che sta immiserendo materialmente e moralmente il nostro paese.
Tra orrori si esita – giustamente – a dirne uno peggiore dell’altro, perché l’altro non appaia rimpicciolito. Se l’invasione dell’Ucraina è più grave di quella di Gaza qualcuno ridimensionerà, magari inconsapevolmente, gli orrori di Gaza, e se la strage permanente di Gaza è più grave della macelleria del 7 ottobre 2023 perpetrata da Hamas tra i giovani festanti al raduno musicale e i kibbutzim di Israele qualcuno ridimensionerà, alcuni inconsapevolmente ma altri intenzionalmente, l’orrore di quel fanatismo islamico di stupratori e tagliagole, e allora, essendo più grave di tutte le stragi degli anni di piombo in Italia consumate da fascisti e servizi, la Banca dell’Agricoltura e la Stazione di Bologna finiscono per diventare poco più che nulla e svanire dall’indignazione collettiva.
Ogni orrore resta un orrore, invece. E nessun orrore più grande, per numeri e per altro, deve poterlo rimpicciolire nelle nostre coscienze. Ma gli elementi che rendono l’uno più grave di un altro non vanno sottaciuti. Gaza e l’Ucraina, allora.
I numeri, in primo luogo: gli ucraini morti per i crimini di Putin sono più volte i gazawi morti per i crimini di Netanyahu. In entrambi i casi la volontà che muove l’invasione è la cancellazione di un popolo in quanto popolo. Ma inizialmente l’invasione di Gaza può presentarsi come risposta necessaria (dunque a suo modo “legittima”) alla strage di Hamas del 7 ottobre. L’invasione dell’Ucraina non ha invece nessuna “giustificazione” possibile, deriva dall’ideologia putiniana del Russkij mir – ovunque si parli russo quello è territorio russo – che la Russia ha il diritto/dovere di annettersi. Infine, asimmetria ancora più di peso: a rappresentare politicamente le vittime di questi due orrori in Ucraina sono le istanze democraticamente elette, parlamento e presidente, a Gaza sono i terroristi di Hamas, il male del male, che lapidano adultere, impiccano omosessuali e puniscono ogni dissenso politico con un colpo alla nuca.
Eppure: benché la mostruosità di Putin sia del tutto paragonabile alla mostruosità di Netanyahu, l’oppressione dell’Ucraina non provoca indignazione. Malgrado le rilevanti differenze, che dovrebbero far raddoppiare sdegno, impegno, discesa in piazza contro Putin a quanti sacrosantamente lo hanno fatto contro Netanyahu, il diritto dei cittadini ucraini non fa breccia nella maggior parte degli apparati sinaptico-emotivi dei cittadini italiani che vorrebbero “un altro mondo possibile”.
Lascia indifferenti. Peccato mortale per un democratico. Perché?

Di norma Homo sapiens tende a emozionarsi, indignarsi, impegnarsi, per il proprio prossimo. Non fosse così saremmo quotidianamente angosciati per le stragi che infestano il Sudan, il Congo e chissà quali altre terre, che percepiamo solo come lontanissimo altrove. L’Ucraina però è più prossima a noi della Palestina. Perché allora non suscita empatia?
Perché l’Ucraina è percepita come Occidente e l’Occidente è il colonialismo e dunque l’Occidente è il Male. E Putin è magari compreso come nuovo imperialismo, ma al massimo quello in Ucraina sarà un conflitto fra il Male di Putin e il Male dell’Occidente. Occidente è Israele, e i gazawi trucidati sono la critica in atto dell’Occidente. Ecco perchè chi sente ingiusto l’Occidente, con lo smisurato crescere della forbice tra ricchezza e povertà, e vorrebbe ribellarsi e vive l’impotenza di una situazione politica che non sembra offrire alternative, si riconosce nell’oppressione di Gaza e non in quella dell’Ucraina invasa da Putin. Vive il gazawi come prossimo e non l’ucraino, membro anch’esso di quell’Occidente che il manifestante detesta.
Questa situazione emotiva di massa è un garbuglio di paradossi, ma “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Eppure il “cuore” deve essere sbrogliato, se vogliamo che entri in sinergia con la ragione, anziché in suo disfacimento.
Primo paradosso: chi detesta l’Occidente è parte dell’Occidente, dunque pragmaticamente già vive la verità dell’Occidente che pure rimuove: l’Occidente non esiste. Non esiste come entità omogenea, come possibile identità. La sua identità è il conflitto, spesso un conflitto a morte. Occidente è la Comune di Parigi e Occidente sono le truppe di Thiers che sotto l’occhio benevolo delle truppe prussiane la massacrano nella semaine sanglante. Occidente è il reseau Jeanson che aiuta il Fronte di liberazione algerino, e i parà di Massu che ne torturano i militanti, e il torturato Henri Alleg direttore di Alger Républicain…
Insomma: è perfettamente insensato essere contro l’Occidente, si può solo scegliere quale Occidente. Universo conflittuale ma non manicheo. È Occidente Antonio Gramsci ed è Occidente Benito Mussolini che lo farà morire in carcere, è Occidente il socialdemocratico Giacomo Matteotti trucidato dagli scherani di Mussolini, e i comunisti che bolleranno i socialdemocratici come socialfascisti, e i socialdemocratici tedeschi Ebert e Nolte che faranno assassinare Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht…
L’Occidente è insomma universo di conflitti, intrecci, complessità, sfumature, contraddizioni.
L’Occidente diventa invece rotondo mondo omogeneo, identità di mero e onnipervasivo colonialismo, nella semplificazione degli studenti pro-pal che occupano le università. Sullo sfondo, l’ideologia del pensiero decoloniale, che cancella la storia e azzera il passato sui valori del presente, e allora in Voltaire non vede l’illuminista di “écrasez l’infame!” o del Trattato sulla tolleranza ma l’antisemita, e in Thomas Jefferson non più l’estensore della Dichiarazione d’Indipendenza, documento inaugurale della moderna democrazia, il terzo presidente degli Stati Uniti, che fissa la rigorosa laicità dello Stato (tradita dai successori) nella lettera alla Danbury Baptist Association del 1802 (wall of separation), ma niente altro che un proprietario di schiavi.
Il rifiuto di considerare la realtà in tutto il suo carattere caleidoscopico porta infine alla cecità della più colpevole ideologia: Rima Hassan, deputata europea di Mélenchon e autorevolissima navigante della Flotilla, proclama un giorno sì e l’altro pure che Hamas non è un’organizzazione terroristica islamista, che al potere lapida le adultere, impicca gli omosessuali, annienta col colpo alla nuca i dissidenti politici, ma una forma di resistenza al genocidio israeliano del popolo palestinese.
E da noi si rincorrono di città in città i peana di massa per Francesca Albanese, che si adonta se il sindaco di Reggio Emilia accenna en passant alla necessità che Hamas liberi gli ostaggi. E nessuno a sinistra ricorda per lutto i due anni dall’orrendo pogrom del 7 ottobre 2023, 1.200 cittadini israeliani scannati dai commando di Hamas, molte donne preventivamente stuprate.
Non ci si rende conto che si entra così nella (in)cultura della rimozione che diventa normalità esistenziale, del falso che scompare come falso e diventa “fatto alternativo” (Kellyanne Conway, consigliera di Trump, 22 gennaio 2017). Ma senza questa differenza, anzi senza questa opposizione tra verità e menzogna, non esiste più un mondo comune ma il pluriverso delle “bolle” tra loro incomunicanti, se non per identità/ostilità, latenti di guerra civile.
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LA SOCIETÀ ITALIANA
Ca’ Foscari, ovvero il dilemma: guerra o pace?
Alessio Aringoli
All’Università Ca’ Foscari, ultimo di tanti meno noti episodi d’intolleranza, si è posta chiaramente una questione: davanti al conflitto mediorientale non ci sono vie di mezzo morali, o si è per la pace o si è per la guerra.
Non è, tra tante che lo sono, una semplificazione retorica: è la realtà politica concreta che si disegna quando una parte chiede non la cessazione delle ostilità, ma la sconfitta totale dell’altra.
I gruppi estremisti che si dichiarano “pro-Palestina” troppo spesso non invocano la pace; chiedono la caduta, l’annientamento politico e morale di Israele. Non è un’obiezione sul linguaggio: è la definizione di un obiettivo che esclude qualsiasi terreno di negoziato. Allo stesso tempo non possiamo chiudere gli occhi davanti a chi, in nome di Israele, giustifica ogni abuso e pretende l’assoluzione morale di qualunque decisione politica. Anche questo non è sostegno alla pace: è la giustificazione della guerra perpetua. Da due lati opposti, dunque, si costruisce un muro che impedisce la trattativa, che normalizza la violenza e che cancella la dignità delle vittime, palestinesi e israeliane.
I moltissimi messaggi di solidarietà al nostro presidente Emanuele Fiano -giusti e necessari- si sono concentrati legittimamente su forma, toni, libertà di parola e sui segnali estremamente preoccupanti di un crescente antisemitismo. Difendere il diritto di parlare in una università è fondamentale.
Ma ridurre la vicenda a un problema di forma rischia di nascondere ciò che è più sostanziale: il contenuto del dibattito che si voleva impedire. Se il discorso pubblico diventa un’arena in cui l’unico fine è delegittimare e umiliare l’avversario, fino a considerare tale anche chi vuole parlare di pace, allora il confronto politico si trasforma in guerra politica.
Se Israele è un obiettivo da abbattere, allora la discussione sarà sul “come” abbatterlo: boicottaggi, esclusioni, inviti a infliggere danno, impedire dibattiti… alla fine, la logica bellica può giustificare qualsiasi mezzo.
Quando una collettività individua come unico e solo “colpevole” uno Stato o un popolo, si cancella la domanda essenziale: come si costruisce una pace giusta e duratura?
Questa non è solidarietà con i civili palestinesi, è strumentalizzazione del loro dolore per raggiungere fini politici che non contemplano il reciproco riconoscimento.

Per uscire da questa spirale serve una voce chiara e autonoma che ricomponga principi e strumenti: riconoscere il diritto di Israele a esistere e a vivere in pace e in sicurezza; riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato e a una vita libera dall’occupazione, dalla miseria e dall’oppressione del fanatismo integralista; rifiutare l’odio e la disumanizzazione; rifiutare l’impunità e la normalizzazione della violenza. Non sono posizioni contraddittorie: sono i mattoni minimi di qualsiasi percorso di pace credibile.
Sinistra per Israele, pur coi suoi limitati mezzi, ha una grande funzione storica in questo frangente: non quella di imporre comodi schieramenti, ma quella di rilanciare un impegno per la pace che sia reale.
Significa lavorare per condizioni politiche che rendano possibile una soluzione negoziata, mettere la protezione dei civili al centro, promuovere iniziative internazionali di riconciliazione e sostenere attori locali che desiderano il dialogo. È l’unico modo per aiutare davvero il popolo palestinese, gli israeliani e, con loro, l’intera regione mediorientale e mediterranea.
Le università devono tornare a essere luoghi dove si spiega, si comprende, si argomenta, ci si contraddice anche, ma senza cancellarsi. Fermare un intervento non fa la pace; costruire le condizioni per discutere, ascoltare e negoziare sì.
Chi vuole la pace non chiede la sconfitta di qualcuno: chiede la fine della guerra.
E per farlo occorre un coraggio politico che non somiglia né all’odio né all’assoluzione incondizionata, ma a quel sottile, difficile lavoro di costruzione che prende corpo nelle scelte concrete, nelle proposte e nella responsabilità. Con in testa un solo slogan, il più difficile, il più importante: Pace Adesso, Shalom Achshav, Al-Salam Alaan, Peace Now.

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LA SOCIETÀ ITALIANA
No, non ci faremo scacciare
Samuele Vianello
Nella mia pur breve esistenza mai avrei immaginato di vedere qualcosa che ritenevo sepolto dalla Storia, mai avrei pensato di assistere ad un episodio di violenza politica squadrista. Invece ho visto.
Ho visto Il gesto della P38, sfoggiato orgogliosamente con sorrisi maliziosi, ho sentito i cori macabri di chi inneggiava alla distruzione di Israele, all’Intifada, allo sterminio dei sionisti, ai razzi su Tel Aviv e alla vittoria di Hamas e Hezbollah… alla violenza contro Emanuele.
Una conferenza brutalmente interrotta da chi, evidentemente, teme il contraddittorio, la ricerca della verità e la dialettica in quanto costitutivi della nostra democrazia. Una conferenza realizzata dai giovanissimi membri dell’associazione “Ca’ Foscari FUTURA” come momento di confronto e di speranza per la Pace, per rivivere e immaginare il percorso dei due popoli per i due Stati.

Dopo una trentina di minuti dall’inizio, l’irruzione… inizialmente silenziosa, apparentemente educata per salvare le apparenze.
Prima la richiesta di leggere un proclama, certo, decisamente sciocco e dalla declamazione incerta e forse imbarazzata, poi la dichiarazione inequivocabile: noi Fiano non lo vogliamo ascoltare, Fiano non deve parlare, i sionisti non devono avere spazio all’università. Vani gli sforzi per tentare una mediazione politica, un compromesso, inutile il richiamo al diritto di riunione e di espressione.
Simone Rizzo, senatore accademico, poco più che ventenne, ricorda ai contestatori come non siano loro a decidere chi ha il diritto di parola in ateneo; la risposta? Urla, grida, sirene dei megafoni e i tristi cori già menzionati.
Dopo una quarantina di minuti di dissoluta ferocia, di confronti fisici sventati da chi si interponeva fra gli istigatori e i partecipanti, l’invito perentorio di abbandonare la sala.
No, non usciremo prima di voi, non ci faremo scacciare, l’ateneo chiuderà solo dopo che saremo usciti, staremo al nostro posto fino a quando non lascerete l’aula che avete profanato.
L’ateneo ha chiuso i battenti, Fiano non si è fatto scacciare, una scorta costituita dalle forze dell’ordine, dagli studenti e molti compagni lo attendeva all’uscita. La serata è continuata nella convivialità di chi tenta di ritrovare la serenità dopo aver osservato la riproduzione della banalità della violenza.
La conferenza continuerà martedì 4 novembre, la P38 verrà sconfitta dalla parola.
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LA SOCIETÀ ITALIANA
Fiano e chi usa la censura come protesta
Michele Serra

Questo pezzo di Michele Serra, che ringraziamo, è uscito su
nella sezione “commenti” di Repubblica del 29 ottobre
Ci sono due parti lese.
Una è la libertà di espressione.
L’altra è meno evidente, eppure è quella che più spaventa. E rattrista.
Ci sono due parti lese, nella censura imposta a Emanuele Fiano, ebreo e democratico, da un manipolo di “giovani comunisti” pro-Pal che gli hanno impedito di parlare a Ca’ Foscari. Una è la libertà di espressione – non solo quella di Fiano: quella di tutti. Lesione tanto evidente, e tanto grave, da non richiedere mezza parola ulteriore.
L’altra parte lesa è meno evidente, eppure è quella che più spaventa. E rattrista. Perché se Fiano, per quanto turbato e vittima di un sopruso, ha gli strumenti per capire l’accaduto, i suoi giovani censori no, non ce li hanno. E sono proprio loro l’altra parte lesa, sebbene per violenza autoinferta: ottime o pessime siano le idee di quel gruppo di ragazzi, la pratica della censura, e più in generale della chiusura, non solo è la meno “politica” che si possa concepire, ma rafforza in ogni gesto, ogni parola, la costruzione del circolo chiuso, dell’atrofia culturale, della conventicola dei puri. Pochi, intangibili e soli.
Per il nuovo radicalismo politico giovanile l’intolleranza non è, come fu per padri e nonni, un’arma d’offesa. Diciamo: di violenza attiva. È piuttosto un bozzolo autoprotettivo, confermativo, rassicurante, che porta a reagire a ogni intrusione – dunque a ogni dubbio, ogni discussione – espellendola. Cancellandola.
Lo dice bene Walter Siti nel suo libro sulla Generazione Z, La fuga immobile, apparentando la nuova intolleranza politica di sinistra alle safe room, le stanze di sicurezza che in molte università americane consentono di parlare al riparo da opinioni sgradevoli e parole indigeribili, in quella sorta di sterilizzazione dei discorsi che garantisce di non subire urti emotivi.
Che l’urto emotivo (più banalmente: la messa a repentaglio delle proprie certezze, e perfino della propria “personalità”) sia, al contrario, molto formativo, e rinforzante, non è argomento che possa aprire una breccia in quel bozzolo che è, della cosiddetta mentalità woke, l’aspetto più sgradevole e al tempo stesso il più fragile. Io ho ragione, tu hai torto, non voglio subire le tue parole e la tua presenza. Taci. Perché se tu parli, io sto male. E non sono abbastanza forte da sopportare parole che non riesco a collocare nei miei cassetti mentali.
Se il caposaldo ideologico che ha preso il posto della lotta di classe è il neocolonialismo (anche la lunga e complicata questione mediorientale, anche il criminale accanimento di Israele contro i civili di Gaza vengono letti e liquidati come estrema propaggine del suprematismo bianco: per questo Israele deve sparire, dal fiume al mare. Punto e basta), ogni possibile contraddizione di quello schema fa scattare una reazione furibonda: la contraddizione è la scheggia che minaccia di infettarci, dunque va subito rimossa.
Dove sia finita la vecchia fissazione della cultura marxista per “la complessità” non è chiaro. Nel caso sia causa, la complessità, della confusione delle vecchie generazioni di sinistra, la semplificazione manichea non sembra un antidoto efficace alle incertezze e alle sconfitte dei genitori.
Che questo metodo binario, ingigantito dalla binarietà giusto/sbagliato che muove la grande massa della comunicazione social, serva a guastare prima di tutto quanto di buono c’è nel proprio bagaglio culturale e ideologico (sì, il neocolonialismo esiste, il suprematismo bianco pure: ma non bastano a leggere le cose del mondo) è cosa che non sfiora, purtroppo per loro, i censori di Emanuele Fiano, e consimili retroguardie di un nuovo movimento giovanile imponente e generoso che non meriterebbe di mutilarsi, o afflosciarsi, per l’atrofia intellettuale dei più deboli tra loro.
I fanatici sono sempre i più deboli, e il fanatismo “chiuso” delle nuove leve di estremisti è destinato a procurare danni minimi all’esterno (e vantaggi enormi alla destra reazionaria), ma danni irreparabili, umanamente parlando, soprattutto a chi ci si rinchiude. Alla violenza politica minacciano di sostituire l’autolesionismo, prigionieri della loro safe room, hikikomori dell’ideologia senza sapere di esserlo.
PS – Lettura consigliata: Amos Oz, Contro il fanatismo. Se leggere uno scrittore israeliano non turba troppo i “giovani comunisti”.
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LA SOCIETÀ ITALIANA
L’ambiguità di Francesca Albanese e l’errore dei Comuni che la celebrano
Simone Santucci
C’è qualcosa di profondamente stonato nel vedere tante amministrazioni comunali, spesso a guida progressista, conferire cittadinanze onorarie a Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti umani nei Territori palestinesi.
Non si tratta di negare la libertà di critica verso Israele, né di voler zittire la denuncia delle sofferenze del popolo palestinese, che fin troppe e ingiustamente ne ha passate. Tuttavia, quando la critica diventa ossessione, e l’analisi si trasforma in propaganda, è doveroso dire no.
Ma, va detto, non si può tacere di fronte alla faziosità con cui Albanese esercita il suo ruolo istituzionale. Il suo linguaggio, le sue dichiarazioni e i suoi silenzi selettivi hanno finito per delegittimare Israele come Stato, anziché concentrarsi sulla tutela dei diritti umani universali, e cioè il suo ruolo. Le sue parole non uniscono, ma dividono. Non aiutano la pace, ma alimentano la polarizzazione.
Albanese parla spesso come se Israele fosse un’entità coloniale da smantellare, e non una Nazione nata da una risoluzione ONU, riconosciuta dalla comunità internazionale e abitata da milioni di cittadini che hanno diritto alla sicurezza e alla normalità. Quando una funzionaria delle Nazioni Unite utilizza la propria posizione per dipingere un solo popolo come colpevole assoluto e l’altro come puro e innocente, si tradisce lo spirito stesso dei diritti umani, che nascono dal riconoscimento della complessità, non dal manicheismo ideologico.
È un errore grave che tanti Comuni italiani, in nome di un malinteso “impegno per la pace”, abbiano scelto di celebrare Francesca Albanese come simbolo di coraggio e di giustizia.
La cittadinanza onoraria dovrebbe essere un riconoscimento condiviso, capace di unire la comunità civile attorno ai valori della convivenza e del dialogo. Invece, queste iniziative rischiano di legittimare una narrazione parziale e divisiva, che nega la legittimità di Israele e cancella la complessità del conflitto mediorientale.
Essere progressisti o riformisti non significa chiudere gli occhi davanti all’odio travestito da attivismo. Significa difendere i diritti di tutti, israeliani e palestinesi, senza doppie misure. Significa cercare soluzioni, non nemici.
Francesca Albanese ha ogni diritto di esprimere le sue opinioni, ma chi la rappresenta come “voce della pace” commette un atto di superficialità e, forse, di complicità ideologica.
La pace non nasce dalla delegittimazione di uno Stato, ma dal riconoscimento reciproco, perché la pace si fa coi nemici, non con gli amici.
E lo scetticismo che rasenta l’imbarazzo attorno al Piano Trump – ad oggi l’unica soluzione concreta per far tacere le armi – conferma quel legittimo dubbio che alberga in me: siamo sicuri che da quelle parti vogliano davvero Due Popoli e Due Stati?
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LA SOCIETÀ ITALIANA
Sono una storica ebrea della Diaspora
e non sono mai andata in «gita» a Auschwitz
Serena Di Nepi
Serena Di Nepi insegna Storia Moderna presso Sapienza Università di Roma
Questo articolo, è uscito sulla rivista europea online K-larevue.com che ringraziamo
Le parole infelici, o quanto meno inutilmente leggere, pronunciate da una ministra della Repubblica Italiana durante un convegno promosso dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane per tirare le fila amare del discorso pubblico nel paese su Israele, ebrei e ebraismo, a due anni dal 7 ottobre, hanno chiamato in causa decenni di lavoro sulla memoria. A partire, appunto, dai viaggi.
Per una serie di casi della vita, non ho mai preso parte a un Viaggio della Memoria, occasioni che pure da tempo segnano innumerevoli appuntamenti della vita civile nella penisola e che, da storica ebrea che si occupa di storia degli ebrei in Italia, avrebbero proprio dovuto riguardarmi.
Il primo motivo è, in qualche modo, scientifico: mi occupo di età moderna e quindi sono cronologicamente esentata dagli aspetti più bui e dolorosi del mestiere. L’ho fatto per scelta, quando ho capito che sarei voluta diventare una storica e ho deciso che avrei evitato, per quanto possibile, di avere a che fare professionalmente con il buco nero della Shoah. Poi è capitato che me ne sia occupata, ma mai studiando di giorno e di notte cose che mi avrebbero levato il sonno e preferendo, per l’appunto, i ghetti e l’Inquisizione romana ai nazisti.
Il secondo motivo è generazionale. Mi sono diplomata nel 1998 quando ancora questi viaggi non erano diventati pratica comune e, in generale, nelle scuole italiane di Shoah si parlava poco. Nel 1993 era uscito nelle sale Schindler List, il capolavoro di Steven Spielberg e credo, ma non ne sono poi così sicura, che a un certo punto del mio primo anno in un prestigioso liceo classico del centro di Roma, la mia classe sia stata portata a vederlo. Senza alcuna preparazione prima o dopo, in una di quelle classiche matinée cinematografiche che fanno la gioia di studenti e studentesse, per un giorno liberi dalla versione di greco e da quella di latino.
All’epoca, la Shoah era un box nel manuale di storia dell’ultimo anno e poco altro; e non mi pare di ricordare di essere mai stata chiamata a raccontare ai miei compagni la storia della mia famiglia, come invece oggi capita (o meglio capitava) regolarmente agli studenti ebrei nelle scuole pubbliche in occasione degli anniversari del calendario civile.
Nel tornante degli anni Duemila la svolta fu, appunto, l’istituzione del 27 gennaio come Giorno della Memoria, con una legge votata all’unanimità dal Parlamento italiano il 20 luglio del 2000, con cinque anni di anticipo rispetto al Parlamento Europeo. Due anni più tardi, il Ministero dell’Istruzione organizzava il primo viaggio ufficiale della Memoria che aveva a bordo studenti, ebrei sopravvissuti ai campi, esponenti del governo e rappresentanti delle istituzioni ebraiche.
Non era il primo viaggio d’Italia: nei decenni precedenti spedizioni si erano susseguite su iniziativa di singoli e di un ventaglio di associazioni legate, per l’appunto, alle storie della deportazione. Ma quello del 2002 aveva un suggello istituzionale, annodava i fili di una collaborazione sulla Memoria tra storici, scuole, governo, testimoni e istituzioni ebraiche (che avevano contribuito a progettare l’iniziativa) all’interno di un percorso condiviso di valori e di cittadinanza su cui ci si impegnava a non tornare indietro e che rappresentava un passaggio il cui significato non sfuggì a nessuno
E così, in effetti, è stato. Centinaia di viaggi, migliaia di studenti, riflessioni sulla loro progettazione e sul loro esito, un impegno strenuo – spesso ai limiti del tollerabile – dei testimoni e un posto centrale per le istituzioni ebraiche.
Come gli scettici notarono dai primi anni, tutto questo rischiava di diventare qualcosa di diverso da quanto auspicato: il peso della memoria addossato sulle vittime e sugli ebrei di oggi chiamati a tenere accesa la fiaccola della Shoah, una certa stanca liturgia della celebrazione, parecchi automatismi e forse una sorta di inconsapevolezza di fondo utile a lavare le coscienze della società maggioritaria. Ricordiamo una o più volte l’anno – e a questo punto siamo a posto.
Se anche l’intersezione tra l’organizzazione dei viaggi e gli appuntamenti obbligati del 27 gennaio (insieme a quelli locali che ricordano le deportazioni e le razzie cittadine dell’autunno del 1943) ha assunto in qualche caso il tono del rito senza anima e senza coscienza, credo, però, che la valutazione di questo pacchetto imponga di tenere separati i molti piani che lo compongono. In linea di massima, i viaggi sono pensati nella cornice di percorsi lunghi e gli studenti vengono accompagnati ai cancelli di Auschwitz all’interno di un progetto educativo più ampio, che prevede incontri prima e dopo e guide attente e preparate sul posto. È un viaggio difficile e che non si fa a cuor leggero. Certo, le eccezioni sono sempre possibili ma è sufficiente una rapida ricerca su internet per constatare quale e quanta attenzione segni questi progetti, che tutto sono meno che spedizioni in discoteca e all’avventura.
Diverso, sicuramente, l’effetto della chiacchierata obbligatoria del 27 gennaio: ci sono docenti che inseriscono la Shoah in percorsi formativi larghi e approfonditi, talvolta di durata annuale e con il coinvolgimento di esperti; ce ne sono altri che adempiono al dovere con la proiezione di un film in aula e due parole di circostanza; ce ne sono ancora che non fanno nulla e il loro numero sembrerebbe in crescita nel mondo del dopo 7 ottobre, tra imbarazzi, un diffuso fastidio per le pretese degli ebrei e molte sovrapposizioni inappropriate.
Resta il fatto che oggi la scuola fa cose che fino agli anni Novanta non si facevano e che grazie a questo la Shoah è entrata nelle coscienze degli italiani, con tutte le debolezze e le contraddizioni che questo approccio ha portato con sé; ma che, appunto, segna un prima e un dopo, in cui nel prima c’era molto poco (forse niente) e nel dopo c’è moltissimo, anche se con difetti.
Negli anni Novanta, la scuola alla me studentessa non ha mai chiesto nulla e i miei amici e conoscenti non ebrei, da adolescente, non si sono preoccupati affatto di capire per quali casi della storia fossi nata e come avessero fatto i miei nonni a sopravvivere alla Shoah. Più volte sono stata interrogata su Israele e sui suoi innumerevoli e sicuri torti; assai di rado su quell’altra parte della mia parecchio sbandierata identità ebraica.
I miei figli, oggi tra ultimi anni di liceo e primi di università, hanno avuto esperienze diverse una volta approdati nelle scuole pubbliche: i loro compagni di classe avevano letto e studiato le pagine di Primo Levi e di Anna Frank già nei cicli precedenti (quando invece alla scuola ebraica avevano affrontato la questione con estrema prudenza) e con cadenza regolare sono stati invitati calorosamente a raccontare le storie di famiglia il 16 ottobre (l’anniversario della grande deportazione degli ebrei di Roma) e il 27 gennaio. Un’attenzione obbligata, che nelle classi in cui per caso c’è uno studente ebreo risolve il problema della Memoria addossandolo sulle sue giovani spalle di vittima eterna e creando un cortocircuito dalle conseguenze prevedibili e con cui ora si fanno i conti. Ma resta il fatto che, appunto, si registra uno scarto e che questo scarto ha un suo indubbio valore positivo.
Ma torniamo ai viaggi.
Se nel sistema di istruzione pubblico sono comparsi solo negli anni duemila, la Memoria ebraica ha seguito tutte altre vie. Nel 1996 (o forse 1997) in un campeggio invernale del Benè Akiva, in occasione del digiuno del 10 di Tevet, il gruppo di Milano raccontò l’esperienza appena vissuta di un viaggio nei campi, organizzato dalla locale scuola ebraica. E ricordo le foto di Majdanek e il commento agghiacciato di chi, mostrandole, diceva: «là basta spingere un pulsante e le camere e i forni tornano a funzionare in meno di un’ora».
Ora, tanti anni più tardi, credo che quella riflessione a alta voce sia uno dei motivi per cui non ho mai trovato il coraggio di partire e di studiare certe questioni: alla fine siamo al mondo per caso e vedere dal vivo e in prima persona la portata di quel caso rischia di rendere ancora più difficile l’impresa di tenere insieme i frammenti di questa dolorosissima consapevolezza.
Mio marito, che è un po’ più grande di me, ha partecipato giovanissimo alla Marcia della Vita, organizzata annualmente dall’Hashomer Hatzair in ricordo di quella della Morte e che costituisce una tappa nodale del percorso di formazione di questo movimento giovanile. E ricorda quel viaggio come una prova durissima, un passaggio essenziale della sua crescita di ebreo e da fare solo e soltanto in un contesto ebraico di condivisione di storie, emozioni e traumi tra chi può capire e soffrire allo stesso modo.
Una delle nostre figlie ha fatto lo stesso viaggio la scorsa primavera, mettendomi ancora una volta di fronte a tutto ciò che ho sempre rifiutato di voler toccare con mano. Buffi incastri hanno voluto che mentre lei e il suo gruppo camminavano attraverso quei luoghi e quelle storie – e tra loro c’erano nipoti di sopravvissuti che hanno viaggiato con i diari dei nonni nello zaino – mi trovassi a un convegno di storici e un collega non ebreo, ma esperto di Shoah e di memoria e che di viaggi ne ha fatti tanti, mi spiegasse passo passo cosa stesse guardando e vivendo quel manipolo di ragazzi ebrei italiani. Mia figlia è tornata provata, straordinariamente determinata, convinta che sia un viaggio da fare una volta (e una sola) nella vita e pronta come mai prima a proteggere la sua diversità ebraica in una società ogni giorno più ostile e pericolosa. Ma questo non significa che la sua identità ebraica sia schiacciata sulla Shoah o limitata ad essa. Siamo ebrei nonostante la Shoah e il nostro ebraismo non dipende dal fatto che qualcuno abbia fatto di tutto per cancellarci dalla storia (e ci sia quasi riuscito).
Mi pare che il cortocircuito stia, in larga misura, proprio in questo viluppo di contraddizioni che mettono in tensione la costruzione memoriale non ebraica e quella ebraica. Da una parte, l’ineluttabile centralità dei sopravvissuti e dei testimoni nella memoria ha finito per tradursi in uno scollamento tra le vittime – nel loro ruolo di e involontari protagonisti di una tragedia senza pari –, i carnefici e il meccanismo dello sterminio nel suo complesso.
Il Giorno della Memoria si è trasformato in un appuntamento ebraico, spesso l’unica occasione dell’anno in cui gli ebrei, le loro istituzioni e la loro storia sono protagonisti indiscussi.
Impensabile mettere su una cerimonia per il 27 gennaio senza chiamare il rabbino, il presidente della comunità e l’esperto ebreo di turno a raccontare. Il che va benissimo, e sarebbe assai sbagliato non farlo: ma porta con sé ricadute a cascata, tra le quali spicca l’identificazione intuitiva degli ebrei come le vittime per eccellenza, pure e disposte al sacrificio.
Nel discorso pubblico, gli ebrei possono solo soffrire, insegnare diritti umani universali e come evitare di commettere altre atrocità, in nome di questa assoluta sofferenza. Un gioco delle emozioni, in cui prevalgono lacrime e ansie ed in cui raramente si ragiona sull’evento in sé, sui carnefici, sui collaborazionisti, sugli ignavi, sui meccanismi giuridici di esclusione e discriminazione e anche sulla lunga storia dell’antiebraismo, con i suoi tornanti, le sue fratture e i suoi terribili elementi di continuità non causale. A riprova di ciò, se ai ragazzi ebrei si chiede di rievocare le storie dei nonni tra persecuzione dei diritti e persecuzione delle vite, a nessuno viene in mente di chiedere ai ragazzi non ebrei che cosa facessero i loro nonni in quegli stessi anni. E le poche volte che se ne parla, escono fuori vicende esemplari di salvataggio, con numeri e cadenza che suscitano qualche dubbio, e mai vicende di denuncia di ebrei alle autorità o esperienze di corresponsabilità di qualunque tipo. Il discorso generalista sulla Shoah è così, per forza di cose, un discorso dai contorni astorici e sfumati, svincolati dalla Prima e dalla Seconda guerra mondiale, dallo stato totalitario e, appunto, dalla radicale trasformazione delle società europee del Novecento. Un qualcosa di orribile che è capitato agli ebrei, che è un po’ più orribile di altre cose orribili e che ci si augura non succeda più a nessuno.
Nel privato, soprattutto nelle case ebraiche, l’operazione memoria continua a seguire altri schemi, incapsulata come è nei racconti e nel DNA delle famiglie.
Difficile sia identificare il momento in cui, da bambini, si scopre la Shoah – e le vie che hanno portato nonni e bisnonni a uscirne vivi – sia ricostruire con ragionevole certezza l’occasione in cui quelle vicende sono state raccontate per la prima volta, da genitori, alla nuova generazione perché se ne facesse carico. È qualcosa che fa parte di come si viene cresciuti e che, in quanto tale, si incista nel patrimonio culturale e identitario, insieme alle ricette dei dolci di Pesach e alle canzoncine di Chanukkah.
Ma nonostante questo, non è la Shoah a tracciare i contorni delle nostre appartenenze ebraiche e a determinare chi siamo. E l’enorme difficoltà con cui oggi nel discorso pubblico si ragiona sulle devastazioni del tempo presente, sulle migliaia di vittime, sulla guerra e su Israele in qualche modo riflette questo scollamento.
Chiamare in causa continuamente un passato che si vuole rileggere in termini politici e attualizzanti, ribaltando retoricamente nomi e ruoli di vittime e carnefici riflette, in parte, proprio questa sfasatura sulla memoria: da una parte, una costruzione narrativa in cui prevalgono il rispetto e la solidarietà con le vittime, che solo vittime possono essere; dall’altra, la strenua e micidiale consapevolezza che la Shoah non è storia ebraica, è una tragedia cascata addosso agli ebrei dopo innumerevoli altre tragedie e che gli ebrei si sono trovati ad affrontare da soli. Come ha scritto Riccardo Di Segni, il rabbino capo di Roma, in un libro a quattro mani con Gad Lerner, la lettura ebraica di tutto questo non è il semplice (e un po’ banale) «mai più», ma un monito spaventevole che si riassume con «mai più impuniti».
Tornando ai viaggi che non ho fatto e alle storie che non ho voluto studiare, c’è un aspetto che mi ha molto colpita in questa corsa a richiamare pezzi di passato e di presente ebraico scatenata dal 7 ottobre e dalla guerra che ne è seguita. Si è parlato di crimini, di stragi e di genocidi, si sono accusati gli ebrei di Israele di molte cose e quelli della Diaspora di silenzi corresponsabili e compartecipazione. Toni, parole e frasi inaccettabili pervadono il parlare comune, fino a tradursi, quasi ovunque, nel ritorno a una vita ebraica in condizioni di isolamento, incomprensione e pericolo che si sperava fossero relegate a tempi oscuri e lontani.
Non si è invece visto e commentato lo straordinario moto di solidarietà globale e impegno collettivo ebraico sulla sorte degli ostaggi che, invece, solletica la curiosità e la sensibilità degli storici come me, quelli esperti di cose ebraiche assai remote. Gli ebrei del Mediterraneo e d’Europa hanno per secoli accumulato denari per il riscatto dei prigionieri. Gli archivi delle comunità ebraiche, con i loro libri di conto e le loro corrispondenze, tengono traccia del prelievo fiscale a questo scopo, delle raccolte fondi e dell’attivazione di reti finanziarie e diplomatiche nazionali e internazionali per liberare gli ebrei schiavi ovunque fossero tenuti prigionieri.
In un libro recente, Adam Teller ha ripercorso la storia straordinaria dell’impegno collettivo ebraico per riscattare uomini, donne e bambini vittime del pogrom del 1656 nel Commonwealth Polacco Lituano, finiti sul mercato schiavistico ottomano e al centro di un’operazione di liberazione senza precedenti per numero dei rapiti, fondi raccolti e convogliati, durate e dimensione dello sforzo generale. Nei giorni immediatamente successivi al pogrom del 7 ottobre, mentre iniziavano a circolare le immagini terrificanti di persone trascinate legate e sanguinanti a Gaza, i miei pensieri sono tornati anche a quei racconti di schiavitù e si sono trovati all’improvviso a caricare di significato la benedizione per la liberazione dei prigionieri, che i più osservanti tra noi recitano tre volte al giorno nelle Diciotto benedizioni.
Sembrava un retaggio lontano, un avanzo archeologico di tempi antichi e invece, all’improvviso, tornava d’attualità e dimostrava che il Rinascimento in cui mi ero illusa di trovare rifugio fosse un posto un po’ meno sicuro e protetto di quanto avevo sperato.
Nei due anni successivi, fino al cessate il fuoco del 13 ottobre del 2025 e al rilascio degli ultimi ostaggi superstiti, le famiglie in Israele hanno condotto una campagna senza precedenti per la liberazione dei loro cari: hanno fatto pressione sul governo e sul mondo, sono andati a perorare la loro causa in ogni sede che abbia voluto accoglierli, dal Vaticano alle Nazioni Unite alle Convention per le elezioni presidenziali americane. In tante città d’occidente si sono tenute marce e camminate una volta a settimana per ricordare i rapiti e si sono organizzate innumerevoli iniziative per tenere accesa l’attenzione sulla sorte di queste persone intrappolate nei tunnel di Hamas. Spesso, purtroppo, nell’indifferenza generale, che non ha considerato le vittime di Hamas degne della stessa pietà delle altre, troppe, vittime del conflitto.
Eppure, i parenti e gli ebrei del mondo non hanno mai rinunciato e hanno tenuta viva la fiammella della speranza, convinti che alla fine qualcosa di buono e di giusto sarebbe successo.
Come poi in effetti è stato. Nel 1984, Yosef Haim Yerushalmi diede alle stampe tre lezioni Toward a History of Jewish Hope, in cui si soffermava sul messianesimo e sulla possibilità di una storia controcorrente della speranza ebraica.
Nell’enormità e nell’incommensurabilità dell’orrore del tempo ebraico presente, contro ogni previsione, gli ultimi due anni hanno dato concretezza proprio a quella visione: e forse, se vogliamo provare a uscire dallo schiacciamento sulla figura della vittima perfetta (col suo ritratto speculare e distorto del colpevole ideale) varrebbe la pena di riprendere in mano quella domanda e quel filo di ottimismo che in qualche modo accompagna tutti i capitoli di questa nostra storia degli ebrei così difficile e dolorosa.
K-larevue.com è una rivista online fondata da un gruppo di giornalisti e studiosi che, in un’Europa sempre più attraversata dalle tensioni e in preda alla polarizzazione delle idee, hanno deciso di restituire agli ebrei europei la loro voce. Pubblicato in quattro lingue, K. è uno spazio di approfondimento, memoria e immaginazione: una piattaforma indipendente per chi vuole capire l’ebraismo globale nella sua complessità storica e nel suo presente, che è vivo e in continua evoluzione. La redazione di K. scrive da tutta Europa, e i collaboratori dal mondo intero. I testi sono accessibili gratuitamente sul portale e attraverso la newsletter al link
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Milano, Firenze, Roma: tre iniziative per ricordare Yitzhak Rabin


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Una mattinata sul conflitto mediorientale al Liceo Ginnasio Mamiani
Aldo Winkler
Il 24 ottobre 2025 il Liceo Mamiani di Roma ha organizzato una giornata di studio, con numerosi ospiti esterni, sulla situazione conflittuale mediorientale. L’evento aveva destato non poche preoccupazioni, anche tra i genitori degli alunni coinvolti, principalmente a causa del panel asimmetrico, con diversi relatori noti per la loro polarizzazione antisraeliana, nel rischio di trasformare un contesto scolastico in un contenitore propagandistico. Sono stati invitati, in qualità di relatori e per le loro competenze professionali specifiche, tre iscritti di Sinistra per Israele – due popoli due stati: Giorgio Gomel, Maurizio Melani e Aldo Winkler.
Nel primo panel dedicato alle testimonianze dirette di cooperazione e di coesistenza tra palestinesi e israeliani, Giorgio Gomel ha riferito del lavoro delle ONG in molti ambiti di dialogo e ricerca di convivenza, seppure tra molte difficoltà, sottolineando il forte impegno delle associazioni dedite alla coesistenza, nonostante lo scetticismo dovuto a un conflitto tra nemici che appaiono irriducibili, dominati dall’isteria nazionalista e dal rifiuto delle ragioni dell’altro. Fra queste associazioni, ha citato le numerose, oltre 170, ONG israelo-palestinesi, federate nella Alliance for Middle East Peace (www.allmep.org).
Un lavoro continuo, sotterraneo, spesso ignorato, di movimenti della società civile che promuove la coesistenza in una pluralità di ambiti: sanitario, ambientale, economico, educativo, di difesa dei diritti umani, di dialogo interreligioso. Gomel ha ribadito che il principio cui ispirarsi deve essere quello di offrire ponti, spingere le parti in lotta al dialogo, riprendendo la logica degli accordi di Oslo del 1993, quando il riconoscimento reciproco dei diritti aveva dischiuso uno spiraglio di speranza.
Conciliare il diritto alla pace e alla sicurezza per Israele con quello ad uno stato indipendente per i palestinesi. Gomel ha quindi ribadito quanto sia essenziale, come impegno della società civile, rigettare la disumanizzazione del nemico e riconoscere le ragioni dell’altro.
Sono poi intervenute Letizia Gozi e una collega tirocinante. Gli studenti sono stati attenti, forse timidi nelle domande; dopo le relazioni, si sono divisi in gruppi più piccoli, avvicinandosi alla cattedra e presentando domande anche puntuali sulle ONG e sul loro lavoro, sollecitando domande su quanto esse siano soltanto utopie romantiche o costituiscano un impegno fondamentale della società civile.
Al secondo panel, dedicato al diritto internazionale e i conflitti in Medio Oriente, ha partecipato l’ambasciatore Maurizio Melani. Gli studenti hanno recepito che la legalità internazionale, come stabilita dalla Carta delle Nazioni Unite e dalle successive pertinenti risoluzioni dei suoi organi decisionali, prevede la costituzione dei due Stati.
È stata pertanto ripercorsa la storia delle violazioni delle risoluzioni ONU, a partire dal rifiuto arabo nel 1948, dalle guerre successive nel contesto della guerra fredda e dei mutamenti nell’ambito del mondo arabo, delle ulteriori evoluzioni in questo ambito nel post 1990, degli accordi di Oslo, delle responsabilità di entrambe le parti nella loro mancata attuazione, degli ultimi sviluppi, dall’orrore del 7 ottobre, a quanto accade a Gaza e in Cisgiordania.
Alle domande sull’attribuzione di genocidio, data da diversi studenti per scontata, Melani ha illustrato cosa dice l’apposita convenzione precisando che sarà la Corte internazionale di Giustizia a valutare se di questo si tratta, spiegando la differenza con il ruolo della Corte penale internazionale, chiamata invece a giudicare sui crimini di guerra e contro l’umanità di entrambe le parti in conflitto, sulla base delle convenzioni sul diritto di guerra. Studenti e professori hanno riportato valutazioni complessive positive, riferendo di un confronto positivo ed equilibrato.
In un terzo panel, dedicato al mondo dell’università e della ricerca quali luoghi di incontro e dialogo, Aldo Winkler, dopo aver esposto i suoi studi sulle conseguenze scientifiche e culturali delle Leggi Razziali, è passato a raccontare il travaglio personale nel doversi rendere conto che la sua identità ebraica doveva oltrepassare il guado della Memoria, per esporsi sui temi della contrapposizione al boicottaggio accademico e all’interruzione degli accordi di ricerca con Israele. Sono state mostrate le forti asimmetrie – di sovente esacerbate dalla politica – con cui tali azioni di boicottaggio sono state condotte negli enti di ricerca e nelle università, e il frequente ricorso discriminatorio a tematiche quali l’etica scientifica e il dual-use, che rischiano di diventare argomenti illegittimi qualora non vengano trattati relativamente a tutte le parti in conflitto, e in tutti i contesti di guerra.
È stato ricordato quanto, persino nel periodo della guerra fredda e della cortina di ferro, la scienza sia stata veicolo di diplomazia e cooperazione, attraverso i percorsi che le conferenze Pugwash, e i manifesti di Erice e di Russell-Einstein seppero delineare anche a proposito della non proliferazione delle armi nucleari. Winkler ha inoltre esposto il suo tentativo di trasformare gli appelli per l’interruzione dei rapporti con la ricerca israeliana in iniziative per la costruzione di progetti scientifici condivisi tra israeliani e palestinesi.
Le domande poste dagli studenti sono state appropriate e ben documentate, tra cui una sul delicato rapporto tra ebraismo italiano e conflitto, che ha dato modo al relatore di parlare dell’inappropriatezza di pretendere posizioni specifiche, o persino abiure, da cittadini italiani di religione ebraica, peraltro raccontando il disagio dei loro coetanei ebrei, costretti a vivere il loro attivismo attraverso vetri antiproiettile, tra pressioni e tensioni ormai esasperanti.
In generale, nelle tre sessioni qui riportate, i ragazzi si sono mostrati interessati e coinvolti, mostrando come stiano vivendo questo conflitto con sentimenti umanitari e una passione da rispettare e coltivare, segno anche di un prezioso ritorno all’attivismo e alla mobilitazione collettiva. L’auspicio è che politica, associazionismo, formazione e informazione non li strumentalizzino, abbandonando le trattazioni unilaterali e faziose e, piuttosto, veicolando la loro passione verso la costruzione di competenze che siano utili a comprendere le tante complessità che da sempre animano i conflitti, tra cui, particolarmente, quello mediorientale.
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Un autunno di iniziative per la sezione piemontese
Ludovica De Benedetti
La sezione piemontese di Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati ha affiancato all’incontro sull’Iran altre due iniziative di grande interesse, confermando l’impegno del gruppo torinese a promuovere informazione, dialogo e partecipazione sul territorio.
Il 22 ottobre a Giaveno, nella sala consiliare del Comune, si è tenuto un incontro organizzato insieme al Partito Democratico, dedicato al conflitto israelo-palestinese, alla sua storia e alle prospettive future. L’iniziativa, promossa da Eli Guastalla del coordinamento torinese, ha visto gli interventi di Marco Chiauzza, preside del liceo Einstein e membro del coordinamento, e di Mercedes Bresso, che ha offerto un’analisi approfondita e diverse ipotesi di soluzione possibili. L’incontro, seguito da un pubblico attento e partecipe, si è protratto fino a mezzanotte e ha dimostrato come sia importante il confronto, non solo nelle grandi città, ma in tutte le realtà delle nostre province.
Domenica 26 ottobre, presso la Fondazione Camis De Fonseca, si è invece svolto un seminario dedicato a Golda Meir, organizzato da Davide Fascio del Laboratorio Rabin ospitato presso la Fondazione Camis De Fonseca. La professoressa Sarah Kaminski ha tratteggiato la figura complessa e affascinante della statista israeliana, prendendo spunto dal film Golda di Guy Nattiv. L’incontro ha ripercorso i giorni drammatici della Guerra del Kippur e la successiva inchiesta che portò alle dimissioni della premier, offrendo anche spunti di riflessione sulle sfide attuali della leadership israeliana.
Questi appuntamenti, partecipati e di alto livello, sono un primo passo importante per favorire conoscenza, confronto e approfondimento su temi cruciali per la pace e la convivenza tra i popoli.
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Rompere il silenzio sull’Iran e riflettere sul futuro della regione
Anna Segre
Giovedì 23 ottobre, presso il Salone della Chiesa Valdese di Torino, si è svolto un incontro pubblico dal titolo “Cambio di regime in Iran: dalla libertà del popolo iraniano alla pace in Medio Oriente, alla sicurezza di Israele”, organizzato dalla sezione piemontese di Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati insieme all’Associazione Iran Libero e Democratico.
La serata è stata dedicata a un tema troppo spesso ignorato: il legame profondo tra la situazione interna dell’Iran, gli equilibri politici e militari del Medio Oriente e le prospettive di pace nella regione. Al centro del dibattito, la domanda su come un possibile cambiamento di regime a Teheran potrebbe incidere sul futuro del Medio Oriente e sulla sicurezza di Israele.
L’incontro è stato aperto da Ludovica De Benedetti, coordinatrice della sezione torinese di Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati, che ha sottolineato come la libertà del popolo iraniano sia strettamente connessa alla stabilità dell’intera area. La fine del regime che finanzia Hamas e Hezbollah, è stato osservato, potrebbe rappresentare un passo decisivo verso una soluzione del conflitto israelo-palestinese.
Emanuele Fiano, presidente nazionale di Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati, ha analizzato gli effetti della rivoluzione khomeinista del 1979 sul conflitto israelo-palestinese e sull’intero assetto geopolitico mediorientale. Fiano ha inoltre presentato una lettura critica della situazione politica israeliana, evidenziando le difficoltà attuali e la necessità di una leadership capace di riaprire la prospettiva del dialogo e della pace.
Il prof. Valter Coralluzzo, docente di Relazioni internazionali all’Università di Torino, e Tullio Monti, presidente dell’Associazione Iran Libero e Democratico, hanno illustrato il ruolo del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), principale movimento di opposizione democratica. Hanno messo in luce la sua piattaforma laica e pluralista, smontando i luoghi comuni che descrivono la caduta del regime come un rischio di caos e instabilità.
Particolarmente toccante l’intervento di un rappresentante iraniano dell’associazione, che, in chiusura, ha ricordato la lunga storia di repressione e le oltre 120.000 vittime causate dal regime, ma anche la determinazione di una società che continua a chiedere libertà e diritti, soprattutto da parte delle donne.
Dalla serata è emersa una convinzione condivisa: la libertà del popolo iraniano, la pace in Medio Oriente e la sicurezza di Israele sono obiettivi strettamente collegati. Un Iran democratico e laico non rappresenterebbe soltanto una speranza per i suoi cittadini, ma una condizione fondamentale per la stabilità dell’intera regione.
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Saul Meghnagi
La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.
Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.
Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

“Non sarebbe moralmente accettabile chiedere agli israeliani di ritirarsi da tutto il territorio della precedente Palestina, ora Israele, trasformandosi in rifugiati come i palestinesi… Non può essere giusto privare un intero popolo del suo paese e del suo retaggio. Anche gli ebrei rappresentano una di quelle comunità che ho definito “sofferenti” e portano con sé l’eredita di una grande tragedia…” Edward W. Said, (Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni, Il Saggiatore, Milano, 2007).
“Molta, troppa gente vede la guerra di cui Israele è protagonista dal 7 ottobre 2023 semplicemente come la guerra degli ebrei”, afferma Gad Lerner in apertura del recente volume nato da una discussione franca e interessante con il rabbino Riccardo Di Segni (Ebrei in guerra, Feltrinelli, Milano 2025 p.7).
Nel corso dello scambio che tocca diversi temi, c’è la sofferta partecipazione alla tragedia che ha colpito israeliani e palestinesi; un’ampia disamina del dibattito in corso; una riflessione sulle manifestazioni pubbliche e delle informazioni date sul conflitto. Entrambi condividono il dolore prodotto dalla guerra a Gaza, ma – partendo dalla connessione con il crimine che l’ha preceduta il 7 ottobre 2023 con la strage di Hamas in Israele – propongono una più ampia disamina della questione.
Emerge con chiarezza come l’indignazione per la sofferenza sia nobile, ma non possa essere la chiave per una corretta lettura dei fatti in relazione a una presa di posizione politica. Si evidenzia – in entrambe le posizioni tra loro spesso diverse – la necessità di una riflessione fondata non solo sulle emozioni, ma su un inquadramento sociale e storico più ampio. Questo appare indispensabile andando indietro nel tempo e non limitandosi solo all’area mediorientale.
Tale scelta va operata, peraltro, uscendo da una cultura civica eurocentrica che guarda la realtà come se la dinamica in atto fosse estranea al nostro Paese; avesse avuto uno sviluppo autonomo; non sia anche conseguenza delle azioni che l’Occidente ha voluto e compiuto.
Da ciò un giudizio, spesso partigiano, svolto da analisti, giornalisti e studiosi, che parte da una rappresentazione dicotomica, volta a stabilire quale sia la vittima e quale il colpevole carnefice, su una realtà nella quale si confrontano torti e ragioni, non ascrivibili esclusivamente alle due parti in causa, ma, in misura significativa a chi, in genere europeo, si erge a “giudice”.
Per comprendere le dinamiche odierne occorre, al contrario, studiare vari aspetti di un’epoca storica che ha visto il trionfo della forma politica degli Stati-nazione, il nazionalismo come ideologia dominante; la colonizzazione europea, tra Ottocento e Novecento; e la decolonizzazione postbellica; le rivendicazioni di diritti civili e del riconoscimento delle diversità.
Si tratta di aprire un serio e doveroso confronto sulla convivenza civile e democratica che non dia spazio ai sostenitori dell’islamismo radicale, legato ad Hamas; non gli permetta di diffondere la propria ideologia; non consenta l’equiparazione tra arabi e mussulmani, l’associazione tra Islam e terrorismo; non accetti l’identificazione tra popolo e governo israeliani; rifiuti slogan come quello che recita “Dal fiume al mare”, che sottende la fine di Israele, al pari delle posizioni di chi sostiene, con un’ideologia analoga contrapposta, l’idea di una “grande Israele”; denunci qualunque giustificazione dell’antisemitismo in ragione della politica di Israele; rifiuti – nel rispetto dell’articolo 3 della Costituzione – la richiesta, spesso fatta a cittadini ebrei, di un pronunciamento sul conflitto in atto; non metta in relazione Shoah e Nakba affermando che “gli ebrei fanno agli altri quello che hanno subito”.
Questa ultima trasposizione è, nei fatti, funzionale all’uso indiscriminato della nozione di genocidio – egregiamente chiarita da Marcello Flores, sia nel suo lucido volume su “Il genocidio”, (Il Mulino, Bologna, 2021), sia nel successivo “Le parole hanno una storia”, (Donzelli, Roma, 2024) – per applicarla in modo meccanico alla condotta bellica di Israele.

La nozione di genocidio – come chiarito dai ricchi contributi raccolti dopo l’approvazione della legge sul Giorno della Memoria (Saul Meghnagi (a cura di), “Memoria della Shoah”, Donzelli Roma 2010) – può essere certamente applicata in riferimento non solo agli ebrei, ma la peculiarità della Shoah è quella di un evento un evento nato e agito dall’Europa.
Per questo è importante capire che sofferenze, risentimento, se non odio reciproco sono presenti nei sentimenti più profondi di coloro che si combattono. In entrambi i casi, l’uso politico della religione – fattore certamente costitutivo ed essenziale delle diverse identità – quale riferimento per sostenere ragioni e diritti, rischia di creare barriere insensate.
Per questo chi, in Occidente, discute del Medio Oriente deve indagare su cosa il colonialismo possa avere prodotto nel mondo arabo e islamico – oggi composto da circa due miliardi di persone in Asia e in Africa e da circa sedici milioni di ebrei nel mondo – e di come in quell’area la geografia di diversi Stati sia stata definita a tavolino con conseguenze tragiche non solo nell’ambito dei rapporti tra israeliani e palestinesi.
Deve inoltre uscire dallo schema semplificato di associare la nascita di Israele alla Shoah, perché l’inizio del Sionismo è legato ai pogrom nella Russia presovietica, all’antisemitismo dell’Affare Dreyfus, alla cacciata e fine di tutto l’ebraismo del mondo islamico, fatti che hanno dato alla composizione demografica di Israele, una fisionomia polimorfa nella quale gli ebrei di origine europea sono solo una parte della popolazione.
La Palestina è, anche, degli arabi (palestinesi) e degli ebrei (israeliani)… e non hanno altro luogo in cui andare. Deve essere una terra di entrambi. La pace si realizzerà se si troveranno forme di convivenza.
Soluzione come quella di uno Stato binazionale, teoricamente ipotizzabile, pare ignorare traumi e risentimenti, dolori non sanabili in tempi brevi e tale da richiedere una soluzione diversa.
La proposta, iscritta nella formula “due popoli due Stati”, seppure complessa, appare la più ragionevole nel prefigurare un Israele che nessuno voglia distruggere e una Palestina che venga accettata, costruita e riconosciuta.
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Simone Santucci
Si ringrazia Radio radicale per la collaborazione
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