Yitzhak Rabin, 30 anni fa. E oggi?

dalla Newsletter n°17 – Ottobre 2025

Giorgio Gomel

 

La pace non è l’impresa di una persona sola, ma di molti.
Lo sforzo di realizzare il sogno di vivere in pace è il nostro lascito ai nostri figli, palestinesi e israeliani. […]
Sono fiducioso che attraverso il dialogo e la cooperazione i nostri due popoli supereranno gli ostacoli posti da coloro che si oppongono alla coesistenza e che potremo conseguire gli ideali del Premio Nobel”.

Così, nel gennaio 1995, Yitzhak Rabin rispondeva al Gruppo Martin Buber-Ebrei per la pace (un’associazione attiva dalla fine degli anni ’80 in difesa della soluzione Due Popoli Due Stati) per gli auguri che gli porgevamo per l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace


L’assassinio nel novembre 1995 di Yitzhak Rabin, primo ministro di Israele, fu un trauma enorme nella coscienza di sé del Paese: disvelò un substrato di fanatismo e di predicazione della violenza contro gli accordi di pace di Oslo firmati due anni prima dal governo di Israele e dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina.

Le radici di quell’azione omicida erano in una perversione integralista dell’ebraismo che faceva dei luoghi sacri e delle tombe degli avi oggetti di culto e negava il principio della spartizione di quella terra fra due popoli attanagliati in un funesto conflitto da oltre un secolo.

In quei giorni nefasti, Israele e gli ebrei del mondo scoprirono che l’integralismo non era un misfatto virulento dell’ideologia islamista, ma corrompeva anche una parte del mondo ebraico fino al punto di arrogarsi, come in una missione trascendente, il diritto-dovere di uccidere nel nome di Dio e di una mitologia di sangue, terra e destino.

La violenza delle manifestazioni di piazza contro gli accordi di Oslo nel corso del 1995, l’incitamento all’odio e all’omicidio, le stesse immagini di Netanyahu, allora fra i leaders dell’opposizione, che arringava la folla urlante in una piazza di Gerusalemme, restano vivide memorie in modo anche visivamente pregnante nei film documentaristici di Michael Karpin, Amos Gitai e Yaron Zilberman.

 

L’ideologia del sionismo religioso, minoritaria agli inizi dell’immigrazione ebraica in Palestina e dell’esistenza di Israele fino agli anni Settanta, divenne importante, con un’impronta via via più radical-nazionalista, sull’onda dell’euforia della vittoria nella guerra del ’67 e della conquista dei luoghi sacri dell’ebraismo quali la città vecchia di Gerusalemme e Hebron.

Essa ha offerto ai coloni che via via si insediarono nella Cisgiordania occupata, sollecitati in ciò e protetti dai governi succedutisi al potere nel paese, il fondamento teologico della loro azione.

Dal punto di vista politico-sociale, l’influenza che questa ideologia e i movimenti che ad essa si ispirano esercitano sulla società e le sue istituzioni è oggi imponente.

Se gli “ultraortodossi” – circa il 15% degli ebrei israeliani, in larga parte poveri, socialmente marginali e dall’elevato tasso di fertilità- sono distanti dalle istituzioni del paese, i “nazional-religiosi” (definiti anche sionisti religiosi) sono invece pienamente integrati nel sistema di potere del paese, nel Parlamento, nel governo, nonché in posizioni eminenti nell’esercito.

Combinando nazionalismo militante e integralismo religioso, oggi i seguaci più militanti di questa ideologia predicano l’integrità e sacralità della Terra di Israele biblica.

Sia il movimento dei coloni che i due partiti oltranzisti membri della coalizione di governo, rifiutano ogni compromesso politico con i palestinesi che comporti la spartizione di quella piccola terra contesa fra due popoli e la coesistenza di due Stati sovrani, Israele e Palestina.

Come lo scrittore Amos Oz profeticamente asseriva già nel 1983, “dal punto di vista ebraico quella dei coloni è una concezione integralista, semplicistica e monomane: una concezione che tende a ridurre l’ebraismo a religione soltanto, a ridurre la religione a culto e il culto a un unico oggetto: l’intera terra di Israele. Per me, il basare l’ebraismo su un solo aspetto significa retrocedere di molti passi” (Amos Oz, In terra di Israele, Marietti, 1992).

 

Figli e nipoti di quell’ideologia popolano gli insediamenti più militanti in Cisgiordania, si oppongono in forme anche violente allo sgombero di insediamenti edificati su terreni di proprietà privata di palestinesi, fino a reagire alle decisioni in tal senso della Corte suprema con spedizioni punitive contro i loro vicini palestinesi, estirpando ulivi, incendiando le loro case o profanando moschee.

Alcuni movimenti fanatizzati (Tag Mechir e i Giovani delle colline) giungono a predicare il rovesciamento del governo e l’instaurazione di uno stato fondamentalista retto dalla legge religiosa ebraica.

Gli stessi servizi di sicurezza israeliani hanno esitato a lungo prima di risolversi a trattare la patologia maligna dell’estremismo ebraico come un pericolo per lo stato di diritto e la democrazia in Israele, alla stessa stregua del terrorismo di matrice palestinese.

Tale pratica sciagurata si è fatta più intensa e violenta dopo l’eccidio di civili israeliani perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, spesso in condizioni di impunità rispetto alla stessa legge israeliana cui i coloni abitanti nella zona C della Cisgiordania sono soggetti. L’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania; la confisca di terre possedute da soggetti privati palestinesi anche nell’area B che gli accordi di Oslo affidano alla giurisdizione civile della ANP; la demolizione di case e infrastrutture che li privano di luoghi di abitazione e fonti di sostentamento fino a forzarli ad un abbandono delle proprie terre; la stessa trasformazione in atto con il governo di destra al potere dal 2022 del regime di occupazione da militare a “semi civile”, con israeliani e palestinesi soggetti a sistemi di legge separati e diseguali rendono la nascita di uno stato palestinese che abbia contiguità territoriale, autosufficienza economica ed effettiva sovranità via via più difficile.

 

Nonostante le ambiguità e la naturale tentazione al procrastinare, dovrebbe essere chiaro che di tre cose – Israele come stato-nazione del popolo ebraico, Israele come democrazia, l’annessione di fatto della Cisgiordania – due sole si possono conseguire:

o rinuncia ai territori, sgomberando le colonie e negoziando uno scambio di territori con il futuro stato di Palestina per quanto riguarda gli insediamenti più densamente popolati e prossimi alla “Linea verde” (il confine pre-1967) e conserva quindi la sua identità di “Stato ebraico e democratico”, cioè uno Stato in cui gli ebrei sono maggioritari ma gli arabi godono della pienezza di diritti propri di una minoranza nazionale

o perpetua l’occupazione dei territori, dando luogo a uno Stato binazionale, in cui gli ebrei saranno minoritari in virtù della demografia, sacrificando quindi le fondamenta ideali e pratiche del sionismo

o annette i territori negando però diritti civili e politici ai palestinesi che vi risiedono, dando luogo così a un regime di segregazione ed esclusione degli abitanti arabi: uno Stato che sarà bandito dalla comunità internazionale e segnato dalla guerra civile al suo interno.

Rabin comprese i limiti della forza militare e l’esigenza irrinunciabile di un compromesso per giungere alla pace con i vicini palestinesi e gli Stati arabi. Comprese appieno il legame fra sicurezza strategica per il suo paese e una condizione di pace e buon vicinato. Comprese che è vano e autodistruttivo dominare e domare un altro popolo, cui sono negati i diritti nazionali e la legittima ambizione all’indipendenza.

La filosofia ispiratrice degli accordi di Oslo del 1993 nasceva proprio dal riconoscere che il diritto degli israeliani alla pace, ad un’esistenza finalmente legittima e sicura nel Medio Oriente, non poteva prescindere da quello dei palestinesi ad uno Stato indipendente degno di questo nome.

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