dalla Newsletter n°18 – Novembre 2025
Simone Santucci
A trent’anni esatti dall’assassinio di Yitzhak Rabin, mentre la memoria torna a farsi cronaca e la geopolitica del Medio Oriente riscrive ogni giorno i propri equilibri, Roma, grazie alla nostra Associazione, ha ospitato un momento di straordinaria intensità simbolica e politica.
–
Il convegno “Se vivi su un’isola fai amicizia col mare – 30 anni dall’assassinio di Rabin”, promosso da Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati, ha riportato nella capitale due figure che, più di molte altre, hanno abitato il cuore dei negoziati di pace: Yossi Beilin e Samieh El-Abed, non solo ricordi di lealtà antica ma valide risorse del presente e del futuro.
Un israeliano e un palestinese, accomunati dalla storia e dalla fatica infinita di provare a trasformare una possibilità in realtà. Seduti l’uno accanto all’altro, senza retorica, senza teatralità, ma con un carico di esperienza e franchezza che ha avvolto tutta la sala.
–
Una sala gremita. Non ci si poteva aspettare altro: l’impronta di Sinistra per Israele – storica realtà italiana impegnata nel sostegno alla soluzione dei due popoli in due Stati – ha voluto fare del trentennale di Rabin non un rito celebrativo, ma un laboratorio politico.
Ma anche una scelta coerente con la nostra tradizione: unire memoria e pratica, idealità e responsabilità, tenendo fermo un principio che negli ultimi anni è diventato quasi un atto di coraggio civile.
Il pubblico, composto da attivisti, studiosi, parlamentari, analisti, giornalisti e semplici cittadini, c’era di tutto, ha dato al convegno un tono unico: partecipazione attenta, silenzio operativo, come se la città stessa fosse consapevole dell’importanza di trattenere e ascoltare ogni parola.
–
A moderare l’incontro Giovanna Pancheri, di Sky TG24, che tenendo insieme ritmo e profondità, ha fatto emergere la dimensione umana degli ospiti.
Beilin: “Rabin ci ha insegnato che la pace è fatta di scelte coraggiose, non di attese”. Tra gli architetti del processo di Oslo e testimone diretto di quella stagione di speranza e tensione, Beilin ha usato toni che non indulgono alla nostalgia. Ha parlato di errori, di ostacoli, di lezioni non apprese. Ma soprattutto dell’urgenza di una politica capace di guardare alla realtà senza abbandonare il principio del compromesso. “Rabin sapeva che la pace non arriva quando le condizioni sono perfette. Arriva quando qualcuno decide di provarci davvero.”
Il suo intervento ha risuonato come un appello a recuperare una grammatica politica che in Medio Oriente – e non solo – sembra essersi smarrita: quella del rischio, della responsabilità, della mano tesa anche quando la tentazione sarebbe chiuderla a pugno.
–
El-Abed: “Il dialogo non è un gesto debole. È l’unico gesto forte rimasto”. Samieh El-Abed – già ministro dell’ANP e negoziatore nei momenti più difficili – ha portato una voce lucida, non rassegnata ma profondamente consapevole. Ha ricordato che il dialogo non è un artificio diplomatico, ma il fondamento necessario per evitare che la spirale della sfiducia diventi irreversibile. “Siamo venuti qui non per ripetere Oslo, ma per dire che senza una visione condivisa, senza un orizzonte politico, ogni conflitto è destinato a svuotare il futuro.”
Le sue parole, pronunciate con calma quasi dolorosa, hanno messo in luce una verità che nel dibattito internazionale viene spesso rimossa: il processo di pace non è morto per mancanza di alternative, ma per mancanza di volontà.
Un trentesimo anniversario che interroga il presente.
–
Il convegno romano non ha nascosto la drammaticità del momento. Nessuno dei due relatori ha offerto ricette facili. E forse proprio per questo l’incontro ha avuto un valore politico reale.
Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati ha voluto segnare una rotta: in un’epoca dominata dalla radicalizzazione e dal linguaggio bellico, rimettere al centro il dialogo è già un atto politico. E ricordare Rabin significa rifiutare la trasformazione della memoria in celebrazione vuota.
La domanda che ha attraversato la sala non è stata “cosa è stato Oslo?”, ma “che cosa resta oggi possibile?”.
–
Un ponte romano tra memoria e azione. Roma, con la sua storia e la sua vocazione al dialogo mediterraneo, ha offerto un palcoscenico ideale per questo incontro. Le parole dei due negoziatori, intrecciate alla storia di Rabin, hanno dato vita a un pomeriggio in cui politica e memoria si sono fuse in un’unica traiettoria. Non è stato un evento nostalgico. È stato un richiamo civile.
Nel trentennale di Rabin, il messaggio uscito dal convegno è chiaro: il dialogo non è un residuo del passato, ma l’unica strada che può riaprire il futuro.
–
Sinistra per Israele lo ha ricordato con forza. Beilin e El-Abed lo hanno incarnato con la loro stessa presenza. Ed è questo, forse, il modo più autentico per onorare Rabin: continuare a parlare quando il mondo sembra urlare. Continuare a costruire ponti quando tutto spinge verso i muri. Continuare a sognare una pace possibile, anche quando è la cosa più difficile da immaginare.

