La conferenza – Se vivi su un’isola fai amicizia col mare

 

    Consolidare partnership con israeliani e palestinesi
    Marco Pierini

    La pace non è debolezza, ma saggezza, responsabilità e coraggio morale
    Yair Golan

    Il video e il resoconto delle conferenza
    Fernando Liuzzi

    Beilin, El-Abed: il dialogo che resiste
    Simone Santucci

    Una conferenza può generare azione politica
    Piero Fassino

    Vogliamo tornare a sorridere
    Emanuele Fiano

    Video, Foto, Stampa
    

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Consolidare partnership con israeliani e palestinesi

Marco Pierini

Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” è in questo momento l’unica organizzazione in Italia che sta tentando di coltivare relazioni e di progettare iniziative insieme a chi è sul campo: lo abbiamo fatto e lo facciamo con i dissidenti gazawi in esilio, lo abbiamo fatto e lo facciamo con i Democratici israeliani, lo abbiamo fatto e lo facciamo con i soggetti della società civile impegnati nella battaglia per la democrazia e per la pace.

È una missione irrinunciabile per come siamo nati, ma è anche l’unica scelta politica di senso tra l’indifferenza e l’indignazione selettiva.

La nostra associazione sta proseguendo con determinazione nel consolidare le proprie partnership con israeliani e palestinesi proprio perché ritiene che il compito primario di chi ha a cuore il destino di un Israele ebraico e democratico e l’autodeterminazione del popolo palestinese sia quello di rafforzare i legami con chi è sul campo e condivide questo orizzonte di riconciliazione.

In poche parole: fare politica, nelle sue ambizioni più genuine e ripescando un onere che un tempo era proprio delle classi dirigenti in Italia e in Europa. Senza fare sconti, naturalmente: la strategia di annessione, lassismo e protezione nei confronti delle violenze dei coloni estremisti ai danni dei palestinesi e di indebolimento della democrazia sono per Israele una minaccia esistenziale molto più temibile di quelle ai suoi confini. D’altra parte, è sempre più urgente che il massimalismo irriducibile e i progetti islamisti siano chiaramente indicati come due problemi enormi dell’offerta politica palestinese, stretta tra una Autorità Nazionale Palestinese debole, una organizzazione terroristica che gode ancora di consensi forti in Cisgiordania (Hamas) e un’occupazione militare che toglie ossigeno. Nel mezzo a tutte queste degenerazioni ci sono i due popoli.

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La pace non è debolezza,
ma saggezza, responsabilità e coraggio morale

Yair Golan

Yair Golan è il presidente del partito Ha-Demokratim (I Democratici)

Amici,
sono passati trent’anni da quella terribile notte in cui non fu assassinato solo un leader, ma anche la speranza che egli rappresentava.

Il Primo Ministro Yitzhak Rabin credeva che la vera sicurezza si costruisse con la determinazione politica, che la pace non è debolezza, ma saggezza, responsabilità e coraggio morale.

Sapeva che la resilienza di Israele dipendeva dalla sua capacità di essere al tempo stesso forte e giusto, democratico e politicamente coraggioso.

Noi siamo impegnati a continuare il suo cammino – a restituire a Israele una leadership responsabile, che comprenda che la sola forza militare non è una strategia, e che la sicurezza si costruisce attraverso partenariati regionali, iniziativa e speranza.

Questa è la visione che portiamo con noi – un Israele che guidi il campo moderato in Medio Oriente, un Israele democratico, morale e sicuro, che ristabilisca i legami con i suoi vicini e con il mondo.

Infine, desidero esprimere la mia profonda gratitudine all’organizzazione Sinistra per Israele per questa iniziativa così toccante, e al Laboratorio Rabin.

È davvero commovente che siate al nostro fianco!

Un ringraziamento anche a Emanuele Fiano, Piero Fassino, Lia Quartapelle, Massimiliano Boni e Marco Pierini. Grazie a tutti voi per l’iniziativa, l’amicizia e l’impegno fondati su valori condivisi.

Attribuiamo un’enorme importanza al rapporto con i nostri partiti fratelli, che ci rafforzano nella lotta per preservare la democrazia israeliana, i suoi valori e la visione morale che Yitzhak Rabin ha simboleggiato.

Grazie perché ricordate, ascoltate e credete nel cammino della pace, del coraggio e della speranza.

La pace sia con voi. Heyu Shalom!

Clicca qui o sull’immagine per vedere il video di Yair Golan e altri leader dell’opposizione israeliana che prendono la parola per commemorare Yitzhak Rabin alla manifestazioni di Tel Aviv del 1° novembre 2025

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Il video e il resoconto della conferenza

Fernando Liuzzi 


è possibile rivedere integralmente la conferenza andando sul sito di Radio Radicale,

cliccando qui o sull’immagine.

Se vivi su un’isola, fai amicizia col mare”: è questo il titolo comune delle tre iniziative che Sinistra per Israele-Due popoli Due Stati ha organizzato a 30 anni dall’assassinio di Yitzhak Rabin.

Lo statista israeliano è stato infatti ucciso a Tel Aviv da un estremista della destra nazionalista il 4 novembre del 1995, ovvero due anni dopo gli accordi di Oslo (1993) e un anno dopo che gli fu conferito il Premio Nobel per la Pace (1994).

Dopo le prime due iniziative – a Milano il 4 novembre, a Firenze il 6 – la terza iniziativa si è svolta a Roma, giovedì 20 novembre, un convegno il cui intento è stato quello di andare oltre il pur necessario e sentito ricordo di una figura centrale sia per la storia della sinistra israeliana, che per quella del tentativo di costruire un rapporto di convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi. Andare oltre per trarre ispirazione da quel ricordo e per ragionare sui problemi dell’oggi, ovvero del dopo 7 Ottobre e del dopo guerra di Gaza.

Nel primo degli indirizzi di saluto con cui si è aperto il convegno, Emanuele Fiano, Presidente di Sinistra per Israele, ha affermato che la forza straordinaria che Rabin mise nel suo progetto di pace, nel procedere lungo quel percorso che doveva portare “al mutuo riconoscimento fra due popoli in guerra” è, ancora oggi, “la radice della nostra militanza e della nostra speranza di pace”. Una speranza, ha sottolineato Fiano, che però “non è ingenua”, ma anzi “consapevole” di tutte le difficoltà del presente.

Nel secondo degli indirizzi di saluto, Piero Fassino, Presidente del Comitato Medio Oriente del Consiglio d’Europa, ha ricordato che gli accordi di Oslo erano basati sul principio che nella vicenda israelo-palestinese non ci sono un torto e una ragione, salvo poi decidere chi abbia ragione e chi torto, ma due diritti e due ragioni. Ebbene, dopo l’assassinio di Rabin, Netanyahu disse che con Rabin era stato ucciso Oslo.

Come diceva Rabin, ha ricordato ancora Fassino, la pace si fa con il nemico. Ma per fare ciò, ci vuole almeno un minimo di fiducia reciproca. Invece il 7 Ottobre e la guerra di Gaza non hanno solo creato sfiducia, ma hanno scavato un solco profondo, pieno di rancori. Adesso, ha concluso Fassino, il problema è quello di ritrovare la strada che ci porti verso il nostro obiettivo: due popoli due Stati. Aggiungendo che il convegno avrebbe dato ai presenti anche la possibilità di ascoltare due protagonisti della vicenda israelo-palestinese che hanno lavorato ai massimi livelli sulla costruzione di una convivenza possibile fra i due popoli: Yossi Beilin e Samieh El-Abed.

Dopo il saluto di Massimiliano Boni del laboratorio Rabin, sullo schermo posto in fondo alla sala è comparso Yair Golan, leader di Ha-Democratim (i Democratici), il nuovo partito nato recentemente dalla fusione di due precedenti formazioni politiche della sinistra israeliana: Labour e Meretz. Un uomo che ha due caratteristiche, fra le altre, che lo accomunano a Rabin: una lunga carriera militare alle spalle e un concreto e convinto impegno per la pace.

Nel suo breve videomessaggio, di forte valore politico, Golan ha detto che “Rabin credeva che la vera sicurezza si costruisse con la determinazione politica e che la pace non fosse debolezza.” Anzi, ha poi aggiunto, Rabin “sapeva che la resilienza di Israele dipendeva dalla sua capacità di essere, al contempo, forte e giusta, democratica e politicamente coraggiosa”. “Oggi – ha concluso Golan – il nostro impegno è quello di restituire a Israele una leadership responsabile.

Sullo schermo è poi comparso il volto di Benny Morris, storico israeliano molto noto e stimato. In un collegamento da remoto, Morris ha tracciato una interpretazione della figura di Rabin sicuramente lontana da quella di un ritratto celebrativo. Si può anzi dire che la profonda conoscenza della storia israeliana che Morris si è costruito frequentando gli archivi e svolgendo ricerche di prima mano, gli ha consentito di mettere in luce la problematicità dell’azione politica di Rabin.

Quando nel 1948 gli Stati arabi circonvicini invasero il neo-nato Stato di Israele Rabin aveva 26 anni. Faceva già parte del Palmach, i reparti di élite della Haganah (Difesa), ovvero delle forze armate ebraiche. Dal punto di vista della militanza politica, Rabin aderiva invece all’Achdut Ha-Avodà (Unione del lavoro), uno dei tre partiti socialisti esistenti già prima della fondazione ufficiale dello Stato. In guerra, Rabin non si tirò indietro neppure quando, di fronte all’avanzata degli eserciti arabi, la difesa degli insediamenti ebraici comportò l’espulsione della popolazione palestinese da alcune zone circonvicine a Tel Aviv, ove si trovavano cittadine quali Lod e Ramle.

Dopo la guerra del ’48-49, Rabin intraprese una carriera militare che lo portò già nel 1964 a diventare Capo di Stato maggiore. Dopo la Guerra dei Sei giorni (1967), Rabin fu Ambasciatore negli Stati Uniti (dal 1968), mentre, dopo la Guerra del Kippur (1973), e dopo le dimissioni di Golda Meir, assunse la guida del Governo israeliano. Nel 1992, vinte le elezioni cui si era presentato con una piattaforma volta a favorire la ricerca di una pace con i palestinesi, Rabin tornò a capo del Governo e intraprese la strada che portò agli accordi di Oslo.

In sostanza, con un intervento molto più ricco di quanto non abbiamo potuto rendere qui, Morris ha delineato i passaggi e le evoluzioni della vita politica di un uomo che, dopo aver dedicato gli anni della sua giovinezza e prima maturità alla difesa militare del suo Paese, ha tratto proprio da quella dura esperienza le motivazioni della ricerca di una pace possibile e la capacità di convincere i suoi concittadini che quella delle trattative era la strada giusta da intraprendere.

A pomeriggio inoltrato, in una sala ancora pienissima, il convegno è giunto al suo clou: il dibattito a due voci fra l’israeliano Yossi Beilin e il palestinese Samieh El-Abed. Due dirigenti politici, ricchi di importanti esperienze negoziali, che sono stati chiamati a rispondere alle domande poste da Giovanna Pancheri, giornalista di Sky Tg24.

L’argomento del convegno si è spostato dalla rievocazione della figura di Rabin, alla ricerca di un’intesa possibile oggi fra israeliani e palestinesi. Un argomento difficile, ma rispetto al quale non molti sono competenti come Beilin, già ministro di vari Governi israeliani e uno dei negoziatori degli Accordi di Oslo, o come El-Abed, già Ministro della Autorità Nazionale Palestinese e negoziatore a Camp David.

Ciò detto, è necessario riportare innanzitutto che nel suo primo intervento El-Abed ha ricordato che ci sono ormai più di 150 Paesi che hanno riconosciuto la Palestina, ma che, fra questi, “non c’è l’Italia”. Ma “noi palestinesi abbiamo diritto ad avere uno Stato, per noi e per i nostri figli”, ha poi aggiunto El-Abed.

Dal canto suo, Beilin ha analizzato la complessità della situazione successiva al fatto, in sé positivo, del rilascio degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas. “Trump parla di pace, ma non c’è ancora una pace”, ha osservato Beilin. Il quale ha poi aggiunto che “adesso il problema principale è che a Gaza c’è bisogno di acqua, cibo, scuole, ospedali”. Mentre, in prospettiva, “gli sviluppi della situazione non potranno essere di pace se non ci sarà uno Stato palestinese”. 

Beilin ha poi avanzato come soluzione possibile al conflitto l’ipotesi della costituzione di una confederazione.

Un’ipotesi che, filosoficamente, si basa sulla possibilità che oggi, per la prima volta, israeliani e palestinesi, pur mantenendo ciascuno una propria narrativa sul passato, possano condividere un’idea di presente. Par di capire che, nella mente di Beilin, l’ipotesi della confederazione debba assolvere alla funzione di risolvere in modo non traumatico il problema posto dal gran numero di cittadini israeliani che, attualmente, vivono negli insediamenti de facto disseminati in Cisgiordania.

Da un lato, si potrebbe pensare a degli scambi di territori, tali per cui almeno una parte di questi israeliani verrebbero a trovarsi in territorio israeliano. Altri, invece, potrebbero essere cittadini israeliani residenti entro i confini del futuro Stato palestinese. Mentre altri ancora potrebbero tornare a vivere entro gli attuali confini dello Stato di Israele. Infine, potrebbero esserci dei cittadini palestinesi residenti nella eventuale nuova configurazione dello Stato di Israele. Al che El-Abed si è chiesto: “Ma chi è oggi il leader israeliano che potrebbe lavorare a partire da ciò che ci ha detto Beilin?”.

A una successiva domanda posta dalla conduttrice sul futuro di Marwan Bargouti, da tempo detenuto nelle carceri israeliane, sia Beilin che El-Abed, anche se svolgendo considerazioni abbastanza diverse, hanno concordato sull’idea che il suo rilascio potrebbe costituire un fattore positivo nella costruzione di un nuovo clima fra palestinesi e israeliani.

Insomma, c’è ancora molto, per non dire moltissimo, da lavorare.

Per prima cosa, bisogna però che sia i palestinesi che gli israeliani, nonché i loro vicini, comprendano il senso della frase, cara a Rabin, da cui siamo partiti: “Se vivi su un’isola, fai amicizia col mare”.

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Beilin, El-Abed: il dialogo che resiste.
A Roma il convegno di Sinistra per Israele

Simone Santucci

A trent’anni esatti dall’assassinio di Yitzhak Rabin, mentre la memoria torna a farsi cronaca e la geopolitica del Medio Oriente riscrive ogni giorno i propri equilibri, Roma, grazie alla nostra Associazione, ha ospitato un momento di straordinaria intensità simbolica e politica.

Il convegno “Se vivi su un’isola fai amicizia col mare – 30 anni dall’assassinio di Rabin”, promosso da Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati, ha riportato nella capitale due figure che, più di molte altre, hanno abitato il cuore dei negoziati di pace: Yossi Beilin e Samieh El-Abed, non solo ricordi di lealtà antica ma valide risorse del presente e del futuro.

Un israeliano e un palestinese, accomunati dalla storia e dalla fatica infinita di provare a trasformare una possibilità in realtà. Seduti l’uno accanto all’altro, senza retorica, senza teatralità, ma con un carico di esperienza e franchezza che ha avvolto tutta la sala.

Una sala gremita. Non ci si poteva aspettare altro: l’impronta di Sinistra per Israele – storica realtà italiana impegnata nel sostegno alla soluzione dei due popoli in due Stati – ha voluto fare del trentennale di Rabin non un rito celebrativo, ma un laboratorio politico.

Ma anche una scelta coerente con la nostra tradizione: unire memoria e pratica, idealità e responsabilità, tenendo fermo un principio che negli ultimi anni è diventato quasi un atto di coraggio civile.

Il pubblico, composto da attivisti, studiosi, parlamentari, analisti, giornalisti e semplici cittadini, c’era di tutto, ha dato al convegno un tono unico: partecipazione attenta, silenzio operativo, come se la città stessa fosse consapevole dell’importanza di trattenere e ascoltare ogni parola.

A moderare l’incontro Giovanna Pancheri, di Sky TG24, che tenendo insieme ritmo e profondità, ha fatto emergere la dimensione umana degli ospiti.

Beilin: “Rabin ci ha insegnato che la pace è fatta di scelte coraggiose, non di attese”. Tra gli architetti del processo di Oslo e testimone diretto di quella stagione di speranza e tensione, Beilin ha usato toni che non indulgono alla nostalgia. Ha parlato di errori, di ostacoli, di lezioni non apprese. Ma soprattutto dell’urgenza di una politica capace di guardare alla realtà senza abbandonare il principio del compromesso. “Rabin sapeva che la pace non arriva quando le condizioni sono perfette. Arriva quando qualcuno decide di provarci davvero.”

Il suo intervento ha risuonato come un appello a recuperare una grammatica politica che in Medio Oriente – e non solo – sembra essersi smarrita: quella del rischio, della responsabilità, della mano tesa anche quando la tentazione sarebbe chiuderla a pugno.

El-Abed: “Il dialogo non è un gesto debole. È l’unico gesto forte rimasto”. Samieh El-Abed – già ministro dell’ANP e negoziatore nei momenti più difficili – ha portato una voce lucida, non rassegnata ma profondamente consapevole. Ha ricordato che il dialogo non è un artificio diplomatico, ma il fondamento necessario per evitare che la spirale della sfiducia diventi irreversibile. “Siamo venuti qui non per ripetere Oslo, ma per dire che senza una visione condivisa, senza un orizzonte politico, ogni conflitto è destinato a svuotare il futuro.”

Le sue parole, pronunciate con calma quasi dolorosa, hanno messo in luce una verità che nel dibattito internazionale viene spesso rimossa: il processo di pace non è morto per mancanza di alternative, ma per mancanza di volontà.

Un trentesimo anniversario che interroga il presente.

Il convegno romano non ha nascosto la drammaticità del momento. Nessuno dei due relatori ha offerto ricette facili. E forse proprio per questo l’incontro ha avuto un valore politico reale.

Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati ha voluto segnare una rotta: in un’epoca dominata dalla radicalizzazione e dal linguaggio bellico, rimettere al centro il dialogo è già un atto politico. E ricordare Rabin significa rifiutare la trasformazione della memoria in celebrazione vuota.

La domanda che ha attraversato la sala non è stata “cosa è stato Oslo?”, ma “che cosa resta oggi possibile?”.

Un ponte romano tra memoria e azione. Roma, con la sua storia e la sua vocazione al dialogo mediterraneo, ha offerto un palcoscenico ideale per questo incontro. Le parole dei due negoziatori, intrecciate alla storia di Rabin, hanno dato vita a un pomeriggio in cui politica e memoria si sono fuse in un’unica traiettoria. Non è stato un evento nostalgico. È stato un richiamo civile.

Nel trentennale di Rabin, il messaggio uscito dal convegno è chiaro: il dialogo non è un residuo del passato, ma l’unica strada che può riaprire il futuro.

Sinistra per Israele lo ha ricordato con forza. Beilin e El-Abed lo hanno incarnato con la loro stessa presenza. Ed è questo, forse, il modo più autentico per onorare Rabin: continuare a parlare quando il mondo sembra urlare. Continuare a costruire ponti quando tutto spinge verso i muri. Continuare a sognare una pace possibile, anche quando è la cosa più difficile da immaginare.

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Una conferenza può generare azione politica

Piero Fassino

Dare una soluzione alla questione palestinese rimane il punto dirimente per una pace condivisa e duratura in Medio Oriente.

Continuare a negarla, come fanno Nethanyahu e la destra estrema, non può che alimentare altro rancore e offrire all’estremismo islamista la possibilità di cavalcare uno spirito irredentista. Tant’è che, anche se in modo generico, il Piano Trump evoca una possibile statualità palestinese.

La Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la richiama in modo più esplicito, così come il Piano franco-saudita.

E nell’incontro di Washington con il Presidente americano il Principe saudita Bin Salman ha detto a chiare lettere a Trump che non vi sarà stabilizzazione della regione senza sciogliere il nodo palestinese. E i tanti Paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina lo hanno fatto per rilanciare la soluzione di due Stati per due popoli.

Tuttavia non si può ignorare il profondo mutamento di scenario prodotto dal terribile massacro del 7 Ottobre, dalla feroce guerra di Gaza e dalla espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania abitati oggi da 700.000 coloni (erano poco più di 100.000 al tempo degli Accordi di Oslo). Affermare dunque che la coesistenza di una doppia statualità è l’unica soluzione possibile, è giusto ma non è sufficiente. Per evitare che sia una petizione di principio occorre individuare modalità e forme che la rendano credibile e realizzabile.

Ed è intorno a questo tema che è ruotata la visita, promossa da “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, di tre giorni a Roma di Yossi Beilin, già negoziatore di Oslo, e di Samieh El-Abed, già ministro dell’ANP e partecipe dei negoziati di Camp David e Annapolis, da tempo impegnati insieme a elaborare proposte che diano sostanza alla soluzione “Due Popoli Due Stati”.

Nel Convegno dedicato a Rabin (che ha visto una grande partecipazione), nel fitto programma di incontri – con la Farnesina, le Commissioni Esteri di Camera e Senato, il Sindaco di Roma, il think-thank Cespi, la Segretaria del PD – e nelle molte interviste concesse a quotidiani e televisioni, Beilin e El-Abed hanno illustrato la proposta di una Confederazione di Due Stati Sovrani che consenta, in un quadro di convivenza e di cooperazione, di dare soluzione alla duplice esigenza di garantire la esistenza sicura di Israele e soddisfare l’aspirazione palestinese ad un proprio Stato.

La proposta riprende i punti principali degli accordi di Oslo, ma con una significativa innovazione: stante la obiettiva difficoltà di evacuare i 700.000 coloni che vivono oggi in Cisgiordania, la proposta “confederale” prevede che quei coloni possano essere cittadini dello Stato palestinese mantenendo al tempo stesso la cittadinanza israeliana e reciprocamente possano avere cittadinanza palestinese i cittadini arabi che vivono in Israele.

Il progetto si ispira alla esperienza del Benelux – che fin da 1948 realizza una forte cooperazione tra Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo – ancor di più all’Unione europea, istituzione sovranazionale di cui sono fondatori Stati che mantengono la loro sovranità.

Una Confederazione tra Israele e Stato di Palestina, aperta anche alla eventuale partecipazione del Regno di Giordania, che realizzi forme di cooperazione e integrazione economica, sociale, culturale ispirandosi all’idea coltivata da Simon Peres che le frontiere non debbano essere muri che dividono, ma calamite che uniscono.

Naturalmente non sfugge agli stessi proponenti la complessità del progetto in uno scenario devastato dalle tragedie degli ultimi due anni. Per fare una pace tra chi si è combattuto aspramente serve ricostruire fiducia e affidabilità.

Compito che chiama in causa la responsabilità di molti. In primis delle leadership israeliane e palestinesi chiamate ad atti coraggiosi di rinnovamento e disponibilità al dialogo e al compromesso.

Così come l’impegno della comunità internazionale non può limitarsi a dichiarazioni o appelli, quando serve invece una presenza sul campo che assista le parti, le accompagni nel negoziato e si faccia garante degli accordi sottoscritti.

Serve poi una mobilitazione delle opinioni pubbliche: quella vasta emozione suscitata da due anni di atroci sofferenze deve essere oggi volta a sostenere ogni passo che consenta di trasformare una tregua in un percorso di pace.

La proposta che Yossi Beilin e Samieh El-Abed hanno avanzato – nella conferenza, negli incontri politici e sui media – è un utile riferimento per tutti coloro che si battono per una pace giusta e condivisa. Anche per noi di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Per vedere i video di seguito elencati cliccare o sulle immagini o sui titoli 

- Audizione Commissione Esteri della Camera
- Intervista a Yossi Beilin e Samieh El-Abed - 20/11/2025 L’aria che tira
- Intervista a Yossi Beilin e Samieh El-Abed - 19/11/2025 Porta a Porta
- Intervista a Yossi Beilin e Samieh El-Abed - 22/11/2025 Sky Tg24

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 *6*

Vogliamo tornare a sorridere

Emanuele Fiano

Yitzhak significa “ella rise”.
È il nome che nella Torah viene dato al figlio di Sara e Abramo.
Sara era così anziana che quando le fu annunciato che avrebbe avuto un figlio rise.
Le sembrava impossibile che dopo novant’anni di vita potesse ancora generare. E rise.
Rise di incredulità, di stupore, forse di paura. Eppure quel figlio nacque, prese quel nome. E continuò nella narrazione biblica la progenie del popolo ebraico.

Yitzhak è anche il nome di Rabin, la persona che oggi ricordiamo e onoriamo a trent’anni dal suo assassinio.

E, un po’ come Sara, anche noi oggi facciamo fatica perfino a immaginare che il sogno di Yitzhak Rabin, il suo sogno di pace, possa ancora realizzarsi.

Che il suo sforzo per arrivare alla soluzione di “due popoli due Stati”, che vivano uno accanto all’altro in sicurezza e in democrazia, possa davvero compiersi.

Eppure, per noi di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, quella forza straordinaria che Rabin mise nel progetto di pace, in quel percorso per arrivare al mutuo riconoscimento tra israeliani e palestinesi, è ancora oggi la radice della nostra speranza.

Non una speranza ingenua, non una speranza cieca. Una speranza consapevole, ferita, messa alla prova.

Perché quella speranza viene dopo il massacro del 7 Ottobre, dopo la terribile esperienza di questi due anni a Gaza, dopo le decine di migliaia di morti, dopo le tante famiglie distrutte in Israele e in Palestina, dai lutti, dall’orrore, dalla violenza, dalla lontananza, dalla fame.

Dopo le centinaia di migliaia di palestinesi sfollati e accampati e anche le decine di migliaia di israeliani sfollati al sud e al nord.

Certo, anche per noi oggi è difficile continuare a sperare.

Vediamo una fiammella microscopica in fondo a un tunnel lunghissimo. Ma noi pensiamo che la vita – e così la politica – senza una speranza, seppur lontana, remota, difficile, piccola, a cui aggrapparsi, non sia vita.

Questa sera non siamo qui per consolarci a vicenda, né per raccontarci una favola. Siamo qui testimoni di una fatica infinita e quasi sempre frustrante. Come è frustrante per quelli che oggi, come me, si definiscono sionisti, nel senso che difendono il diritto dello Stato di Israele ad esistere, non le scelte e le azioni o le parole del governo di Israele. Ma così non ci si può esprimere, rischi che ti venga tappata la bocca come a me è capitato a Venezia

Ma noi siamo qui per dire che, dentro questa oscurità, noi non vogliamo rinunciare all’idea che la pace sia possibile.

E non lo diciamo in astratto. Lo diciamo perché Rabin – e anche Arafat – lo hanno dimostrato con i fatti.

Rabin e Arafat, preceduti da chi preparò le trattative che voi questa sera avete la fortuna di “incontrare” attraverso i nostri ospiti, compresero una cosa elementare e difficilissima: che sarebbe stato impossibile far coincidere le due narrazioni della storia che ciascuno portava sulle spalle insieme al proprio popolo.

Da una parte, la consapevolezza della legittimità della fondazione dello Stato di Israele nel maggio del 1948. Dall’altra, la consapevolezza che quella stessa data rappresentava, per circa 700.000 palestinesi, la fuga o la cacciata dalle loro case, nel territorio su cui poi sorse lo Stato di Israele.

Capirono che insistere all’infinito per far coincidere quelle narrazioni, per costringere l’altro ad abbandonare la propria memoria, era inutile. Avrebbe significato continuare a produrre lutti, morte, violenza, assenza di futuro e di speranza per i loro figli e per i loro nipoti.

E allora decisero un’altra cosa: che non sarebbero riusciti a unificare la narrazione del passato, ma che potevano provare a far coincidere la narrazione del futuro. Accettando compromessi, rinunce, mediazioni.

La pace si fa con il nemico, avevano capito.
Non con chi ci è simpatico, non con chi la pensa come noi, ma con chi fino al giorno prima si percepiva come una minaccia esistenziale.

A questo servono le leadership forti, credute, che provano a mediare fino all’ultimo, posizioni che sembrano inavvicinabili, anche dentro la propria parte, se c’è un obiettivo condivisibile, spiegato, chiaro e positivo. Non sempre ci si riesce, chi ha questi ruoli lo sa, ma si deve provare fino in fondo. E certo se non ci riesce deve ammetterlo.

Lab-Rabin-2Ce lo dimostra quel sorriso freddo, quasi forzato, di Rabin quando stringe di malavoglia la mano di Arafat.

Ognuno dei due pensava dell’altro che avesse le mani intrise del sangue del proprio popolo. Era vero sostanzialmente. Eppure entrambi sapevano che, per il bene del futuro del proprio popolo, non sarebbero bastati né la forza dell’esercito, né la violenza del terrorismo. Sarebbe stata necessaria la costruzione paziente, faticosa, rischiosa, di una pace.

Questa sera, ricordando Rabin, non celebriamo un’icona lontana.

Riapriamo quella scommessa: la scommessa che solo la pace possa portare sicurezza a israeliani e palestinesi, diritti e libertà e democrazia a entrambi i popoli. Per questo non siamo qui per dimenticare nulla di quello che è successo in questi due anni. Non la violenza bestiale del 7 Ottobre, non la violenza che ha percorso Gaza, con le migliaia e migliaia di morti e di disperati e affamati che ci sono stati, non le violenze quotidiane dei coloni che assaltano villaggi e coltivazioni palestinesi In Cisgiordania, non le decine di migliaia di missili piovuti su Israele da parte di chi vorrebbe distruggerlo.

E certo, non dimentichiamo che nel governo attuale di Israele siedono figure che all’epoca fomentarono e furono vicino a chi poi materialmente uccise Rabin.

E non dimentichiamo le loro parole sulla deportazione dei palestinesi, o sull’annessione dei territori.

Così come non dimentichiamo il disegno di chi tra Hamas, Hezbollah o Iran vorrebbe la distruzione di Israele e in alcuni casi degli ebrei.

Ma per non dimenticare nulla, e poi guardare avanti, per farlo, abbiamo con noi persone che quella storia non l’hanno solo studiata, ma l’hanno vissuta in prima persona.

Permettetemi di ringraziare, prima di tutto, ognuno di coloro che ha reso possibile questa serata:

Piero Fassino, Alessandra Tarquini, e tutte e tutti coloro che, soprattutto qui a Roma, e ringrazio tutti coloro che hanno lavorato per l’organizzazione, attraverso il coordinatore di Roma Aurelio Mancuso, hanno contribuito, spesso nel silenzio, all’organizzazione di questo incontro.

E permettetemi di dirvi che avete una grande fortuna: quella di poter ascoltare dal vivo Yossi Beilin, che fu tra coloro che portarono avanti le trattative degli Accordi di Oslo e poi divenne ministro, e il ministro Samieh El-Abed, che si impegnò egli stesso in quelle trattative per parte palestinese.

Attraverso le loro voci potremo rimettere a fuoco un’idea semplice e rivoluzionaria: che non c’è contraddizione tra sicurezza di Israele e diritti dei palestinesi, tra libertà di un popolo e libertà dell’altro. La vera contraddizione è tra pace e guerra, tra politica e violenza, tra futuro e disperazione.

Noi, “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, vogliamo dire con chiarezza che non arretriamo da questa posizione: continuiamo a credere che solo un accordo politico, solo il riconoscimento reciproco, solo due Stati per due popoli possano onorare davvero la memoria di Yitzhak Rabin e impedire nuovi lutti.

Trent’anni fa un proiettile sparato da un estremista israeliano della destra terrorista pensò di fermare questa idea.
Non c’è riuscito.

Il processo di pace è stato tradito, fermato, logorato, ma la lezione di Rabin è ancora qui, davanti a noi, come un compito non assolto.

Sta a noi decidere se limitarci al lutto o trasformare questo lutto in responsabilità. Se accontentarci dei ricordi o lasciarci ancora provocare da quella domanda: fino a che punto siamo disposti a rischiare, a rinunciare a qualcosa, fino a che punto siamo disposti ad ammettere di non essere d’accordo per poi raggiungere un accordo? pur di costruire una pace vera? Oggi, in questo tempo buio, forse possiamo capire meglio di allora quanto fosse coraggiosa la scelta di Rabin. E forse, proprio per questo, abbiamo ancora più bisogno di lui.

Per noi, Rabin resta un faro, un maestro, una luce in fondo al tunnel. E chissà che, un giorno, quel nome – Yitzhak, “ella rise” – non torni a ricordarci che ciò che oggi sembra impossibile può ancora accadere. Che un giorno, invece delle lacrime, torni finalmente il tempo di ridere per la pace.

Tnu lashemesh laalot, la canzone della pace, fu l’ultima canzone cantata da Rabin prima di morire (permettete al sole di salire). Noi continuiamo a lavorarci.

*8*

Video, Foto, Stampa

TUTTA la CONFERENZA –
Se vivi su un’isola fai amicizia col mare.
30 anni dall’assassinio di Rabin

Alessio Grazioli e Pantheon
Radio Radicale   20/11/2025

Yair Golan: Echoes of shots that killed Rabin
‘still resonate’ in government’s actions

Staff
Times of Israel   01/11/2025

Audizione di Yossi Beilin e Samieh Al Abed
sulla situazione geopolitica in Medio Oriente

Commissione Affari esteri
Web Camera   19/11/2025

Intervista a Yossi Beilin e Samieh El-Abed
Bruno Vespa
Rai – Porta a Porta   19/11/2025

 

Intervista a Yossi Beilin e Samieh El-Abed
David Parenzo
L’aria che tira   20/11/2025

 

Intervista a Yossi Beilin e Samieh El-Abed
Sky
Tg24   22/11/2025

 

Rassegna stampa e video-fotografica
sull’evento in ricordo di Yitzhak Rabin

SxI-2p2s
Facebook   23/11/2025