Newsletter n.18 di Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati (Novembre 2025)


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    Cosa trattiamo in questo numero
    Victor Magiar

Editoriale

    La ricomposizione mediorientale, il piano Trump e il ruolo di “Sinistra per Israele- Due Popoli Due Stati”
    Marco Pierini

Analisi e commenti

LA CONFERENZA DEL 20 NOVEMBRE

    Una conferenza può generare azione politica
    Piero Fassino

    Nel nome di Rabin, alla ricerca di una pace possibile
    Fernando Liuzzi

    Beilin, El-Abed: il dialogo che resiste
    Simone Santucci

    Vogliamo tornare a sorridere
    Emanuele Fiano

ISRAELE & MEDIO ORIENTE

    La pace non è debolezza, ma saggezza, responsabilità e coraggio morale
    Yair Golan

    La presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente, in Israele e a Gaza è sempre più pervasiva
    Janiki Cingoli

ITALIA & EUROPA

    Fondo per la promozione del dialogo
    Graziano Delrio

    Discorso del Presidente Frank-Walter Steinmeier
    Castello di Bellevue 9 novembre 2025

Dall’Associazione

Per ADERIRE, RINNOVARE L’ADESIONE, FARE UNA DONAZIONE

Firenze      Un film per ricordare Yitzhak Rabin
               Sara Natale Sforni

Milano      Cronaca di una serata di successo
               Marco Krivacek

Venezia      La violenza è stata messa a tacere dalla parola
               Samuele Vianello

Letture e Riletture

    Due anni di reportage
    Saul Meghnagi

Rassegna video & stampa

Selezione di articoli della stampa nazionale e internazionale
    Simone Santucci

Redazione

Contatti

 *1*

Victor Magiar

Questo numero di novembre è quasi completamente dedicato ad un evento politico realizzato da “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” che, confidiamo, faccia ragionare la politica e il sistema dei media.

Raccontiamo, in modi diversi e da diverse angolature, di come la conferenza “Se vivi su un’isola, fai amicizia col mare” si sia rivelata un evento politico, grazie certo allo spessore delle persone coinvolte ma anche all’azione generosa e lungimirante di Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati.

Fernando Liuzzi e Simone Santucci raccontano l’evento: il primo descrivendolo e ricordando le parole di tutti i protagonisti; il secondo commentando e individuando i fili logici, gli schemi valoriali e la determinazione civile e politica espressa dai protagonisti.

Piero Fassino ci spiega come “una conferenza può generare azione politica” e racconta le tre estenuanti giornate colme di incontri -con il mondo della politica e con il sistema dei media- dei due principali oratori, Yossi Beilin e Samieh El-Abed, accompagnati da “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Abbiamo raccolto poi le parole di Yair Golan ed Emanuele Fiano che, in modi diversi, con ruoli diversi, hanno dispiegato l’eredità di un grande leader per ricordarci che la pace è possibile, che “la pace non è debolezza, ma saggezza, responsabilità e coraggio morale”.

A Marco Pierini e a Janiki Cingoli il compito di rappresentare il contesto geopolitico: il primo con l’editoriale “La ricomposizione mediorientale, il piano Trump e il ruolo di Sinistra per Israele” esprime anche il senso dell’azione politica di SxI-2p2s; il secondo descrivendo quanto “La presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente, in Israele e a Gaza è sempre più pervasiva” analizza puntualmente gli sviluppi -diplomatici, bellici, politici- della vicenda mediorientale e il loro impatto sulla società israeliana.

Spazio poi anche alle sezioni territoriali di SxI-2p2s. A Firenze e Milano, con due diverse iniziative, con due diversi film, è stato ricordato Rabin – uno degli ultimi veri leader di Israele, che con lucidità coraggio e competenza ha saputo vincere guerre e anche la pace.

Raccontiamo anche dell’incontro “riparatore” alla Università Ca’ Foscari di Venezia, con la partecipazione della rettrice Tiziana Lippiello, della ministra Anna Maria Bernini e di Emanuele Fiano.

Abbiamo poi raccolto due eventi, in Italia e in Germania, che in maniera diversa si pongono il tema della riflessione sulla Memoria come chiave di lettura e come bussola per la costruzione di società più giuste.

Graziano Delrio spiega il senso di un emendamento alla legge di bilancio – presentato insieme ai senatori Malpezzi e Nicita- per istituire il Fondo per la Promozione del Dialogo: la riflessione parte dalla strage del Bataclan di dieci anni fa per chiedere un impegno concreto nella lotta contro l’odio, l’intolleranza e l’antisemitismo, “ampiamente diffusi nel nostro paese”.

Pubblichiamo quindi integralmente il discorso del presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier per la ricorrenza del 9 Novembre. Partendo da tre momenti storici accomunati dalla stessa data – Caduta della Monarchia e nascita della Repubblica (1918), Notte dei Cristalli e inizio dei pogrom antisemiti (1938), Caduta del Muro di Berlino (1989) – Steinmeier scrive un discorso importante, imponente, sulle sfide che ci attendono.

A concludere un’ampia rassegna stampa e nella sezione “letture e riletture” una riflessione di Saul Meghnagi a partire dall’ultimo libro scritto da Giovan Battista Brunori.

Conservate questo numero, pieno di cose preziose, e che ben rappresenta il senso dell’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, l’unica organizzazione in Italia che, in questi due anni, tiene aperto il filo del dialogo fra leader israeliani e palestinesi, dando voce ai dissidenti gazawi in esilio, ai democratici e ai soggetti della società civile israeliana impegnati per la democrazia e per la pace.

 *2*

La ricomposizione mediorientale, il piano Trump e il ruolo di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”

Marco Pierini

Il mese in cui ricordiamo Yitzhak Rabin a 30 anni dal suo assassinio è anche il periodo in cui nuovi equilibri sembrano comporsi in Medio Oriente dopo la presentazione del piano di pace promosso da Donald Trump.

Proprio in questi giorni il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato con 13 voti a favore (e le astensioni di Cina e Russia) una risoluzione che fa proprio quel piano: al suo interno vi è il disarmo di Hamas, la supervisione del “Board of Peace” a trazione statunitense e l’istituzione di una forza di stabilizzazione sul campo nata per sovrintendere al disarmo e garantire la sicurezza dei confini per consentire la ricostruzione della Striscia di Gaza. Last but not least, la risoluzione parla anche dell’opzione di uno Stato palestinese, contrariamente agli spin che la maggioranza di governo in Israele tenta di rivendere a uso e consumo della propria opinione pubblica.

Si tratta di una netta vittoria diplomatica americana, forse una delle più riuscite in un contesto necessariamente multilaterale – quello delle Nazioni Unite – tradizionalmente inviso all’amministrazione Trump.

Si tratta, inoltre, della certificazione di una modalità creativa di approcciare la crisi mediorientale che sembra parlare efficacemente ai partner regionali e che porta con sé numerose incognite (si pensi al dialogo tra americani e sauditi sugli F35 o all’attivismo turco ai confini d’Israele).

Certo è che la pace e la riconciliazione tra israeliani e palestinesi necessiteranno soprattutto di una architettura regionale e di un coinvolgimento diretto degli attori (soprattutto arabi) interessati ai rapporti bilaterali con Israele.

Il baricentro politico dei futuri accordi – sebbene sotto salda guida degli Stati Uniti – sarà sempre di più il Medio Oriente, inteso come orizzonte d’integrazione regionale irrinunciabile per Israele che ne è ormai parte integrante (e irrinunciabile anche per i potenziali partner, che ne vedono le opportunità economiche e di sicurezza). Le finestre di opportunità che si apriranno seguiranno l’andamento delle linee di faglia proprie della competizione politica mediorientale, ed è giusto e normale che sia così. La vecchia Europa, da questo punto di vista, deve attrezzarsi a questo scenario.

Se questo è il contesto internazionale, in quello nazionale i dibattiti pubblici sembrano registrare un calo della “febbre” che li ha caratterizzati per due anni e che ha spesso reso impossibile qualsiasi conversazione pacata e ragionata sulla guerra del 7 Ottobre e sulle sue conseguenze, come ci ha dimostrato il recente caso dell’attacco al nostro presidente Emanuele Fiano nel corso di un incontro pubblico a Ca’ Foscari – punta dell’iceberg di due anni di intimidazioni, censure, tentativi di scomunica per chiunque non si allineasse.

Ebbene, con il raffreddamento del clima sta emergendo con sempre maggiore chiarezza la bontà della posizione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, che nonostante la tempesta ha mantenuto la rotta: denunciare la conduzione della guerra a Gaza e la strategia criminale del governo Netanyahu anche in Cisgiordania, sostenere i partiti e i movimenti israeliani che sono impegnati nella lotta per la  democrazia e per la riconciliazione regionale, dare voce ai palestinesi che si oppongono ai progetti islamisti di Hamas e sponsor, e tutto questo senza abbassare la guardia sul crescente clima di pregiudizio antiebraico e di antisemitismo che avvelena la sfera pubblica occidentale. Era la posizione giusta, e lo dicevamo quando tentavano di farci tacere: quando la guerra finirà, occorrerà ricostruire, e occorrerà essere attrezzati. Il momento è arrivato.

La nostra associazione sta proseguendo con determinazione nel consolidare le proprie partnership con israeliani e palestinesi proprio perché ritiene che il compito primario di chi ha a cuore il destino di un Israele ebraico e democratico e l’autodeterminazione del popolo palestinese sia quello di rafforzare i legami con chi è sul campo e condivide questo orizzonte di riconciliazione.

In poche parole: fare politica, nelle sue ambizioni più genuine e ripescando un onere che un tempo era proprio delle classi dirigenti in Italia e in Europa. Senza fare sconti, naturalmente: la strategia di annessione, lassismo e protezione nei confronti delle violenze dei coloni estremisti ai danni dei palestinesi e di indebolimento della democrazia sono per Israele una minaccia esistenziale molto più temibile di quelle ai suoi confini.

D’altra parte, è sempre più urgente che il massimalismo irriducibile e i progetti islamisti siano chiaramente indicati come due problemi enormi dell’offerta politica palestinese, stretta tra una Autorità Nazionale Palestinese debole, una organizzazione terroristica che gode ancora di consensi forti in Cisgiordania (Hamas) e un’occupazione militare che toglie ossigeno. Nel mezzo a tutte queste degenerazioni ci sono i due popoli.

Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” è in questo momento l’unica organizzazione in Italia che sta tentando di coltivare relazioni e di progettare iniziative insieme a chi è sul campo: lo abbiamo fatto e lo facciamo con i dissidenti gazawi in esilio, lo abbiamo fatto e lo facciamo con i Democratici israeliani, lo abbiamo fatto e lo facciamo con i soggetti della società civile impegnati nella battaglia per la democrazia e per la pace.

È una missione irrinunciabile per come siamo nati, ma è anche l’unica scelta politica di senso tra l’indifferenza e l’indignazione selettiva.

 *3*

LA CONFERENZA DEL 20 NOVEMBRE

Una conferenza può generare azione politica

Piero Fassino

Dare una soluzione alla questione palestinese rimane il punto dirimente per una pace condivisa e duratura in Medio Oriente.

Continuare a negarla, come fanno Nethanyahu e la destra estrema, non può che alimentare altro rancore e offrire all’estremismo islamista la possibilità di cavalcare uno spirito irredentista. Tant’è che, anche se in modo generico, il Piano Trump evoca una possibile statualità palestinese.

La Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la richiama in modo più esplicito, così come il Piano franco-saudita.

E nell’incontro di Washington con il Presidente americano il Principe saudita Bin Salman ha detto a chiare lettere a Trump che non vi sarà stabilizzazione della regione senza sciogliere il nodo palestinese. E i tanti Paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina lo hanno fatto per rilanciare la soluzione di due Stati per due popoli.

Tuttavia non si può ignorare il profondo mutamento di scenario prodotto dal terribile massacro del 7 Ottobre, dalla feroce guerra di Gaza e dalla espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania abitati oggi da 700.000 coloni (erano poco più di 100.000 al tempo degli Accordi di Oslo). Affermare dunque che la coesistenza di una doppia statualità è l’unica soluzione possibile, è giusto ma non è sufficiente. Per evitare che sia una petizione di principio occorre individuare modalità e forme che la rendano credibile e realizzabile.

Ed è intorno a questo tema che è ruotata la visita, promossa da “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, di tre giorni a Roma di Yossi Beilin, già negoziatore di Oslo, e di Samieh El-Abed, già ministro dell’ANP e partecipe dei negoziati di Camp David e Annapolis, da tempo impegnati insieme a elaborare proposte che diano sostanza alla soluzione “Due Popoli Due Stati”.

Nel Convegno dedicato a Rabin (che ha visto una grande partecipazione), nel fitto programma di incontri – con la Farnesina, le Commissioni Esteri di Camera e Senato, il Sindaco di Roma, il think-thank Cespi, la Segretaria del PD – e nelle molte interviste concesse a quotidiani e televisioni, Beilin e El-Abed hanno illustrato la proposta di una Confederazione di Due Stati Sovrani che consenta, in un quadro di convivenza e di cooperazione, di dare soluzione alla duplice esigenza di garantire la esistenza sicura di Israele e soddisfare l’aspirazione palestinese ad un proprio Stato.

La proposta riprende i punti principali degli accordi di Oslo, ma con una significativa innovazione: stante la obiettiva difficoltà di evacuare i 700.000 coloni che vivono oggi in Cisgiordania, la proposta “confederale” prevede che quei coloni possano essere cittadini dello Stato palestinese mantenendo al tempo stesso la cittadinanza israeliana e reciprocamente possano avere cittadinanza palestinese i cittadini arabi che vivono in Israele.

Il progetto si ispira alla esperienza del Benelux – che fin da 1948 realizza una forte cooperazione tra Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo – ancor di più all’Unione europea, istituzione sovranazionale di cui sono fondatori Stati che mantengono la loro sovranità.

Una Confederazione tra Israele e Stato di Palestina, aperta anche alla eventuale partecipazione del Regno di Giordania, che realizzi forme di cooperazione e integrazione economica, sociale, culturale ispirandosi all’idea coltivata da Simon Peres che le frontiere non debbano essere muri che dividono, ma calamite che uniscono.

Naturalmente non sfugge agli stessi proponenti la complessità del progetto in uno scenario devastato dalle tragedie degli ultimi due anni. Per fare una pace tra chi si è combattuto aspramente serve ricostruire fiducia e affidabilità.

Compito che chiama in causa la responsabilità di molti. In primis delle leadership israeliane e palestinesi chiamate ad atti coraggiosi di rinnovamento e disponibilità al dialogo e al compromesso.

Così come l’impegno della comunità internazionale non può limitarsi a dichiarazioni o appelli, quando serve invece una presenza sul campo che assista le parti, le accompagni nel negoziato e si faccia garante degli accordi sottoscritti.

Serve poi una mobilitazione delle opinioni pubbliche: quella vasta emozione suscitata da due anni di atroci sofferenze deve essere oggi volta a sostenere ogni passo che consenta di trasformare una tregua in un percorso di pace.

La proposta che Yossi Beilin e Samieh El-Abed hanno avanzato – nella conferenza, negli incontri politici e sui media – è un utile riferimento per tutti coloro che si battono per una pace giusta e condivisa. Anche per noi di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Per vedere i video di seguito elencati cliccare o sulle immagini o sui titoli 

- Audizione Commissione Esteri della Camera
- Intervista a Yossi Beilin e Samieh El-Abed - 20/11/2025 L’aria che tira
- Intervista a Yossi Beilin e Samieh El-Abed - 19/11/2025 Porta a Porta
- Intervista a Yossi Beilin e Samieh El-Abed - 22/11/2025 Sky Tg24

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 *4*

Nel nome di Rabin, alla ricerca di una pace possibile

Fernando Liuzzi 

Se vivi su un’isola, fai amicizia col mare”: è questo il titolo comune delle tre iniziative che Sinistra per Israele-Due popoli Due Stati ha organizzato a 30 anni dall’assassinio di Yitzhak Rabin.

Lo statista israeliano è stato infatti ucciso a Tel Aviv da un estremista della destra nazionalista il 4 novembre del 1995, ovvero due anni dopo gli accordi di Oslo (1993) e un anno dopo che gli fu conferito il Premio Nobel per la Pace (1994).

La prima di queste tre iniziative è stata tenuta a Milano il 4 novembre scorso, mentre la seconda ha avuto luogo a Firenze il successivo 6 novembre: di queste due serate diamo conto in un’altra sezione di questa newsletter.

Qui parliamo invece della terza iniziativa che si è svolta a Roma, giovedì 20 novembre, e che è  possibile rivedere integralmente andando sul sito di Radio Radicale, che ringraziamo, o cliccando qui o sull’immagine.

Un convegno il cui intento è stato quello di andare oltre il pur necessario e sentito ricordo di una figura centrale sia per la storia della sinistra israeliana, che per quella del tentativo di costruire un rapporto di convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi. Andare oltre per trarre ispirazione da quel ricordo e per ragionare sui problemi dell’oggi, ovvero del dopo 7 Ottobre e del dopo guerra di Gaza.

Nel primo degli indirizzi di saluto con cui si è aperto il convegno, Emanuele Fiano, Presidente di Sinistra per Israele, ha affermato che la forza straordinaria che Rabin mise nel suo progetto di pace, nel procedere lungo quel percorso che doveva portare “al mutuo riconoscimento fra due popoli in guerra” è, ancora oggi, “la radice della nostra militanza e della nostra speranza di pace”. Una speranza, ha sottolineato Fiano, che però “non è ingenua”, ma anzi “consapevole” di tutte le difficoltà del presente.

Nel secondo degli indirizzi di saluto, Piero Fassino, Presidente del Comitato Medio Oriente del Consiglio d’Europa, ha ricordato che gli accordi di Oslo erano basati sul principio che nella vicenda israelo-palestinese non ci sono un torto e una ragione, salvo poi decidere chi abbia ragione e chi torto, ma due diritti e due ragioni. Ebbene, dopo l’assassinio di Rabin, Netanyahu disse che con Rabin era stato ucciso Oslo.

Come diceva Rabin, ha ricordato ancora Fassino, la pace si fa con il nemico. Ma per fare ciò, ci vuole almeno un minimo di fiducia reciproca. Invece il 7 Ottobre e la guerra di Gaza non hanno solo creato sfiducia, ma hanno scavato un solco profondo, pieno di rancori. Adesso, ha concluso Fassino, il problema è quello di ritrovare la strada che ci porti verso il nostro obiettivo: due popoli due Stati. Aggiungendo che il convegno avrebbe dato ai presenti anche la possibilità di ascoltare due protagonisti della vicenda israelo-palestinese che hanno lavorato ai massimi livelli sulla costruzione di una convivenza possibile fra i due popoli: Yossi Beilin e Samieh El-Abed.

Dopo il saluto di Massimiliano Boni del laboratorio Rabin, sullo schermo posto in fondo alla sala è comparso Yair Golan, leader di Ha-Democratim (i Democratici), il nuovo partito nato recentemente dalla fusione di due precedenti formazioni politiche della sinistra israeliana: Labour e Meretz. Un uomo che ha due caratteristiche, fra le altre, che lo accomunano a Rabin: una lunga carriera militare alle spalle e un concreto e convinto impegno per la pace.

Nel suo breve videomessaggio, di forte valore politico, Golan ha detto che “Rabin credeva che la vera sicurezza si costruisse con la determinazione politica e che la pace non fosse debolezza.” Anzi, ha poi aggiunto, Rabin “sapeva che la resilienza di Israele dipendeva dalla sua capacità di essere, al contempo, forte e giusta, democratica e politicamente coraggiosa”. “Oggi – ha concluso Golan – il nostro impegno è quello di restituire a Israele una leadership responsabile.

Sullo schermo è poi comparso il volto di Benny Morris, storico israeliano molto noto e stimato. In un collegamento da remoto, Morris ha tracciato una interpretazione della figura di Rabin sicuramente lontana da quella di un ritratto celebrativo. Si può anzi dire che la profonda conoscenza della storia israeliana che Morris si è costruito frequentando gli archivi e svolgendo ricerche di prima mano, gli ha consentito di mettere in luce la problematicità dell’azione politica di Rabin.

Quando nel 1948 gli Stati arabi circonvicini invasero il neo-nato Stato di Israele Rabin aveva 26 anni. Faceva già parte del Palmach, i reparti di élite della Haganah (Difesa), ovvero delle forze armate ebraiche. Dal punto di vista della militanza politica, Rabin aderiva invece all’Achdut Ha-Avodà (Unione del lavoro), uno dei tre partiti socialisti esistenti già prima della fondazione ufficiale dello Stato. In guerra, Rabin non si tirò indietro neppure quando, di fronte all’avanzata degli eserciti arabi, la difesa degli insediamenti ebraici comportò l’espulsione della popolazione palestinese da alcune zone circonvicine a Tel Aviv, ove si trovavano cittadine quali Lod e Ramle.

Dopo la guerra del ’48-49, Rabin intraprese una carriera militare che lo portò già nel 1964 a diventare Capo di Stato maggiore. Dopo la Guerra dei Sei giorni (1967), Rabin fu Ambasciatore negli Stati Uniti (dal 1968), mentre, dopo la Guerra del Kippur (1973), e dopo le dimissioni di Golda Meir, assunse la guida del Governo israeliano. Nel 1992, vinte le elezioni cui si era presentato con una piattaforma volta a favorire la ricerca di una pace con i palestinesi, Rabin tornò a capo del Governo e intraprese la strada che portò agli accordi di Oslo.

In sostanza, con un intervento molto più ricco di quanto non abbiamo potuto rendere qui, Morris ha delineato i passaggi e le evoluzioni della vita politica di un uomo che, dopo aver dedicato gli anni della sua giovinezza e prima maturità alla difesa militare del suo Paese, ha tratto proprio da quella dura esperienza le motivazioni della ricerca di una pace possibile e la capacità di convincere i suoi concittadini che quella delle trattative era la strada giusta da intraprendere.

A pomeriggio inoltrato, in una sala ancora pienissima, il convegno è giunto al suo clou: il dibattito a due voci fra l’israeliano Yossi Beilin e il palestinese Samieh El-Abed. Due dirigenti politici, ricchi di importanti esperienze negoziali, che sono stati chiamati a rispondere alle domande poste da Giovanna Pancheri, giornalista di Sky Tg24.

L’argomento del convegno si è spostato dalla rievocazione della figura di Rabin, alla ricerca di un’intesa possibile oggi fra israeliani e palestinesi. Un argomento difficile, ma rispetto al quale non molti sono competenti come Beilin, già ministro di vari Governi israeliani e uno dei negoziatori degli Accordi di Oslo, o come El-Abed, già Ministro della Autorità Nazionale Palestinese e negoziatore a Camp David.

Ciò detto, è necessario riportare innanzitutto che nel suo primo intervento El-Abed ha ricordato che ci sono ormai più di 150 Paesi che hanno riconosciuto la Palestina, ma che, fra questi, “non c’è l’Italia”. Ma “noi palestinesi abbiamo diritto ad avere uno Stato, per noi e per i nostri figli”, ha poi aggiunto El-Abed.

Dal canto suo, Beilin ha analizzato la complessità della situazione successiva al fatto, in sé positivo, del rilascio degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas. “Trump parla di pace, ma non c’è ancora una pace”, ha osservato Beilin. Il quale ha poi aggiunto che “adesso il problema principale è che a Gaza c’è bisogno di acqua, cibo, scuole, ospedali”. Mentre, in prospettiva, “gli sviluppi della situazione non potranno essere di pace se non ci sarà uno Stato palestinese”. 

Beilin ha poi avanzato come soluzione possibile al conflitto l’ipotesi della costituzione di una confederazione.

Un’ipotesi che, filosoficamente, si basa sulla possibilità che oggi, per la prima volta, israeliani e palestinesi, pur mantenendo ciascuno una propria narrativa sul passato, possano condividere un’idea di presente. Par di capire che, nella mente di Beilin, l’ipotesi della confederazione debba assolvere alla funzione di risolvere in modo non traumatico il problema posto dal gran numero di cittadini israeliani che, attualmente, vivono negli insediamenti de facto disseminati in Cisgiordania.

Da un lato, si potrebbe pensare a degli scambi di territori, tali per cui almeno una parte di questi israeliani verrebbero a trovarsi in territorio israeliano. Altri, invece, potrebbero essere cittadini israeliani residenti entro i confini del futuro Stato palestinese. Mentre altri ancora potrebbero tornare a vivere entro gli attuali confini dello Stato di Israele. Infine, potrebbero esserci dei cittadini palestinesi residenti nella eventuale nuova configurazione dello Stato di Israele. Al che El-Abed si è chiesto: “Ma chi è oggi il leader israeliano che potrebbe lavorare a partire da ciò che ci ha detto Beilin?”.

A una successiva domanda posta dalla conduttrice sul futuro di Marwan Bargouti, da tempo detenuto nelle carceri israeliane, sia Beilin che El-Abed, anche se svolgendo considerazioni abbastanza diverse, hanno concordato sull’idea che il suo rilascio potrebbe costituire un fattore positivo nella costruzione di un nuovo clima fra palestinesi e israeliani.

Insomma, c’è ancora molto, per non dire moltissimo, da lavorare.

Per prima cosa, bisogna però che sia i palestinesi che gli israeliani, nonché i loro vicini, comprendano il senso della frase, cara a Rabin, da cui siamo partiti: “Se vivi su un’isola, fai amicizia col mare”.

È possibile vedere la videoregistrazione dell’intera conferenza su Radio Radicale, o cliccando qui o sull’immagine.

 *5*

Beilin, El-Abed: il dialogo che resiste.
A Roma il convegno di Sinistra per Israele

Simone Santucci

A trent’anni esatti dall’assassinio di Yitzhak Rabin, mentre la memoria torna a farsi cronaca e la geopolitica del Medio Oriente riscrive ogni giorno i propri equilibri, Roma, grazie alla nostra Associazione, ha ospitato un momento di straordinaria intensità simbolica e politica.

Il convegno “Se vivi su un’isola fai amicizia col mare – 30 anni dall’assassinio di Rabin”, promosso da Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati, ha riportato nella capitale due figure che, più di molte altre, hanno abitato il cuore dei negoziati di pace: Yossi Beilin e Samieh El-Abed, non solo ricordi di lealtà antica ma valide risorse del presente e del futuro.

Un israeliano e un palestinese, accomunati dalla storia e dalla fatica infinita di provare a trasformare una possibilità in realtà. Seduti l’uno accanto all’altro, senza retorica, senza teatralità, ma con un carico di esperienza e franchezza che ha avvolto tutta la sala.

Una sala gremita. Non ci si poteva aspettare altro: l’impronta di Sinistra per Israele – storica realtà italiana impegnata nel sostegno alla soluzione dei due popoli in due Stati – ha voluto fare del trentennale di Rabin non un rito celebrativo, ma un laboratorio politico.

Ma anche una scelta coerente con la nostra tradizione: unire memoria e pratica, idealità e responsabilità, tenendo fermo un principio che negli ultimi anni è diventato quasi un atto di coraggio civile.

Il pubblico, composto da attivisti, studiosi, parlamentari, analisti, giornalisti e semplici cittadini, c’era di tutto, ha dato al convegno un tono unico: partecipazione attenta, silenzio operativo, come se la città stessa fosse consapevole dell’importanza di trattenere e ascoltare ogni parola.

A moderare l’incontro Giovanna Pancheri, di Sky TG24, che tenendo insieme ritmo e profondità, ha fatto emergere la dimensione umana degli ospiti.

Beilin: “Rabin ci ha insegnato che la pace è fatta di scelte coraggiose, non di attese”. Tra gli architetti del processo di Oslo e testimone diretto di quella stagione di speranza e tensione, Beilin ha usato toni che non indulgono alla nostalgia. Ha parlato di errori, di ostacoli, di lezioni non apprese. Ma soprattutto dell’urgenza di una politica capace di guardare alla realtà senza abbandonare il principio del compromesso. “Rabin sapeva che la pace non arriva quando le condizioni sono perfette. Arriva quando qualcuno decide di provarci davvero.”

Il suo intervento ha risuonato come un appello a recuperare una grammatica politica che in Medio Oriente – e non solo – sembra essersi smarrita: quella del rischio, della responsabilità, della mano tesa anche quando la tentazione sarebbe chiuderla a pugno.

El-Abed: “Il dialogo non è un gesto debole. È l’unico gesto forte rimasto”. Samieh El-Abed – già ministro dell’ANP e negoziatore nei momenti più difficili – ha portato una voce lucida, non rassegnata ma profondamente consapevole. Ha ricordato che il dialogo non è un artificio diplomatico, ma il fondamento necessario per evitare che la spirale della sfiducia diventi irreversibile. “Siamo venuti qui non per ripetere Oslo, ma per dire che senza una visione condivisa, senza un orizzonte politico, ogni conflitto è destinato a svuotare il futuro.”

Le sue parole, pronunciate con calma quasi dolorosa, hanno messo in luce una verità che nel dibattito internazionale viene spesso rimossa: il processo di pace non è morto per mancanza di alternative, ma per mancanza di volontà.

Un trentesimo anniversario che interroga il presente.

Il convegno romano non ha nascosto la drammaticità del momento. Nessuno dei due relatori ha offerto ricette facili. E forse proprio per questo l’incontro ha avuto un valore politico reale.

Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati ha voluto segnare una rotta: in un’epoca dominata dalla radicalizzazione e dal linguaggio bellico, rimettere al centro il dialogo è già un atto politico. E ricordare Rabin significa rifiutare la trasformazione della memoria in celebrazione vuota.

La domanda che ha attraversato la sala non è stata “cosa è stato Oslo?”, ma “che cosa resta oggi possibile?”.

Un ponte romano tra memoria e azione. Roma, con la sua storia e la sua vocazione al dialogo mediterraneo, ha offerto un palcoscenico ideale per questo incontro. Le parole dei due negoziatori, intrecciate alla storia di Rabin, hanno dato vita a un pomeriggio in cui politica e memoria si sono fuse in un’unica traiettoria. Non è stato un evento nostalgico. È stato un richiamo civile.

Nel trentennale di Rabin, il messaggio uscito dal convegno è chiaro: il dialogo non è un residuo del passato, ma l’unica strada che può riaprire il futuro.

Sinistra per Israele lo ha ricordato con forza. Beilin e El-Abed lo hanno incarnato con la loro stessa presenza. Ed è questo, forse, il modo più autentico per onorare Rabin: continuare a parlare quando il mondo sembra urlare. Continuare a costruire ponti quando tutto spinge verso i muri. Continuare a sognare una pace possibile, anche quando è la cosa più difficile da immaginare.

 *6*

Vogliamo tornare a sorridere

Emanuele Fiano

Yitzhak significa “ella rise”.
È il nome che nella Torah viene dato al figlio di Sara e Abramo.
Sara era così anziana che quando le fu annunciato che avrebbe avuto un figlio rise.
Le sembrava impossibile che dopo novant’anni di vita potesse ancora generare. E rise.
Rise di incredulità, di stupore, forse di paura. Eppure quel figlio nacque, prese quel nome. E continuò nella narrazione biblica la progenie del popolo ebraico.

Yitzhak è anche il nome di Rabin, la persona che oggi ricordiamo e onoriamo a trent’anni dal suo assassinio.

E, un po’ come Sara, anche noi oggi facciamo fatica perfino a immaginare che il sogno di Yitzhak Rabin, il suo sogno di pace, possa ancora realizzarsi.

Che il suo sforzo per arrivare alla soluzione di “due popoli due Stati”, che vivano uno accanto all’altro in sicurezza e in democrazia, possa davvero compiersi.

Eppure, per noi di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, quella forza straordinaria che Rabin mise nel progetto di pace, in quel percorso per arrivare al mutuo riconoscimento tra israeliani e palestinesi, è ancora oggi la radice della nostra speranza.

Non una speranza ingenua, non una speranza cieca. Una speranza consapevole, ferita, messa alla prova.

Perché quella speranza viene dopo il massacro del 7 Ottobre, dopo la terribile esperienza di questi due anni a Gaza, dopo le decine di migliaia di morti, dopo le tante famiglie distrutte in Israele e in Palestina, dai lutti, dall’orrore, dalla violenza, dalla lontananza, dalla fame.

Dopo le centinaia di migliaia di palestinesi sfollati e accampati e anche le decine di migliaia di israeliani sfollati al sud e al nord.

Certo, anche per noi oggi è difficile continuare a sperare.

Vediamo una fiammella microscopica in fondo a un tunnel lunghissimo. Ma noi pensiamo che la vita – e così la politica – senza una speranza, seppur lontana, remota, difficile, piccola, a cui aggrapparsi, non sia vita.

Questa sera non siamo qui per consolarci a vicenda, né per raccontarci una favola. Siamo qui testimoni di una fatica infinita e quasi sempre frustrante. Come è frustrante per quelli che oggi, come me, si definiscono sionisti, nel senso che difendono il diritto dello Stato di Israele ad esistere, non le scelte e le azioni o le parole del governo di Israele. Ma così non ci si può esprimere, rischi che ti venga tappata la bocca come a me è capitato a Venezia

Ma noi siamo qui per dire che, dentro questa oscurità, noi non vogliamo rinunciare all’idea che la pace sia possibile.

E non lo diciamo in astratto. Lo diciamo perché Rabin – e anche Arafat – lo hanno dimostrato con i fatti.

Rabin e Arafat, preceduti da chi preparò le trattative che voi questa sera avete la fortuna di “incontrare” attraverso i nostri ospiti, compresero una cosa elementare e difficilissima: che sarebbe stato impossibile far coincidere le due narrazioni della storia che ciascuno portava sulle spalle insieme al proprio popolo.

Da una parte, la consapevolezza della legittimità della fondazione dello Stato di Israele nel maggio del 1948. Dall’altra, la consapevolezza che quella stessa data rappresentava, per circa 700.000 palestinesi, la fuga o la cacciata dalle loro case, nel territorio su cui poi sorse lo Stato di Israele.

Capirono che insistere all’infinito per far coincidere quelle narrazioni, per costringere l’altro ad abbandonare la propria memoria, era inutile. Avrebbe significato continuare a produrre lutti, morte, violenza, assenza di futuro e di speranza per i loro figli e per i loro nipoti.

E allora decisero un’altra cosa: che non sarebbero riusciti a unificare la narrazione del passato, ma che potevano provare a far coincidere la narrazione del futuro. Accettando compromessi, rinunce, mediazioni.

La pace si fa con il nemico, avevano capito.
Non con chi ci è simpatico, non con chi la pensa come noi, ma con chi fino al giorno prima si percepiva come una minaccia esistenziale.

A questo servono le leadership forti, credute, che provano a mediare fino all’ultimo, posizioni che sembrano inavvicinabili, anche dentro la propria parte, se c’è un obiettivo condivisibile, spiegato, chiaro e positivo. Non sempre ci si riesce, chi ha questi ruoli lo sa, ma si deve provare fino in fondo. E certo se non ci riesce deve ammetterlo.

Lab-Rabin-2Ce lo dimostra quel sorriso freddo, quasi forzato, di Rabin quando stringe di malavoglia la mano di Arafat.

Ognuno dei due pensava dell’altro che avesse le mani intrise del sangue del proprio popolo. Era vero sostanzialmente. Eppure entrambi sapevano che, per il bene del futuro del proprio popolo, non sarebbero bastati né la forza dell’esercito, né la violenza del terrorismo. Sarebbe stata necessaria la costruzione paziente, faticosa, rischiosa, di una pace.

Questa sera, ricordando Rabin, non celebriamo un’icona lontana.

Riapriamo quella scommessa: la scommessa che solo la pace possa portare sicurezza a israeliani e palestinesi, diritti e libertà e democrazia a entrambi i popoli. Per questo non siamo qui per dimenticare nulla di quello che è successo in questi due anni. Non la violenza bestiale del 7 Ottobre, non la violenza che ha percorso Gaza, con le migliaia e migliaia di morti e di disperati e affamati che ci sono stati, non le violenze quotidiane dei coloni che assaltano villaggi e coltivazioni palestinesi In Cisgiordania, non le decine di migliaia di missili piovuti su Israele da parte di chi vorrebbe distruggerlo.

E certo, non dimentichiamo che nel governo attuale di Israele siedono figure che all’epoca fomentarono e furono vicino a chi poi materialmente uccise Rabin.

E non dimentichiamo le loro parole sulla deportazione dei palestinesi, o sull’annessione dei territori.

Così come non dimentichiamo il disegno di chi tra Hamas, Hezbollah o Iran vorrebbe la distruzione di Israele e in alcuni casi degli ebrei.

Ma per non dimenticare nulla, e poi guardare avanti, per farlo, abbiamo con noi persone che quella storia non l’hanno solo studiata, ma l’hanno vissuta in prima persona.

Permettetemi di ringraziare, prima di tutto, ognuno di coloro che ha reso possibile questa serata:

Piero Fassino, Alessandra Tarquini, e tutte e tutti coloro che, soprattutto qui a Roma, e ringrazio tutti coloro che hanno lavorato per l’organizzazione, attraverso il coordinatore di Roma Aurelio Mancuso, hanno contribuito, spesso nel silenzio, all’organizzazione di questo incontro.

E permettetemi di dirvi che avete una grande fortuna: quella di poter ascoltare dal vivo Yossi Beilin, che fu tra coloro che portarono avanti le trattative degli Accordi di Oslo e poi divenne ministro, e il ministro Samieh El-Abed, che si impegnò egli stesso in quelle trattative per parte palestinese.

Attraverso le loro voci potremo rimettere a fuoco un’idea semplice e rivoluzionaria: che non c’è contraddizione tra sicurezza di Israele e diritti dei palestinesi, tra libertà di un popolo e libertà dell’altro. La vera contraddizione è tra pace e guerra, tra politica e violenza, tra futuro e disperazione.

Noi, “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, vogliamo dire con chiarezza che non arretriamo da questa posizione: continuiamo a credere che solo un accordo politico, solo il riconoscimento reciproco, solo due Stati per due popoli possano onorare davvero la memoria di Yitzhak Rabin e impedire nuovi lutti.

Trent’anni fa un proiettile sparato da un estremista israeliano della destra terrorista pensò di fermare questa idea.
Non c’è riuscito.

Il processo di pace è stato tradito, fermato, logorato, ma la lezione di Rabin è ancora qui, davanti a noi, come un compito non assolto.

Sta a noi decidere se limitarci al lutto o trasformare questo lutto in responsabilità. Se accontentarci dei ricordi o lasciarci ancora provocare da quella domanda: fino a che punto siamo disposti a rischiare, a rinunciare a qualcosa, fino a che punto siamo disposti ad ammettere di non essere d’accordo per poi raggiungere un accordo? pur di costruire una pace vera? Oggi, in questo tempo buio, forse possiamo capire meglio di allora quanto fosse coraggiosa la scelta di Rabin. E forse, proprio per questo, abbiamo ancora più bisogno di lui.

Per noi, Rabin resta un faro, un maestro, una luce in fondo al tunnel. E chissà che, un giorno, quel nome – Yitzhak, “ella rise” – non torni a ricordarci che ciò che oggi sembra impossibile può ancora accadere. Che un giorno, invece delle lacrime, torni finalmente il tempo di ridere per la pace.

Tnu lashemesh laalot, la canzone della pace, fu l’ultima canzone cantata da Rabin prima di morire (permettete al sole di salire). Noi continuiamo a lavorarci.

 *7*

La pace non è debolezza,
ma saggezza, responsabilità e coraggio morale

Yair Golan

Yair Golan è il presidente del partito Ha-Demokratim (I Democratici)

Amici,
sono passati trent’anni da quella terribile notte in cui non fu assassinato solo un leader, ma anche la speranza che egli rappresentava.

Il Primo Ministro Yitzhak Rabin credeva che la vera sicurezza si costruisse con la determinazione politica, che la pace non è debolezza, ma saggezza, responsabilità e coraggio morale.

Sapeva che la resilienza di Israele dipendeva dalla sua capacità di essere al tempo stesso forte e giusto, democratico e politicamente coraggioso.

Noi siamo impegnati a continuare il suo cammino – a restituire a Israele una leadership responsabile, che comprenda che la sola forza militare non è una strategia, e che la sicurezza si costruisce attraverso partenariati regionali, iniziativa e speranza.

Questa è la visione che portiamo con noi – un Israele che guidi il campo moderato in Medio Oriente, un Israele democratico, morale e sicuro, che ristabilisca i legami con i suoi vicini e con il mondo.

Infine, desidero esprimere la mia profonda gratitudine all’organizzazione Sinistra per Israele per questa iniziativa così toccante, e al Laboratorio Rabin.

È davvero commovente che siate al nostro fianco!

Un ringraziamento anche a Emanuele Fiano, Piero Fassino, Lia Quartapelle, Massimiliano Boni e Marco Pierini. Grazie a tutti voi per l’iniziativa, l’amicizia e l’impegno fondati su valori condivisi.

Attribuiamo un’enorme importanza al rapporto con i nostri partiti fratelli, che ci rafforzano nella lotta per preservare la democrazia israeliana, i suoi valori e la visione morale che Yitzhak Rabin ha simboleggiato.

Grazie perché ricordate, ascoltate e credete nel cammino della pace, del coraggio e della speranza.

La pace sia con voi. Heyu Shalom!

Clicca qui o sull’immagine per vedere il video di Yair Golan e altri leader dell’opposizione israeliana che prendono la parola per commemorare Yitzhak Rabin alla manifestazioni di Tel Aviv del 1° novembre 2025

*8*

La presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente,
in Israele e a Gaza
è sempre più pervasiva

Janiki Cingoli

Il recente incontro a Washington ha sdoganato Mohammed Bin-Salman (MBS), Primo Ministro e Principe ereditario saudita (clicca qui), alla sua prima visita dal 2018, quando fu assassinato, con l’approvazione del principe, il giornalista Jamal Khashoggi.

MBS è stato accolto con tutti gli onori, ed ha annunciato investimenti negli USA per un trilione di dollari nei prossimi anni.

È stata annunciata la firma di numerosi accordi di cooperazione nei diversi campi, incluso un importante accordo di difesa, che prevederebbe un possibile impegno di sicurezza degli Stati Uniti nei confronti dell’Arabia Saudita. Non si tratterebbe di un trattato di difesa giuridicamente vincolante, ma di una garanzia presidenziale simile a quella concessa al Qatar lo scorso anno.

L’Arabia Saudita è stata inoltre designata come uno dei principali non-NATO alleati, un grado pari a quello di Israele. Trump si è altresì impegnato a vendere all’Arabia Saudita due squadroni degli avanzatissimi jet F-35, per un valore multimiliardario, anche se la vendita segnerebbe un cambiamento politico significativo, alterando potenzialmente l’equilibrio militare in Medio Oriente e mettendo alla prova l’impegno di Washington a mantenere il “vantaggio militare qualitativo” di Israele, che comunque gli USA si sono impegnati a conservare. Annunciati accordi nel campo dell’Intelligenza artificiale e del nucleare civile. Si prevede anche l’acquisto di 300 tank avanzati.

Ma scopo primario degli Usa era quello di spingere verso una normalizzazione dei rapporti con Israele, ora che la guerra a Gaza è cessata.

Su questo Trump non è riuscito ad ottenere un impegno formale, anche se MBS ha rilasciato in conferenza stampa dichiarazioni significative: “Vogliamo far parte degli Accordi di Abramo, ha detto, ma vogliamo essere certi di garantire un percorso chiaro verso una soluzione a due stati, e la realizzazione di uno Stato palestinese

I consiglieri di Trump hanno esortato Netanyahu a concentrarsi sull’obiettivo più ampio di un potenziale accordo di pace con l’Arabia Saudita e ad andare avanti con le prossime fasi del piano per porre fine al conflitto di Gaza, ma il Premier israeliano, più preoccupato per il mantenimento della sua coalizione, resta fermo nella sua opposizione alla creazione di uno stato palestinese.

Anche per quanto riguarda la Siria, il 10 novembre scorso Trump ha incontrato alla Casa Bianca il presidente siriano Ahmed Al-Sharaa, un incontro un tempo impensabile per l’ex-terrorista che ha rovesciato l’ex presidente Bashar al-Assad.

Trump è diventato uno dei sostenitori più entusiasti del nuovo leader a livello mondiale, un legame radicato nella percezione degli Stati Uniti dell’importanza strategica della Siria, ma anche nell’apparente stima personale di Trump. “Un duro”, ha detto Trump di Al-Sharaa dopo il primo incontro tra i due a maggio. “Un passato molto forte. Un combattente”.

Dopo l’incontro, Trump ha ribadito le sue lodi per il presidente siriano: “Vogliamo vedere la Siria diventare un Paese di grande successo. E penso che questo leader possa farcela, davvero”. Al termine dell’incontro Al-Sharaa ha detto “È chiaro dalle politiche del signor Trump che lui è a favore della stabilità della Siria e della sua unità territoriale, e della revoca, della completa revoca delle sanzioni contro la Siria”.

D’altronde, secondo quanto riportato da Reuters, gli Stati Uniti si stanno preparando a stabilire una presenza militare in una base aerea vicina a Damasco, per contribuire a realizzare un patto di sicurezza che Washington sta mediando tra Siria e Israele, anche se per arrivare a una vera e propria normalizzazione dei rapporti ci vorrà tempo. I piani Usa per la presenza a Damasco, non precedentemente divulgati, sarebbero un segnale del riallineamento strategico della Siria con gli Stati Uniti dopo la caduta, lo scorso anno, di Bashar al-Assad, alleato dell’Iran.

Ancora, gli Stati Uniti sono riusciti a far approvare dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con 13 voti a favore e l’astensione di Cina e Russia, una risoluzione (clicca qui), a cui gli Usa hanno lavorato nell’ultimo mese con il contributo di Qatar, Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Emirati Arabi Uniti, che fa proprio il piano Trump per Gaza, istituendo un “Board of Peace”, presieduto dallo stesso Trump.

 Il “Board of Peace” avrà il compito di amministrare la Striscia in coordinamento con una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), per contribuire a stabilizzare la Striscia e a proteggerla dopo la guerra, con il supporto di comitato tecnico palestinese operativo, apolitico e formato da personalità indipendenti.

Per la prima volta, come nota il Jerusalem Post (clicca qui) , in un documento presentato dagli Usa al Consiglio di Sicurezza, sono inclusi espressi riferimenti a uno Stato palestinese, facendo propri i 20 punti del Piano Trump.

Citandoli, la bozza afferma che “dopo che il programma di Riforma dell’Autorità Nazionale Palestinese sarà portato avanti fedelmente e la riqualificazione di Gaza sarà progredita, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinesi, che rappresenta l’aspirazione del popolo palestinese. Gli Stati Uniti avvieranno un dialogo tra Israele e palestinesi per concordare un orizzonte politico di pacifica e prospera convivenza”.

La bozza fa altresì espresso riferimento, su pressione dei maggiori stati arabi, alla proposta franco-saudita del settembre 2025, che propone una missione internazionale di stabilizzazione per contribuire alla smilitarizzazione di Gaza e all’addestramento delle forze di sicurezza palestinesi, “con l’obbiettivo finale di creare uno Stato palestinese sovrano e sostenibile, che porti alla normalizzazione delle relazioni con le nazioni arabe”.

Netanyahu ha pubblicato a denti stetti un comunicato di sostegno alla risoluzione, ma solo in inglese, suscitando le ironie dell’opposizione (clicca qui) .

Ma anche per quanto riguarda Israele e Gaza, il pressing USA non ha sosta.

In un articolo dell’8 novembre il Washington Post ha evidenziato come gli Stati Uniti stiano intensificando il proprio ruolo nell’afflusso e nella distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza, relegando Israele a un ruolo secondario nel determinare come e quali aiuti possano entrare nella Striscia, cercando così di superare il sordo e continuo ostruzionismo israeliano all’afflusso degli aiuti.

Le decisioni saranno prese dall’organismo più ampio, il Centro di Coordinamento Civile-Militare (Cmcc) istituito dal CentCom Usa a fine ottobre nel sud di Israele, vicino al confine con Gaza, di cui fanno parte oltre 40 nazioni e organizzazioni internazionali.

Nei giorni scorsi, il Jerusalem Post ha pubblicato la notizia che gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di costruire una larga base militare lungo il confine tra Israele e Gaza, in grado di ospitare migliaia di soldati americani e di contribuire ai futuri sforzi di stabilizzazione internazionale. 

Ancora, gli Stati Uniti, con Jared Kushner, genero di Trump, e Steve Witkoff, Inviato Speciale Usa per il Medio Oriente, stanno lavorando per superare le resistenze di Benjamin Netanyahu, per garantire un salvacondotto a 200 terroristi attualmente nascosti nei tunnel nell’area sotto il controllo israeliano e la loro deportazione, dopo che questi avranno ceduto le loro armi e indicato l’ubicazione dei tunnel.

Kushner e Witkoff vedono questo come un primo passo nell’attuazione di uno dei punti essenziali del Piano Trump, che prevede che “i membri di Hamas che rinunceranno alla lotta armata otterranno l’amnistia, mentre a chi vorrà lasciare Gaza sarà garantito un passaggio sicuro”.

Questa decisione di Netanyahu ha attirato le fiere critiche di parte dell’opposizione.

Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beitenu, ha chiesto sarcasticamente se Kushner fosse diventato un ministro e Witkoff un membro del Gabinetto di Sicurezza israeliani, mentre Naftali Bennett denunciava come oramai Israele fosse diventato un protettorato Usa.

D’altronde, gli Usa vogliono mantenere un canale diretto di comunicazione con Hamas: era stato annunciato dal New York Times un nuovo incontro in preparazione di Steve Witkoff con Khalil al-Hayya, capo negoziatore di Hamas, dopo quello di ottobre che portò al cessate il fuoco, ma questo è stato annullato per sopravvenuti impegni di Witkoff relativi all’Ucraina, ed anche in seguito ad una dichiarazione di Hamas che annunciava il rifiuto di cedere le armi e per le pressioni israeliane (clicca qui).

Ma l’intromissione di Trump nelle questioni interne di Israele non si limita alla questione di Gaza. Egli ha scritto il 12 novembre al Presidente Yitzhak Herzog (clicca qui) per chiedere la grazia presidenziale per Netanyahu, che è sotto processo per frode, corruzione e abuso di fiducia.

Herzog, pur ringraziando Trump, ha riaffermato che la domanda di grazia deve essere presentata dall’interessato o da un suo familiare, e che l’interessato deve dichiararsi colpevole.

Netanyahu, dal canto suo, ha ringraziato Trump per il suo “incredibile supporto”, ma ha dichiarato che tutto il processo è una montatura, e che rifiuta di dichiararsi colpevole, il che gli impedirebbe di proseguire la sua carriera politica.

Il pubblico reagisce negativamente a tutto ciò.
Un sondaggio, pubblicato dal Jerusalem Post il 21 novembre, vede la coalizione di governo in netta minoranza, con 49 seggi contro 61 dei partiti ebraici dell’opposizione, mentre i due partiti arabi restano a 10 seggi, 5 per uno. Inoltre, il 51% dei rispondenti, contro il 33%, si dichiara contro l’approvazione del disegno di legge che esenta gli ultraortodossi dal servizio militare e a favore di elezioni anticipate
.

 *9*

ITALIA & EUROPA

Promozione del dialogo

Graziano Delrio

La memoria della strage del Bataclan di dieci anni fa deve essere una lezione viva per il presente, con un impegno concreto nella lotta contro l’odio, l’intolleranza e l’antisemitismo, ampiamente diffusi nel nostro paese, dove c’è persino chi dice che le leggi razziali non siano da condannare, perché approvate con procedure democratiche.

Si diffonde e si moltiplica il linguaggio d’odio e l’antisemitismo. In questo contesto è necessario promuovere la cultura del dialogo e della reciproca tolleranza, della comprensione e dell’ascolto, conservando le Università come spazi immuni dall’odio e palestre di dialogo.

Serve un segnale subito e per questo, a dieci anni dalla strage di Parigi, abbiamo presentato un progetto di legge per il rafforzamento della Strategia nazionale e per la prevenzione ed il contrasto all’antisemitismo insieme ad un emendamento alla legge di bilancio per istituire il Fondo per la Promozione del Dialogo.

Perché le Università continuino e rafforzino la loro missione costituzionale di spazio di libertà. La scienza non può diventare un passaporto o essere giudicata dalla nazionalità, ma creare comunicazione e incontro fra diversi.

Un investimento per garantire che le Università siano il tempio del confronto e del dialogo e non un luogo in cui, come successo all’amico Emanuele Fiano, bisogna essere scortati per poter parlare.

Arte e scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento (art 33 Costituzione). Come è stato detto: arte e scienza allargano l’anima, stabiliscono comunicazione.

In un mondo rumoroso, l’arte e la scienza creano un dialogo silenzioso: per questo sono feconde e sopravviveranno alle tempeste della storia e degli animi.

A.S. 1689
Emendamento
107
DELRIO, MALPEZZI, NICITA

Dopo l’articolo, inserire il seguente:
“Art. 107-bis
(Fondo per la promozione del dialogo (PMD))

  1. Al fine di favorire il dialogo interculturale tra studenti e docenti universitari, anche in relazione ai diversi punti di vista culturali, politici e religiosi, promuovendo una cultura del confronto, del rispetto e della reciproca tolleranza, nonché di contrastare forme di contrapposizione, intolleranza ed espressioni d’odio, ivi comprese quelle qualificabili come antisemitismo, è istituito, presso il Ministero dell’università e della ricerca, il “Fondo per la promozione del dialogo (PMD)”.

  2. Con decreto del Ministro dell’università e della ricerca, da adottarsi entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite le modalità attraverso le quali le istituzioni universitarie possono accedere al Fondo PMD di cui al comma 1 per l’organizzazione di incontri, seminari, attività formative e manifestazioni pubbliche finalizzate al raggiungimento delle finalità previste dal medesimo comma.

  3. Alla copertura degli oneri derivanti dal presente articolo, pari euro 250.000 annui per l’anno 2026, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui al comma 2 dell’articolo 132.”

Graziano Delrio
Senatore Pd; Presidente Comitato controllo attuazione accordo Schengen, attività di Europol, controllo e vigilanza in materia immigrazione; componente Commissione Esteri e Difesa; componente Bicamerale Infanzia

Simona Malpezzi
Senatrice Pd; componente Politiche Ue; componente Commissione biblioteca, archivio storico; componente Commissione Antidiscriminazione; componente Delegazione parlamentare Nato; Vicepresidente Bicamerale Infanzia; componente Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Orlandi

Antonio Nicita
Vicepresidente Gruppo Pd al Senato; componente Commissione Bilancio; componente bicamerale "Vigilanza Rai"; componente Commissione Antidiscriminazione; componente Bicamerale svantaggi dell'insularità

 *10*

Discorso del 9 Novembre
del presidente Frank-Walter Steinmeier


Qui di seguito il discorso tenuto al Castello di Bellevue
dal Presidente Federale Frank-Walter Steinmeier
in occasione della ricorrenza del 9 Novembre,

1918 – Caduta della Monarchia, nascita della Repubblica
1938 – Notte dei Cristalli e inizio dei pogrom antisemiti
1989 – Caduta del Muro di Berlino

Quando oggi ci riuniamo per commemorare il 9 novembre, proviamo sentimenti contrastanti. È inevitabile. Il 9 novembre – 1918, 1938, 1989 – segna quasi un intero secolo della nostra storia ed è una data profondamente ambivalente.

Una data che ci sfida con le sue contraddizioni. Una data che resiste a ogni semplificazione. Il 9 novembre rappresenta luci e ombre, gli abissi più profondi e i momenti più felici della nostra storia. Per questo motivo questa giornata tocca la nostra identità di tedeschi. Intendo dire che il 9 novembre riguarda il nucleo della nostra identità.

Da alcuni anni ormai mi sta molto a cuore ricordare questa giornata in modo speciale e sono lieto di darvi il benvenuto all’evento di quest’anno qui al castello di Bellevue! Benvenuti!

Abbiamo appena ascoltato testimonianze impressionanti, letterarie, lettere, diari di tutte e tre le epoche. Testimonianze che ci riportano indietro nel tempo e che allo stesso tempo sono di nuova attualità.

Abbiamo sentito come Harry Graf Kessler, attento cronista a Berlino, abbia vissuto gli eventi precipitosi nei giorni intorno al 9 novembre 1918, i giorni in cui finì la Prima guerra mondiale, l’imperatore abdicò, iniziò una rivoluzione e infine vinse la democrazia, lo spirito del 1848 si era fatto strada.

Abbiamo anche sentito quanto fossero disperati Nelly Sachs e Paul Celan di fronte alla violenza brutale e sfrenata contro gli ebrei nei pogrom del 9 novembre 1938. Quella notte, in cui la catastrofe dell’uccisione degli ebrei europei gettava già la sua ombra minacciosa. “Marcire in una tomba aperta senza morire”, così Nelly Sachs descriveva la sensazione di minaccia che provava come ebrea in Germania.

E abbiamo ascoltato poesie di Elke Erb, Barbara Köhler, Nadja Küchenmeister. Poesie del e sul periodo del 9 novembre 1989: sul nuovo modo di pensare e sulla luce, sulle manifestazioni e sul coraggio delle persone; sulla gioia e sulle speranze legate alla caduta del muro, ma anche sui timori e sulle delusioni che ne sono seguiti.

Tutte queste testimonianze ci mostrano che il 9 novembre non ci rende certo la vita facile. Ma proprio per questo ci dice molto su di noi e sul nostro Paese. Dobbiamo ascoltare!

Consideriamo questo anniversario del 9 novembre come un sismografo. Cosa ci dice su ciò che ci unisce e ciò che ci divide, su come viviamo insieme e su ciò che è importante per noi? Quali sconvolgimenti e attriti, quali oscillazioni e fratture nella nostra società registra?

A 107 anni dal 9 novembre 1918, data della proclamazione della prima Repubblica tedesca, la nostra democrazia liberale è sotto pressione. Populisti ed estremisti deridono le istituzioni democratiche, avvelenano i nostri dibattiti e fanno affari con la paura. Il tabù di professare apertamente tale radicalità non vale più per molte persone. Il copione degli antidemocratici, a volte ci sembra, funziona senza sforzo. La domanda è: cosa abbiamo da opporre?

87 anni dopo i pogrom del 9 novembre 1938, l’abisso nella storia tedesca, l’antisemitismo non è tornato, perché è sempre stato lì. Ma dal 7 ottobre 2023 ha registrato un’impennata anche qui in Germania. Proviene dalla destra, dalla sinistra, dal centro, è presente tra gli immigrati musulmani.
Gli ebrei hanno paura di mostrarsi apertamente; i genitori ebrei accompagnano i figli a scuola con una sensazione di disagio; gli studenti ebrei sono oggetto di ostilità; gli uomini con la kippah vengono aggrediti violentemente in pieno giorno.

Proprio noi, i discendenti di coloro che il 9 novembre 1938 erano autori o curiosi, incapaci di solidarietà con i vicini ebrei, o che hanno distolto lo sguardo. Proprio noi non riusciamo a porre fine a questo antisemitismo.

 E a 36 anni dal 9 novembre 1989, il giorno della caduta del muro? Sentiamo crescere nuovamente l’estraneità tra tedeschi dell’Est e dell’Ovest e svanire il ricordo della forza della rivoluzione pacifica. Non è facile per noi trarre forza e incoraggiamento duraturi da quelle ore felici. Eppure, questo 9 novembre ci insegna soprattutto questo: che abbiamo il nostro destino nelle nostre mani, se trasformiamo la paura in fiducia, se un numero sufficiente di persone si unisce e insieme cambia le cose in meglio.

Quando guardiamo al nostro Paese, ci stropicciamo gli occhi: non siamo forse un Paese forte, una democrazia consolidata, uno Stato di diritto stabile, un Paese prospero con un’economia efficiente? Certo che lo siamo. Ma allo stesso tempo c’è una grande inquietudine in una società che appare profondamente insicura. Sempre più spesso sento conversazioni preoccupate: “Come andrà avanti per noi qui” – se i partiti estremisti diventano più forti, se le persone con un passato di immigrazione, se gli ebrei non sono più al sicuro? È possibile che non abbiamo imparato nulla dalla storia?

Chi mi conosce un po’ sa che non credo nell’allarmismo e tanto meno negli scenari apocalittici che vanno di moda in questo momento. Ma credo che sia giunto il momento di guardare in faccia i pericoli senza illusioni. Non dobbiamo scivolare prima in una nuova fascinazione per l’autoritarismo e poi in una nuova mancanza di libertà, per poi dire tutti: “Non era nostra intenzione. Non lo sapevamo”. Proprio oggi, 9 novembre, lo dico quindi chiaramente: possiamo sapere. E sappiamo!

La stragrande maggioranza delle persone nel nostro Paese vuole vivere in democrazia e libertà. Possiamo contare sulla nostra esperienza democratica pluridecennale, sul successo del nostro Paese e sulle tante persone che lo sostengono. Ma è anche vero che mai nella storia del nostro Paese riunificato la democrazia e la libertà sono state così minacciate. Minacciate da un aggressore russo che ha distrutto il nostro ordine di pace e dal quale dobbiamo proteggerci.

E attualmente minacciate da forze di estrema destra che attaccano la nostra democrazia e guadagnano consensi tra la popolazione. Secondo me, non basta semplicemente aspettare che la tempesta passi e rifugiarsi in un luogo sicuro. Non abbiamo tempo da perdere. Dobbiamo agire. Possiamo agire! La nostra democrazia non è condannata ad arrendersi! La democrazia può difendersi!

I padri e le madri della nostra Costituzione hanno provveduto affinché fossimo in grado di difenderci. Tutti loro avevano vissuto la distruzione della democrazia di Weimar da parte dei suoi nemici interni, una democrazia distrutta con i mezzi della democrazia. Avevano sperimentato amaramente l’impotenza dello Stato e delle sue istituzioni. Questo non doveva ripetersi, e per questo nella Costituzione e nel diritto penale sono stati sanciti strumenti per proteggere la nostra libertà da coloro che la attaccano. Abbiamo questi strumenti a nostra disposizione!

L’incitamento all’odio razziale, la diffusione di contenuti che incitano all’odio contro le minoranze, la diffusione di slogan nazisti o la minimizzazione pubblica della Shoah; incitamento alla violenza e uso della violenza, tentativi violenti di distruggere l’ordine costituzionale – che siano di destra, di sinistra o islamisti: chiunque commetta tali attacchi è perseguibile penalmente e, ovunque essi vengano commessi, lo Stato di diritto non deve indietreggiare. A tal fine sono necessarie le risorse necessarie e la necessaria vigilanza.

Lo Stato di diritto è fondamentale per la difesa della democrazia. Non è un caso che gli attacchi alla democrazia spesso inizino con attacchi alla giustizia. Basta guardare alcuni dei nostri paesi vicini. Per questo è importante intervenire in modo unito e deciso non appena viene messa in discussione l’indipendenza e la legittimità della giustizia. Sono grato che un’ampia maggioranza del Bundestag abbia rafforzato la posizione della Corte costituzionale federale nella Legge fondamentale. Ciò dimostra che possiamo agire se lo vogliamo.

Essere pronti a difenderci significa che le amministrazioni comunali, la polizia, l’esercito, gli insegnanti delle scuole, i docenti universitari devono tutti difendere i nostri valori, in modo inequivocabile, giorno dopo giorno. Naturalmente, i funzionari pubblici devono essere neutrali nell’esercizio delle loro funzioni in senso partitico. Tuttavia, non possono essere neutrali quando si tratta dei valori fondamentali della nostra Costituzione. Devono professare il nostro ordinamento liberale e democratico e difenderlo.

Nel 1949, i padri e le madri della Costituzione non volevano immaginare che oppositori dichiarati della democrazia potessero nuovamente infiltrarsi nei centri nevralgici della politica e del servizio pubblico. Questo deve essere impedito, in particolare nei casi in cui prestano servizio coloro che hanno il compito di proteggere il nostro ordine democratico all’interno e all’esterno e che per questo portano armi, ovvero la polizia e l’esercito.

Chi si oppone al nucleo liberale della nostra Costituzione non può essere giudice, insegnante o soldato. I nemici della Costituzione possono anche essere esclusi dall’elezione a presidente di provincia o sindaco. Tale esclusione non è di per sé antidemocratica. Al contrario: è espressione di una democrazia forte!

Lo stesso vale, in linea di principio, per lo strumento del divieto dei partiti. A sua tutela, la nostra Costituzione prevede la possibilità di vietare associazioni e gruppi, di escludere i partiti dal finanziamento statale e persino di vietarli completamente se si oppongono in modo aggressivo e combattivo al nostro ordine liberale e democratico. Gli ostacoli giuridici per un tale divieto sono molto elevati e le procedure sono lunghe. La decisione spetta alla Corte Suprema.

In questi giorni, i gruppi di estrema destra gridano istintivamente su questo tema: “È antidemocratico!”. Posso solo dire: avete voi stessi il controllo della situazione!

Attaccano la nostra Costituzione, si oppongono ad essa, vogliono un altro sistema non liberale? La risposta della nostra Costituzione è chiara: un partito che intraprende la via dell’aggressiva ostilità verso la Costituzione deve sempre mettere in conto la possibilità di essere vietato.

O così, oppure, nonostante tutti gli aspri scontri politici, rispettano le istituzioni democratiche, la dignità e i diritti di ogni persona, la libertà politica e l’integrità e la validità delle elezioni democratiche, il vincolo e la validità della legge e l’indipendenza della magistratura? Queste sono le regole che valgono per tutti coloro che aspirano al potere politico in Germania.

Il divieto di un partito è l’ultima ratio di una democrazia forte. Ma metto in guardia dal credere che sia la questione decisiva. Quando – e se – questo strumento sia appropriato, se a un certo punto sia addirittura inevitabile, questo dibattito politico deve essere condotto, e lo sarà. Se sussistano i presupposti, questo deve essere verificato e valutato.

Ma in nessun caso possiamo rimanere inerti fino a quando queste questioni non saranno chiarite. La questione cruciale è: come reagiscono ora le forze politiche moderate nei confronti di chi disprezza la democrazia e degli estremisti? Quanto è convincente la loro narrativa politica? Quanto sono saldi i partiti democratici?

La nostra esperienza storica ci insegna che il tentativo azzardato di domare gli antidemocratici concedendo loro il potere non è fallito solo a Weimar. L’estremismo non trionfa mai da solo, avverte lo scienziato americano Daniel Ziblatt. “Ha successo”, dice, “perché altri lo rendono possibile“. Questo è l’insegnamento duraturo della Repubblica di Weimar.

E questo è un insegnamento che possiamo portare con noi ai giorni nostri. Non deve esserci alcuna collaborazione politica con gli estremisti. Né nel governo, né nei parlamenti. Se ciò comporta l’esclusione di una parte del parlamento democraticamente eletto dalla partecipazione al processo decisionale, tale esclusione è comunque una scelta volontaria. E chiunque accetti le regole ha la possibilità di tornare sul campo democratico, di diventare attivo e di essere efficace. Impedire il successo dell’estremismo, invece di renderlo possibile, è ciò che conta ora.

Sì, e le decisioni di incompatibilità e i muri di protezione sono un segnale. Un segnale sì, ma non una garanzia. Anche i muri di protezione sono porosi se non si mantiene la distanza dal linguaggio, dal risentimento, dalle immagini nemiche dell’estrema destra. In molti luoghi d’Europa vediamo come i partiti di estrema destra combinino una dura opposizione al sistema con l’autominimizzazione; come tali partiti si propongano anche in Germania al centro come partner che provengono dalle stesse radici borghesi. Consiglio di non cadere in questa trappola.

La politica borghese è qualcosa di fondamentalmente diverso dall’estremismo. Non è legata ad alcuno schieramento, ma descrive l’atteggiamento comune di tutti i democratici: libertà, responsabilità, senso di comunità, ragionevolezza, senso della misura.

Gli estremisti portano ostilità nella vita sociale e distruggono la fiducia nella società – la politica borghese costruisce fiducia e crea coesione. Gli estremisti puntano sulla divisione – la politica borghese lavora alle alleanze democratiche. Gli estremisti evitano le soluzioni praticabili, mentre la politica borghese mira a migliorare la vita delle persone. Gli estremisti incitano all’odio contro l’Europa, mentre la politica borghese si sforza di tenere unita l’Europa. Gli estremisti di destra aderiscono a un’ideologia nazionalista e autoritaria, fondamentalmente misantropa, mentre la politica borghese rispetta l’individuo, la sua dignità e la sua libertà. Estremismo e borghesia: non possono coesistere, sono opposti fondamentali.

Questa chiarezza interiore dovrebbe guidare tutti i partiti democratici. Sì, lo so, il peso principale di questa demarcazione ricade sulle forze politiche di centro-destra. E questo peso è pesante. Ma non siete gli unici responsabili. Rivolgendomi esplicitamente alle forze politiche di centro-sinistra, aggiungo quindi: anche voi avete delle responsabilità. La definisco la responsabilità della giusta misura. Sfruttare ogni occasione per screditare in modo generalizzato le dichiarazioni sgradite come estremismo di destra; insinuare che il centro-destra sia addirittura alleato con l’estrema destra non solo è poco saggio, ma in questo modo anche voi stessi minate il muro di separazione. È pericoloso che temi come la migrazione e la sicurezza non possano essere discussi perché immediatamente si leva l’accusa di razzismo. Ciò significherebbe lasciare all’estrema destra l’egemonia su temi che preoccupano e destabilizzano la società. Questo non deve accadere!

Contrastiamo il disprezzo per la democrazia con la nostra identità di democratici. Non tralasciamo nulla. Non tacciamo quando è necessario agire. Affrontiamo i problemi reali! Orientati alla questione, impegnati a trovare buone soluzioni, con ragionevolezza, decenza ed empatia – e con la fiducia che possiamo cambiare le cose in meglio.

Affinché ciò avvenga, è necessaria la capacità di agire in Parlamento! Il Parlamento è il cuore della nostra democrazia. Weimar fallì quando il Reichstag non riuscì più a ottenere maggioranze affidabili. Anche il nostro Parlamento ha bisogno di maggioranze stabili per poter funzionare. Questa è la responsabilità di ogni singolo deputato.

Ma per questo è necessario anche uno spazio pubblico libero, in cui si possano scambiare argomenti e ascoltare le persone, in cui il compromesso abbia una possibilità. La violenza e le intimidazioni non hanno posto in questo spazio. I candidati elettorali che hanno paura nelle piazze, le iniziative democratiche che devono nascondere i propri indirizzi, i volontari che aiutano i rifugiati e vengono insultati: tutto questo è veleno per la nostra democrazia. La violenza politica, in qualsiasi forma essa si manifesti, non solo deve essere perseguita con severità dal punto di vista penale, ma deve anche essere condannata da tutti noi.

Lo spazio pubblico oggi comprende sempre più anche Internet e i social media. Le menzogne, la demagogia, l’incitamento all’odio, lo scherno e l’odio che vi vengono diffusi milioni di volte in frazioni di secondo sono diventati un pericolo per la democrazia. Sappiamo da tempo che gli algoritmi alimentano l’indignazione, la polemica e il tumulto, che fomentano la paura e la rabbia. Essi minano la fiducia negli argomenti razionali e nella politica democratica, radicalizzano le persone, alimentano l’estremismo e inducono alla violenza. Lo abbiamo visto più volte.

Cosa stiamo aspettando? È giunto il momento di affrontare efficacemente questo pericolo. Lo sanno tutti. Pertanto, il dibattito sulla protezione dei giovani dai social media non deve protrarsi troppo a lungo e non deve certo finire nel nulla. Inoltre, abbiamo bisogno di regole efficaci e strumenti intelligenti che ci uniscano invece di dividerci, che tirino fuori il meglio dalle persone e non il peggio. Il futuro della nostra democrazia, ne sono certo, si deciderà in rete. Se affermiamo la nostra pretesa di far rispettare le regole democratiche su Internet, anche la democrazia si affermerà!

Cari ospiti, l’affermazione della democrazia: è il compito del nostro tempo. È un compito importante. Potremo portarlo a termine solo insieme.

Sì, ci sono molti che tacciono e aspettano. A loro vorrei dire: intervenite! Ciò di cui abbiamo bisogno ora sono democratici attivi che alzino la voce, in Parlamento, allo stadio, al bar, a scuola, alla fermata dell’autobus e sul posto di lavoro.

Sì, ci sono quelli che si sentono impotenti e indifesi. A loro vorrei dire: abbiamo già superato tante crisi. Abbiamo abbattuto muri. Abbiamo raggiunto traguardi che sembravano irraggiungibili. E anche questa volta abbiamo il potere di farlo.

Ci sono persone che sono insoddisfatte, che sono in conflitto con la politica. A loro vorrei dire: nella democrazia la critica non solo è consentita, ma è necessaria. Ne abbiamo bisogno per migliorare. Chi però si rifugia nell’estremismo perde ogni possibilità di partecipare attivamente. Per questo vi chiedo: non perdete la pazienza con la democrazia!

E per fortuna ci sono anche moltissime persone che si impegnano. Persone che pensano a qualcosa di più che a sé stesse, persone che si impegnano: nella politica comunale, nelle associazioni sportive, nei club, nelle iniziative. Sono anziani e giovani, donne e uomini, provengono da famiglie che vivono qui da generazioni e da famiglie che sono arrivate da poco. A loro dico: grazie! Perché voi date speranza a tutti noi. Siete voi a tenere insieme la nostra società. Abbiamo bisogno di voi ora, proprio ora, con tanta urgenza!

Signore e signori, il sismografo del 9 novembre ci mostra le scosse, le crepe nella nostra società. Ci mostra il pericolo che corre la nostra democrazia. Ma credo che, se lo leggiamo correttamente, ci fa anche capire cosa bisogna fare.

Sappiamo dove porta il fatto che le persone siano emarginate, perseguitate, torturate perché considerate diverse, fino al punto che alla fine venga loro negata persino ogni umanità. Questo è il monito del 9 novembre 1938. È la lezione più importante che ci ha insegnato la nostra storia. È la sconvolgente e inquietante consapevolezza che i tedeschi sono stati capaci del crimine contro l’umanità della Shoah, che hanno ideato, pianificato e sistematicamente attuato lo sterminio degli ebrei europei. La responsabilità che ne deriva è quella del “Mai più!”. E questo significa che dobbiamo combattere l’antisemitismo, indipendentemente da dove provenga.

Il 9 novembre 1918 ci ricorderà sempre quanto siano preziosi la pace e la democrazia e che, una volta conquistati a fatica, non sono mai garantiti per sempre.

E infine il 9 novembre 1989. Quanto possiamo essere forti quando la paura cambia lato, quando lottiamo insieme per una causa. Credo che faremmo bene a onorare questo evento in modo molto più forte nella nostra memoria collettiva tedesca. Continuiamo a scrivere questa storia nel futuro: la storia del coraggio, della forza, della comunità.

Gli estremisti di destra attirano con il dolce veleno della rabbia, “quelli lassù” sono i presunti nemici. Attirano con la promessa di una leadership autoritaria e con la fine delle eterne dispute. Ci attirano con un nazionalismo trionfante: finalmente la Germania tornerà ad essere grande.

Abbiamo così tanto da opporre a tutto questo. Abbiamo il diritto. La libertà. L’umanità. La cultura. L’orgoglio per il nostro Paese e per tutte le sue persone. Siamo diversi, viviamo in campagna o in città, nell’est o nell’ovest, siamo immigrati o nati qui, ma apparteniamo tutti a questo, al nostro Paese. Il nostro patriottismo è, sì, un patriottismo dai toni sommessi. Deve esserlo, perché la responsabilità della nostra storia non svanisce.

Tutto questo ci unisce e ci dà fiducia. Fiducia in noi stessi e ottimismo: non abbiamo bisogno di nulla di più urgente! Perché sono fermamente convinto che dalla continua competizione degli scenari apocalittici non nasca alcuna forza. Il mio desiderio in questo 9 novembre viene dal profondo del cuore: restiamo uniti per affermare la democrazia e l’umanità! Non rinunciamo mai a ciò che ci contraddistingue.

Abbiate fiducia in voi stessi! Facciamo ciò che deve essere fatto!

Il Castello di Bellevue

 *A*

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Un film per ricordare Yitzhak Rabin

Sara Natale Sforni

Con il secondo appuntamento della rassegna Israele plurale. Dov’è finita la pace? – dedicato alla memoria di Yitzhak Rabin nel trentesimo anniversario del suo assassinio – la sezione fiorentina di “Sinistra per Israele – Due popoli due Stati” ha proposto la visione del film di Amos Gitai Rabin, the Last Day (Israele, Francia, 2015, 153’, in ebraico con sottotitoli in inglese).

La proiezione è stata introdotta da Adam Smulevich, autore di E sceglierai la vita. Guerra e pace, lungo le strade di Yitzhak Rabin (Minerva, 2025), in dialogo con Sara Natale Sforni e Marco Pierini.

Obiettivo di questo cineforum ospitato dalla Comunità ebraica di Firenze, ma aperto alla cittadinanza, è mostrare fin nelle sue estreme conseguenze la “pluralità” di un paese tanto difficile da conoscere nelle sue molte componenti, spesso in contrasto, quanto facile da condannare in blocco, e offrire chiavi interpretative meno banali di quelle proposte quotidianamente dai media per comprendere il conflitto tra israeliani e palestinesi.

Riflettere su quel punto di svolta tanto traumatico della storia israeliana è più che mai utile oggi che al movimento dei coloni di cui l’omicida faceva parte appartengono alcuni ministri di spicco del governo Netanyahu.

Farlo con un film come quello di Gitai, incentrato sulle responsabilità politiche dell’attentato, oltre che sulle falle nel sistema di sicurezza indagate nel corso dell’inchiesta Shamgar, significa far propria un’idea non agiografica della memoria. Il messaggio politico del film è chiaro e ampiamente condivisibile.

Rabin non è stato solo la vittima di un fanatico e del suo ambiente di coloni estremisti, che nel firmatario degli accordi di Oslo vedeva un rodef (cioè un persecutore del popolo ebraico) che era lecito uccidere, ma di un diffuso clima d’odio, palpabile nelle manifestazioni di piazza, fomentato dall’estrema destra nazional-religiosa e tollerato da un partito laico e più moderato come il Likud.

Nei filmati dell’epoca, che si alternano sapientemente alla fiction, si vedono, tra gli altri, l’attuale ministro della Sicurezza Nazionale Ben-Gvir, appena diciannovenne, che minaccia esplicitamente Rabin mostrando il logo appena staccato dalla sua Cadillac, e Netanyahu, che di lì a qualche mese sarebbe diventato il più giovane primo ministro di Israele.

Il pubblico in sala è sembrato quasi più atterrito dal ghigno di Yigal Amir, dalle facce stralunate dei settlers e dal fanatismo dei loro capi spirituali che dalle urla degli anonimi terroristi del documentario The Last Recordings di Nadav Ben Zur (Israele, 2024, 60’), proiettato lo scorso 12 ottobre. Potere del cinema d’autore o dell’attualità di un pericolo che dopo trent’anni si è ingigantito?

 *22*

Cronaca di una serata di successo

Marco Krivacek

Nel Pantheon dello Stato di Israele, in buona compagnia di Ben Gurion, Golda Meyer, Shimon Peres, e pochi altri, spicca la figura di Yitzhak Rabin. La sua grandezza non riguarda solo il coraggio e il pragmatismo che hanno caratterizzato gli anni del suo secondo mandato da primo ministro, ma la sua intera esistenza. Ce ne ha parlato ampiamente e con passione lo storico Riccardo Correggia, con un’introduzione biografica che ha ripercorso le sue radici familiari, i fatti privati fondamentali per le sue scelte, la sua brillante carriera militare, il suo ingresso in politica, fino alla metamorfosi da Capo di Stato Maggiore a strenuo sostenitore della Pace.

Una vita intera letteralmente dedicata al servizio dello stato e che all’età di 70 anni lo porta ad accettare di candidarsi e di essere eletto premier, per cercare di portare a compimento il sogno della nazione: il compimento del processo di pace col popolo palestinese nel solco degli accordi di Oslo, che aveva faticosamente “portato a casa” insieme a Shimon Peres e Yasser Arafat. Lo racconta lui stesso nell’intervista a Channel 2 -della quale abbiamo proiettato uno spezzone- rilasciata al giornalista Yaron London pochi mesi prima di essere assassinato.

Degli accordi condotti segretamente dai negoziatori ospiti a Oslo tutti sanno; in meno ricordano invece le parole pronunciate da Rabin e Arafat di fronte al Presidente Bill Clinton, nel settembre del 1993. Abbiamo rivissuto quel momento storico e indimenticabile a Washington, grazie alla lettura in forma drammatica dei rispettivi discorsi da parte degli attori Davide Ortelli e Davide Fiano.

Abbiamo ricostruito l’atmosfera pesante delle settimane precedenti e lo smarrimento disperato delle settimane successive, all’assassinio di Rabin, con le video interviste ad Ariela Fajrajzen e Marina Foà, italiane in Israele da decine di anni e attiviste politiche a vario livello nei partiti, Mapam, poi Meretz e oggi Democratici. Le parole che abbiamo ascoltato sono un misto tra disincanto e fatica di chi ha speso una vita a lottare per un Israele democratico e la tenacia nel non voler mollare e cedere il passo a fanatici e nazionalisti religiosi.

Un privilegio poter ascoltare le parole di Tsvia Walden Peres, figlia del Presidente Shimon Peres. Una donna solare e positiva che ha trasmesso una dose di ottimismo a tutta la sala. Per lei il mancato risultato degli accordi di Oslo (guai a usare la parola fallimento!) va guardato, come usava dire suo padre, in una prospettiva lunga, e cioè quello della storia millenaria del popolo ebraico. La situazione attuale, così come i fatti di nemmeno 80 anni di storia di Israele, sono eventi “provvisori”; si arriverà alla pace e alla convivenza tra due Stati, perché non esiste altra soluzione possibile… è solo questione di tempo.

Il nostro excursus non poteva terminare senza un confronto tra l’Israele del 1995 e quello di oggi.

In particolare, di come il Likud e le forze coalizzate, con l’astro nascente Benjamin Netanyahu, avessero messo a rischio la democrazia al punto che in certi ambienti poté maturare l’idea di assassinare Rabin e di come sempre Netanyahu ed i suoi ministri, stiano oggi minando la democrazia israeliana dalle fondamenta. Lo ha fatto per noi, con la sua consueta competenza, Gabriele Eschenazi, giornalista che ha sempre seguito da vicino le vicende politiche israeliane.

Le conclusioni della serata sono state affidate al presidente Emanuele Fiano, che con un accorato discorso ha ricordato a tutti noi che la nostra associazione da quando è nata e fino ad oggi, s’è sempre mossa su un terreno difficile, quello di chi non si lascia trascinare dagli eventi e mantiene con coerenza la sua linea fondativa: la ricerca del compromesso tra due popoli che vantano ognuno i propri diritti. Nessun malinteso poi su un altro caposaldo: Israele ha diritto di esistere e di difendersi e non ci sono boicottaggi nel campo della cultura, della ricerca universitaria e della politica, che noi accetteremo mai, e i nostri interlocutori naturali nella sinistra italiana devono saperlo.

 *23*

La violenza è stata messa a tacere dalla parola

Samuele Vianello

4 novembre 2025: la violenza è stata messa a tacere dalla parola, la propaganda è stata sconfitta dall’ostinata ricerca della verità.

Nella prestigiosa sala Marina Berengo che si affaccia sul Canal Grande Emanuele Fiano ha potuto concludere la conferenza del 27 ottobre interrotta dagli allievi di cattivi maestri.

Simone Rizzo, giovane senatore accademico di Ca’ Foscari e presidente dell’associazione universitaria FUTURA, ha salutato l’iniziativa della Rettrice Tiziana Lippiello con le seguenti parole: “Chi studia a Ca’ Foscari crede nella libertà di parola, nel rispetto della diversità e nel dialogo come strumenti fondamentali di crescita e di democrazia.
Chi studia a Ca’ Foscari ripudia la violenza, anche verbale, e il tentativo di prevaricazione per cui la libertà di qualcuno si esprime nel reprimere quella dell’altro.

Chi studia a Ca’ Foscari invita l’onorevole Fiano a parlare non come rappresentante di una delle due parti in conflitto, come se in quanto ebreo sia in qualche modo rappresentante di Israele o responsabile delle azioni del suo governo, ma perché la sua storia, il suo impegno civile e politico, la sua interpretazione storica e geopolitica dei fatti in corso sono, a nostro opinabile giudizio, un contributo prezioso per la nostra comunità.

Non necessariamente perché se ne sottoscriva ogni passaggio, ma perché contributo che rifiuta classificazioni e semplificazioni pericolose, che ci ricorda di una realtà più densa di qualsiasi concetto, che respinge una logica dualistica utile nei comizi meno alla pace, che non scorda il valore della giustizia, e allo stesso tempo ci invita al confronto con la contraddizione, la complessità, la sfumatura, in cui giusto e sbagliato non si distinguono con la lente dell’ideologia, ma sfuggono alla rigidità delle categorie che, per comodità o pigrizia, vorremmo imporre al pensiero, agli eventi, alla Storia.”

Fiano ha concluso la conferenza in presenza della ministra Anna Maria Bernini, della capogruppo alla Camera del Partito Democratico Chiara Braga, del Senatore Andrea Martella, dell’assessore del Comune di Venezia Simone Venturini, di Rav Alberto Sermoneta e del professore Dario Calimani.

Le università devono tornare ad essere luoghi di dibattito democratico e di tolleranza, di apprendimento laico e di cultura che respinga qualsiasi dogmatismo.

Per oltre due anni abbiamo assistito a violente interruzioni, aggressioni verbali e fisiche, spesso impunite, con il pretesto dell’antisionismo, nuova metastasi dell’antisemitismo.

Non si è trattato infatti di contestazioni ma di vere e proprie forme di violenza politica, cieca dinanzi ai fatti e sorda alle argomentazioni.

Abbiamo potuto dunque ribadire che non esiste soluzione per la causa palestinese che non passi attraverso la sicurezza di Israele, che il pogrom del 7 Ottobre non è stato un atto di resistenza ma un vile crimine contro l’umanità, e che si può, e si deve, criticare legittimamente Netanyahu senza scadere in retoriche mistificanti.

Ovvietà forse, ma non purtroppo in un contesto universitario dove, a titolo d’esempio, il boicottaggio accademico è diventata prassi consolidata e forse ingiustificata.

Gli studenti (e presunti tali) che hanno interrotto Fiano dovrebbero imparare dai loro colleghi israeliani, da coloro i quali hanno animato la contestazione a Tel Aviv, Haifa e nei kibbutzim, e non pretendere da Israele cose che non pretendono neanche per sé stessi – è infatti una forma di antisemitismo quella dei “doppi standard”.

Abbiamo ribadito l’ovvio, l’abbiamo fatto a Ca’ Foscari e continueremo a farlo, perché la Pace deve essere costruita da chi ha il coraggio del contraddittorio.

Scrivo da Gerusalemme, dove la convivenza è tangibile: d’altronde non sarebbe la Città della Pace.

Clicca qui o sull’immagine per vedere il video

 *****

Saul Meghnagi

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.

Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

*****

“Due anni dopo l’orrendo massacro del 7 ottobre, la furiosa risposta del governo Netanyahu e l’inizio della guerra di Gaza, l’uccisone di migliaia di civili palestinesi e lo scoppio della drammatica crisi umanitaria, il Medioriente è ancora nel caos…

… la scelta di Hamas di violentare la popolazione israeliana con l’obiettivo di creare una Palestina “dal fiume al mare“ … allontana la soluzione dei due stati, uno israeliano e uno palestinese, che vivano fianco a fianco in sicurezza.

Dopo il più clamoroso fallimento della sicurezza della sua storia, Israele ha ripristinato la deterrenza, ha spezzato uno dopo l’altro gli anelli della “catena della morte” preparata dall’Iran e dai suoi alleati, anche se non è riuscito a debellare il terrorismo palestinese e il fondamentalismo islamico.

Si delinea però il declino della “Mezzaluna sciita” iraniana e il sorgere di nuovi equilibri tra le potenze in nuovo Medioriente in cui Israele assume una nuova postura, ma allo stesso tempo deve fronteggiare il peggior isolamento internazionale della sua storia e la più grave ondata d’odio antiebraico dopo la Shoah…”.

La sintesi, sopra riportata, della quarta di copertina del libro di Giovan Battista Brunori (Il nuovo Medio Oriente. Il declino della Mezzaluna Sciita”, Belforte, Livorno, 2025) anticipa con chiarezza il contenuto di un volume che si differenzia, in modo interessante, dall’ormai ampia serie di pubblicazioni sul tragico conflitto.

Il testo ha, infatti, un carattere innovativo nella forma e nella sostanza: i due anni successivi all’orribile massacro sono descritti e commentati dall’Autore che, con una giusta punta di orgoglio scrive che

“la sede Rai di Gerusalemme ha sempre lavorato molto in passato, ma la guerra peggiore della storia di Israele e il conflitto di Gaza e nei Territori Palestinesi hanno provocato un’impennata senza precedenti: dal 7 ottobre 2023 ad oggi la sede realizza 10.537 servizi e dirette tv e radio per tutti i canali Rai, dei quali 6.539 curati dal sottoscritto” (p.12).

Il contenuto del volume – per ciò che riguarda la sostanza, non esente, come accennato, da novità comunicative – ha lo scopo, dichiarato e riuscito, di dare un ordine a diversi aspetti della situazione che si cerca di comprendere, da quelli macro-politici a quelli umani, fatti di sofferenza, paura, odio e, nel contempo, ricerca di una possibile uscita da una situazione difficilissima.

Il testo alterna la cronologia dei fatti all’analisi di temi specifici: da un lato l’effetto sorpresa dell’attacco di Hamas, la risposta di Israele in relazione ai diversi fronti di guerra, il caos determinato dall’aggressione violenta e inattesa, le notizie sugli stupri con la loro portata sulla forza del nemico, il dramma dei rapiti, la percezione di insicurezza, la ricerca degli ostaggi e la crisi umanitaria; dall’altro l’allargamento degli insediamenti ebraici, i nuovi attentati all’interno di Israele, l’incidenza della cultura woke nella trasformazione dell’immagine diffusa di Israele, del sionismo, degli ebrei, la “normalizzazione” dell’antisemitismo, come atteggiamento giustificato, in qualche modo, associandolo alla politica e dall’azione di Israele.

La tesi centrale del libro emerge nelle pagine finali con lucidità, pacata e decisa: qualunque sia il giudizio politico e umano su una guerra terribile, il tentativo iraniano di modificare, a proprio favore, l’assetto dell’area è fallito, la deterrenza, scelta da Israele, come fondamento della propria azione, ne ha ridotto significativamente le potenzialità; prospettive di una via d’uscita dall’impasse sembrano delinearsi, senza che siano attenuate le potenzialità delle diverse forze ostili a qualunque accordo che porti, come auspica l’Autore, a due stati che possano convivere in pace l’uno a fianco all’altro.

L’uso politico della religione – fattore certamente costitutivo ed essenziale delle diverse realtà che si contrappongono – deve fare spazio a un realismo politico fondato sull’idea che la Palestina è degli arabi (palestinesi) e degli ebrei (israeliani) e che tutti e due non hanno un luogo in cui andare. La pace si realizzerà se si troveranno forme di convivenza, capaci di resistere a tensioni e competizioni internazionali che si confrontano anche in questa area geografica. Traumi e risentimenti, dolori non sanabili in tempi brevi sono nell’animo dei contendenti.

La proposta, iscritta nella formula “due popoli due Stati”, è tanto complessa, quanto ragionevole. Brunori la condivide e fa propria offrendo, con questo suo lavoro un esempio importante di metodo di lavoro in grado di favorire un confronto serio anche nel nostro Paese.

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Simone Santucci

Si ringrazia Radio radicale
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RASSEGNA VIDEO

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TUTTA la CONFERENZA –
Se vivi su un’isola fai amicizia col mare.
30 anni dall’assassinio di Rabin

Alessio Grazioli e Pantheon
Radio Radicale   20/11/2025

Yair Golan: Echoes of shots that killed Rabin
‘still resonate’ in government’s actions

Staff
Times of Israel   01/11/2025

Audizione di Yossi Beilin e Samieh Al Abed
sulla situazione geopolitica in Medio Oriente

Commissione Affari esteri
Web Camera   19/11/2025

Intervista a Yossi Beilin e Samieh El-Abed
Bruno Vespa
Rai – Porta a Porta   19/11/2025

 

Intervista a Yossi Beilin e Samieh El-Abed
David Parenzo
L’aria che tira   20/11/2025

 

Intervista a Yossi Beilin e Samieh El-Abed
Sky
Tg24   22/11/2025

 

Rassegna stampa e video-fotografica
sull’evento in ricordo di Yitzhak Rabin

SxI-2p2s
Facebook   23/11/2025

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