dalla Newsletter n°18 – Novembre 2025
Emanuele Fiano
Discorso tenuto il 20 novembre 2025 alla conferenza “Se vivi su un’isola fai amicizia col mare”
Yitzhak significa “ella rise”.
È il nome che nella Torah viene dato al figlio di Sara e Abramo.
Sara era così anziana che quando le fu annunciato che avrebbe avuto un figlio rise.
Le sembrava impossibile che dopo novant’anni di vita potesse ancora generare. E rise.
Rise di incredulità, di stupore, forse di paura. Eppure quel figlio nacque, prese quel nome. E continuò nella narrazione biblica la progenie del popolo ebraico.
Yitzhak è anche il nome di Rabin, la persona che oggi ricordiamo e onoriamo a trent’anni dal suo assassinio.
–
E, un po’ come Sara, anche noi oggi facciamo fatica perfino a immaginare che il sogno di Yitzhak Rabin, il suo sogno di pace, possa ancora realizzarsi.
Che il suo sforzo per arrivare alla soluzione di “due popoli due Stati”, che vivano uno accanto all’altro in sicurezza e in democrazia, possa davvero compiersi.
Eppure, per noi di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, quella forza straordinaria che Rabin mise nel progetto di pace, in quel percorso per arrivare al mutuo riconoscimento tra israeliani e palestinesi, è ancora oggi la radice della nostra speranza.
–
Non una speranza ingenua, non una speranza cieca. Una speranza consapevole, ferita, messa alla prova.
Perché quella speranza viene dopo il massacro del 7 Ottobre, dopo la terribile esperienza di questi due anni a Gaza, dopo le decine di migliaia di morti, dopo le tante famiglie distrutte in Israele e in Palestina, dai lutti, dall’orrore, dalla violenza, dalla lontananza, dalla fame.
Dopo le centinaia di migliaia di palestinesi sfollati e accampati e anche le decine di migliaia di israeliani sfollati al sud e al nord.
Certo, anche per noi oggi è difficile continuare a sperare.
Vediamo una fiammella microscopica in fondo a un tunnel lunghissimo. Ma noi pensiamo che la vita – e così la politica – senza una speranza, seppur lontana, remota, difficile, piccola, a cui aggrapparsi, non sia vita.
–
Questa sera non siamo qui per consolarci a vicenda, né per raccontarci una favola. Siamo qui testimoni di una fatica infinita e quasi sempre frustrante. Come è frustrante per quelli che oggi, come me, si definiscono sionisti, nel senso che difendono il diritto dello Stato di Israele ad esistere, non le scelte e le azioni o le parole del governo di Israele. Ma così non ci si può esprimere, rischi che ti venga tappata la bocca come a me è capitato a Venezia
Ma noi siamo qui per dire che, dentro questa oscurità, noi non vogliamo rinunciare all’idea che la pace sia possibile.
E non lo diciamo in astratto. Lo diciamo perché Rabin – e anche Arafat – lo hanno dimostrato con i fatti.
–
Rabin e Arafat, preceduti da chi preparò le trattative che voi questa sera avete la fortuna di “incontrare” attraverso i nostri ospiti, compresero una cosa elementare e difficilissima: che sarebbe stato impossibile far coincidere le due narrazioni della storia che ciascuno portava sulle spalle insieme al proprio popolo.
Da una parte, la consapevolezza della legittimità della fondazione dello Stato di Israele nel maggio del 1948. Dall’altra, la consapevolezza che quella stessa data rappresentava, per circa 700.000 palestinesi, la fuga o la cacciata dalle loro case, nel territorio su cui poi sorse lo Stato di Israele.
Capirono che insistere all’infinito per far coincidere quelle narrazioni, per costringere l’altro ad abbandonare la propria memoria, era inutile. Avrebbe significato continuare a produrre lutti, morte, violenza, assenza di futuro e di speranza per i loro figli e per i loro nipoti.
E allora decisero un’altra cosa: che non sarebbero riusciti a unificare la narrazione del passato, ma che potevano provare a far coincidere la narrazione del futuro. Accettando compromessi, rinunce, mediazioni.
La pace si fa con il nemico, avevano capito.
Non con chi ci è simpatico, non con chi la pensa come noi, ma con chi fino al giorno prima si percepiva come una minaccia esistenziale.
–
A questo servono le leadership forti, credute, che provano a mediare fino all’ultimo, posizioni che sembrano inavvicinabili, anche dentro la propria parte, se c’è un obiettivo condivisibile, spiegato, chiaro e positivo. Non sempre ci si riesce, chi ha questi ruoli lo sa, ma si deve provare fino in fondo. E certo se non ci riesce deve ammetterlo.
–
Ce lo dimostra quel sorriso freddo, quasi forzato, di Rabin quando stringe di malavoglia la mano di Arafat.
Ognuno dei due pensava dell’altro che avesse le mani intrise del sangue del proprio popolo. Era vero sostanzialmente. Eppure entrambi sapevano che, per il bene del futuro del proprio popolo, non sarebbero bastati né la forza dell’esercito, né la violenza del terrorismo. Sarebbe stata necessaria la costruzione paziente, faticosa, rischiosa, di una pace.
Questa sera, ricordando Rabin, non celebriamo un’icona lontana.
–
Riapriamo quella scommessa: la scommessa che solo la pace possa portare sicurezza a israeliani e palestinesi, diritti e libertà e democrazia a entrambi i popoli. Per questo non siamo qui per dimenticare nulla di quello che è successo in questi due anni. Non la violenza bestiale del 7 Ottobre, non la violenza che ha percorso Gaza, con le migliaia e migliaia di morti e di disperati e affamati che ci sono stati, non le violenze quotidiane dei coloni che assaltano villaggi e coltivazioni palestinesi In Cisgiordania, non le decine di migliaia di missili piovuti su Israele da parte di chi vorrebbe distruggerlo.
E certo, non dimentichiamo che nel governo attuale di Israele siedono figure che all’epoca fomentarono e furono vicino a chi poi materialmente uccise Rabin.
E non dimentichiamo le loro parole sulla deportazione dei palestinesi, o sull’annessione dei territori.
Così come non dimentichiamo il disegno di chi tra Hamas, Hezbollah o Iran vorrebbe la distruzione di Israele e in alcuni casi degli ebrei.
Ma per non dimenticare nulla, e poi guardare avanti, per farlo, abbiamo con noi persone che quella storia non l’hanno solo studiata, ma l’hanno vissuta in prima persona.
–
Permettetemi di ringraziare, prima di tutto, ognuno di coloro che ha reso possibile questa serata:
Piero Fassino, Alessandra Tarquini, e tutte e tutti coloro che, soprattutto qui a Roma, e ringrazio tutti coloro che hanno lavorato per l’organizzazione, attraverso il coordinatore di Roma Aurelio Mancuso, hanno contribuito, spesso nel silenzio, all’organizzazione di questo incontro.
–
E permettetemi di dirvi che avete una grande fortuna: quella di poter ascoltare dal vivo Yossi Beilin, che fu tra coloro che portarono avanti le trattative degli Accordi di Oslo e poi divenne ministro, e il ministro Samieh El-Abed, che si impegnò egli stesso in quelle trattative per parte palestinese.
Attraverso le loro voci potremo rimettere a fuoco un’idea semplice e rivoluzionaria: che non c’è contraddizione tra sicurezza di Israele e diritti dei palestinesi, tra libertà di un popolo e libertà dell’altro. La vera contraddizione è tra pace e guerra, tra politica e violenza, tra futuro e disperazione.
Noi, “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, vogliamo dire con chiarezza che non arretriamo da questa posizione: continuiamo a credere che solo un accordo politico, solo il riconoscimento reciproco, solo due Stati per due popoli possano onorare davvero la memoria di Yitzhak Rabin e impedire nuovi lutti.
Trent’anni fa un proiettile sparato da un estremista israeliano della destra terrorista pensò di fermare questa idea.
Non c’è riuscito.
Il processo di pace è stato tradito, fermato, logorato, ma la lezione di Rabin è ancora qui, davanti a noi, come un compito non assolto.
–
Sta a noi decidere se limitarci al lutto o trasformare questo lutto in responsabilità. Se accontentarci dei ricordi o lasciarci ancora provocare da quella domanda: fino a che punto siamo disposti a rischiare, a rinunciare a qualcosa, fino a che punto siamo disposti ad ammettere di non essere d’accordo per poi raggiungere un accordo? pur di costruire una pace vera? Oggi, in questo tempo buio, forse possiamo capire meglio di allora quanto fosse coraggiosa la scelta di Rabin. E forse, proprio per questo, abbiamo ancora più bisogno di lui.
Per noi, Rabin resta un faro, un maestro, una luce in fondo al tunnel. E chissà che, un giorno, quel nome – Yitzhak, “ella rise” – non torni a ricordarci che ciò che oggi sembra impossibile può ancora accadere. Che un giorno, invece delle lacrime, torni finalmente il tempo di ridere per la pace.
Tnu lashemesh laalot, la canzone della pace, fu l’ultima canzone cantata da Rabin prima di morire (permettete al sole di salire). Noi continuiamo a lavorarci.

