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Cosa trattiamo in questo numero
Victor Magiar
Editoriale
Si può parlare di Pace senza contrastare l’antisemitismo?
Walter Verini
Agli iscritti e agli amici di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”
Emanuele Fiano
Analisi e commenti
IN ITALIA
Sydney ci avverte che abbiamo un enorme, trascurato, problema di antisemitismo
Andrea Romano
Delrio, l’antisemitismo e il Pd. Un’insopportabile ambiguità
David Assael
L’incredibile storia del linciaggio di Delrio
Luciano Belli Paci
Perché Giorgia Meloni ha invitato a Roma Mahmud Abbas
Fernando Liuzzi
IN MEDIO ORIENTE
Una crescita costante. I rapporti economici tra Israele e i Paesi Arabi
Alessio Aringoli
Dalla prigione di Gaza a una voce globale per la pace
Rami Aman
Israele tra la seconda fase del Piano Trump e la richiesta di grazia per Netanyahu
Janiki Cingoli
Dall’Associazione
Bologna Presentazione del volume “Lo Stato degli ebrei” il libro che ha fondato un sogno
Anna Grattarola
Milano Israele, ebraismo e mondo post-coloniale: dialogo impossibile?
Giorgio Albertini
Roma La sala è piena. Cronaca di un’assemblea
Arturo Belluardo
Letture e Riletture
In preparazione del Giorno della Memoria
Saul Meghnagi
Rassegna stampa
Selezione di articoli della stampa nazionale e internazionale
Simone Santucci
Redazione
Contatti
*1*
Victor Magiar
Avremmo voluto dedicare questo numero per lanciare la nostra campagna di adesione presentando il bilancio di un anno vissuto intensamente: invece abbiamo dovuto spostare la nostra attenzione su altro, costretti non tanto dalle tragedie del mondo quanto dalle miserie di casa nostra.
È bene ricordare che “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” è stata l’unica organizzazione in Italia che in questi due anni ha tenuto aperto il filo del dialogo fra leader israeliani e palestinesi, e che ha dato voce ai dissidenti palestinesi in esilio e agli israeliani impegnati per la difesa democrazia e per la pace.
L’abbiamo fatto a inizio anno,
invitando al nostro Congresso sia il presidente dei Democrats israeliani che il rappresentante dell’ANP a Strasburgo, Yair Golan e Bernard Sabella (e tanti altri protagonisti, fra cui Daniel Cohn-Bendit).
L’abbiamo fatto a novembre,
con una Conferenza internazionale con gli “storici” negoziatori israeliani e palestinesi Yossi Beilin e Samieh El-Abed (e accompagnandoli per tre giorni in una maratona di incontri politici e di riflessione).
L’abbiamo fatto tutto l’anno,
dando voce ai dissidenti arabi (A. F. Alkhatib, Y. al-Sarraj, S. al-Din Odeh, A. Abu Ramadan, M. Tarazi, L. Alshareef, H. Howidy) e agli oppositori israeliani (S. Ben Ami, O. Lubaton Granot, Y. Vilk, R. Della Rocca, E. Calò, S. Della Pergola, M. Dviri, L. Fargion, M. Inon, B. Morris, O. Youdovich).
Lo facciamo anche oggi, con questo numero,
con una drammatica intervista (anche video) a Rami Aman, che ha dato vita al Comitato Giovanile di Gaza: vi consigliamo di leggerla!
Tutte voci difficilmente reperibili sui media italiani ma raccolte sul nostro sito alla pagina dedicata
https://www.sinistraperisraele.com/voci-dal-medio-oriente/
Lo facciamo raccontando aspetti controintuitivi, spesso non approfonditi, della vicenda mediorientale: l’enorme e continuo sviluppo dei rapporti economici fra Israele e i Paesi arabi; le dinamiche apparentemente contradditorie per realizzare la Fase Due del Piano Trump; la richiesta di grazia di Netanyahu.
Ma, mentre in Medio Oriente succedono cose importanti e gravi, a casa nostra scoppia un imbarazzante caso di analfabetismo culturale, di strumentalizzazione politica, di messa in discussione del patto democratico del nostro Paese.
A quanto pare nella nostra Repubblica – quella della Costituzione firmata da Umberto Terracini e del Manifesto di Ventotene firmato da Eugenio Colorni – non è possibile avere una legge specifica per il contrasto all’antisemitismo, per mille ragioni che però non valgono se applicate per altri fenomeni.
Con diversi contributi di politici ed intellettuali, abbiamo affrontato questa vicenda seriamente, sapendo bene quanto, in Italia e in Europa, l’antisemitismo abbia radici profonde, anche inconsce, anche nella “sinistra” che invece si ritiene immune a questo male… evidentemente qualcuno non ricorda le parole piuttosto tranchant di Lenin che recitava “L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli”.
Oggi, risultano decisamente attuali e più calzanti le parole del presidente Giorgio Napolitano:
“no all’antisemitismo anche quando si traveste da antisionismo… antisionismo significa negazione del-la fonte ispiratrice dello stato ebraico … delle ragioni della nascita, ieri, e della sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele … come italiani dobbiamo serbare il ricordo e sentire il peso degli anni bui delle leggi razziali del fascismo e delle persecuzioni antiebraiche della Repubblica di Salò”.
Questo deprimente quadro politico dà ancora più significato alla nostra campagna per d’adesione a “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.
Saremo presuntuosi ma… “siamo riusciti, spesso da soli, a supplire ai silenzi e alle esitazioni dei partiti, restituendo alla sinistra italiana una voce limpida, informata e coraggiosa su una delle questioni più delicate della scena internazionale”.
Quindi, conservate questo numero: troverete anche le informazioni per aderire o per sostenere la nostra Associazione, voce libera e ragionante, preziosa in un’epoca di propaganda, demagogia, denigrazione.
*2*

Si può parlare di Pace senza contrastare l’antisemitismo?
Walter Verini
A un paio di settimane di distanza dall’asprezza delle polemiche, delle scomuniche, dei linciaggi cui è stato fatto bersaglio Graziano Delrio per il suo DDL contro l’antisemitismo (e con lui i co-firmatari della proposta) è forse possibile fare un primo punto.
Togliamo di mezzo (senza dimenticare e sottovalutare) le tonnellate di insulti (diversi anche da dentro il Pd) e proviamo a guardare fatti che a me sembrano difficilmente confutabili.
Sidney e Bondi Beach hanno gridato una volta di più al mondo quanto sia diffuso, dilagante (dilagato) e pericoloso l’antisemitismo. Sì è vero, anche in Italia qualche irriducibile estremista “ProPal” (della ampia e composita – e non certamente tutta estremista – galassia) ha fatto finta di non vedere, ha fischiettato e si è girato dall’altra parte. Altri, a sinistra, hanno espresso sdegno un po’ con il freno a mano tirato. Ma il fatto è che in tutto il mondo e anche in Italia – in primis da Mattarella – il pericolo dell’antisemitismo è prepotentemente risuonato. E anche commentatori, opinionisti, hanno scritto pezzi davvero importanti e significativi. Ho finito pochi minuti fa di leggere quello, importante, di Massimo Recalcati.
Questo, unito alla determinazione di Delrio e dei sottoscrittori del DDL ha portato anche nel Pd ad abbassare i toni. Un po’ per ragioni di comunicazione (…”non mandiamo messaggi esterni di divisione” … “non possiamo apparire come un bunker da cui partono scomuniche contro dirigenti seri e stimati”… questo il Nazareno ha provato a fare dopo improvvide reazioni iniziali) un po’ perché una serie di critiche pregiudiziali, reazioni pavloviane, una serie di letture approssimative e superficiali del testo hanno lasciato spazio a riflessioni più meditate.
Certo, a smontare l’impalcatura fragile di pregiudizi e stroncature sono stati anche interventi di grande autorevolezza, serietà, lucidità e pacatezza che si sono susseguiti nel vivo delle polemiche di quei giorni.
Penso innanzitutto a parole contro l’antisemitismo pronunciate da Liliana Segre, Edith Bruck e, naturalmente, quelle pronunciate da Papa Leone XIV già all’indomani dell’attentato a Sydney e ribadite poi pure in una telefonata con il presidente israeliano Isaac Herzog.
Mi riferisco anche a interventi come quello – di grande rigore – di Guido Corso, o di Elena Loewenthal, di grande impatto. O di Luciano Belli Paci, davvero apprezzabile. Si potrebbe continuare.
Quello che intendo dire è che, passando oltre (ripeto, senza dimenticare, senza sottovalutare) insulti e anatemi, il tema del contrasto all’antisemitismo è stato ricollocato nella giusta dimensione nel dibattito pubblico. E allora si è tornati a discutere della emergenza rappresentata da questa drammatica piaga dalle radici secolari e da un presente fatto di fiori malvagi che continuano a sbocciare. Anche perché, pure a sinistra, c’è chi innaffia quelle malapiante.
Una emergenza che non può e non deve essere assimilata ad altre forme ed altri pericolosissimi fenomeni di odio, discriminazione, da contrastare e prevenire: uno su tutti, l’islamofobia.
E allora si è tornati a discutere con meno approssimazione. Per esempio della definizione IHRA scelta da Delrio per l’introduzione del suo DDL. Del fatto che il Parlamento Europeo l’abbia adottata con i voti favorevoli dei socialisti (e anche degli allora eurodeputati italiani, Schlein compresa). Del fatto che sia stata fatta propria da 23 Paesi su 27 dell’Ue. Del fatto che anche in Italia i fenomeni di antisemitismo sono aumentati del 400%.
Ha trovato poi spazio una riflessione più meditata e seria (davanti alle rozzezze demonizzanti e ai primitivismi analitici e politici) sul sionismo, le sue origini, la sua natura identitaria e comunitaria.

E si sono spazzate vie le preoccupazioni legate al fatto che la proposta di legge colpirebbe i diritti di critica, la libertà di opinione, la ricerca storica e storiografica.
Ma credo che ora sia chiaro: non è così.
Non avrei sottoscritto quel DDL se non avessi avuto la certezza di poter, per esempio, continuare a contrastare il Governo Netanyahu, i massacri di civili perpetrati a Gaza, un Governo che comprende al suo interno componenti esplicitamente razziste, suprematiste, contrarie in radice alla prospettiva dei due popoli, due Stati. Un Governo promotore anche di gravissimi indebolimenti della democrazia israeliana (sottomissione della magistratura, pena di morte, torture nelle carceri…).
Questi rischi, nel DDL Delrio, non ci sono.
E a coloro che continuano a paventarli in buona fede, ricordo che erano i medesimi paventati a proposito della legge Zan contro l’omofobia (ma solo dalla destra, in quel caso, guarda caso) e in occasione del voto parlamentare sul reato di negazionismo della Shoah. Ricordo bene quella vicenda. Alla Camera ero relatore di quel provvedimento. Ascoltammo quei rilievi, quelle preoccupazioni.
E, dopo un confronto serio, trovammo una formulazione inequivocabile, che si inserisce in un quadro normativo volto a punire l’hate speech e la discriminazione, anche in adempimento ad obblighi internazionali. E nessuno, dal 2016, è stato perseguito per avere espresso opinioni su questo tema.
La proposta Delrio è tutta tesa a prevenire e contrastare l’odio e la discriminazione antisemiti, nelle scuole, nelle università, nella rete, nella società. Non a caso non cita gli “esempi” successivi alla definizione. Non prevede – a differenza di provvedimenti presentati da forze di destra – alcuna sanzione penale. Ecco, se si vuole davvero lavorare in sede parlamentare su questo tema, con spirito serio e davvero responsabile, sarebbe utile innanzitutto che la destra dismettesse l’elmetto tipico di Gasparri e cominciasse a mettere da parte ghigni di soddisfazione nei confronti delle divisioni emerse a sinistra e strumentalità. Ce la farà? Ci proverà? O prevarranno intenti propagandistici, elettoralistici?
Il contrasto all’antisemitismo è uno di quei temi davanti ai quali, secondo me, non possono essere consentiti a nessuno atteggiamenti di piccolo cabotaggio partitico. Vale per tutti, ovviamente.
Vale anche per il mio partito, il Pd. C’è stata una riunione di gruppo. Clima serio, di ascolto. Delrio e gli altri firmatari erano quello che sono sempre stati (come tutti gli altri senatori e senatrici): parlamentari rispettati, da ascoltare, con cui dialogare per trovare sintesi. Non avevo dubbi, su questo: conosco il Pd e non è pensabile che il tema antisemitismo possa essere affidato a qualche estremista radicale (sia pure amministratore locale) che vorrebbe “Fuori i sionisti dal Pd”, intendendo in una locandina i firmatari del DDL, con relative facce tipo “wanted“. Quello che sta avanzando è un tentativo di comporre una possibile sintesi inserendo, oltre alle azioni e le strategie di contrasto all’antisemitismo, anche altre forme e direzioni d’odio. Si cita ovviamente l’islamofobia. Discutiamone.
Io continuo a pensare che l’antisemitismo abbia una sua specificità, una sua “unicità” storica, e, passando per l’orrore dei sei milioni di morti della Shoah, una sua attualità. La stessa Commissione presieduta da Liliana Segre, del resto, lavora contro “il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e alla violenza“. Cioè si cita espressamente, non a caso, l’antisemitismo.
Ecco, credo si debba lavorare tutti insieme su questo filone, costruendo con sensibilità, rispetto e intelligenza politica un testo il più possibile condiviso, per prevenire e contrastare l’antisemitismo. Un testo, un articolato che – secondo me – dovrebbe fugare ogni residuo dubbio di limitazione a idee ed espressioni di opinione. Che dovrebbe marginalizzare gli aspetti legati alle sanzioni penali. E che dovrebbe certamente ribadire (nelle premesse, nelle relazioni, nella discussione), la volontà unanime di contrastare altre forme di odio e discriminazione, che nel mondo riguardano i mussulmani, gli stessi cattolici o altre etnie perseguitate. Al momento il DDL Delrio è quello che più di tutti, forse l’unico tra altri disegni depositati e intenzioni annunciate, si avvicina di più a questo punto di caduta.
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*3*
Agli iscritti e agli amici di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”
Emanuele Fiano
Care amiche e cari amici,
compagne e compagni,
in un tempo in cui il dibattito pubblico sembra rinunciare alla complessità, noi di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” continuiamo a pensare che la pace non sia uno slogan, ma un lavoro paziente, quotidiano, fatto di idee, studio, relazioni, presenza politica. È con questo spirito che vi scriviamo: per chiedervi un sostegno rinnovato e un impegno più largo, perché il 2026 sarà un anno decisivo.
“Dal 7 ottobre alla pace”: un’eredità da non disperdere
Il nostro percorso si è nutrito anche delle parole del manifesto “Dal 7 ottobre alla pace”, firmato da quasi 2000 personalità politiche, culturali, accademiche e della società civile. Un testo che ricorda che “non esistono scorciatoie militari alla pace” e che solo il riconoscimento reciproco, “dell’esistenza e della dignità di entrambi i popoli”, può aprire una prospettiva di futuro.
Quel manifesto ha indicato una strada chiara: rifiutare ogni estremismo, opporsi alla cultura della demonizzazione, sostenere con la stessa determinazione il diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele e il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato pienamente sovrano. Non parole astratte, ma impegni concreti.
Un ruolo politico conquistato sul campo.
Dall’ultimo Congresso di febbraio 2025, “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” ha saputo costruire un profilo politico di primo livello. Con iniziative pubbliche, conferenze, dossier, prese di posizione e interventi sulla stampa, con relazioni continue con il Partito dei Democratici in Israele, con le associazioni di cooperazione tra israeliani e palestinesi, con i protagonisti sul campo che ancora nutrono la speranza della pace, siamo riusciti spesso da soli a supplire ai silenzi e alle esitazioni dei partiti, restituendo alla sinistra italiana una voce limpida, informata e coraggiosa su una delle questioni più delicate della scena internazionale.
Abbiamo riportato al centro della discussione ciò che altri lasciavano ai margini: l’analisi delle politiche israeliane ed europee, il destino della sinistra israeliana, il futuro dell’Autorità Palestinese, il ruolo del diritto internazionale, la tutela dei civili in tempo di guerra.
Una presenza che molti, anche oltre i nostri confini, hanno riconosciuto come indispensabile.
Mettere attorno a un tavolo israeliani e palestinesi: l’impossibile che diventa possibile
In un anno segnato da tensioni, violenze, incomprensioni, pochi come noi hanno saputo promuovere incontri pubblici tra israeliani e palestinesi, dando voce a chi lavora ogni giorno per tenere aperta la possibilità di una soluzione politica.
Abbiamo mostrato – con i fatti – che esiste ancora un mondo che non si arrende, che continua a credere che la coesistenza non sia un’illusione ma un progetto che può essere coltivato. Che lo spazio del dialogo non è morto, ma ha bisogno di essere difeso, sostenuto e ampliato.
Una comunità che cresce: la newsletter e la nostra rivista.
Oggi più di 4 mila persone seguono la nostra newsletter: una comunità larga, competente, curiosa, che ogni mese riceve una vera e propria rivista di valore scientifico e culturale. Un luogo dove trovano spazio analisi, testimonianze, ricerche, riflessioni che difficilmente la stampa periodica italiana offre.
Raccontiamo storie, esperienze, idee che altrimenti non circolerebbero: la vita nei kibbutzim progressisti, la crisi della sinistra israeliana, il grande dissenso verso le inaccettabili politiche di Netanyahu, le reti palestinesi impegnate sul terreno sociale e civile, il lavoro delle ONG di pace, gli studi degli accademici italiani e internazionali. Questo patrimonio cresce solo se cresce la nostra comunità.
Un momento delicatissimo: un argine necessario
In una fase storica in cui assistiamo a un preoccupante rigurgito di antisemitismo, la nostra presenza è ancora più indispensabile: come argine culturale e civile, come punto di equilibrio nel dibattito pubblico, come voce capace di difendere con serietà e lucidità sia il diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele sia la prospettiva della nascita di uno Stato palestinese.
Un equilibrio che oggi è raro, e proprio per questo ancora più prezioso.
Perché serve il tuo sostegno ora
Tutto questo – l’elaborazione culturale, il lavoro politico, la capacità di incidere nel dibattito nazionale – è stato possibile grazie all’impegno volontario di tante e tanti di voi. Ma se vogliamo programmare nuove iniziative per il 2026, all’altezza di quelle che quest’anno hanno davvero fatto la differenza, abbiamo bisogno di una partecipazione più forte.
Abbiamo bisogno di voi
Un appello: rinnova o aderisci ora per il 2026
Vi chiediamo – con franchezza e con la passione che ci contraddistingue – di aderire a “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” o di rinnovare la vostra iscrizione.
Far parte dell’associazione significa sostenere un progetto politico serio, pulito, informato. Significa partecipare a un lavoro collettivo che oggi più che mai è necessario. Significa non lasciare soli i costruttori di pace, e non lasciare la discussione pubblica in mano alle semplificazioni, agli estremismi, ai professionisti dell’odio.
Il 2026 può essere l’anno in cui allarghiamo ancora di più lo spazio del dialogo e della democrazia. Ma lo può essere solo con il vostro aiuto.
Rinnovate, aderite, partecipate.
Perché la pace non arriva da sola.
La si costruisce insieme.

Per aderire,
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Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati
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Associazione La Sinistra per Israele
Banca Patrimoni Sella
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IN ITALIA
Sydney ci avverte che abbiamo un enorme, trascurato, problema di antisemitismo
Andrea Romano

Questo articolo è stato pubblicato su
HuffPost il 14 dicembre 2025
Gli assassini di Sydney sono stati armati dalle parole dell’antisemitismo, prima ancora di trovare i fucili con cui hanno massacrato la folla che celebrava la festa ebraica della luce. E contro quelle parole è sempre più urgente mettere in campo, anche in Italia, una campagna politica e culturale che provi ad arginare quella che è una malattia sempre più pervasiva delle nostre democrazie. Perché quello antisemita non è un odio qualunque, uno dei tanti nei quali ci immergiamo ogni volta che facciamo un giro sui social.
Come non si stanca di ripetere Gadi Luzzatto Voghera (lo storico che dirige il Cedec, il Centro di documentazione ebraica contemporanea, il cui prezioso lavoro di monitoraggio dovrebbe essere seguito con attenzione quotidiana), l’antisemitismo è un linguaggio politico. Come tale viene adottato da forme diverse di militanza, di mobilitazione e di polemica prendendo di mira una specifica comunità culturale e religiosa e attribuendole la responsabilità dei mali del mondo. Succede da secoli, ma negli ultimi anni la politica ha scelto nuovamente di farvi ricorso spalancando le porte ad un’infestazione che ha raggiunto ogni angolo delle nostre comunità.
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L’Italia non ne è immune, e d’altra parte come potrebbe esserlo? È sufficiente entrare in una libreria, dove i titoli che echeggiano antisemitismo non vengono neanche più nascosti (uno tra i tanti, appena uscito: “La lobby ebraica. Mito e realtà di un “potere forte” in Italia e nel mondo”, scritto da un giornalista di un grande quotidiano italiano e pubblicato da un editore prestigioso come Ponte alle Grazie). Se poi non bastasse, ci si potrebbe affacciare sulla voragine nella quale sta sprofondando l’organizzazione dei Giovani Democratici che a Bergamo ha ritenuto di contestare l’ex deputato Pd Emanuele Fiano in quanto “sionista moderato”.
Non c’è bisogno di scomodare gli slogan di larga parte del movimento ProPal o l’orrida galleria delle dichiarazioni di Francesca Albanese, insomma, per riconoscere il ritorno potentissimo di un’ostilità che, al suo estremo, ha ripreso a minacciare e a uccidere. Alcuni si chiederanno se sia un problema di sinistra o di destra.
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Ma il vero problema è nel posizionamento che hanno assunto le parti politiche nei confronti di una malattia che ha contaminato tutti.
La destra assiste compiaciuta all’esplosione dell’antisemitismo di sinistra, immaginando che le proprie consolidate ambiguità sul tema vengano magicamente ripulite dalla difesa di qualsiasi azione di qualsiasi governo israeliano.
La sinistra, almeno nei suoi attuali gruppi dirigenti, scrolla le spalle davanti a quella che è ormai una vera emergenza. E illudendosi di conquistare qualche voto in più (quando è noto che qualsiasi militante ProPal si taglierebbe un dito prima di votare Pd) nasconde la polvere sotto il tappeto di un’immaginaria immunità morale al male che ha preparato e ispirato la Shoah.
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La verità è che ognuno dovrebbe fare le pulizie in casa propria, a destra come a sinistra, riconoscendo nell’antisemitismo un’emergenza democratica e combattendolo con gli unici strumenti che funzionano contro i pregiudizi.
Gli strumenti del contenimento culturale, la fatica della spiegazione e dell’insegnamento, l’intelligenza della prevenzione del male, la vergogna per chi se ne fa untore. Siamo ancora in tempo per provarci, prima che anche in Italia si ripetano le scene di sangue che il pregiudizio antisemita ha inflitto a troppe democrazie.
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*5*

Delrio, l’antisemitismo e il Pd. Un’insopportabile ambiguità
David Assael
Questo articolo è stato pubblicato su
“Domani” il 16 dicembre 2025
Dalle pagine di questo giornale [il “Domani” N.d.r.] Gianni Cuperlo chiede che venga trovata una sintesi all’interno del Pd sull’annosa questione dell’antisemitismo risorgente.
Ricordo sommessamente che quella sintesi già c’è stata, persino estesa a quello che oggi si chiama campo largo. Era il 2020, quando il governo Conte II, in cui militavano molte delle figure che oggi si riscoprono improvvisamente critiche, adottò la “definizione operativa” di antisemitismo formulata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), oggi assunta dal contestato DDL Delrio.
Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti: l’avvento dell’orrendo governo Netanyahu che comprende al suo interno una componente esplicitamente suprematista, razzista e antiaraba, il tentativo di orbanizzazione della democrazia israeliana attraverso la contestatissima riforma della giustizia e, naturalmente, la guerra di Gaza scatenata dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
Infine, un cambio ai vertici del Pd, dove si è insediata Elly Schlein, espressione dell’ala più movimentista del partito, da cui non a caso uscì durante la sua fase più «centrista». All’attuale leader va dato atto di aver contenuto le antichissime pulsioni anti-israeliane interne alla sinistra italiana, cercando di mantenere un punto di equilibrio fra le diverse anime del partito.
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Fino alla manifestazione del 7 giugno, dove, nonostante il tentativo, seppur fievole, del discorso della leader Pd di tenere insieme condanna al governo Netanyahu e di Hamas, sono sfilate voci classiche dell’antisionismo italiano: da Luisa Morgantini a Rula Jebreal, che nel suo discorso ha più volte parlato in modo arbitrario di genocidio.
Il tenore di quella piazza fu ben dimostrato dall’imbarazzato intervento di Gad Lerner, fischiato per aver avuto l’ardire di definirsi sionista. Da allora, è stata un piano inclinato, dove sono stati legittimati atti e parole che si sperava derubricate nelle pagine nere della storia di sinistra.
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Candidati nelle liste Pd che si presentavano all’elettorato come «antifascisti» e «antisionisti», come se le due parole fossero sinonimi. Gli sterminati (gli ebrei) e gli sterminatori (i fascisti delle leggi razziali) equiparati. Post, meme e chi più ne ha più ne metta che rispolverano i più retrivi stereotipi antisraeliani. Discorsi di figure apicali del partito che hanno avallato la nazificazione di Israele di staliniana memoria.
Gli esempi sarebbero innumerevoli, ma particolarmente osceni sono stati i paragoni fra Gaza e la Shoah durante le commemorazioni del 27 gennaio, o nei discorsi a ricordo delle stragi nazifasciste. Difficile non ricordare gli accostamenti azzardati del discorso della sindaca Silvia Salis a Sant’Anna di Stazzema l’agosto scorso.
Un impressionante sequela di atti antisemiti travestiti da antisionismo, su cui non si è registrata una sola presa di posizione da parte dei vertici Pd, come non si volesse contrastare l’umore popolare, nutrito da un plurisecolare immaginario antigiudaico, per cinici calcoli elettorali.
Dove sono le denunce di un clima che, secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale sull’Antisemitismo, ha portato ad un incremento del 400% degli atti antisemiti? Dove le manifestazioni contro il risorgente odio antiebraico che abbiamo visto in Francia e in altri Stati europei? Dove i tentativi per far decrescere quella rabbia sociale ben presto tramutatasi in un delirio psicotico di massa?
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Vanno bene le petizioni di principio, ma poi contano i fatti, come ci ha insegnato Machiavelli. Se questo è il contesto, a ben poco serve ricordare, con la versione politica dell’«ho tanti amici ebrei», le voci ebraiche che hanno firmato l’appello contro il DDL Delrio.
Non solo perché, vista la loro connotazione politica (sia chiaro del tutto legittima), si rischia persino di ottenere l’effetto inverso. Ma perché così si finisce col delegittimare il sentimento ampiamente prevalente e trasversale dell’ebraismo italiano.
Il vecchio vizio europeo di distinguere fra ebrei buoni (quelli funzionali alle proprie tesi) e cattivi.
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Una domanda, però, la voglio rivolgere a firmatarie/i di quel documento: in che modo una legge ad hoc sull’antisemitismo finirebbe per alimentarlo, corroborando l’idea di un esclusivismo ebraico? E la legge Mancino? Allora, la nuova legge sul femminicidio, che riconosce un aggravante per la violenza di una donna in quanto donna, è dannosa per le donne stesse? Non capisco.
Una parola finale sul trattamento riservato a Graziano Delrio, tra i pochi politici italiani ad aver sempre mantenuto una coerenza sui propri valori di fondo. Sentirlo definire fascista e liberticida da una parte dell’intellettualità di sinistra come se il fenomeno non esistesse è davvero il segno dell’impazzimento semantico oggi imperante.
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*6*

L’incredibile storia del linciaggio di Delrio
Luciano Belli Paci

Questo articolo è stato pubblicato su
“Il Foglio” il 15/12/2025
La lotta contro l’antisemitismo, dopo Gaza, imbarazza una parte della sinistra
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A Sydney le celebrazioni della festa ebraica di Hannukkah, la festa delle luci, è stata funestata da un attentato antisemita, che – mentre scriviamo – sembra avere fatto almeno 12 morti, tra i quali il rabbino, e numerosi feriti.
Il passaggio dalle armi della critica alla critica delle armi può sorprendere solo chi fosse a tal punto distratto da non essersi reso conto del livello raggiunto dalla diffusione dell’odio contro gli ebrei in questi ultimi due anni.
È davanti ai nostri occhi una vera e propria emergenza antisemitismo, eppure nel nostro Paese molti non solo rifiutano di vederla, ma hanno addirittura scatenato una polemica pretestuosa contro alcune proposte di legge mirate ad affrontarla, in particolare sottoponendo il senatore del Pd Graziano Delrio ad un incredibile linciaggio, con accuse di fascismo e richieste di espulsione dal partito.
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Mettiamo in ordine i fatti.
Nel 2017 il Parlamento Europeo votò una risoluzione sull’antisemitismo che raccomandava l’adozione della definizione operativa dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). Votarono a favore quasi tutti gli eurodeputati del Pd e anche Elly Schlein, che dal Pd era uscita due anni prima per aderire a Possibile.
Nel 2018 la Camera dei Deputati approvò con ampia maggioranza trasversale alcune mozioni che chiedevano al Governo di impegnarsi a recepire la definizione operativa dell’IHRA.
Nel gennaio 2020 il governo Conte II, composto da M5S – Pd – Liberi e Uguali, “accolse” la definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’IHRA e istituì la figura del Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, come era stato richiesto dal Parlamento europeo e dalla Commissione europea. Tra i ministri che approvarono la delibera spiccano i nomi di Boccia e Provenzano del Pd e di Speranza di LeU (cioè Art. 1 e Sinistra Italiana).
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E veniamo all’oggi.
Dopo che già erano stati presentati al Senato disegni di legge di Romeo (Lega), Gasparri (FI) e Scalfarotto (IV), il senatore del Pd Delrio ha depositato il Ddl n. 1722 intitolato “Disposizioni per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo e per il rafforzamento della Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo nonché delega al Governo in materia di contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme on line”.
A differenza di altre proposte, il Ddl Delrio non contempla reati, condanne, divieti o sanzioni, ma si limita a prevedere procedure per la segnalazione e la rimozione dei contenuti antisemiti diffusi sui social, a promuovere la collaborazione tra ricercatori di università italiane e straniere, e infine a introdurre un monitoraggio delle azioni attuate nelle scuole e nelle università per contrastare i fenomeni di antisemitismo, azioni previste dalla Strategia nazionale che viene predisposta periodicamente dal Coordinatore e approvata dai governi. Tra i senatori cofirmatari vi erano esponenti di tutte le correnti del Pd, ma in seguito alcuni cuordileone hanno ritirato la firma cedendo alle pressioni del partito.
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La pietra dello scandalo
La pietra dello scandalo è l’art. 1, nel quale è scritto che “ai fini della presente legge si applica la definizione operativa di antisemitismo approvata dall’IHRA”. E quale definizione di antisemitismo avrebbe mai potuto applicare, di grazia, se non quella già adottata da Governo, Parlamento europeo, Consiglio europeo, Commissione europea e 37 Stati?
L’accusa più ricorrente e più strampalata è che il Ddl Delrio impedirebbe di criticare le politiche del governo di Israele.
Una tesi che non sta né in cielo né in terra e che può essere formulata solo da chi non si sia preso la briga di leggere i testi.
La “definizione operativa” dell’IHRA, alla quale il Ddl rimanda, così recita: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.
Non vengono menzionati nel Ddl gli “esempi”, che sono stati elaborati dall’IHRA come mera guida interpretativa non giuridicamente vincolante, e che non potranno mai essere applicati da un tribunale, a meno che uno Stato non li incorpori esplicitamente in una legge.
L’idea che possano essere resi vincolanti di soppiatto, senza dirlo, è puro complottismo e denota la mancanza delle competenze minime necessarie per interpretare un testo di legge.
Peraltro, nella premessa agli esempi, l’IHRA precisa espressamente che “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”.
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Comunque sia, è incontrovertibile che l’antisemitismo contemporaneo venga veicolato anche tramite il cocktail tossico tra l’ossessiva equiparazione di Israele al nazismo (col ribaltamento su Israele di tutti i topoi connessi alla Shoah), da una parte, e il principio razzista della colpa collettiva di tutti gli israeliani e di tutti gli ebrei per le azioni del governo israeliano, dall’altra. Le formule classiche sono: “non hanno imparato nulla dalla loro storia”; “fanno ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto a loro”. Quindi gli esempi, ancorché non vincolanti, forniscono un orientamento assai utile nell’ambito del dibattito culturale, dell’educazione e della comunicazione.
I critici del Ddl sostengono che la guerra a Gaza ha cambiato tutto, per cui se la dichiarazione IHRA magari prima poteva andare bene, adesso non più.
Anche qui siamo al paradosso, cioè la battaglia contro l’antisemitismo la si fa finché sta nascosto nei sottoscala e sui muri dei cessi, ma quando riemerge prepotentemente come fenomeno di massa, ostentato e minaccioso, allora lo si lascia correre.
Non sia mai che gli antisemiti possano essere infastiditi dalla “censura”. Meglio lasciare gli ebrei alla mercé di chi li insolentisce per strada, li dileggia sui social o pretende di cacciarli dai pubblici esercizi se non si dissociano dal “sionismo”.
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Gli stessi critici negano la necessità di una normativa ad hoc sulla base di due obiezioni:
- le norme esistenti sarebbero già sufficienti per fronteggiare le manifestazioni del pregiudizio e lo hate speech;
- non si dovrebbero prendere provvedimenti per il contrasto nei confronti dello specifico odio antiebraico per non venire meno a un principio universalistico.
La prima obiezione è semplicemente falsa.
Sui social si moltiplicano senza alcun freno migliaia di messaggi antisemiti tipo “peccato che baffetto non abbia finito il lavoro”, “ora avete capito perché in tutti i posti in cui hanno preso piede li hanno cacciati”, “qui è passato il popolo eletto” (con foto di distruzioni a Gaza), “vecchia nazi-sionista vattene a Tel Aviv” (rivolto a una parlamentare della Repubblica italiana); per non parlare della diffusione di meme con noti intellettuali ebrei raffigurati col nasone e le mani che si sfregano, sul modello delle vignette di Der Stürmer.
Tutti i tentativi di far rimuovere questi contenuti dalle piattaforme ottengono la stessa risposta: “il post segnalato non viola le regole della community”. Le piattaforme non solo non rimuovono, non solo tutelano l’anonimato degli autori, ma utilizzano algoritmi che amplificano la diffusione dei messaggi di odio per aumentare il traffico.
Teoricamente ci sarebbe la strada della repressione penale, ma nella realtà è quasi totalmente inefficace a causa sia del numero gigantesco delle esternazioni antisemite, sia della loro proliferazione velocissima, sia della frequente impossibilità di identificare gli autori, sia del sovraccarico degli uffici giudiziari, per cui nei pochissimi casi che vengono perseguiti la rimozione delle espressioni diffamatorie avviene dopo anni, quando il danno è fatto.
Ma non ci sono solo i social.
Recentemente in un paio di programmi di prima serata su canali TV nazionali sono state riproposte in termini inequivocabili– “gli ebrei controllano le banche e i giornali, quindi non si può dire nulla” – le teorie dei Protocolli dei savi anziani di Sion, noto libello antisemita confezionato dalla polizia zarista per incitare ai pogrom. Nessuno ha reagito, né durante le trasmissioni, né dopo.
La seconda obiezione ha qualcosa di surreale.
Pare strano dover spiegare come mai in tutta Europa siano state adottate norme e siano stati creati strumenti specifici per il contrasto all’antisemitismo, dopo secoli di antigiudaismo cristiano e di ghetti, dopo le campagne razziali del nazifascismo e dopo uno sterminio industriale che ha provocato la quasi totale estinzione della componente ebraica in molti Paesi.
Ed è ancora più imbarazzante doverlo fare perfino con alcune persone che condividono i tuoi stessi lutti.
E poi anche in questo caso la tempistica è sospetta: come mai non hanno avuto nulla da dire negli anni scorsi quando venivano proposte leggi e commissioni ad hoc, come mai non si sono opposti all’istituzione del Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo e scoprono solo ora questi nobili scrupoli universalistici?
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La risposta ci ha colto come un tradimento ed è giunta da dove mai avremmo immaginato di sentirla. Ha scritto l’amico Gad Lerner in un suo post su FB del 6.12.2025: “Le normative per contrastare l’incitamento all’odio razziale esistono già benché applicate a intermittenza. Non c’è bisogno di confezionarne una su misura a protezione di un soggetto coinvolto in un conflitto in corso, e non l’altro. Puniresti anche chi apostrofa come terrorista l’intero popolo palestinese, o chi sostiene che non abbia diritto di esistere?”.
Insomma, apprendiamo che gli ebrei italiani sono in guerra con i palestinesi. E dunque non devono essere protetti da insulti e intimidazioni per non alterare la par condicio.
Fermate il mondo, voglio scendere.
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clicca qui per leggere il DDL 1722 - Disposizioni per la prevenzione e il contrasto dell'antisemitismo e per il rafforzamento della
Strategia nazionale per la lotta contro l'antisemitismo nonché delega al Governo in materia di contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme online
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Perché Giorgia Meloni ha invitato a Roma Mahmud Abbas
Fernando Liuzzi
Nei giorni scorsi Giorgia Meloni, nella sua duplice veste di Capo del Governo e di leader di Partito, spiazzando molti, se non tutti, ha portato a segno una duplice iniziativa volta a raggiungere un triplice obiettivo, collocato, in parte, nel campo della politica estera e, in parte, nel campo della politica interna.
Stiamo parlando della densa giornata di venerdì 12 dicembre, ovvero del giorno in cui Meloni ha ricevuto a Roma, prima a Palazzo Chigi, e poi alla Festa di Atreju, il Presidente della Autorità Nazionale Palestinese, Mahmud Abbas.
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Cominciamo da questo secondo appuntamento, tenutosi nel pomeriggio ai giardini di Castel Sant’Angelo, ovvero nel luogo ini cui, quest’anno, si è svolta la festa di Atreju. Si è trattato di un incontro breve, che ha però consentito, sia a Giorgia Meloni che a Mahmud Abbas, di scambiarsi dei saluti vistosamente cordiali. Saluti che, da parte del Presidente palestinese, sono stati estesi all’intero gruppo dirigente di Fratelli d’Italia. Abbas ha così potuto mostrare il volto di un leader stimato e apprezzato all’estero, nonché di un dirigente politico che, pur a partire da una situazione drammatica, pronuncia parole ragionevoli e, allo stesso tempo, piene di dignità.
Quanto a Meloni, sono abbastanza evidenti i due scopi che ha perseguito con il suo invito.
In primo luogo, la leader di Fratelli d’Italia ha potuto mostrare, al caloroso pubblico di Atreju, il volto inedito di una dirigente politica che intrattiene rapporti cordiali non solo col Presidente degli Stati Uniti e con altri leaders occidentali, a partire dalla Presidente dell’Unione Europea, ma anche con dirigenti dell’area mediorientale la cui figura, in alcuni ambienti occidentali, è più controversa.
E questa immagine, stando almeno agli insistiti applausi ricevuti, sembra sia piaciuta molto ai giovani frequentatori di Atreju.
In secondo luogo, Meloni ha potuto mostrare che il suo Governo è considerato come un interlocutore importante dal leader più riconosciuto dei Palestinesi. E ciò come risposta implicita a chi, in Italia, ha cercato di guadagnare consensi, in termini di politica interna, lanciando contro il Governo l’accusa di essere troppo amico di Netanyahu.
Ma, con ogni probabilità, la parte più importante della visita romana di Mahmud Abbas è quella che si è svolta a Palazzo Chigi. È qui, infatti, che, nelle sue vesti di Presidente del Consiglio, Meloni aveva ricevuto Abbas prima dell’appuntamento a Castel Sant’Angelo.
Di questo incontro, assai più riservato, non si è saputo molto, ma tutto ci porta a ipotizzare che il vero scopo perseguito da Meloni con questo colloquio sia stato quello di stabilire un contatto diretto col leader palestinese.
Com’è noto, dopo l’elezione di Trump, la linea seguita da Meloni nel campo delle relazioni internazionali ha assunto, rapidamente, un’impostazione, per l’appunto, trumpiana. A ciò va aggiunto che, secondo una delle più recenti evoluzioni della linea politica perseguita da Trump per ciò che riguarda il Medio Oriente, l’Italia è uno dei Paesi occidentali che vanno coinvolti nell’invio di truppe specializzate che potrebbero essere particolarmente utili per svolgere compiti specifici nel dopo guerra di Gaza. Non dunque truppe combattenti ma, ad esempio, Genieri e Carabinieri che possano contribuire alla formazione delle future forze di Polizia palestinesi.
Ecco dunque che, se domani dovesse servire, il contatto diretto tra Meloni e Abbas è stato già stabilito.
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IN MEDIO ORIENTE
Una crescita costante
I rapporti economici tra Israele e i Paesi Arabi
Alessio Aringoli
Dopo decenni di chiusura completa, tra gli anni ’70 e gli anni ’90 i rapporti economici tra Israele e Paesi arabi “di pace” (Egitto dal 1979, Giordania dal 1994) ebbero il loro primo prudente, sviluppo.
Cooperazione spesso concentrata su settori funzionali e poco “visibili” – acqua, sicurezza alimentare, logistica, poi energia – più che su un’integrazione piena dei mercati.
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Con il tempo, però, l’interdipendenza è cresciuta, soprattutto nel Levante: l’Egitto diventa snodo energetico e industriale, la Giordania un partner di confine strutturale in filiere e servizi, mentre si consolidano canali commerciali indiretti anche con altri Paesi della regione.
Una svolta importante arriva dal 2020 con gli Accordi di Abramo (EAU, Bahrein, poi Marocco e Sudan): qui l’economia non è più solo “effetto collaterale” della politica, ma leva dichiarata di normalizzazione.
Il caso emblematico è Israele-EAU: secondo dati citati dall’Israel Central Bureau of Statistics, il commercio bilaterale è passato da circa 200 milioni di dollari nel 2020 a oltre 3 miliardi nel 2024.
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Il punto sorprendente e politicamente rilevante è che (fonte Reuters) nel 2023 il trade Israele–EAU era salito del 17% fino a 2,95 miliardi di dollari e che dopo il 7 Ottobre, pur in un clima politico più freddo, i dati del primo trimestre 2024 risultavano ancora più alti su base annua.
A consuntivo, fonti che riprendono i dati ufficiali indicano che nel 2024 gli scambi Israele-EAU hanno toccato circa 3,2 miliardi di dollari, +11% rispetto al 2023.
Questa importante traiettoria di costante crescita non si è mai interrotta, nemmeno con la guerra di Gaza.
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E non è solo Golfo: nel 2024 le esportazioni israeliane di gas naturale verso Egitto e Giordania sono aumentate del 13,4% secondo il ministero dell’Energia israeliano (dato riportato da Reuters), a conferma che l’energia – infrastrutturale e contrattualizzata – tende a reggere anche quando la politica si incendia.
In parallelo, l’analisi delle serie commerciali regionali (dati ICBS elaborazione Alhurra) mostra che tra 2021 e 2024 il commercio tra Israele e partner arabi (inclusi EAU, Egitto, Giordania, Marocco, Bahrein e Sudan) è cresciuto da 1,9 a 4,5 miliardi di dollari. Tutti gli indicatori confermano la permanenza di questo trend nel 2025.
In altre parole: mentre la guerra restringe lo spazio diplomatico e alimenta pressioni interne nei Paesi arabi, i legami economici hanno continuato a espandersi, specie quelli legati a supply chain, energia e investimenti “a prova di crisi”.
È un fatto controintuitivo, ma decisivo per capire come in Medio Oriente la pace, se perseguita realmente, in modo concreto, resta un orizzonte praticabile e possibile nonostante tutti i suoi nemici.

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IN MEDIO ORIENTE
Dalla prigione di Gaza a una voce globale per la pace
Rami Aman
Mi chiamo Rami Aman.
Sono un palestinese di Gaza.
Dirigo un gruppo chiamato Comitato Giovanile di Gaza.
Da anni cerchiamo di creare una nuova generazione per creare un nuovo tipo di leader. E per raggiungere questo obiettivo, abbiamo svolto numerose attività locali ed esterne per parlare di pace, per costruire l’umanità palestinese e per spiegare come possiamo insegnare ai bambini e alla generazione successiva il significato della vita.
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Le mie attività per la pace sono iniziate nel 2018, quando eravamo al confine e abbiamo lanciato 150 colombe con messaggi di pace da 50 abitanti di Gaza alla comunità israeliana. Da allora ho ricevuto numerose richieste e inviti da parte israeliana per altre attività, e abbiamo continuato.
Nel 2019, abbiamo organizzato una maratona ciclistica e invitato 50 palestinesi a pedalare a Gaza e 150 israeliani a pedalare in Israele. Dopo questa attività, Hamas mi ha arrestato. E per la prima volta hanno iniziato a dire che sono un “normalizzatore” a Gaza.
Nel 2020, abbiamo organizzato una grande conferenza tra 10 abitanti di Gaza e 300 israeliani.
Parlavamo di coronavirus, non di uno o due stati, o di negoziati. Parlavamo di come possiamo salvarci a vicenda. E due giorni dopo, ho trovato un post di una giornalista che lavora per Amnesty, Hind Khoudary, che chiedeva ad Hamas, menzionando i leader di Hamas su Facebook, di arrestarmi. E questo è successo solo un giorno dopo.
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La mia storia in quella prigione è iniziata il 9 aprile 2020.
Alle 9:00 sono andato in prigione e pensavo che sarebbe stata come le altre esperienze precedenti… “una settimana, un giorno”. Ma fin dalla prima volta, ho capito che stavo entrando in un tunnel molto buio.
Perché fin dal primo giorno mi hanno detto che sarei rimasto qui a lungo. Non come le volte precedenti. E mi hanno tagliato i capelli e mi sono preoccupato per la mia famiglia fino a giugno.
Mia madre e mio padre mi hanno fatto visita per la prima volta dopo due mesi dal mio arresto. Hanno respinto qualsiasi tipo di chiamata, hanno respinto qualsiasi tipo di visita. Non ho incontrato nessun avvocato, loro non hanno incontrato nessun rappresentante di Amnesty International o di alcuna organizzazione per i diritti umani.
Proprio in quel momento sapevo che il Centro Palestinese per i Diritti Umani era in contatto con la mia famiglia. Erano in contatto con la sicurezza di Hamas e mi difendevano. Almeno hanno fatto qualcosa.
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I primi due mesi sono stati un inferno per me.
Non c’era niente lì. Niente specchio, ti tagliavano i capelli, ti uccidevano la dignità. Niente cibo, niente acqua, niente acqua pulita, niente bagno. Immagina di essere senza bagno. Immagina di essere senza cibo, immagina di essere senza specchio. Immagina di non poterti lavare il corpo. Tutte queste cose ti facevano sentire davvero un perdente.
Ma per me, no, ho sempre creduto di non essere cattivo e che un giorno sarei uscito. E forse qualcuno fuori chiedeva il mio rilascio. Dopo due mesi, credo, dopo alcune pressioni locali a Gaza, hanno permesso alla mia famiglia di venirmi a trovare per la prima volta.
E poi hanno detto alla mia famiglia “Rami non è un uomo cattivo. Rami è qui per la sua sicurezza”. E ricordo che mia madre e le mie zie dicevano loro: “Okay, perché lo mettete in prigione se non è un uomo cattivo? Ok, lasciatelo uscire”. Loro dicevano: “Forse non è il momento giusto, ma verrà rilasciato presto”.
“Presto” non è successo perché ero in prigione con la sicurezza interna ed è come, come ti ho detto, l’inferno. Stai entrando nell’inferno a piedi, e sentirai che non c’è niente, nessuno che chiede il tuo rilascio.
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Il motivo principale del mio arresto non è stato Hamas.
Il motivo principale sono stati i partiti di sinistra a Gaza, Hind Khoudary e alcuni americani.
Hanno collaborato con Hamas per chiedere il mio arresto, perché ho trovato lo stesso post sul profilo di Hind in molti altri partiti di sinistra.
Quindi è facile capire che ci sia un’operazione contro di me. È come una campagna e a Gaza è molto facile creare una reputazione di inferiorità per un uomo dicendo che è un collaborazionista, che sta parlando con gli israeliani. Ma per me, io non sono un collaborazionista, non sono una spia.
Quindi, penso che sia lei [Hind Khoudary] la ragione principale per cui mi hanno messo in prigione. Questo mi ha sorpreso fin dalla prima volta, perché quando ho controllato il profilo di Hind Khoudary ho visto che lavora per Amnesty, è una giornalista e so che è una statunitense.
Quindi, per me, come mai Amnesty chiede il mio arresto? Come mai una giornalista chiede alla sicurezza di arrestarmi? In quel periodo ho pensato, ok, prima di sapere che c’è molta corruzione nella società civile dentro e fuori Gaza, ma non in quel modo, perché non è giusto.
Stai parlando di diritti umani, diritti umani per persone specifiche. E per le altre persone? E io chiedevo la pace, non ero chiamato a uccidere o prendere di mira nessuno. Nessuno di Amnesty mi ha contattato. Nessuno di Amnesty mi ha mandato un’e-mail.
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Nessuno di Amnesty mi ha mandato un avvocato mentre il Centro Palestinese per i Diritti Umani di Gaza è stato con me dal primo all’ultimo giorno.
Credo che [Amnesty] sia già finanziata da Ginevra, quindi non c’era nessun avvocato con me, solo il Centro Palestinese per i Diritti Umani. Ma per quanto riguarda Amnesty, loro chiedono i diritti umani, ma le loro azioni credo siano lontane dai diritti umani perché sto parlando di una storia vera.
Una storia vera è accaduta a me. Non chiedevo di uccidere nessuno. Non chiedevo di stare dalla parte dei musulmani, dei cristiani o degli ebrei. Chiedevo di stare dalla parte di tutti. Cristiani, ebrei, musulmani, non religiosi, buddisti. Ma alla fine, Amnesty…
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Agosto, se non ricordo male, agosto o settembre, in quel periodo, le forze di sicurezza di Hamas permettevano ai prigionieri di fare telefonate con le famiglie per sei minuti al giorno, o ogni due giorni. Dipende da cosa pensano. E mia madre mi ha detto “ieri hanno fatto il tuo nome alle Nazioni Unite”. Le ho detto, “come? Quando?” Mi ha detto che avevano fatto il tuo nome e 90 paesi, chiedevano la tua libertà.
E le ho detto: “Mamma, per favore, la prossima volta che ti chiamo prepara quel video e mettilo accanto a te. E quando ti chiamo, per favore lasciami ascoltare”.
E questo è successo due giorni dopo. Ho chiamato mia madre e lei stava preparando il video e ho sentito la voce di Hillel per la prima volta.
“Rami Aman, un attivista palestinese per la pace, chiediamo la sua libertà. 90 paesi Brasile, Italia“. È stato come… ho pensato, ok, dopo cinque mesi, si ricordano ancora di me. Questa è una cosa positiva. Ma la cosa strana per me è che non conoscevo Hillel di persona.
Dopo quel momento, ho pensato, ok, bene, ora sto bene. Così, sono tornato e ho dormito presto, in quel periodo c’era almeno qualcuno fuori da quella prigione che chiedeva la tua liberazione. E poi, tre o quattro settimane dopo, Hamas mi ha rilasciato. Quindi sì, stavo cercando quella pressione internazionale. Chiediamo la pace, la pace globale. Se riuscissimo a raggiungere la pace tra palestinesi e israeliani, penso che potremmo promuovere la pace ovunque. E sì, ricordo ancora molto bene la sua voce.
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Il mio arresto è stato una sorta di soluzione per Hamas. Perché anche dal 2011 al 2019 ho organizzato manifestazioni e proteste contro Hamas. La più importante è stata nel gennaio del 2017.
Ero con altri amici a chiedere alla gente di scendere in piazza per chiedere ad Hamas di risolvere la crisi elettrica, per chiedere di trovarci un lavoro. Ci hanno sparato e nessun media ha parlato di noi.
Per quale motivo? Perché Hamas controllava i media dentro e fuori Gaza. La stessa Hind Khoudary, ora lavora già con Al Jazeera. Quindi, per molti palestinesi, Al Jazeera non è affidabile a Gaza. Parlo dei palestinesi dentro Gaza.
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Ma forse fuori Gaza la gente pensa che Al Jazeera abbia mostrato la realtà.
Nessun palestinese a Gaza guarda Al Jazeera.
Nessun palestinese a Gaza si fida dell’UNRWA.
Nessun palestinese a Gaza si fida di tutti questi media. Quando Hamas ha preso il controllo di Gaza nel 2007, Hamas ha iniziato a controllare tutto a Gaza: i media, l’UNRWA, il settore privato, la famiglia, le grandi famiglie.
L’UNRWA era una di queste organizzazioni in cui Hamas distribuiva i suoi leader e i suoi dipendenti perché per loro era un ottimo stipendio, e non lo era per tutti a Gaza.
Sono di Gaza, sono originario di Gaza. C’erano alcuni posti dove le persone a Gaza potevano lavorare all’UNRWA.
Ma se sei un rifugiato, troverai un lavoro, troverai un buon stipendio dopo la pensione e avrai più tempo libero per le vacanze.
Nel 2009 Hamas ha iniziato a entrare in quel sindacato di dipendenti a Gaza e a guidare questa sorta di sindacato, iniziando anche a fare interviste per il personale dell’UNRWA.
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Se non sei Hamas, non lavorerai lì.
Se non lo sei, se non sei un rifugiato, non lavorerai lì. Ho fatto domanda all’UNRWA per lavorare lì. Sono un ingegnere, ho una laurea triennale in ingegneria elettrica e delle comunicazioni. Ma per me, no, non trovavo lavoro all’UNRWA.
Ma a Gaza sappiamo che Hamas controllava tutto e anche l’UNRWA sa che c’è molta corruzione a causa dell’UNRWA e di Hamas.
I prodotti, gli aiuti umanitari venduti nei mercati e nei centri commerciali a Gaza, ed è facile trovare questi dipendenti stranieri che guardano, che li osservano con i loro occhi. Ma c’è scritto “non in vendita” – scritto dalle Nazioni Unite. Ma è una vendita per la gente. Chi ha iniziato? L’UNRWA e anche Hamas. Quindi dobbiamo trovare delle persone valide che lavorino all’UNRWA, che lavorino per i valori dell’UNRWA, non solo per dare una possibilità ad Hamas e a tutti gli altri partiti, e che le cose siano cambiate dopo Hamas.
Anche i media, Hamas controllava i media, i media stranieri, i media locali. Possono ordinare i loro contenuti ai media americani, francesi e a tutti i media stranieri per coprire questa storia e non quella. Anche i giornalisti stranieri che sono arrivati a Gaza, la maggior parte dei quali sono produttori, hanno paura di Hamas o lavorano con Hamas. Quindi non troverete buoni media.
Ma, nel nostro movimento, crediamo ancora di poter costruire la nostra comunità senza Hamas, senza tutte queste fazioni. Sotto l’OLP, sotto l’Autorità Nazionale Palestinese, ma non sotto le fazioni.
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Le decisioni di Hamas provenivano dall’Iran, dal Qatar.
Le decisioni di Hamas non provenivano dal popolo. E quando il popolo stesso ha votato per Hamas nel 2007, ha votato per Hamas per rimuovere Fatah. Non ha votato per Hamas per scegliere Hamas.
Hamas ama le guerre.
Hamas ama se non c’è l’università, Hamas ama se non c’è la scuola.
Hamas ama se non c’è vita dignitosa per la gente.
Ad Hamas piace quando ci sono solo tende a Gaza, e solo gente in fila che aspetta cibo e pane.
Ad Hamas piace controllare la povertà. Ad Hamas piace come se non ci fosse alcun tipo di vita.
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In quella guerra del 2009, l’ho visto con i miei occhi quando Hamas ha festeggiato dopo l’uccisione di 1.400 palestinesi e ha detto che era una vittoria. Per me, che tipo di vittoria?
Quindi è facile festeggiare dopo l’uccisione di 100.000 palestinesi.
Ed è successo ora. Hamas ha detto che è una vittoria, e ad Hamas non importerà della vita delle persone a Gaza. Quello che è successo in quella guerra e quello che è successo in questa guerra del 2023 è già successo nel 2009, nel 2014, nel 2021.
Hamas ha usato gli stessi atteggiamenti, ha sfruttato la gente di Gaza, ha controllato i media e ha ricevuto aiuti. Quindi, per Hamas, è un buon atteggiamento fare questa guerra ogni volta che la gente muore e a nessuno importa. Ma alla fine, alla fine siamo qui, è una vittoria.
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Ma per noi è diverso.
Tutte le persone a Gaza amano la vita.
Non chiediamo la morte per nessun israeliano o per nessun altro.
Si possono trovare molti palestinesi in tutto il mondo.
Non invochiamo la morte, ma Hamas insegna ai palestinesi come morire per sposare poi 70 vergini: di sicuro non è Islam.
È un modo facile per fare il lavaggio del cervello alla gente.
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Hamas non permette alcuna protesta a Gaza che chieda la pace o la fine della guerra. Ma Hamas accoglie con favore qualsiasi tipo di protesta in Israele. Non troverete Al Jazeera che copra alcuna manifestazione a Gaza per la pace o la fine della guerra.
Ma troverete le telecamere di Al Jazeera puntate sulla società israeliana perché vogliono che la pressione provenga da lì, da Israele, non da Gaza. Ma se date la stessa possibilità, con le stesse telecamere a Gaza, troverete persone che chiedono la pace, chiedono ad Hamas di porre fine alla guerra. E questo è successo solo due o tre settimane prima del 7 Ottobre. Centinaia, migliaia di palestinesi sono scesi in piazza dicendo: “Vai fuori, Hamas”. Al Jazeera non c’era.
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Migliaia di camion, compresi gli aiuti umanitari, sono entrati a Gaza dal dicembre 2023, credo, fino ad ora. Ma la gente a Gaza sta ancora soffrendo: non c’è cibo, non c’è niente, non riceviamo nulla. Mia sorella è a Gaza, la mia famiglia è a Gaza, quindi conosco la realtà da loro e anche dai miei amici a Gaza. Perché la gente lì non riceve nulla. Mia sorella non ha ricevuto nulla da ottobre a oggi.
Controllano questi aiuti e li vendono alla gente, in quantità molto elevate. E non lo potete vedere dai media, non vedrete nulla. Ma mandate la vostra squadra a Gaza e vedrete. Riuscite a immaginare che una sigaretta costi 50 dollari? Una sigaretta 50 dollari. E la scatola? Quindi penso che anche Hamas abbia fatto un sacco di soldi in quella guerra, grazie agli aiuti umanitari. Fino ad ora, Hamas ha ancora il controllo degli aiuti. Hamas continua a chiedere ai suoi partner e colleghi in Asia, in America, in Inghilterra di donare tramite Bitcoin, PayPal o altri canali. Quindi non si tratta solo dei camion. Inoltre, Hamas ha guadagnato molti soldi finanziariamente.
Ho chiamato il mio amico Waleed e gli ho detto che stavo entrando a Ginevra attraverso un tunnel. Mi ha detto: “un tunnel, come quello di Gaza?” Gli ho risposto “no, è un tunnel normale”. I tunnel di Gaza sono qualcosa di terrificante: Mousa Abu Marzook, il leader di Hamas, ha detto ai media: “sì, abbiamo costruito tunnel per i nostri combattenti. Abbiamo costruito tunnel per salvare i membri di Hamas. Non è nostra responsabilità prenderci cura dei palestinesi. Non è nostra responsabilità aiutare gli abitanti di Gaza. È responsabilità dell’UNRWA”. Di sicuro non esiste un leader, e lui si definisce tale, che si preoccupi solo dei suoi combattenti ignorando gli altri.
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Stiamo lavorando per costruire un movimento palestinese che rappresenti i palestinesi di Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme e della diaspora palestinese.
Stiamo preparando circa 30 o 50 persone, molto istruite, molto rispettose del popolo stesso.
Perché la mia visione è che, se ci saranno elezioni, ci candideremo noi stessi e abbiamo bisogno di un nuovo tipo di leadership, che sappia lavorare con gli altri. Non trascureremo nessuno. Dobbiamo costruire una vera associazione. Dobbiamo costruire un vero teatro. Dobbiamo costruire una vera scuola.
Ieri ho organizzato una videochiamata Zoom tra un amico di Peace Now e i miei colleghi di Gaza.
Stavamo parlando di preparare una classe nel sud e una nel nord. E il nostro sogno è che queste due classi diventino una scuola per insegnare alla gente il disegno, le arti, lo sport, i valori.
Questa è la mia visione per costruire l’umanità palestinese.
Hamas non rimarrà per sempre a Gaza.
Non a causa di Hamas, a causa della gente stessa di Gaza. Non vogliono Hamas. La gente fuori non sa nulla di Gaza e noi siamo qui per parlare della realtà all’interno di Gaza.
Se c’è Hamas, se non c’è Hamas, non abbiamo paura. Ho affrontato Hamas quando ero a Gaza, quindi sarà facile qui in Europa. Non parlare contro Hamas, ma raccontare la realtà alla gente fuori da Gaza. E personalmente, non resterò in Europa.
Tornerò a Gaza e continuerò il mio messaggio.
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Clicca qui o sull’immagine per vedere l’intervista
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IN MEDIO ORIENTE
Israele tra la seconda fase del Piano Trump e la richiesta di grazia per Netanyahu
Janiki Cingoli
Si moltiplicano le dichiarazioni del Presidente Trump sul prossimo passaggio alla seconda fase del suo piano di pace per Gaza, anche se le difficoltà incontrate risultano maggiori del previsto, e si andrà oltre il 29 dicembre, data del prossimo incontro con Netanyahu nella sua residenza di Ma-a-Lago.
Manca ancora la riconsegna del corpo di uno degli ostaggi, quello di Ran Gvil, un ufficiale di polizia di 24 anni morto il 7 ottobre, ma oramai questo non è più un impedimento dirimente.
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Trump deve annunciare la composizione del Board of Peace (BOP), che sarà presieduto da lui stesso e sarà composto da numerosi capi di governo di tutto il mondo, oltre 20 si dice, tra cui Mohammad Bin Salman MBS, Principe ereditario e Primo Ministro Saudita, e il Presidente francese Emanuel Macron.
Avrebbe dovuto farne parte anche Tony Blair, ex-premier britannico, ma non essendo più un capo di stato (e data la resistenza di numerosi governi arabi alla sua nomina a capo della BOP a causa del suo coinvolgimento della guerra in Iraq), egli dirigerà un Comitato Esecutivo, di cui faranno parte anche Jared Kushner, genero di Trump, Steve Witkoff e altri rappresentanti ufficiali dei paesi che vi contribuiranno, che affiancherà il BOP e sarà preposto alla definizione del quadro generale e alla gestione dei finanziamenti per la gestione della Striscia, fin quando “l’Autorità Palestinese non avrà completato il suo programma di riforma”.
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Il Presidente USA dovrà altresì definire la composizione della ISF – Forza Internazionale di Stabilizzazione temporanea, da dispiegare immediatamente a Gaza, che sarà destinata a fornire la soluzione di lungo termine per la sicurezza interna, sostituendosi gradualmente ad Hamas, e a garantire la sicurezza delle aree di confine, impedire l’ingresso di armi a Gaza e facilitare un rapido e sicuro afflusso di beni per ricostruire e rilanciare Gaza.
L’ISF addestrerà e fornirà supporto a forze di polizia palestinesi selezionate, consultandosi con Egitto e Giordania che hanno grande esperienza in questo campo.
In realtà, l’Egitto in collaborazione con la Giordania e l’Europa ha già addestrato centinaia di poliziotti palestinesi, utilizzando prevalentemente personale che era rimasto alle dipendenze dell’Autorità Palestinese, dopo il colpo di stato di Hamas del 2007.
La composizione stessa dell’ISF è oggetto di una intensa discussione: si è parlato dell’Egitto (che potrebbe presiedere l’organismo), dell’UAE, dell’Azerbajan, del Pakistan, dell’Indonesia, e di altri. La Turchia, che pure si era detta disposta ad inviare truppe ed era ben vista dagli altri stati arabi, è stata esclusa per l’opposizione di Israele, date le sue posizioni radicalmente ostili allo Stato ebraico, malgrado faccia parte, insieme agli USA, all’Egitto e al Qatar, degli stati garanti dell’accordo.
Essa non è stata quindi invitata alla Conferenza di Doha (clicca qui), tenutasi nei giorni scorsi su iniziativa di CentCom, il comando USA localizzato nel Sud di Israele.
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Tra i temi essenziali in discussione, quello del ruolo dell’ISF, se sia di peace keeping o di peace enforcing, anche se il Piano di pace Trump è stato fatto proprio dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con 13 voti a favore e due astenuti (Russia e Cina), con una risoluzione (clicca qui) che conferisce un ampio mandato alle diverse componenti del piano.
Ma soprattutto i diversi governi arabi, ed anche paesi europei come l’Italia che si è detta disponibile non vogliono arrivare ad un confronto armato con Hamas, per imporre il suo disarmo.
D’altronde, la decisione di Israele di aprire il valico di Rafah solo in direzione dell’Egitto, senza consentire l’afflusso in direzione contraria, ha fatto esplodere un acceso scontro diplomatico, alimentando il sospetto egiziano che Israele voglia favorire un esodo palestinese verso il Sinai.
D’altra parte, il punto 12 del Piano Trump recita testualmente: “Nessuno sarà costretto a lasciare Gaza: chi vorrà partire sarà libero di farlo e libero di tornare. Saranno incoraggiati a restare, offrendo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore.” Il piano inoltre prevede “L’apertura del valico di Rafah in entrambe le direzioni”.
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Altro organismo che deve essere insediato è un “comitato tecnico palestinese tecnocratico e apolitico”, formato da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, che sarà responsabile della amministrazione transitoria temporanea e della gestione quotidiana dei servizi pubblici e municipali per la popolazione di Gaza, sotto la supervisione del BOP. Hamas ha manifestato apertura a questa proposta, sapendo di poter mantenere la sua influenza dietro le quinte. Secondo notizie di stampa, Hamas e l’ANP avrebbero concordato la composizione di tale comitato, indicando ognuno cinque tecnici, ma non è detto che Trump si attenga a tale indicazione.
Vi sono ancora due punti chiave da affrontare: quello del processo di disarmo di Hamas e quello del graduale ritiro delle forze israeliane.
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Il processo di disarmo di Hamas.
Il Piano Trump prevede infatti non solo che Hamas e le altre fazioni accettino di non avere alcun ruolo diretto o indiretto nel governo di Gaza, ma anche che Gaza sarà sottoposta a un processo di smilitarizzazione sotto la supervisione di osservatori indipendenti, che includerà la messa fuori uso permanente delle armi tramite un processo concordato di disarmo e che “tutte le infrastrutture militari, terroristiche e offensive, inclusi tunnel e impianti di produzione di armi, saranno distrutte e non ricostruite”.
Al riguardo, negli ultimi giorni si sono susseguite da parte di Hamas dichiarazioni contradditorie: mentre Khaled Mashaal, uno dei principali leader, ha dichiarato che Hamas non disarmerà, non rinuncerà alle sue armi, o al governo della Striscia, e non permetterà una supervisione esterna a Gaza, inclusa la Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF), un altro membro dell’Ufficio Politico, Basem Naim, pur riaffermando il “diritto alla resistenza”, ha aggiunto che Hamas “è pronta a deporre le armi nell’ambito di un processo volto a portare alla creazione di uno Stato palestinese” (processo che in qualche modo è contemplato nei punti finali del Piano Trump).
Egli ha ripreso la vecchia proposta di una tregua a lungo termine di 5 o 10 anni (hudna), ed ha parlato della possibilità di “un congelamento, di uno stoccaggio o deposizione delle armi, con le garanzie palestinesi, di non utilizzarle affatto durante questo periodo di cessate il fuoco o tregua”.
Su un altro versante, da parte dei paesi arabi mediatori è pervenuta la proposta di una cessione graduale delle armi, cominciando dalle armi pesanti e dai razzi, le cosiddette “armi offensive”, mentre in una prima fase Hamas conserverebbe almeno in parte le armi leggere, anche per svolgere le funzioni di polizia nelle zone rimaste sotto il suo controllo. D’altronde, come detto il Piano Trump parla di “processo” di smilitarizzazione, il che fa presagire una sua applicazione graduale. Ed il desiderio di Trump di preservare l’accordo potrebbe portarlo a ritenere adeguato questo compromesso, almeno per il momento.
Da parte sua, nell’incontro annuale con gli ambasciatori (clicca qui), Netanyahu ha espresso scetticismo sulla capacità dell’ISF di riuscire a disarmare Hamas e a smilitarizzare la Striscia. Ha affermato di aver accettato l’idea di una Forza Internazionale di Sicurezza: “sappiamo, che ci sono alcuni compiti che questa forza potrebbe svolgere, che alcune cose non le possono fare, forse il compito principale non possono realizzarlo, ma vedremo”. Netanyahu ha poi promesso che Hamas sarebbe stata comunque disarmata: “possiamo farlo con le buone o con le cattive, ma alla fine sarà fatto”.
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Il ritiro graduale delle forze israeliane nella Striscia.
Il piano prevede che “man mano che ISF stabilirà controllo e stabilità, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si ritireranno secondo standard, traguardi e tempistiche collegati alla smilitarizzazione, da concordare tra IDF, ISF, garanti e Stati Uniti, con una Gaza sicura che non rappresenti più una minaccia per Israele, Egitto.
In pratica, le IDF consegneranno progressivamente il territorio occupato a Gaza all’ISF secondo un accordo con l’autorità transitoria, fino al ritiro completo, salvo un perimetro di sicurezza che rimarrà fino a quando Gaza non sarà adeguatamente al riparo da nuove minacce terroristiche”.
Attualmente, Gaza è divisa in due, la parte occidentale controllata da Hamas e altre organizzazioni, e la parte orientale controllata dall’IDF, separate dalla Linea Gialla, che ha marcato il confine del primo ritiro.
La questione è che, come si è visto, il problema della smilitarizzazione è irto di ostacoli, e sarà difficile che Israele accetti ogni ulteriore ritiro salvo inoppugnabili progressi sul campo.
D’altra parte, come già detto, è assai difficile che i potenziali partecipanti alla ISF vogliano ingaggiare scontri con Hamas per imporre il disarmo, a rischio di imboscate. Potrebbe invece emergere una forza di supervisione limitata, potenzialmente posizionata lungo la linea gialla al posto dell’IDF.
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La creazione di uno Stato palestinese.
Infine, il Piano Trump nei suoi ultimi punti prevede espressamente passi in favore della autodeterminazione e della creazione di uno Stato palestinese, sotto la direzione dell’Autorità Palestinese, una volta completato il su processo di riforme. Netanyahu ha già dichiarato la sua contrarietà a ogni coinvolgimento dell’Autorità Palestinese o di Stato palestinese, ma per Trump e secondo il suo stesso piano questo non è un problema.
Trump, d’altra parte, cerca di applicare verso Netanyahu una doppia linea, da un lato di supporto, dall’altro di contenimento.
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La richiesta di grazia per Netanyahu.
Trump è intervenuto a gamba tesa nella vicenda giudiziaria di Netanyahu, sia nel suo intervento alla Knesset del 13 ottobre, sia in una lettera scritta il 12 novembre al Presidente Herzog per chiedere la grazia presidenziale per Netanyahu, che è sotto processo per frode, corruzione e abuso di fiducia. Herzog, pur ringraziando Trump, ha riaffermato che la domanda di grazia deve essere presentata dall’interessato o da un suo familiare, e che l’interessato deve dichiararsi colpevole.
Netanyahu ha sfruttato propagandisticamente l’intervento di Trump e lo ha ringraziato per il suo “incredibile supporto” e quindi, pur presentando la domanda di grazia, ha dichiarato che il processo è una montatura e che rifiuta di dichiararsi colpevole, il che gli impedirebbe di proseguire la sua carriera politica.
Sull’altro versante, Trump cerca di contenere il leader israeliano, evitando che riapra la guerra contro Hamas di fronte alle sue violazioni della tregua. Ma la ripresa delle uccisioni mirate contro Hamas, che ha portato all’eliminazione del suo numero due dell’ala militare a Gaza, Raed Saad, ha destato forti preoccupazioni nell’amministrazione USA, che ha inviato un duro messaggio al Primo Ministro Israeliano, ed ha avviato una verifica se l’atto costituisse una violazione della tregua (clicca qui).
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La realtà è che né Netanyahu, né Hamas sono interessati ad un passaggio alla seconda fase del piano, e preferiscono lo status quo: Hamas per non dover affrontare la questione del disarmo e rafforzare il suo controllo sulla parte occidentale della Striscia, Netanyahu per non trovarsi di fronte alle spinose questioni, che potrebbero essere problematiche per la stabilità del suo governo.
Vi è d’altronde un sempre più evidente contrasto con la nuova Strategia Nazionale di Sicurezza USA (clicca qui), recentemente pubblicata. L’importanza del Medio Oriente viene declassata, esso viene visto attraverso la lente di una partnership e di potenziali investimenti o interessi commerciali (clicca qui).
Un Israele che blocca l’espansione degli Accordi di Abramo e il processo di normalizzazione diventa un peso, non un vantaggio, e cresce l’irritazione verso partner che ci trascinano in “conflitti o controversie centrali per loro, ma periferici o irrilevanti per noi”, dato che “gli affari degli altri paesi ci riguardano solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi”.
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*A*

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Presentazione di “Lo Stato degli ebrei” il libro che ha fondato un sogno
Anna Grattarola
Mercoledì 19 novembre 2025, al Museo Ebraico di Bologna, è stata presentata la nuova traduzione del libro “Lo stato degli ebrei” di Theodor Herzl.
L’iniziativa è stata introdotta dai saluti degli organizzatori, la Comunità Ebraica di Bologna, il Museo Ebraico di Bologna, l’Associazione Setteottobre, NES – Noi ebrei socialisti, Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati.
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Anna Grattarola e Sergio Tagliacozzo hanno sottolineato che pur nell’autonomia delle rispettive linee di azione, gli organizzatori condividono l’obiettivo di contrastare pregiudizi, luoghi comuni, antisemitismo montante e antisionismo, quest’ultimo presentato oggi come una corrente di pensiero, come un’opinione come tante altre, ma che in realtà è una pratica di esclusione, un movimento discriminatore, intollerante, xenofobo, fanatico.
Hanno poi sottolineato che questo impegno va condotto non con la violenza, ma proponendo cultura, studio e conoscenza, e che la nuova traduzione del libro di Theodor Herzl è un passo importante in questa direzione.
Quindi Daniele Scalise, traduttore del volume, ha spiegato la scelta del titolo “Lo stato degli ebrei”, più aderente alla versione tedesca, Der Juden Staat (e non judischer) segnalando poi che è così tradotto anche in Israele.
Ha quindi ricordato che Herzl parla di un popolo, quello ebraico, che ha bisogno di uno stato, in un libro che è un manifesto, in pochi anni diventato la base di movimenti politici e, dopo 50 anni, il fondamento di uno Stato, per mettere al sicuro il popolo ebraico.
Da giornalista, Herzl aveva seguito l’affare Dreyfus e atti antisemiti in Austria e in Germania e, da giornalista, usa un linguaggio piano e chiaro anche in questo libro che è il testo fondativo del sionismo politico.
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Per Sofia Ventura, politologa e saggista, questo libro è un punto di partenza importante, in questo momento, per ricollocare storicamente l’esistenza dello Stato d’Israele, nella cultura occidentale rimosso dalla dimensione storica e situato in una dimensione metastorica insieme a bene e male e Israele è dalla parte del male e ha perso la dimensione storica in cui s’incontrano conflitti e scontri, come in tutti i processi di costruzione nazionale, si pensi in Italia al brigantaggio. La politologa ha poi fatto notare che attualmente qualcuno ritiene che lo Stato d’Israele non abbia diritto a esistere.
Il discorso storico-politico oggi è negato, trasfigurato in una sorta di riflessione morale sul conflitto tra bene e male; il confronto col nazismo è destoricizzato (quello che hanno subito gli ebrei lo rifanno ai palestinesi), per togliere dignità e umanità a Israele. Perché? Perché l’antisemitismo non è estirpato. Per non soccombere questo libro aiuta a riportare il discorso pubblico sulla realtà storica e politica.
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Per il saggista Emanuele Ottolenghi “Lo stato degli ebrei” esprime un progetto lontanissimo dai libri utopici e non è un trattato filosofico: è un progetto politico, scritto con chiarezza, un piano con soluzioni concrete per risolvere i problemi di masse di popolazione odiate sia in Russia che in Francia. Il libro interpella le potenze occidentali proponendo di trasformare questo odio in virtù.
Nel contesto del Risorgimento alcuni popoli avevano un territorio ma non la sovranità, mentre gli ebrei, che sono un popolo, non avevano né territorio né sovranità. Herzl, estremamente pragmatico, accetterà qualunque territorio. “Lo stato degli ebrei” ha un impatto forte perché è il primo libro che offre una strada politica per risolvere un problema che tutti sentono. Offre soluzioni pratiche e pragmatiche.
clicca qui o sull’immagine per vedere la presentazione del libro
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Israele, ebraismo e mondo post-coloniale:
dialogo impossibile?
Giorgio Albertini
L’incontro “Israele, ebraismo e mondo post-coloniale: dialogo impossibile?” propone una riflessione ampia e critica sul rapporto, spesso conflittuale, tra il pensiero ebraico-israeliano e il lessico post-coloniale oggi dominante nel dibattito pubblico internazionale.
Davide Assael e Claudio Vercelli, guidati dalla moderazione di Milena Santerini, analizzano come le categorie interpretative nate per leggere il colonialismo europeo – come la dicotomia tra colonizzatori e colonizzati, la nozione di subalternità o la “razzializzazione” dei rapporti di potere – vengano sempre più frequentemente applicate alla storia del popolo ebraico e allo Stato di Israele, spesso però senza tener conto della loro specificità storica.
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La conversazione mette in luce come l’esperienza ebraica, segnata da duemila anni di diaspora, persecuzioni e assenza di sovranità politica, non si lasci facilmente incasellare nelle narrazioni post-coloniali. Al contrario, l’identità ebraica articola in modo peculiare temi come popolo, terra e memoria, mantenendo un delicato equilibrio tra particolare e universale, tra radicamento storico e tensione etica. In questo senso, il sionismo viene discusso non come un’estensione del colonialismo europeo, ma come un movimento di autodeterminazione nazionale, nato in un contesto di fragilità e non di dominio.
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Un altro nodo centrale riguarda il ruolo della memoria storica. La Shoah, elemento imprescindibile dell’identità ebraico-israeliana contemporanea, entra spesso in tensione con alcune narrazioni critiche che tendono a reinterpretarla o a ridimensionarne il significato politico e morale. Da qui nasce una competizione tra memorie che rischia di oscurare la complessità dei conflitti reali e delle relazioni fra le comunità coinvolte.
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L’incontro si interroga infine sulla possibilità di un dialogo autentico tra il pensiero ebraico e il paradigma post-coloniale. Per farlo, occorre superare gli schemi ideologici rigidi e riconoscere la specificità delle storie, delle identità e delle ferite che attraversano i popoli. Solo su questa base è possibile aprire uno spazio comune, capace di ascolto, critica e comprensione reciproca.
Questa conversazione – che proponiamo integralmente in video – offre dunque strumenti preziosi per decifrare uno dei nodi più sensibili del dibattito contemporaneo, invitando a guardare oltre le semplificazioni e a recuperare la profondità storica e morale della questione ebraico-israeliana.
clicca qui o sull’immagine per vedere il video della conferenza
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La sala è piena. Cronaca di un’assemblea
Arturo Belluardo
La sala del Circolo Pd Parioli è piena, si è riunita in assemblea la Sezione di Roma di SxI che conta circa duecento iscritti, e io, tranne Victor Magiar e Aurelio Mancuso, non riconosco nessuno.
Mi sono iscritto pochi mesi fa e le persone le conosco solamente come nomi e sigle nella vivacissima chat su Whatsapp: una stanza virtuale di costante confronto, a volte polemico, a volte consolatorio, luogo di speranza e rammarico che accende una sottile fiammella in un presente oscuro.
Non è facile da due anni a questa parte, se non di più, tenere dritta una barra di amicizia e amore verso il popolo israeliano, una barra che ha incise le parole di pace e rispetto tra due popoli e che vira sempre a sinistra, anche quando la sinistra non si sa dove sia e dove stia andando.
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Parlare con i compagni di Sinistra per Israele è facilissimo, la voglia di scambio e di sostegno reciproco è molto forte: portiamo ferite profonde, siamo stati attaccati e vilipesi dai nostri amici più cari, dai nostri colleghi, dai nostri studenti, dai nostri figli persino. E, al tempo stesso, le teste sono alte e fiere, non si soccombe allo sconcerto e allo sgomento quotidiano.
Siamo in prossimità dell’arcaica festa della Luce, della celebrazione del solstizio d’inverno, declinata a vario titolo, da Festa del Dio Sole a Santa Lucia, da Natale a Hanukkah; ed è proprio pensando a quest’ultima che mi viene di raffigurarmi SxI come lo shamash della hannukiah, la candela destinata ad accendere tutte le altre ogni sera, destinata, obbligata quasi a portare una luce che non vuole e non deve spegnersi.
E un po’ di luce è venuta anche dal contributo di Walter Verini, tra i firmatari (superstiti) del DDL sull’antisemitismo, invitato ad aprire la periodica assemblea della Sezione di Roma in tempi non sospetti.
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Non mi soffermo sul dibattito e sull’approfondimento del decreto in sé, limitandomi a ricordare che la definizione di antisemitismo dell’IHRA alla base dello stesso sia stata recepita dal Parlamento Europeo nel 2017 con una Risoluzione votata dai parlamentari del Pd, tra cui la segretaria Schlein, e, successivamente, nell’ordinamento italiano nel 2020 dal governo Conte II.
Ciò che è emerso dal contributo di Verini e dai commenti dei compagni di SxI è come la proposta di Delrio sia più urgente che mai.
Vengono citati e denunciati: gli attacchi a Piero Fassino, per aver parlato alla Knesset e aver definito Israele una democrazia; gli studenti universitari che si rifiutano di farsi valutare da professori “ebrei e quindi sionisti”; la decisione del V Municipio di inaugurare il 25 aprile a Centocelle una statua a memoria dei martiri del genocidio palestinese, con tanto di mappa della Palestina dal fiume al mare; le esternazioni dei GD di Bergamo e di Roma, dolorosissima e delirante quest’ultima, quando accusa Delrio e i suoi sodali “di collocarsi dalla parte sbagliata della Storia” e di “essere contro i principi alla base del Partito, della democrazia, dell’umanità” (e qua ci vorrebbe il Bravo! Grazie! di Petrolini a sonoro commento).
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È stata proprio la reazione scomposta del capogruppo Pd al Senato, Boccia, che ha definito la proposta Delrio non rappresentativa della posizione del Pd, a segnare il nodo dirimente, a marcare il territorio: è stata quasi una “reazione in automatico”, che ha fatto cadere la maschera all’antisemitismo presente a sinistra già prima del 7 ottobre, veicolato da una profonda rozzezza culturale, da un antioccidentalismo che ha radici lontane, togliattiane, staliniane.
E la proposta Delrio è diventata, suo malgrado, una bandiera, la bandiera di chi crede fermamente che gli israeliani rientrino, nonostante il loro governo, in quell’8% della popolazione mondiale che vive in una democrazia.
E che crede che questa battaglia vada continuata conquistando spazio su media irrimediabilmente schierati sulla sponda ProPal, lavorando tenacemente in Parlamento per arrivare a una proposta di legge unitaria.
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L’assemblea di SxI sarebbe continuata a lungo, tanta era la brulicante voglia di confronto e di conforto che animava la sala ed è sfociata nella cena, dove al desiderio di discussione politica si è affiancato, almeno per uno “nuovo” come me, quello di dare un volto e un nome ai nickname dello spazio virtuale e di corredare lo scambio con sorrisi e storie personali.
Non ci si è dimenticati però di riconfermare per acclamazione Aurelio Mancuso come coordinatore della sezione romana né di ricordare con un omaggio commovente e commosso Guido Laj, il padre rifondatore di SxI scomparso di recente: a lui è stato dedicato un giardino in Israele con il KKL, dove l’albero rappresenta il legame tra cielo e terra, è simbolo di vita e di pace in tutte le culture monoteistiche.
Torno a casa, pieno di un’allegria e di una luce speciale, ma faccio l’errore di guardare Facebook: la direttrice di un’importante istituzione culturale italiana ha appena condiviso il post dello scrittore italo-algerino Tamar Lamri che, di fatto, accusa Delrio e SxI di essere al soldo del sionismo israeliano.
Sospiro, mi affaccio sul buio e accendo una candela.

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Saul Meghnagi
La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni
utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente
e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.
Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti,
per porre domande su problemi complessi.
Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.
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In preparazione del Giorno della Memoria
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“Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica …che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione…
Ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano, ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista…”.
Alcide De Gasperi
Conferenza di pace – Parigi 10 agosto 1946
La citazione di cui sopra – utilizzata in un recente articolo (S. Meghnagi, “Si può parlare di Gaza a scuola?”, in Education2.0., n. 134, novembre 2025, online) – è tratta dal discorso di Alcide De Gasperi alla Conferenza di pace – il 10 agosto 1946 a Parigi – che, con il Trattato fra l’Italia e le potenze alleate, mise formalmente fine alle ostilità della Seconda guerra mondiale. De Gasperi – che con questo avvio del suo intervento voleva ribadire il contributo dato dall’antifascismo italiano nella sconfitta della Germania nazista – sapeva di parlare a un auditorio poco disposto ad ascoltare le sue ragioni.
La ragione di questa citazione è stata quella di voler preparare la trattazione del tema scottante di parlare a scuola del conflitto mediorientale. Si voleva mettere in luce, in questo modo, la difficoltà di affrontare una questione che, probabilmente avrebbe trovato un pubblico prevenuto e, in parte, ostile.
Analogo problema si ritiene possa sussistere nel parlare del 27 gennaio, “Giorno della Memoria”, in presenza di un conflitto ancora non risolto e oggetto di giudizi e pregiudizi.
Nell’articolo menzionato si sosteneva, naturalmente, che fosse non solo possibile, ma anche utile parlare di Gaza a scuola per affrontare un tema di grande complessità e, soprattutto delicatezza, data la tragedia del 7 ottobre 2023, dalla quale era iniziata la guerra, e dall’immane doloroso conflitto che ne sarebbe seguito.
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Analoga delicatezza si pone oggi nell’ipotizzare un’azione formativa legata a un discorso legato alla Shoah.
Data la puntuale disamina – svolta da Marcello Flores nelle lezioni e nel suo recente volume (M. Flores, Le parole hanno una storia, Donzelli Roma 2025) – sui termini spesso utilizzati in modo improprio per discutere del conflitto in atto, ci si limita, in questa sede ad alcune questioni che riguardano sia l’attualità sia la storia, per arrivare a una riflessione approfondita su temi importanti rispetto a eventi recenti e, allo stesso tempo al tema centrale della Shoah. Questo modo di procedere appare il più opportuno per un’azione didattica utile.
Il centro dell’analisi è quello di porre quale fulcro dell’analisi principi fondanti dell’articolo 3 della nostra Costituzione, principi da cui ha avuto origine sia il lavoro di Flores sopra citato sia la successiva creazione del Laboratorio sulla convivenza civile e democratica in Europa, che è possibile visitare sul sito dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (https://www.ucei.it/studi-ricerche/ – Natura e genesi del pregiudizio)
In tale contesto, è apparsa chiara la necessità – riflettendo non solo sul Giorno della Memoria, ma sulla complessa dinamica in atto nel contesto sia mediorientale sia nel contesto internazionale più ampio.
Oggi è indubbiamente difficile ragionare su questioni che – non entrando in ambiti geopolitici e macroeconomici, certamente non estranei alla materia – riguardano la demografia, la geografia, la storia, le modalità di analisi su cui fondare valutazioni e giudizi.
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È tuttavia possibile e, forse necessario capire in quale ottica ci si ponga nell’affrontare il problema. Da ciò l’invito a una riflessione e una scelta delle categorie di analisi che sono suggerite – anche ai fini di indicazioni utili alla formazione – utilizzando alcuni riferimenti bibliografici e le due schede allegate.
Scrive Edward W. Said – partendo dalla constatazione che il conflitto tra israeliani e palestinesi non può essere risolto senza un’intesa tra le parti – che non “sarebbe moralmente accettabile chiedere agli israeliani di ritirarsi da tutto il territorio della precedente Palestina, ora Israele, trasformandosi in rifugiati come i palestinesi… Non può essere giusto privare un intero popolo del suo paese e del suo retaggio. Anche gli ebrei rappresentano una di quelle comunità che ho definito “sofferenti” e portano con sé l’eredita di una grande tragedia…” (“Umanesimo e critica democratica”, Il Saggiatore, Milano, 2007, ed originale 2004, p.163).
Sia per i palestinesi sia per gli israeliani, osserva Said, non c’è un luogo in cui tornare, la Palestina è una terra di entrambi e la pace si realizzerà se troveranno forme di convivenza – senza cercare soluzioni che ignorino traumi e risentimenti, dolori non sanabili in tempi brevi – e ricercheranno una via d’uscita nella quale ci sia un Israele che nessuno voglia distruggere e una Palestina che venga accettata da tutte le parti.
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Queste considerazioni sono l’esito di analisi che partono dal più noto dei libri con cui Said ha introdotto nel dibattito politico, il tema della rappresentazione sociale dell’Oriente da parte degli occidentali (“Orientalismo. L’immagine europea dell’ Oriente”, Feltrinelli, Milano, 2006, ed originale 1978).
La critica che l’Autore fa alla cultura occidentale è quello di porsi, rispetto all’Oriente, considerandolo come un blocco unico, senza diversità, privo di sfumature, un insieme omogeneo: questo, afferma lo studioso palestinese, viene fatto anche quando si parla del mondo islamico, che non è né omogeneo né privo di differenze al proprio interno.
Molto più snello del lavoro di Said, a cui si ispira, ma di analogo interesse, è il testo di I. Buruma e A. Margalit (“Occidentalismo, L’Occidente agli occhi di suoi nemici”, Einaudi, Torino, 2005, ed. originale 2004) con il quale i due studiosi, entrambi ebrei, il secondo israeliano, descrivono una visione negativa, ostile nei confronti dell’Occidente da parte di orientali – mussulmani o di altra religione – in diversi paesi del mondo. In parziale sintonia con altri lavori sul medesimo tema, il testo offre una panoramica della reciprocità del pregiudizio – sia orientale sia occidentale – omologanti collettività che sono, in genere, variegate per modi di essere, idee, posizioni, interpretazioni della società.
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La lettura parallela dei due testi può essere un modo, ricco di suggestioni e quesiti, per capire come la volontà di vedere distrutto l’avversario possa essere trasformata in una ricerca, non manichea, di ipotesi alternative rispetto a quella secondo la quale l’annientamento dell’avversario sia l’unica risposta possibile a una violenza subita.
La riflessione specifica sul conflitto mediorientale dovrebbe essere costruita partendo da tale premessa, per uscire da interpretazioni e giudizi fondati, troppo spesso, su una cultura civica eurocentrica, che guarda la realtà del Medioriente come se la dinamica in atto ci fosse estranea, avesse avuto uno sviluppo autonomo e non sia conseguenza dell’azione che l’Occidente ha contribuito a creare.
Da ciò un giudizio, spesso, partigiano – svolto da analisti, quasi tutti gli occidentali, con relative differenze tra loro in base alle posizioni politiche – volto a stabilire quale sia l’unica vittima e quale il carnefice in un conflitto nel quale si confrontano torti e ragioni, non ascrivibili esclusivamente alle due parti in causa, ma, in misura significativa a chi si erge a “giudice”.
Come lavorare al contrario – in ambito educativo – per costruire cornici che aiutino l’analisi, senza sostenere una sola parte e soffocare l’altra? Come interrogarci, considerando anche noi stessi e il nostro modo di pensare? Come partire da questo per affrontare ila Giorno della Memoria in forma non rituale, senza peraltro evitare temi che possono essere connessi con l’attualità?
Lo scenario che abbiamo di fronte impone un pensiero complesso, un impegno rilevante, idee che possono essere immediatamente percepite come visionarie, non nel senso di irrealistiche, ma di difficilissima realizzazione.
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In Italia, se si apre il discorso sulla guerra in atto tra israeliani e palestinesi, si tratta di svolgere un serio e doveroso confronto sulla convivenza civile e democratica che non dia spazio ai sostenitori dell’islamismo radicale, legato ad Hamas; non gli permetta di diffondere la propria ideologia; non consenta l’equiparazione tra arabi e mussulmani, l’associazione tra islam e terrorismo; non accetti – come per qualunque altro paese – l’identificazione tra popolo e governo israeliani; impedisca qualunque giustificazione dell’antisemitismo in ragione della politica di Israele; non esiga – nel rispetto dell’articolo 3 della Costituzione – da cittadini ebrei pronunciamenti sul conflitto in atto; ponga, anche a tal fine, il tema della separazione tra Stato e chiese al centro della riflessione politica.
Per comprendere le dinamiche odierne – ipotizzando il percorso formativo – occorre affrontare infatti un’epoca storica che ha visto il trionfo della forma politica degli Stati-nazione, il nazionalismo come ideologia dominante, la colonizzazione europea, tra Ottocento e Novecento, e la decolonizzazione postbellica, le rivendicazioni di diritti civili e del riconoscimento delle diversità come oggetti di discussione. Siamo di fronte a una “democratizzazione della memoria culturale”, che, in Occidente, incide sulle forme della partecipazione politica, della condivisione di idee, di conflitti. A scuola, il rischio pedagogico che si corre – sulla scia di un’informazione, a volte distorta, spesso focalizzata sulle emozioni, legate alla scia di morti di una tragedia tuttora in corso – è, per esempio, di confondere la Shoah con la Nakba: i due eventi, per le ragioni esposte vanno trattati separatamente per il momento storico, i protagonisti, le responsabilità.

K. Dodds parla di guerre “fondate su una politica dell’identità”, legata a esperienze pregresse vissute come una “ferita aperta” (Guerre di confine, Einaudi, Torino 2024, ed orig. 2021, p.302), dipendente da legami di appartenenza e di riconoscimento. Per questo è importante uscire da un’analisi politica distaccata e cercare di capire che sofferenze, risentimento, se non odio reciproco sono presenti nei sentimenti più profondi di coloro che si combattono, avendo vissuto esperienze di sradicamento diverse, ma non del tutto prive di analogie.
È indispensabile tenere conto di tutti gli elementi di una storia complessa, sia di tutti gli ebrei israeliani – non solo di quelli europei per i quali la Shoah è un ricordo “di famiglia” – sia dei palestinesi, la cui specificità è intrinsecamente legata al mondo ebraico mediorientale e va al di là dei legami con il mondo arabo confinante.

In entrambi i casi, l’uso politico della religione – fattore certamente costitutivo ed essenziale delle diverse identità e riferimento per sostenere ragioni e diritti – rischia di creare barriere insensate. Si pone, piuttosto l’esigenza di fondare una futura convivenza civile “attorno a nuclei di valori, ideali e rappresentazioni culturali” (Cfr. Fabio Dei, “Sacro” in “Le parole della democrazia”, https://www.ucei.it/studi-ricerche/) che superino le antitetiche interpretazione e ferite concrete e visibili attraverso racconti storici, presenza in luoghi, pratiche sociali collettive come celebrazioni e commemorazioni che tengano conto della dignità e delle attese dell’altro. Questo non è certamente facile data l’eterogeneità originaria delle parti in causa e della loro dura e violenta contrapposizione.
Bisogna, per questo, affiancare all’esame delle dinamiche politiche nazionali e internazionali, l’analisi delle costruzioni identitarie nella loro evoluzione, parlando delle storie remote e non solo di quelle recenti; non limitare la discussione solo a questioni territoriali ma alla geografia dell’area che ha subito, tra Ottocento e Novecento, trasformazioni epocali; ragionare sulle narrazioni su cui fondano le esperienze e le motivazioni dei contendenti, sulle loro costruzioni culturali, sulle loro fonti di valori, sulle letture del passato. In tale ambito, va aperta una riflessione, volta al futuro, suscettibile di aiutare la prefigurazione di una possibile dinamica di pace, la valutazione, in un territorio particolare, di assetti istituzionali inediti. Su questi temi, la discussione – qualunque sia l’evento che si voglia creare – può trovare un terreno fertile di analisi e non di schieramento politico più o meno discutibile.
Michael Herzfeld (“Lo Stato nazione e i suoi mali”, Castelvecchi, Roma 2024) evidenzia come una delle questioni alla radice di molti conflitti sia l’idea che lo Stato debba rappresentare e proteggere una sola cultura. Herzfeld parla di “modernità della tradizione” per chiarire come sia possibile ancorare l’attualità (e soprattutto l’identità collettiva) a un passato specifico, ma come sia necessario tenere conto che la storia ha un carattere dinamico e non un inizio prestabilito, fisso, privo di relazioni e ibridazioni in cui si incontrano comunità diverse che possono convivere in condizioni di laicità, nelle quali le libertà siano legate a diritti e doveri condivisi.
La disamina su quanto accade nel conflitto tra israeliani e palestinesi deve essere sviluppata, prendendo atto che l’accentuazione dei processi di globalizzazione ha minato a più livelli la credibilità dell’ideologia multiculturalista.
La retorica di un mondo in cui le differenze si intrecciano e si fecondano, elaborata dalla cultura progressista, appare superata dalla presa di posizione, non dalla ricerca di equilibri possibili. Ne consegue, l’affermarsi di orientamenti per i quali, riferendosi alla guerra, lo slogan “Dal fiume al mare” – che sottende la fine di Israele – rischia di essere vincente qualunque siano le dimensioni di componenti etnico-religiose che, purtroppo, lo propongono in ambito palestinese e che trovano sull’altro fronte, nei sostenitori della “grande Israele”, una opzione ideologica analoga e contrapposta.
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Per questo è importante capire che sofferenze, risentimento, se non odio reciproco sono presenti nei sentimenti più profondi di coloro che si combattono. In entrambi i casi, l’uso politico della religione – fattore certamente costitutivo ed essenziale delle diverse identità – quale riferimento per sostenere ragioni e diritti, rischia di creare barriere insensate.
Per questo chi, in Occidente, discute del Medio Oriente deve indagare su cosa il colonialismo possa avere prodotto nel mondo arabo e islamico – oggi composto da circa due miliardi di persone in Asia e in Africa – e di come in quell’area gli stati siano stati definiti a tavolino con conseguenze tragiche non solo nell’ambito dei rapporti tra israeliani e palestinesi.
Deve inoltre uscire dallo schema semplificato di associare la nascita di Israele alla Shoah, perché l’inizio del Sionismo (la cui nozione è chiarita nella prima scheda) è legato ai pogrom della Russia presovietica, all’antisemitismo dell’Affare Dreyfuss, alla cacciata e fine di tutto l’ebraismo del mondo islamico, dando alla composizione demografica di Israele (come mostra la seconda scheda), una fisionomia polimorfa.
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L’abbandono di quello che inizialmente è stato chiamato eurocentrismo, può consentire all’azione educativa di svolgere – anche, ma non solo, in relazione al Giorno della Memoria – il suo ruolo, sempre più necessario ai fini della convivenza civile e democratica.
Quest’ultimo tema è la strada privilegiata per imparare a ragionare – in una scuola che vede e vedrà sempre più la presenza di cristiani, mussulmani, ebrei e altri, diversi per religione o provenienza – sia della Shoah sia della guerra, sia dell’ipotesi di una sua composizione attraverso due stati, per i due popoli, sia sul futuro dei nostri giovani e del nostro Paese.
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SCHEDE
SCHEDA 1 – Cos’è il sionismo
Il sionismo è un movimento politico e culturale che nasce alla fine del XIX secolo che ha come obiettivo la possibilità di dare vita a una “casa per ebrei” nel territorio della Palestina antica. Come tutti i movimenti a vocazione nazionalista si sorregge su un mito originario volto a identificare la nazione (ovvero il popolo) con un territorio geografico. Come tutti i movimenti nazionalistici moderni è costituito da varie anime ideologico-politiche anche in netto contrasto tra loro (per esempio, il Italia, la Carboneria nelle sue diverse componenti legate a Mazzini, Cattaneo, Gioberti…).
Inizialmente il movimento sionista è espressione di una componente laica. I religiosi ebrei non condividono l’ipotesi che si costruisca una realtà politica statuale se non per volontà divina. All’interno della componente laica ci sono molte anime politiche, espressione di destra radicale, liberali, socialiste.
La componente socialista è espressa da Leo Pinsker, socialista che partecipa ai primi moti rivoluzionari di fine Ottocento, convinto che ciò libererà gli ebrei dai pogrom ma, non incontrando la solidarietà dei compagni (che temono di perdere consenso difendendo gli ebrei in un contesto fortemente antisemita) concepisce l’idea di una nazione ebraica. L’idea liberale è espressa dal fondatore Theodor Herzl (un giornalista austriaco che di fronte all’accusa ingiusta, fondata su antisemitismo, di tradimento all’ufficiale francese Dreyfuss, scrive il più noto libro sul “Lo Stato degli ebrei”); Herzl propone l’idea di una realtà statale volta a favorire la costruzione di un sistema parlamentare a maggioranza ebraica.
In seguito, la componente socialista, ispirata al socialismo democratico europeo (Ben Gurion è il suo esponente di punta) costruisce la sua idea di Stato puntando a una rigenerazione lavorativa dell’ebreo che abbandoni la sua funzione commerciale o artigianale e punti a essere produttore. La componente di estrema destra che ha il suo fondatore nella figura di Zeev Jabotinsky propone una idea di comunità chiusa separata rispetto al mondo arabo circostante con cui non vuole avere rapporti.
Una componente culturale che in parte è vicina alle posizioni socialiste e in parte se ne discosta è quella che ritiene che missione del sionismo, accanto al riscatto degli ebrei, sia una piattaforma per promuovere emancipazione e coabitazione con il mondo arabo circostante, come, ad esempio, l’italiano Enzo Sereni e altri, tra i quali Martin Buber e Judah L. Magnes, fondatore e poi rettore della Hebrew University of Jerusalem.
per un ulteriore approfondimento: Marcello Flores,
“Le parole hanno una storia”, Donzelli, Roma, 2025
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SCHEDA 2 – Chi sono gli israeliani?
Una percezione diffusa, in Italia e in genere in Europa è quella di un numero di ebrei nel mondo nettamente superiore a quello reale (16 milioni circa e, in Italia, meno di 20.000). Una seconda percezione, connessa alla prima, è che gli ebrei sarebbero arrivati in Palestina per fuggire dalle persecuzioni in Europa, prima, durante e dopo la Shoah, o perché mossi dall’ideologia sionista.
Questo è vero solo in parte.
- Una comunità ebraica in Palestina c’è sempre stata, ma soprattutto, oggi, la maggioranza degli ebrei israeliani discende da persone immigrate in Israele da altri paesi mediorientali: il 45 per cento degli ebrei israeliani si considera mizrahì, di origine mediorientale. A questi occorre aggiungere il 3 per cento di origine etiope e un 8 per cento di origine “mista”.
- Nel mondo islamico gli ebrei vivevano sottomessi secondo le regole riservate “ai non mussulmani” (dhimmì). Novecentomila persone sono state costrette – dopo discriminazioni, disordini e uccisioni non conseguenti rispetto alla nascita di Israele – a fuggire da paesi arabi dove oggi non esistono più comunità ebraiche; soltanto il 44 per cento degli ebrei israeliani – che corrisponde al 35 per cento della popolazione israeliana nel suo complesso – è di origine europea. Tra questi, si stimano circa 1.200.000 persone (circa il 15 per cento della popolazione israeliana) provenienti dall’ex Unione sovietica, ebrei solo in parte da un punto di vista religioso. Anche in questo caso l’emigrazione è stata determinata da forme di discriminazione legata alle forme della cittadinanza.
- Questi dati riguardano gli ebrei israeliani, ovvero l’80 per cento della popolazione in totale; il restante 20 per cento della popolazione è costituito prevalentemente da arabi, cristiani o mussulmani, che godono di piena rappresentanza e sono presenti nel Parlamento di Israele.
per un ulteriore approfondimento: Anna Momigliano
“Fondato sulla sabbia”, Garzanti, Milano 2025
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Simone Santucci
Si ringrazia Radio radicale per la collaborazione
nell’aiutare a far conoscere la Newsletter di SxI
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Caitlin Cassidy
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