dalla Newsletter n°20 – Gennaio 2026
Victor Magiar
Da dicembre scorso una polemica – che ha preso anche la forma del vero e proprio linciaggio mediatico e politico – ha provato a contrastare la proposta avanzata da diversi senatori del PD, primo firmatario Graziano Delrio, delegittimato da subito dal capogruppo del suo partito.
Oggi leggiamo di una nuova proposta del Pd “per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo e degli altri atti ed espressioni di odio e di discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa” che, mettendo insieme cose assai diverse fra loro, ci spiega che un provvedimento specifico per un fenomeno così specifico non si può fare: a meno che non sia accompagnato, giustificato, annacquato, da altri contenuti, da altri fenomeni che non hanno (e non hanno storicamente avuto) la stessa gravità, persistenza e portata ideologica e “culturale” che invece ha avuto nei secoli l’antisemitismo.
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L’antisemitismo non è razzismo: il razzismo discrimina e divide, anche fra persone dello stesso popolo (pensiamo al razzismo verso i “terroni” nel nord Italia degli anni ’60) stabilendo gerarchie fra gruppi “superiori” e “inferiori” – da emarginare, sottomettere, schiavizzare – ma mai i razzisti (in Italia o negli USA o in Sud Africa) hanno sterminato i gruppi “inferiori” o li hanno accusati di avere una “colpa escatologica” di cui giustificarsi, pentirsi, convertirsi.
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Al contrario, gli antisemiti (di oggi, di ieri, di sempre) accusano gli ebrei (o anche “giudei, israeliti, semiti, sionisti”) di essere potenti, di controllare tutto, l’economia, la finanza, la politica, i media… di dominare il mondo o di volerlo controllare.
È un pregiudizio antico con antiche accuse rivisitate e riadattate ad ogni epoca: partendo dalla prima accusa di “deicidio”, passando per quella dell’infanticidio rituale, arrivando all’accusa di genocidio, l’antisemitismo ha fatto degli ebrei il capro espiatorio di ogni male, di ogni epidemia, di ogni crisi. Secoli di pogrom, di inquisizioni, di ghetti, di accuse, di stereotipi: nessun gruppo nazionale, etnico, linguistico, religioso, ha subito questa esperienza per quasi 2000 anni, diventando la “colpa” di ogni cosa.
E non solo con sovrani, principi, dogi o sultani prepotenti, ma anche con quelle forme di governo in cui gli ebrei avevano tanto confidato: con la repubblica liberale nata dalla Rivoluzione francese, o con quelle socialiste nate dalla Rivoluzione sovietica.
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Questa storia è anche una storia italiana.
Italiana è la parola “ghetto”,
italiano il primo ghetto del mondo, Venezia,
italiano l’ultimo ghetto liberato d’Europa, Roma;
italiana la più famosa vicenda legata all’accusa dell’infanticidio rituale, quella del “Simonino da Trento” diventato per questo Santo nel XV secolo (culto poi soppresso nel 1965 e da allora contrastato dalla Chiesa Cattolica).
Italiane le Leggi Razziali che hanno anticipato in diversi aspetti quelle tedesche o di altri Paesi.
Considerare l’antisemitismo uguale ad altri fenomeni è un vero e proprio disastro culturale.
Significa semplicemente non aver capito cos’è l’antisemitismo, la sua peculiarità, la sua persistenza nella storia europea e italiana.
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Un altro disastro culturale è poi anche il fatto che gli estensori abbiano argomentato che la moltiplicazione di atti di “pregiudizio, ostilità o violenza nei confronti degli ebrei” non abbia origine da un pregiudizio antico oggi riproposto strumentalizzando l’annoso conflitto mediorientale, ma che avvenga per una contingente condizione general generica, ovvero “nell’ambito di un sempre più preoccupante diffondersi di atti ed espressioni di odio e discriminazione verso minoranze sociali, etniche o religiose”.
Evidentemente gli estensori della proposta non si sono accorti dell’incremento del 400% degli atti di antisemitismo e solo di antisemitismo.
Evidentemente i nostri estensori non si sono accorti che da oltre 40 anni tutte le istituzioni ebraiche italiane (scuole, sinagoghe, centri culturali o sociali, manifestazioni) sono presidiate, protette, dalle Forze dell’Ordine e dall’Esercito Italiano; che diversi rabbini e presidenti di comunità vivono sotto scorta.
Avviene questo anche per altre comunità?
Avviene per altri gruppi religiosi o nazionali o etnici, che siano italiani o stranieri?
No.
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E siccome il conflitto del Medio Oriente è il veicolo su cui marcia l’antisemitismo contemporaneo (ma non si ha il coraggio di dirlo) altra vittima culturale è stata la rimozione della “definizione operativa di antisemitismo” stabilita dall’IHRA ed usata da Delrio per l’introduzione del suo DDL.
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Ma cosa sono l’IHRA e la definizione “operativa”?
L’IHRA è una organizzazione intergovernativa fondata nel 1998, che riunisce governi ed esperti di oltre 40 paesi per promuovere l’educazione, la ricerca e la memoria dell’Olocausto.
Per 10 anni, un’equipe di oltre 400 esperti multidisciplinari ha ragionato e poi definito un documento decisamente pragmatico ed equilibrato utile al contrasto dell’antisemitismo.
L’onesta considerazione che un fenomeno così vasto e articolato (nei secoli e nei vari paesi) non potesse essere delimitato con un’unica definizione che soddisfacesse contemporaneamente criteri e lessico di diverse discipline (giurisprudenza, storia, sociologia, filosofia, religione) ha portato alla stesura di una “working definition” (definizione operativa), ovvero una definizione sintetica ed essenziale che fungesse da “base comune” per il “lavoro” educativo e giuridico dei governi dei vari Paesi.
La working definition è stata
- fatta propria da 23 Paesi su 27 dell’Ue
- adottata dal Parlamento Europeo nel 2017 (anche con i voti favorevoli dei socialisti, compresi gli eurodeputati italiani)
- accolta dal “Governo Conte II” nel 2020 che istituì anche la figura del Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, come richiesto dal Parlamento europeo, dalla Commissione europea e dalla Camera dei Deputati (nel 2018 con diverse mozioni).
La working definition è stata poi contestata da alcuni intellettuali che paventavano una limitazione o una censura per chi avesse voluto criticare i governi dello Stato di Israele, sebbene la stessa definizione reciti testualmente “le critiche verso Israele, simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese, non possono essere considerate antisemite”.
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Ed è qui che si consuma l’ultimo atto di questo disastro culturale: la politica che piega la cultura, la storia e la memoria, per contingenti calcoli di bottega, o per seguire l’abbaglio ideologico che invoca la demonizzazione di Israele.
È questo il panorama avvilente che emerge da questa vicenda che rivela almeno tre cose:
- che c’è chi ancora non ha capito cosa sia l’antisemitismo, la sua peculiarità, la sua persistenza nella storia europea e italiana
- che c’è chi non coglie la gravità, specifica, del fenomeno e lo considera dentro ad un contingente momento storico
- che c’è chi, sull’altare della politica, sacrifica una lettura storicamente fondativa della sinistra democratica, dell’Europa democratica nata dalle ceneri dei camini di Auschwitz.
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Si aggiunga poi l’antico fenomeno degli intellettuali più realisti del re che hanno obiettato che non servirebbe “una legge che difende solo gli ebrei” e che “c’è già la Legge Mancino”.
Verrebbe da ricordar loro che usano gli stessi argomenti di chi non voleva una legge sul femminicidio (“perché l’omicidio è già un reato” … “perché fare una norma specifica per le donne?”), oppure verrebbe da obiettare che vivono in un altro mondo e non si sono accorti dell’incremento del 400% degli episodi antisemitici e del fatto che gli ebrei italiani vivono da 40 anni sotto tutela militare, ma non è questo il punto.
Il punto è che una legge per il contrasto all’antisemitismo non serve a difendere gli ebrei italiani ma serve a difendere la società italiana, la democrazia italiana, la memoria del nostro Paese.
Senza memoria, senza coscienza della propria storia, che Paese avremo, che Sinistra abbiamo?
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