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Cosa trattiamo in questo numero
Victor Magiar
Prima pagina
Gli accordi di Oslo ignorati e violati
Gabriele Eschenazi
Analisi e commenti
IN MEDIO ORIENTE
“Voto”, chi era costui? Aria di elezioni in Israele: i partiti scaldano i motori
Roberto Della Rocca
Iran Gaza Cisgiordania Israele: quale la crisi più esplosiva?
Janiki Cingoli
L’Europa e l’attuale Medio Oriente Allargato
Piero Fassino
Captain Ella: è musulmana la prima portavoce donna dell’IDF
Moked
LA SINISTRA ITALIANA E IL CONFLITTO
Kermesse ONU: il diritto usato contro il diritto
Victor Magiar
Il diritto e le parole come armi del conflitto
I rapporti Albanese e il mandato violato
Analisi giuridica dei sei Report della Relatrice Speciale ONU
Alessandra Casula
Dall’Associazione
Bologna Economia del terrorismo: attori, finanziamenti, reti, infrastrutture, responsabilità
Anna Grattarola
Milano Pace in Medio Oriente: il diritto e le parole come armi del conflitto
Red
Roma Antisemitismo che ritorna: perché serve una legge
Incontro con Graziano Delrio e Ivan Scalfarotto
Scheda – Il ritorno dell’antisemitismo
Scheda – Ihra Working Definition
Arturo Belluardo
Letture e Riletture
Tra istituzioni e culture
Saul Meghnagi
Rassegna stampa
Selezione di articoli della stampa nazionale e internazionale
Simone Santucci
Redazione
Contatti
*1*
Victor Magiar
Per non cadere anche noi nel vortice della sterile polemica e della facile ironia abbiamo scelto di selezionare i temi da trattare, o meglio, da approfondire fra i molti emersi in quest’ultimo mese.
Del resto, il cuore della nostra impresa consiste nel contrastare l’asimmetria delle narrazioni, delle “indignazioni”, delle risoluzioni, delle “reazioni” che, ormai, arrivano a giustificare o relativizzare ogni cosa.
Lo abbiamo vissuto anche questo mese in più occasioni.
In primis con la vicenda dei manifesti dei Giovani Democratici di Bergamo con l’infelice slogan “meglio maiali che sionisti”.
Al di là dell’implicito richiamo al secolare cliché antisemita che, diciamolo francamente, qualsiasi mente sufficientemente istruita riconoscerebbe all’istante, ha colpito e rattristato il goffo e paternalistico tentativo del Pd di Bergamo di ridimensionare la cosa citando i maiali di Hayao Miyazaki cioè dimostrando di avere equivocato anche il messaggio dell’artista giapponese.
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Poi abbiamo avuto l’esibizione della Relatrice assai indipendente Albanese che ha pubblicamente invitato Hamas, Iran e Qatar ad unirsi per difendere l’umanità…
E, domanderete, difendersi da chi?
Da un “nemico comune” …. che però non ha nome …
Insomma, una farsa grottesca.
Eppure, fra i politici italiani ed europei, c’è chi fa sofismi o parla di fraintendimenti o di fake news… non rendendosi conto della gravità del contesto, del fatto che qualsiasi causa nobile non può essere affidata ai protagonisti di quell’incontro.
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Per non cadere anche noi nel vortice della sterile polemica e della facile ironia proponiamo invece
- un’accurata analisi giuridica dei sei Report della Relatrice Speciale ONU
- uno studio giuridico sulle violazioni al mandato della Relatrice così come disciplinato da Codici, Manuali e regolamenti, dell’Onu del Consiglio dei Diritti Umani
- una sintetica spiegazione del “non” funzionamento degli innumerevoli organismi dell’Onu.
Mentre in Occidente c’è chi si diletta a giocare con le ideologie e con l’istigazione all’odio, in un sempre più Allargato Medio Oriente succedono cose importanti che descriviamo con 4 articoli:
- Iran, Gaza, Cisgiordania, Israele, Board of Peace: quale la crisi più esplosiva? (Janiki Cingoli)
- Iran, Siria, Libano, Gaza: il Medio Oriente Allargato e il ruolo dell’Europa (Piero Fassino)
- West Bank: annessione strisciante e gli Accordi di Oslo violati (Gabriele Eschenazi)
- aria di elezioni in Israele: i partiti scaldano i motori e i sondaggi parlano (Roberto Della Rocca)
- Captain Ella: la prima portavoce donna dell’IDF… musulmana
Infine 3 importanti iniziative territoriali
- Milano – (videoregistrazione) la conferenza della succitata analisi giuridica dei Report della Relatrice Speciale ONU
- Roma – (videoregistrazione) incontro con Graziano Delrio e Ivan Scalfarotto: Antisemitismo che ritorna, perché serve una legge
- Bologna – Economia del terrorismo: attori, finanziamenti, reti, infrastrutture, responsabilità
Conservate questo numero, conservate questi dati: purtroppo vi torneranno utili anche in futuro.
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*2*

Gli accordi di Oslo ignorati e violati
Gabriele Eschenazi
Quando nell’autunno 2025 Canada e Australia e alcuni Paesi europei decisero di riconoscere lo Stato di Palestina, Benjamin Netanyahu stizzito rispose che mai sarebbe nato uno Stato palestinese e che il suo governo avrebbe allargato la colonizzazione dei territori occupati. Alcuni mesi dopo il primo ministro sta mantenendo la promessa.
Quando nell’autunno 2025 Canada e Australia e alcuni Paesi europei decisero di riconoscere lo Stato di Palestina, Benjamin Netanyahu stizzito rispose che mai sarebbe nato uno Stato palestinese e che il suo governo avrebbe allargato la colonizzazione dei territori occupati. Alcuni mesi dopo il primo ministro sta mantenendo la promessa.
Il suo gabinetto politico e militare ha varato alcuni provvedimenti amministrativi che renderanno più facile appropriarsi di terreni e costruire unità abitative. È stata annullata la legge giordana che vieta la vendita di terre a cittadini non arabi; è stata rimossa la segretezza sui registri fondiari; a Hebron e a Betlemme (sito della tomba di Rachel) i palestinesi sono stati privati delle loro competenze amministrative.
Al momento si tratta solo di dichiarazioni, viziate da intenti elettorali, ma potrebbero tramutarsi in realtà sul terreno e senza alcun bisogno di un passaggio parlamentare. Il motivo è che si tratta di provvedimenti amministrativi in un territorio soggetto a occupazione e dove governa l’Autorità Civile Israeliana.
Ma non si può dimenticare che in Cisgiordania sono in vigore gli Accordi di Oslo e che per Hebron è in vigore un accordo specifico sottoscritto da Netanyahu stesso.
Di fatto con questi provvedimenti, apparentemente burocratici, Israele fa carta straccia di questi accordi internazionali garantiti in primis dagli USA.
Al primo ministro da sempre poco importa rispettare la parola data, orale o scritta che sia, se ha delle sue convenienze politiche da soddisfare. E in questo caso oltre a provocare il mondo che riconosce lo stato palestinese, ha la necessità di dare qualcosa in pasto alla sua base estremista nazionalista e messianica.
Non ha portato la “vittoria totale”, Hamas è ancora a Gaza, che non è stata smilitarizzata, 41 ostaggi che potevano essere liberati vivi sono tornati in una bara causa l’insensato attacco a Rafah, e al suo alleato fanatico Smotrich non ha potuto dare la possibilità di riportare qualche insediamento posticcio a Gaza e men che meno l’arruolamento degli ortodossi.
Gli è rimasta la Cisgiordania, dove per ora Trump interviene blandamente. E quello è il territorio dell’ANP, alla quale lui ha sempre preferito Hamas.
Si tratta di una scelta molto nefasta per Israele non solo sul piano internazionale, ma anche sul piano interno.
Più insediamenti, magari popolati da sparute famiglie, richiedono più protezione militare, più risorse economiche. L’esercito, però, è a corto di soldati visto che gli ortodossi non si arruolano e servirebbero piuttosto finanziamenti per ricostruire i villaggi distrutti il 7 Ottobre e magari rilanciare le aree del Nord rimaste tutt’ora spopolate e depresse dopo la guerra contro Hezbollah e l’Iran.
A tutto questo bisogna aggiungere i dati che diffonde Shaul Arieli, ricercatore sul conflitto israelo-palestinese e opinionista di Canale 13. Secondo Arieli nelle dichiarazioni e nelle decisioni di Smotrich non c’è sostanza.
I palestinesi continuano a rappresentare l’85% della popolazione della Cisgiordania, il saldo migratorio degli israeliani nell’ultimo anno è negativo: sono più quelli che se ne vanno che non quelli che arrivano. Diverse nuove colonie proclamate non sono altro che quartieri di insediamenti preesistenti. In più la maggior parte degli ebrei vive nei pressi della Linea Verde.
Sono decenni che Peace Now e altri partiti di sinistra spiegano agli israeliani che i loro soldi vanno ad alimentare un progetto folle, ma come già successo purtroppo per Gaza sembra che nessuno ne voglia prendere atto.
Non sarà questo il tema delle prossime elezioni, ma un governo meno fanatico e ideologico potrà forse ripensare a questa politica fallimentare e distruttiva per lo Stato ebraico e il suo futuro.
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*3*

IN MEDIO ORIENTE
“Voto”, chi era costui?
Aria di elezioni in Israele: i partiti scaldano i motori
Roberto Della Rocca
Quello che è successo in Israele, dalle precedenti elezioni del novembre 2022 ad oggi, basterebbe a riempire svariati libri di Storia.
Con l’insediamento dell’attuale governo e la pubblicazione del suo programma di “rivoluzione giudiziaria”, centinaia di migliaia di israeliani sono scesi in piazza, per un anno intero, settimana dopo settimana, per protestare contro quello che è stato identificato dalla maggioranza dei cittadini come un attacco al cuore democratico del Paese. Per mesi la protesta popolare ha riempito, oltre che le piazze di Israele, anche le pagine dei giornali e i titoli dei telegiornali. Poi è arrivato il 7 Ottobre.
Sono successe tante cose, tante ne abbiamo passate, che tra la gente c’è una percezione come se Netanyahu e i suoi ministri siano sulle loro poltrone da sempre: l’unica cosa stabile sono i sondaggi.
Indipendentemente da quel che succede, o da quale coniglio il “mago” possa tirare fuori dal cappello, le previsioni son sempre quelle: opposizione 70 seggi, attuale coalizione di governo 50 seggi.

Scrivere un articolo sulle elezioni è buon segno: fino a qualche mese fa aleggiava una possibilità di annullamento del voto, grazie a proposte di leggi, pensate (e per fortuna mai depositate) col chiaro obbiettivo di rimandare alle calende greche il giudizio popolare.
Non bisogna però abbassare la guardia: programmi per falsare, o per lo meno intralciare, le elezioni vengono confezionati giornalmente. L’altra settimana, per esempio, il budget della Commissione Centrale delle Elezioni è stato tagliato seriamente.
Se appare certa la solenne e meritata sconfitta della coalizione di governo, non è invece per niente chiaro quello che succederà la mattina dopo il voto.
Tutto dipende dal numero di seggi che riuscirà ad avere il fronte “No a Bibi” senza i partiti arabi, e il numero magico è 60. Se Bennet, il probabile candidato premier, riuscirà a raggiungerlo, il suo governo non dipenderà dall’appoggio decisivo di Raam di Mahmud Abbas, già suo partner nel 2021-2022.
Se invece non riuscirà nell’intento, le possibilità saranno due: o nuove elezioni (e l’attuale governo rimarrebbe al potere nella fase di transizione) o un governo di larghe intese con il Likud e Netanyahu che rimane al centro della politica israeliana.
La seconda possibilità mi sembra alquanto remota, visto anche le ultime dichiarazioni di Bennet, ma la politica è l’arte dell’impossibile.
Sono convinto che, a differenza del 2022, non ci saranno partiti che butteranno alle ortiche i voti rischiando di non passare la soglia di sbarramento: a destra, su imposizione di Netanyahu, Smotrich si riunirà a Ben Gvir mentre sul fronte opposto Gantz e Eisenkot (entrambi ex Capi di Stato Maggiore) uniranno le forze e quindi Blue and White verrà inglobato da Yashar! Im Eisenkot (Dritto! Con Eisenkot).
Inoltre i partiti arabi hanno già comunicato che correranno con un fronte unico che, nel caso, si smembrerà dopo le elezioni. Questa mossa dovrebbe fruttare fra i 12 e i 15 seggi – almeno due di questi a scapito del partito “Demokratim”, lista nata dall’unione dei Laburisti e di Meretz, e guidata da Yair Golan, ex vicecapo di Stato Maggiore.
Dulcis in fundo, i partiti ultraortodossi: loro riusciranno a mantenere, come sempre, il numero di seggi, ma la domanda è se nel possibile governo di Bennet entreranno tutti, o solo i sefarditi dello Shas, o meglio, o anche, se li faranno entrare!
La storia di soli 4 anni fa ci insegna che non c’è niente di sicuro.
Siete confusi? Anche io…
*4*

Iran Gaza Cisgiordania Israele:
quale la crisi più esplosiva?
Janiki Cingoli
Il mondo trattiene il respiro per sapere se ci sarà o no una nuova guerra tra Stati Uniti ed Iran. Giovedì 26 febbraio vi sarà ancora un incontro a Ginevra tra l’Inviato Speciale USA per il Medio Oriente Steve Witkoff e il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in cui Teheran dovrebbe presentare le sue ultime proposte.
Stanno scadendo le due settimane di tempo che il Presidente Trump aveva concesso per avere una risposta, e nel frattempo gli americani stanno completando il più imponente dispiegamento di forze aeree e navali nel Mediterraneo dai tempi della guerra all’Iraq del 2003, con l’arrivo della seconda portaerei nel Mediterraneo, la Gerald Ford, la più grande del mondo, insieme a centinaia di altre navi e aerei (Cnn).
Le richieste all’Iran sono note:
- fine dell’arricchimento dell’uranio nel paese
- trasferimento all’estero dell’uranio già processato, in particolare dei 450 kg arricchiti al 60%, vicino al 90% richiesto per avviare il processo di vaporizzazione necessario per costruire un’atomica
- contenimento dell’apparato missilistico a media e lunga gittata
- fine dell’appoggio al cosiddetto “anello della resistenza”, costituito dagli Hezbollah libanesi, da Hamas, dagli Houthi yemeniti, dalle diverse milizie dispiegate in Iraq.
L’Iran pare disposto a discutere solo del suo programma atomico e secondo alcune indiscrezioni potrebbe forse accettare il trasferimento all’estero, probabilmente in Russia, dell’uranio arricchito ad alti valori, pur mantenendo una quantità simbolica a bassa gradazione che forse gli USA potrebbero tollerare; mentre rifiuta di discutere del proprio apparato missilistico, che definisce necessario per proteggersi, e dell’arco delle alleanze nella regione.
Al centro dei colloqui in corso oramai nessun riferimento alle massicce proteste che si sono svolte nel paese e sono parzialmente ancora in corso, brutalmente represse con oltre 30.000 morti.
Le probabilità che si arrivi all’attacco la prossima settimana sono alte, Trump appare sempre più impaziente, e d’altronde tenere in campo un dispiegamento di forze di quelle dimensioni richiede costi altissimi, che gli USA non possono sopportare a lungo.
La questione è se si tratterà di un attacco di avvertimento, per indurre l’Iran ad accettare le richieste USA, o di un attacco massiccio, volto a provocare un cambiamento di regime attraverso la caduta e l’eliminazione dell’Ayatollah Khamenei e degli alti dirigenti del suo regime.
In tal caso, è probabile che l’attacco si concentri inizialmente sui siti missilistici in grado di colpire le basi e le forze americane nonché Israele, come Khamenei ha apertamente minacciato.
Ovviamente, lo Stato ebraico è in una condizione di alta allerta, pronto a rispondere, se non ad effettuare un attacco preventivo, come già nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025.
L’esplodere di una guerra potrebbe avere conseguenze profonde a livello regionale, sia per il possibile coinvolgimento degli alleati degli USA, dall’Unione degli Emirati Arabi all’Arabia Saudita allo stesso Qatar, che ospita la più grande base americana, sia per il traffico marittimo nello stretto di Hormuz, passaggio nodale per il traffico energetico globale.
Se questa è la crisi in atto più esplosiva, tensioni non secondarie permangono a Gaza, in Cisgiordania, e dentro lo stesso Israele.
Per quanto riguarda Gaza, giovedì 19 febbraio si è riunito a Washington il BOP – Board of Peace (Jpost) presieduto da Trump, con la partecipazione di circa 40 paesi. L’Italia era presente come osservatore, con il Ministro degli Esteri Tajani.
Chi scrive non condivide le critiche arrivate a tale scelta da illustri commentatori e da tutta la sinistra italiana, inclusa la “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

È vero che lo statuto del BOP deborda da quanto approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel novembre 25, prevedendo un suo ruolo globale in qualche modo concorrenziale alla stessa ONU, e una presidenza a vita dello stesso Trump, del tutto anomala. Ma il BOP è comunque un organismo recepito dal Consiglio di Sicurezza, che è destinato a incidere profondamente a Gaza, attraverso le sue diverse articolazioni, e l’Italia è direttamente impegnata nell’area, attraverso i progetti di formazione della polizia palestinese e la partecipazione alla Missione EUBAM al confine con l’Egitto.
Peraltro, sono circa 20 i paesi che hanno scelto di prendere parte alla riunione del BOP come osservatori, tra cui il Messico e l’India e, tra i paesi europei, la Germania, l’Italia, la Gran Bretagna, la Finlandia, la Grecia, Cipro (che in questo periodo detiene la presidenza a rotazione del Consiglio d’Europa), la Romania, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Polonia, nonché la stessa Commissione Europea attraverso la Commissaria per il Mediterraneo Dubravka Suica.

Il 23 febbraio, l’Inviato Speciale per Gaza del BOP, Nickolay Mladenov, inoltre incontrerà a Bruxelles i 27 i Ministri degli Esteri della UE, insieme all’Alto rappresentante per gli Affari Esteri e Vicepresidente della UE, per discutere della situazione a Gaza, oltre che dell’Ucraina (timesofisrael).
Nel corso della prima riunione del BOP, sono stati annunciati finanziamenti per 17 miliardi di dollari, 10 da parte degli USA, 7 da parte dei principali paesi arabi e musulmani.
La stessa presenza dell’Arabia Saudita, che si è impegnata a stanziare 1 miliardo di dollari, a fianco di Israele, è un fatto diplomaticamente rilevante.
Gli altri paesi che si sono impegnati sono il Kazakistan, l’Uzbekistan, gli Emirati Arabi Uniti, il Marocco, il Bahrein, il Qatar, il Kuwait.
Anche per quanto riguarda la ISF – Forza Internazionale di Stabilizzazione, destinata ad assicurare la sicurezza a Gaza ed il flusso degli aiuti, l’Indonesia, il Marocco, il Kazakistan, il Kosovo e l’Albania si sono impegnati a inviare truppe, mentre l’Egitto e la Giordania sono impegnate nella formazione delle forze di polizia, come d’altronde anche l’Italia. Dovrebbe essere installata una larga base vicino a Rafah, dove inizialmente dovrebbero essere dislocate le truppe, nella parte orientale della Striscia controllata da Israele. Si prevede che al termine del dispiegamento vi siano 20.000 soldati e 12.000 appartenenti alle forze di polizia.
Queste dovrebbero fornire l’indispensabile supporto al comitato tecnocratico palestinese creato per Gaza, il NCAG – National Committee for the Administration of Gaza, presieduto da Alì Shaath, che ha già tenuto la sua prima riunione a metà gennaio al Cairo, alla presenza di Mladenov.
Inoltre, Mladenov è stato autorizzato dal BOP ad aprire canali formali di contatto con l’Autorità Palestinese malgrado l’ostilità israeliana (timesofisrael): una decisione salutata dal Vice Presidente della Autorità, Hussein al-Sheikh.
Non mancano, ovviamente le difficoltà: Israele finora non ha consentito al Comitato tecnico palestinese l’ingresso a Gaza; resta inoltre il persistente rifiuto di Hamas a cedere le armi, anche se secondo alcuni suoi esponenti potrebbe essere disposta a consegnare al Comitato tecnico palestinese le armi pesanti, mentre vuole conservare almeno una parte di quelle leggere, per mantenere l’ordine nella parte occidentale della Striscia rimasta sotto il suo controllo. Secondo il Piano Trump, dovrebbe essere avviato per queste armi un programma di scambio pagato, per incentivarne la consegna.
Israele, per parte sua, pretende il disarmo completo di Hamas, e rifiuta ogni ulteriore ritiro delle sue forze, attualmente attestate sulla linea gialla che divide le due aree, fino a che esso sarà completato. Il Piano Trump invece prevede che il processo di disarmo sia graduale, e ad esso corrisponda un graduale ritiro per cedere il controllo all’ISF, fino a un ritiro totale salvo un corridoio di sicurezza intorno alla Striscia.
Ma la questione più rilevante è la condizione reale in cui versa Gaza, il divario tra i futuristici piani urbanistici presentati da Jared Kushner al BOP e la situazione sul terreno, ove restano ammassati oltre 40 milioni di tonnellate di detriti; tra i programmi e la vita reale della gente che, come osserva Jack Khoury su Haaretz, non sa come procurarsi un pasto caldo per spezzare il digiuno del Ramadan di questi giorni (Haaretz).
In Cisgiordania non si ferma l’aggressività dei coloni, spesso supportati o almeno non frenati dall’esercito: è di questi giorni la notizia di un incendio appiccato ad una moschea vicino ad Hebron, che fa seguito ai continui attacchi alla popolazione palestinese.
Il governo, per parte sua (timesofisrael), a metà febbraio, per la prima volta dal 1967, ha autorizzato l’apertura di un processo di registrazione dei terreni in Cisgiordania: i ministri che hanno promosso la misura hanno affermato che ciò avrebbe consentito la registrazione di ampie fasce di terreno come terreni statali disponibili per lo sviluppo israeliano.
La settimana precedente, il Gabinetto di Sicurezza aveva esteso le attività di controllo e l’applicazione della legge israeliana alle Aree A e B della Cisgiordania (ovvero dove secondo gli Accordi di Oslo l’ANP dovrebbe avere il controllo militare e civile) e ha consentito ai privati cittadini israeliani di acquistare terreni in quel territorio, cosa che in precedenza non era possibile: un processo di annessione strisciante. Oltre alla condanna della ANP, tali misure hanno attirato anche quelle della Unione Europea, e dello stesso Trump.
D’altronde, in Israele la scadenza elettorale di fine ottobre è sempre più vicina, e la rincorsa a destra fra i membri del governo si fa sempre più serrata.
Secondo l’ultimo sondaggio di venerdì 20 febbraio (Jpost.Com), se si votasse oggi, andrebbero al blocco di governo 50 seggi su 120, lontano dalla possibilità di formare un governo, anche se il Likud resterebbe partito di maggioranza relativa, mentre al blocco dei partiti ebraici di opposizione ne andrebbero 60, rendendo loro necessaria qualche forma di appoggio di almeno uno dei due partiti arabi, che ne prenderebbero 5 ognuno.
Dr. Ali Shaath
@AliShaathNCAG
Today, as my first official act, I adopted and signed the NCAG Mission Statement, affirming our governing mandate and operating principles: Authorized by the UN Security Council Resolution 2803 and President Donald J. Trump’s 20-Point Peace Plan, the National Committee for the Administration of Gaza is dedicated to transforming the transitional period in Gaza into a foundation for lasting Palestinian prosperity.
Under the guidance of the Board of Peace, chaired by President Donald J. Trump, and with the support and assistance of the High Representative for Gaza, our mission is to rebuild the Gaza Strip not just in infrastructure but also in spirit.
We are committed to establishing security, restoring the essential services that form the bedrock of human dignity such as electricity, water, healthcare, and education, as well as cultivating a society rooted in peace, democracy, and justice.
Operating with the highest standards of integrity and transparency, the NCAG will forge a productive economy capable of replacing unemployment with opportunity for all.
We embrace peace, through which we strive to secure the path to true Palestinian rights and self-determination.
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*5*

L’Europa e l’attuale Medio Oriente Allargato
Piero Fassino
estratto dall’intervento
alla Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa
Strasburgo, 28 gennaio 2026
Il conflitto israelopalestinese ha innescato una sequenza di eventi che hanno investito l’intero Medio Oriente allargato, dal Libano allo Yemen, dalla Siria all’Iran ridisegnando gli equilibri politici dell’intera regione.
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Al centro vi è naturalmente il conflitto israelopalestinese. Oggi siamo di fronte ad una fragile tregua che con fatica si cerca di trasformare nell’avvio di un percorso di stabilizzazione che apra la strada alla pace. Il disarmo di Hamas, la rimozione ad ogni ostacolo all’inoltro degli aiuti umanitari necessari alla vita della popolazione palestinese, l’assunzione della gestione di Gaza da parte di un Comitato di personalità palestinesi indipendenti, la definizione di un piano di ricostruzione dotato di adeguate risorse finanziarie: sono questi i passaggi essenziali che vanno compiuti per dare sostanza alla cosiddetta “fase 2” del Piano Trump.
Contemporaneamente si aggrava ogni giorno di più la condizione della Cisgiordania sottoposta alle violenze di coloni estremisti, con l’evidente complicità di settori del governo israeliano. Chiediamo al governo israeliano una ferma azione di contrasto alle violenze dei coloni estremisti, il blocco di nuovi insediamenti e la tutela dei diritti degli abitanti palestinesi della Cisgiordania. Così come chiediamo la rimozione degli ostacoli che impediscono all’Autorità nazionale palestinese di esercitare i poteri conferiti con accordi. Non vi sarà pace in Medio Oriente se non si realizzerà una soluzione fondata sul riconoscimento dei diritti di entrambi i popoli e in tale contesto sulla nascita di uno Stato palestinese.
La comunità internazionale ha salutato con soddisfazione la caduta del regime sanguinario di Assad in Siria e ha fatto aperture di credito al nuovo governo guidato da Al-Jolani/Al-Shara quali la riapertura di relazioni diplomatiche e la sospensione delle sanzioni.
Tuttavia negli ultimi mesi sono accaduti eventi che suscitano grande preoccupazione. Prima un duro conflitto con la comunità drusa, poi una violenta repressione della minoranza alawita, e infine ripetuti scontri con la comunità curda e con la comunità yazida. E preoccupanti episodi di ostilità’ verso le comunità cristiane. Infine, non può non essere motivo di preoccupazione la esistenza di relazioni tra alcuni dirigenti del nuovo governo e le cellule dell’Isis ancora presenti sul territorio siriano.
Per tutte queste ragioni noi chiediamo alle autorità siriane di non interrompere la transizione verso una nuova Siria, chiedendo il pieno rispetto dei diritti di ogni comunità etnica o religiosa e sollecitando le autorità di Damasco ad aprirsi al dialogo e al coinvolgimento di tutte le componenti della società siriana.
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Grandissimo allarme hanno suscitato in tutto il mondo gli avvenimenti che hanno sconvolto l’Iran. Alle imponenti manifestazioni di popolo che chiedevano libertà, il regime autocratico iraniano ha risposto con una dura e sanguinaria repressione che ha provocato migliaia e migliaia di vittime e migliaia di arresti. E nella repressione si sono distinti per particolare ferocia gli squadroni dei “Guardiani della rivoluzione islamica” che molti governi democratici qualificano come una organizzazione terroristica.
Da questa Assemblea noi denunciamo con forza il carattere sanguinario e repressivo del regime iraniano, ricordando che è uno dei paesi che ha il più alto numero di esecuzioni capitali di persone innocenti. E respingiamo l’azione di continua destabilizzazione che il regime iraniano conduce contro Israele e nella regione.
Insieme a tutta la comunità internazionale chiediamo con forza la fine di ogni forma di repressione, la cessazione delle esecuzioni capitali, la liberazione di tutti i prigionieri politici, il ripristino delle connessioni Internet e delle comunicazioni, la cessazione di tutte le forme di persecuzione delle minoranze e il rispetto dei diritti umani per ogni donna e ogni uomo dell’Iran. E rinnoviamo la richiesta alle autorità iraniane di bloccare ogni iniziativa volta a dotare l’Iran di armamento nucleare, ristabilendo la cooperazione con l’AIEA.
Facciamo appello a tutte le istituzioni internazionali e a tutti gli Stati a mantenere alta la pressione sul regime iraniano con tutti i mezzi, a partire dalle sanzioni che devono essere applicate davvero e senza aggiramenti. E chiediamo al sistema dei media e dell’informazione di continuare a tenere accesi i fari su quel accade in Iran.
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Captain Ella: è musulmana la prima portavoce donna dell’IDF
Moked
Nei brevi video sui social si rivolge al pubblico arabo per denunciare i crimini di Hamas, di Hezbollah e dell’Iran, ma parla anche di diritti delle donne da tutelare, di violenza armata da contrastare nelle strade e di istigazione all’odio.
Con circa mezzo milione di follower su TikTok, dove è conosciuta come Captain Ella, il maggiore Ella Waweya è diventata una delle figure più visibili della comunicazione militare israeliana online. Ora si prepara a compiere il passo successivo: diventare la nuova portavoce delle Idf in lingua araba.
Waweya subentrerà a Avichay Adraee, in carica dal 2005, e sarà promossa al grado di tenente colonnello. La scelta, spiegano fonti militari, punta a garantire continuità nella comunicazione verso il mondo arabo.
Nata in una famiglia musulmana di Qalansawe, una città arabo-israeliana nel centro del Paese, Waweya presta servizio nelle Idf dal 2013 ed è attualmente la vice di Adraee. All’interno della Divisione del portavoce militare si è occupata fin dall’inizio di comunicazione in lingua araba e di nuovi media, contribuendo a costruire una presenza digitale per il pubblico del Medio Oriente. In un’intervista rilasciata lo scorso anno a Ynet, ha definito la comunicazione «una parte integrante del conflitto», spiegando che «il fronte mediatico è un campo di battaglia, una guerra che non è meno complessa di altre».
Riferendosi alle stragi compiute da Hamas il 7 ottobre 2023, Waweya ha sottolineato l’importanza dei media e delle immagini nel conflitto: «I terroristi sono entrati con le telecamere, con l’obiettivo di cambiare la percezione dell’opinione pubblica, spaventare e costruire un ciclo di odio. Il nostro compito è rispondere, presentando i fatti e la nostra verità». Un lavoro, ha aggiunto, non diretto a manipolare il pubblico, ma «a offrire un quadro più ampio e completo» per capire il conflitto.
Il ruolo che Waweya si appresta ad assumere affonda le sue radici nel periodo successivo al 1967, quando l’esercito israeliano iniziò a sviluppare strumenti di comunicazione in lingua araba – dai comunicati ai programmi radiofonici – rivolti alle popolazioni dei territori sotto controllo israeliano.
Per decenni si è trattato di un’attività frammentata, priva di un volto pubblico stabile. È solo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila che l’incarico è stato affidato alla Divisione del portavoce militare, trasformandosi in uno dei ruoli più esposti di Tsahal.
Con la nomina di Waweya, per la prima volta questo incarico è affidato a una donna.
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“La mia esperienza è paragonabile al mito della caverna di Platone:
tutti nella mia società, nella mia famiglia, vivono nella caverna
e vedono solo quello che loro sanno della società araba,
della loro cultura, attraverso le famose ombre.
Io sono una persona che cercava domande ancora prima che risposte.
Quando sono uscita fuori ho visto che il mondo non era solo Qalansawe,
e ho cominciato a parlarne”.
N.d.R.
– per gli arabi israeliani il servizio militare non è obbligatorio ma solo volontario
– Ella Waweya è la donna musulmana con il più alto grado militare
Articolo pubblicato su Moked il 3 febbraio 2026 che ringraziamo
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LA SINISTRA ITALIANA E IL CONFLITTO
Kermesse ONU: il diritto usato contro il diritto
Victor Magiar
Anche Antonio Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite, tramite il suo portavoce Stephane Dujarric, ha preso (ancora una volta) le distanze dalla Relatrice Speciale ONU Francesca Albanese:
“non siamo d’accordo con gran parte di ciò che dice […] o i termini che sta usando per descrivere la situazione“.
Ma, nonostante le richieste di diversi governi occidentali e dello stesso Segretario Generale, nessuno riuscirà a far dimettere l’Albanese: perché?
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Come spiegato da Mario Platero (Corriere della Sera 22-02-2026) la Relatrice è stata nominata (e può essere rimossa) dal Consiglio dei Diritti Umani, formato a rotazione da 47 ambasciatori di altrettante nazioni, distribuiti con criterio continentale: la richiesta di Francia e Germania non troverebbe mai il consenso della maggioranza degli Stati membri.

Il tema della composizione inadeguata [leggi “criterio continentale] è una questione che impatta sui contenuti e l’azione di molti organismi ONU, come ad esempio nella Commission on the Status of Women.

Del resto il tema della composizione continentale dei vari organismi ONU è una questione che fa discutere da molti anni, almeno da quando il 20 gennaio 2003 è stata eletta Najat al-Hajjaji, ambasciatrice della Libia di Muammar Gheddafi alla presidenza annuale della Commissione Onu per i diritti umani.
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È bene comprendere (come esporremo anche nel successivo articolo seguendo criteri giuridici) che siamo davanti non a delle specifiche anomalie ma al fallimento strutturale del sistema internazionale.
L’Onu nasce nel 1945 per garantire la pace: contava
50 Stati membri …. mentre oggi si contano ben
193 Stati membri …. tra cui
– 67 democrazie (21 piene liberali, 46 imperfette)
– 126 paesi autoritari o regimi liberticidi
Nel tempo, è cresciuto significativamente anche il numero degli organismi ONU, classificati con innumerevoli macro-definizioni: Commissions; Advisory Commissions; Committees; Ad hoc Committees; Advisory Committees; Executive Committees; High-level Committees; Special Committees; Working groups; Ad hoc Working Groups; Ad hoc Open-ended Working Groups; Open-ended Working Groups; Other Groups.
Vanno poi aggiunte le varie “Agenzie”.
Non c’è quindi da stupirsi se un Comitato di esperti Onu difende la Relatrice sostenendo ci sia stata una manipolazione del video e la diffusione di fatti inventati.
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In questi organismi la presenza dei Paesi illiberali, da regolamento, è preponderante:
buona parte di questi Paesi usano queste tribune non per mantenere la pace o per difendere i diritti, ma per delegittimare le democrazie liberali attraverso il linguaggio stesso dei diritti e attraverso le istituzioni internazionali.
Queste commissioni possono deliberare risoluzioni,
generando dinamiche folli e persecutorie,
basta contare le risoluzioni degli ultimi dieci anni:
0 contro Cina, Cuba, Sudan, Venezuela
10 contro Siria, Iran, Corea del Nord e Russia
160 contro Israele (più di 1 al mese).
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Ma oltre ai difetti strutturali del sistema Onu, esiste un “concorso personale” che fa di Albanese un’anomalia anche rispetto agli altri 58 relatori speciali: come ben spiegato da Mario Platero (Corriere 22-02-2026): “nessuno dei 58, pur sotto pressioni dai paesi oggetto delle inchieste, ha avuto il profilo mediatico di riconoscimento pubblico di Albanese”.
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Ma cosa ha realmente detto Albanese in questi 2 anni e lo scorso 7 febbraio ce lo ricordano bene
Antonio Polito (Corriere 12-02-26) e
Bernard-Henry Lévy (La Stampa 23-02-26):
- il fastidio con cui negò il diritto di Liliana Segre di giudicare un “genocidio” (“chi ha un tumore va da un oncologo, non da un sopravvissuto”)
- il sarcastico rimprovero a un sindaco che, nel concederle la cittadinanza onoraria, aveva chiesto la liberazione degli ostaggi israeliani
- il silenzio senza pietà con cui accolse la notizia della strage di ebrei sulla spiaggia di Sydney
- il tweet del 7 ottobre 2023, in pieno pogrom, nel quale invitava a inquadrare quel gesto di «violenza» nel suo «contesto»
- la sua risposta al presidente Macron “le vittime del 7 ottobre non sono state uccise perché ebree, ma in reazione all’oppressione di Israele”
- la sua smentita degli stupri delle donne nei kibbutz e a Gaza, da lei definiti “invenzioni”
- il tweet 11 maggio 2025 con cui accusava l’IDF di rapire i palestinesi per farli violentare da cani.
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Il 7 febbraio 2026, al Forum di Al-Jazeera, Albanese oltre a irritare le diplomazie occidentali, ha guadagnato gli applausi e il consenso
di Khaled Mesh’al, uno degli ultimi capi rimasti di Hamas e
di Abbas Araghchi, ministro del regime iraniano
che poche settimane fa ha assassinato trentamila suoi concittadini.
I tre partecipavano allo stesso “gruppo di lavoro” e, con una frase che passerà alla Storia, Albanese si è rivolta agli sceicchi e ai rappresentanti di vari governi, al ministro iraniano e al capo di Hamas:
“Noi, che non controlliamo ingenti quantità di capitali finanziari (sic!) di algoritmi e di armi (sic sic!!) adesso sappiamo che il genere umano ha un nemico comune”.
Con un discorso davvero breve, senza mai dire una parola di pace, senza mai adoperare la parola “pace”, Albanese si è rivolta al capo di Hamas, al ministro iraniano, agli sceicchi qatarini
chiedendo loro
– di difendere l’umanità (dal “nemico comune”)
– di difendere le “libertà fondamentali l’ultima via pacifica, l’ultimo strumento pacifico che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”.
clicca qui o sull’immagine per vedere il video
Rincuora sapere che l’umanità ha trovato dei nuovi difensori…
così come rincuora sapere che gli organismi Onu hanno un sistema tale da non permettere alcuna correzione…
e rincuora anche sapere che in Occidente ci sono politici e partiti che difendono la Relatrice speciale aggredita dal “noto complotto”.
Ironie a parte, con l’articolo che segue affrontiamo con un illuminante approfondimento di carattere giuridico le violazioni più gravi di Albanese, ovvero quelle al mandato conferitole.
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Ma per completare l’affresco di questa grottesca vicenda, suggeriamo di vedere questo video.
clicca qui o sull’immagine per vedere il video
Il 23 febbraio, 16 giorni dopo il Forum di Al-Jazeera,
alla Sessione del Consiglio dei Diritti Umani
il viceministro iraniano agli Affari Esteri ha sostenuto che
“Iran’s Islamic Revolution was a human rights revolution undertaken to establish democracy”.
Ascoltare per credere
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Il diritto e le parole come armi del conflitto
– I rapporti Albanese e il mandato violato
– Analisi giuridica dei sei Report della Relatrice Speciale ONU
Alessandra Casula
Questa approfondita fondamentale analisi giuridica
è stata presentata in occasione della conferenza,
tenuta a Milano lo scorso 26 gennaio,
di cui nelle pagine successive forniamo altre informazioni
e il link della videoregistrazione.
L’avvocata Alessandra Casula è membro di
Amity and Peace – International Jurists and Lawyers Association
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I. Il linguaggio giuridico come condizione della pace
La pace non nasce dalle parole più violente, né da quelle più mansuete. Nasce dalle parole più precise. Nei tempi in cui sembra prevalere la violenza, difendere il linguaggio giuridico è un atto di resistenza civile.
Il linguaggio giuridico è un patrimonio fragile e prezioso, come la democrazia: non è un linguaggio infiammato, vive di precisione e di categorie generali e astratte. È l’unico che consente agli esseri umani di stipulare patti di convivenza anche in situazioni di conflitto.
Quando questo linguaggio viene abusato e trasformato in strumento di guerra, in lotta ideologica, in accusa totale e in demonizzazione dell’avversario, non costruisce ponti ma muri. Non tutela i diritti, ma li trasforma in slogan. La democrazia entra in crisi. Lo vediamo nelle piazze e nelle università europee, dove emergono violenza verbale e rifiuto di ogni dialogo.
Dobbiamo tornare al linguaggio dei costituenti: uomini e donne che – dopo l’abisso della guerra – partivano da posizioni politiche radicalmente diverse, spesso inconciliabili, ma che accettavano una regola fondamentale: il rispetto del metodo, della forma, delle istituzioni. Perché senza forma, senza il rispetto delle categorie concettuali, il diritto non assolve più alla sua funzione regolatrice, ma confonde, opprime, divide.
Confutare i rapporti Albanese non significa negare il dolore dei palestinesi né assolvere Israele da ogni responsabilità. Significa difendere il diritto come spazio comune, l’unico in cui due popoli possano ancora riconoscersi come soggetti di pari dignità e non come nemici assoluti.
II. Il contesto: il fallimento strutturale dell’ONU
I report Albanese non sono un’anomalia: sono il prodotto coerente di un fallimento strutturale. L’ONU, nata nel 1945 con 50 Stati per garantire la pace, conta oggi 193 membri tra cui, accanto a 67 democrazie (21 piene liberali, 46 imperfette), 126 paesi autoritari o regimi liberticidi che usano quella tribuna non per mantenere la pace, ma per delegittimare l’Occidente e le democrazie liberali dall’interno attraverso il linguaggio stesso dei diritti.
Il doppio standard strutturale nei confronti di Israele è un dato documentabile: negli ultimi dieci anni, 160 risoluzioni di condanna contro Israele, una media superiore a una al mese. Nello stesso periodo: 10 risoluzioni per Siria, Iran, Corea del Nord e Russia; zero per Cina, Cuba, Sudan, Venezuela. Questo è il contesto istituzionale in cui si collocano i rapporti Albanese.
III. Il mandato della relatrice speciale e gli obblighi giuridici
Il quadro normativo di riferimento
L’incarico di Francesca Albanese è disciplinato dal Code of Conduct for Special Procedures Mandate-holders, adottato con Risoluzione del Consiglio dei Diritti Umani 5/2 del 18 giugno 2007 (A/HRC/RES/5/2), e dal Manual of Operations of the Special Procedures, adottato dai mandate-holders nel giugno 2008. Entrambi i documenti definiscono in modo vincolante i limiti e le modalità di esercizio del mandato. Il mandato non è politico ma tecnico-giuridico: impone neutralità, indipendenza e rigore metodologico nella verifica delle fonti, nella distinzione tra fatti e opinioni, nella cooperazione con tutte le parti coinvolte.
Il dovere di imparzialità e rigore metodologico
Art.3(a) del Code of Conduct: i mandate-holders devono “agire in modo indipendente ed esercitare le loro funzioni secondo il mandato, attraverso una valutazione professionale e imparziale dei fatti basata su standard internazionali dei diritti umani riconosciuti”.
Il metodo di accertamento dei fatti è regolato con pari rigore: l’Art.6(a) impone di “cercare sempre di accertare i fatti, basandosi su informazioni oggettive e affidabili provenienti da fonti credibili e rilevanti, che abbiano debitamente verificato nella massima misura possibile”.
L’Art.6(b) aggiunge il dovere di “tenere conto in modo completo e tempestivo, in particolare delle informazioni fornite dallo Stato interessato”.
L’Art.8(a) richiede che i relatori siano “guidati dai principi di discrezione, trasparenza, imparzialità ed equidistanza” nella raccolta delle informazioni. L’Art.8(c) stabilisce che debbano basarsi su “standard probatori appropriati al carattere non giudiziario dei loro rapporti”. L’Art.12(b) impone di “mostrare sobrietà, moderazione e discrezione per non compromettere il riconoscimento della natura indipendente del mandato”.
Il dovere di cooperazione e dialogo
L’Art.11(e) prevede l’obbligo di “instaurare dialogo con i governi e tutti gli attori rilevanti”. L’Art.13(b) precisa che le dichiarazioni dei relatori devono essere “compatibili con il mandato e con l’integrità, indipendenza e imparzialità che il loro status richiede, e promuovere un dialogo costruttivo tra le parti interessate, nonché la cooperazione per la promozione e protezione dei diritti umani”.
Il Manual of Operations (§§ 23-24) specifica che i mandate-holders devono tenere conto di “tutte le fonti di informazione disponibili che ritengono credibili e rilevanti”, incluse informazioni provenienti da governi, organizzazioni intergovernative, ONG internazionali e nazionali, comunità accademica, vittime, parenti e testimoni. L’Art.7 rimarca che i mandate-holders devono “assicurare che le loro raccomandazioni non eccedano il loro mandato o il mandato del Consiglio stesso”. L’Art.15 aggiunge che “nell’adempimento del loro mandato, i mandate-holders sono responsabili verso il Consiglio”.
Il divieto di esprimere giudizi anticipati su questioni pendenti
Il Codice di Condotta, e in particolare gli artt.3(a), 7, 12(b) e 15, letti sistematicamente, esclude che la Relatrice possa esprimere valutazioni o giudizi anticipati su questioni pendenti davanti agli organi giurisdizionali, in violazione del principio di separazione delle funzioni e della presunzione di innocenza. Questa conclusione è ulteriormente rafforzata dal § 30 del Manual of Operations (2008), che stabilisce espressamente che le comunicazioni delle Procedure Speciali “non sono intese come sostituto di procedimenti giudiziari o di altro tipo” e “non implicano alcun giudizio di valore”. Se questo vincolo vale per le semplici comunicazioni – lo strumento operativo minore del mandato – a fortiori si applica ai report formali presentati all’Assemblea Generale e al Consiglio dei Diritti Umani: il Relatore monitora, segnala e promuove il dialogo; non accerta crimini, non condanna Stati e non si sostituisce alle Corti competenti.
Il Relatore Speciale non è un giudice, non è un pubblico ministero: può segnalare rischi, richiamare standard, raccomandare verifiche. Non può sostituirsi alla Corte Internazionale di Giustizia o alla Corte Penale Internazionale. Dichiarare un genocidio senza processo significa anticipare una sentenza senza giudice, senza prove, senza contraddittorio, senza garanzie. È come se l’AGCOM condannasse qualcuno per omicidio.
IV. La confusione tra IHRL e IHL:
un errore giuridico sistemico
Diritto internazionale dei diritti umani – DIDU (IHRL)
Il Diritto Internazionale dei Diritti Umani è concepito per regolare il rapporto tra individuo e potere pubblico all’interno di uno Stato. Il suo perno è il diritto alla vita e alla libertà. Il modello tipico è il law enforcement: uso della
forza da parte delle autorità statali per mantenere l’ordine pubblico. L’obiettivo è arrestare, non uccidere. L’uso letale della forza è ammesso solo come extrema ratio; la detenzione è soggetta a garanzie giudiziarie immediate. È il diritto tipico delle operazioni di polizia, della gestione di disordini interni, del contrasto al terrorismo in contesto non bellico.
Diritto Internazionale Umanitario – DIU (IHL)
Il Diritto Internazionale Umanitario si applica esclusivamente in caso di conflitto armato, internazionale o non internazionale. È principio pacifico nel diritto internazionale che, in situazione di conflitto armato, il DIU operi come lex specialis rispetto al DIDU, con applicazione in deroga. I principi cardine del DIU – fondati sulle Convenzioni di Ginevra – sono: distinzione tra civili e combattenti; proporzionalità; necessità militare; precauzione; divieto di sofferenze inutili.
La protezione giuridica di ospedali e scuole non è assoluta: cessa, ai sensi della Prima Convenzione di Ginevra, se una struttura viene utilizzata per atti dannosi per il nemico, come deposito di armi, rifugio per combattenti, postazione di tiro o snodo di tunnel militari. L’uso di civili come scudi umani è grave violazione del DIU.
L’errore ricorrente nei report Albanese
Nei report Albanese emerge una confusione sistematica e voluta tra IHRL e IHL. Il DIU viene ignorato. Le ostilità belliche vengono trattate come operazioni di polizia, applicando standard propri del law enforcement invece delle regole specifiche del conflitto armato. Il meccanismo è preciso: Hamas viene descritto esclusivamente come “amministrazione locale”, mai come parte armata responsabile di condotte belliche, di terrorismo, di presa di ostaggi. Se a Gaza non ci sono combattenti, le operazioni militari vengono sempre considerate illegittime e si costruisce il dogma della morte esclusiva di civili.
Nei report sono totalmente omesse: le violazioni dei diritti umani perpetrate da Hamas verso il proprio stesso popolo (tortura e uccisione di dissidenti, repressione della libertà di stampa); l’uso bellico di ospedali e scuole; la costruzione di oltre 500 km di tunnel a fini bellici; la questione degli ostaggi civili israeliani a Gaza – tutte violazioni del DIU nei territori di competenza del mandato.
La questione degli ostaggi: un’omissione che viola il mandato
La presa di ostaggi è sempre vietata nel DIU: la IV Convenzione di Ginevra, art.34, ne stabilisce il divieto assoluto; lo Statuto di Roma della CPI, art.8(a)(viii), la qualifica come crimine di guerra. Se sistematica, è configurabile come crimine contro l’umanità. Eppure nel secondo report (A/78/545, ottobre 2023), pubblicato tredici giorni dopo il massacro del 7 ottobre, non vi è alcun riferimento ai 37 bambini israeliani presi in ostaggio nella Striscia di Gaza. Questa omissione rompe il principio di universalità della tutela dei minori e introduce una protezione selettiva fondata su criteri politici, non giuridici.
V. La deriva verso la lawfare
La confusione tra IHRL e IHL operata dalla Relatrice non è una scelta neutra: è funzionale. Consente di presentare il conflitto come una violazione permanente dei diritti umani, ma da parte di un unico colpevole, deresponsabilizzando totalmente un’organizzazione terroristica al potere. La deresponsabilizzazione totale di una organizzazione terroristica può favorire la pace e il dialogo?
Questo fenomeno è definibile come lawfare: uso del diritto come arma, in modo strategico e manipolativo, per delegittimare l’avversario, danneggiarne la reputazione, manipolare l’opinione pubblica e svuotare il linguaggio giuridico del suo senso. Il diritto smette di essere spazio comune e diventa benzina ideologica. Produce radicalizzazione e antisemitismo globale.
VI. I sei Report Albanese (2022–2025):
una traiettoria concettuale
Dal 2022 ad oggi Francesca Albanese ha presentato sei rapporti formali al Consiglio Diritti Umani (HRC) e all’Assemblea Generale (GA). Nel loro insieme mostrano una traiettoria di progressiva rottura con il metodo giuridico: il linguaggio del diritto internazionale viene gradualmente sostituito da una narrazione ideologica, con l’uso di categorie penali estreme e giudizi politici.
1. Report A/77/356 – settembre 2022:
l’occupazione come colpa ontologica
Il documento appare formalmente entro i limiti del mandato: osserva e riferisce, descrivendo restrizioni e condizioni di vita difficili della popolazione palestinese. Ma già in queste prime pagine si manifesta il primo slittamento concettuale decisivo: l’occupazione viene qualificata come “illegale”, “sistemica” e “strutturale” e come regime di dominazione permanente.
Nel diritto internazionale umanitario, l’occupazione è una condizione giuridica regolata, non di per sé illegale. Ai sensi dell’art.51 della Carta ONU, uno Stato può reagire a una minaccia armata in esercizio del diritto di legittima difesa, come avvenne nel 1967. La condizione di occupazione è, per sua natura, temporanea e destinata a cessare tramite accordo di pace (1978, Camp David, Israele restituisce il Sinai; 1947, Parigi, l’Italia perde Istria, Dalmazia e Rodi). Peraltro Israele era uscito da Gaza nel 2005.
Il report ignora i rifiuti negoziali della leadership palestinese del 1947, del 2000 (Camp David) e del 2008 (offerta Olmert); i “tre no di Khartoum” del 1967; il contesto ideologico in cui Israele viene negato come Stato legittimo, “from the river to the sea”. Il diritto all’autodeterminazione spetta a entrambi i popoli.
Attribuire a Israele una colpa ontologica permanente è giuridicamente scorretto, radicalizza il conflitto e chiude ogni possibilità di pace. Al contrario, dove c’è una semplice contesa giuridica, si possono trovare accordi.
2. Report A/78/545 – ottobre 2023:
il bambino come argomento assoluto
Nel secondo report, dedicato ai minori e pubblicato il 20 ottobre 2023 – tredici giorni dopo il massacro del 7 ottobre – il linguaggio compie un salto ulteriore. Il bambino palestinese diventa la chiave unica di interpretazione del conflitto. Il metodo giuridico scompare; il diritto umanitario non viene considerato; la logica binaria sostituisce l’analisi: innocenza assoluta palestinese contro colpa assoluta israeliana. Ogni detenzione del minore palestinese è un crimine, anche quando collegata alla partecipazione ad attività terroristiche o belliche.
La Relatrice omette sistematicamente le violazioni perpetrate da Hamas nei confronti dei bambini palestinesi: reclutamento dei minori; uso dei bambini come scudi umani; installazione di infrastrutture militari in scuole e ospedali; indottrinamento sistematico alla glorificazione del martirio; ideologia del sacrificio, in cui esponenti dell’organizzazione hanno dichiarato pubblicamente che la morte dei civili, inclusi i minori, è un “prezzo necessario”.
Tutte condotte che costituiscono violazioni gravissime delle Convenzioni di Ginevra e della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, che non vengono meno perché perpetrate dall’autorità di Gaza.
3. Report A/HRC/55/73 – marzo 2024:
Anatomy of a Genocide
Due mesi dopo l’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) del 26 gennaio 2024 – che non ha accertato il genocidio ma ha adottato misure provvisorie – la Relatrice presenta il terzo report: Anatomy of a Genocide.
Il titolo è già una condanna. Il genocidio non è più un’ipotesi da verificare nella sede competente: la Relatrice prima anticipa la condanna, poi seleziona i fatti funzionali alla tesi.
Vengono omessi: i 500 km di tunnel a uso bellico; le istruzioni di Hamas ai civili di non evacuare; la presenza dei combattenti di Hamas; l’impatto della guerra urbana; il fatto che non vi sia stato alcun carpet bombing; le misure israeliane di cautela (telefonate, sms, volantini, mappe di evacuazione, corridoi umanitari, roof knocking, sospensione delle operazioni in presenza di civili, selezione mirata degli obiettivi).
Il report non analizza: conferma ciò che aveva già deciso di sostenere. Afferma l’esistenza di “patterns indicative of genocidal intent”, ma questi pattern non vengono mai analizzati secondo i criteri della Convenzione del 1948. Non vengono individuati ordini di distruzione del gruppo palestinese come tale; né atti normativi o militari finalizzati allo sterminio; né una politica statale coerente e univoca di eliminazione del gruppo. L’intento genocidario viene dedotto dagli effetti – dal presunto numero di vittime, tutte “civili” – in un contesto bellico che viene cancellato.
La fattispecie genocidio: ciò che la Relatrice ignora
Il reato di genocidio, definito dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 9 dicembre 1948 e recepito dall’art.6 dello Statuto di Roma della CPI, è composto di due elementi tassativi e cumulativi: un elemento oggettivo (compiere uno degli atti elencati: uccisioni, lesioni gravi, condizioni di vita distruttive, impedimento delle nascite, trasferimento forzato di minori); e un elemento soggettivo – dolus specialis (l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale).
Non basta una guerra devastante, né un alto numero di vittime civili, né la commissione di crimini di guerra o contro l’umanità. Senza il dolo specifico – l’intento di distruzione del gruppo come gruppo – non c’è genocidio. Questo non è un dettaglio tecnico fastidioso: è la soglia che separa il diritto dalla propaganda. I casi riconosciuti di genocidio sono pochissimi e, in tutti, le Corti hanno accertato in giudizio, dopo anni di istruttoria e migliaia di prove, ordini espliciti di sterminio del gruppo in quanto tale: Ruanda; Bosnia c. Serbia (CIG 2007, genocidio riconosciuto solo per Srebrenica); Yazidi perseguitati dall’ISIS. Il genocidio è stato riconosciuto da sentenze motivate – non da un relatore speciale.
La decisione della CIG: ciò che è stato detto e ciò che non lo è
Nel procedimento Sudafrica c. Israele (Genocide Convention), la Corte Internazionale di Giustizia ha adottato, con ordinanza del 26 gennaio 2024, misure provvisorie – cautelari, non definitorie – per prevenire il rischio di violazioni della Convenzione: adozione di tutte le misure per prevenire il genocidio; garanzia che le forze armate non commettano tali atti; prevenzione e punizione dell’incitamento al genocidio; accesso all’assistenza umanitaria; preservazione delle prove. La CIG non ha accertato il genocidio. Il merito del procedimento è tuttora pendente.
4. Report A/79/384 – ottobre 2024:
il genocidio come metafora storica
Nel quarto report, Genocide as Colonial Erasure, il genocidio cessa di essere un crimine tipizzato e diventa un paradigma storico. La tipicità penale scompare. Il dolus specialis viene dissolto. Secondo il metodo adottato, basta collocare uno Stato dentro la categoria ideologica del colonialismo perché vengano automaticamente riconosciuti due crimini: apartheid e genocidio. Il diritto penale viene sostituito da una narrazione storica: il processo viene annullato.
La qualificazione di Israele come “potenza coloniale” non ha basi storiche o giuridiche: nasce come costruzione ideologica negli ambienti sovietici degli anni Sessanta e Settanta. Il sionismo nacque tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento non come progetto di conquista, ma come movimento di liberazione nazionale di un popolo perseguitato in fuga da pogrom, persecuzioni.
Le terre non furono sottratte ma in larga parte acquistate legalmente (circa il 78% delle terre tra il 1880 e il 1947 da vendite registrate). La Conferenza di Sanremo del 1920 riconobbe al popolo ebraico il diritto di costituire uno Stato nel Mandato Britannico. Nella partizione ONU del 1948 la popolazione del territorio assegnato a Israele era composta per oltre l’80% da ebrei; lo Stato di Israele nacque riconoscendo pari diritti civili e politici a tutti i suoi cittadini, per vedersi attaccato dalla Lega Araba il giorno dopo.
5. Report A/HRC/59/23 – luglio 2025:
la colpa che si espande
Con il quinto report, From Economy of Occupation to Economy of Genocide, il genocidio diventa una rete. Non è più solo Israele il colpevole presunto: vengono indicati come complici alcuni Stati occidentali (USA, Germania, Italia, Regno Unito) e grandi imprese dei settori militare e tecnologico – Leonardo, Lockheed Martin, Google, Amazon – qualificandoli come parte di una presunta economy of genocide. La cooperazione economica lecita viene confusa con responsabilità penale. La colpa non è più individuale né accertata: è presunta e strutturale. Il diritto non accerta più: sanziona simbolicamente.
In questo report compare esplicitamente il termine apartheid con funzione evocativa e politica: il richiamo al precedente sudafricano è deliberato, per legittimare un regime di sanzioni, boicottaggio e isolamento internazionale contro Israele, in assenza di qualsiasi previo accertamento giurisdizionale. L’apartheid è un crimine contro l’umanità tipizzato dalla Convenzione internazionale per la soppressione e la punizione del crimine di apartheid del 1973 e dall’art.7, par. 2, lett. h dello Statuto di Roma. Richiede: atti inumani sistematici; un regime giuridico permanente di dominazione di un gruppo razziale su un altro; l’intento di mantenere tale regime istituzionalizzato.
La tesi di Albanese non supera il vaglio giuridico: nei report non viene mai dimostrato il dolo specifico di dominazione razziale, né viene analizzato alcun atto normativo israeliano che istituisca una gerarchia razziale. Nei veri casi di apartheid – come il Sudafrica – vi era: legislazione esplicitamente razziale; divieti di matrimonio misto; separazione territoriale su base etnica; servizi separati per razza; nessun diritto civile e politico. In Israele i cittadini arabi votano, siedono in Parlamento, sono giudici della Corte Suprema, dirigono ospedali e università, fanno parte delle forze di polizia e dell’esercito. In un regime di apartheid, tutto questo sarebbe semplicemente impossibile.
6. Report A/80/492 – ottobre 2025:
la colpa collettiva
Nel sesto report, Gaza Genocide: a collective crime, la trasformazione della categoria giuridica è completa. Il genocidio viene dichiarato crimine collettivo.
Il diritto penale internazionale nasce proprio per negare la colpa collettiva – nasce dopo le tragedie del Novecento per dire: mai più popoli colpevoli, solo individui responsabili. Qui si torna indietro: alla colpa diffusa, alla responsabilità senza imputazione, alla condanna senza processo.
L’atto è gravemente ultra vires: il mandato della Special Rapporteur non prevede la competenza giurisdizionale a giudicare del reato di genocidio; né la valutazione delle politiche estere di 63 Stati; né la formulazione di obblighi di embargo, boicottaggio e rottura di relazioni diplomatiche; né la reinterpretazione unilaterale della Carta ONU; né la costruzione di una dottrina alternativa del diritto internazionale umanitario. La responsabilità non nasce più da atti provati, ma dall’appartenenza a un campo politico. Il genocidio non è più un crimine da giudicare: è un marchio da attribuire.
VII. Conclusioni: il diritto come spazio comune
I sei report Albanese mostrano una traiettoria di progressiva rottura con il metodo giuridico. Attraverso la confusione sistematica tra IHRL e IHL, la disapplicazione del DIU, l’attribuzione di qualifiche penali estreme – genocidio, apartheid – senza rispettare gli standard probatori né attendere il giudizio delle Corti competenti, e l’espansione della responsabilità da un singolo Stato a intere reti economiche e politiche, il diritto internazionale viene trasformato in strumento ideologico.
Le violazioni del Code of Conduct sono sistematiche: il dovere di imparzialità (art.3(a)), di rigore metodologico (artt.6(a) e 6(b)), di moderazione e discrezione (art.12(b)), di dialogo costruttivo (artt.11(e) e 13(b)), il divieto di eccedere il mandato (art.7), la responsabilità verso il Consiglio (art.15) e il principio di non sostituzione alle Corti, ricavabile sistematicamente dall’intero impianto normativo e confermato dal §30 del Manual of Operations, sono stati violati in modo progressivo e consapevole.
Il problema non è la critica a Israele, che è legittima come la critica a qualsiasi governo. Il problema è che, all’interno di un mandato giuridico istituzionale, viene fatto un uso politico e distorto del diritto internazionale, che trasforma le categorie più gravi – da accertare processualmente – in armi retoriche. Il linguaggio giuridico si trasforma in linguaggio di guerra.
Confutare questi report è un atto di difesa del diritto come spazio comune. È l’unico spazio in cui due popoli – il popolo israeliano e il popolo palestinese – possano ancora riconoscersi come soggetti di pari dignità, e non come nemici assoluti. È il solo terreno in cui possano ancora essere scritti accordi di pace. Dove viene introdotta una colpa ontologica assoluta e irreparabile, non resta spazio per soluzioni giuridiche, ma solo conflitto permanente.
Il diritto internazionale non è un’arma.
È l’unica alternativa alle armi.
Fonti e riferimenti normativi
Strumenti ONU e codici di condotta
- Code of Conduct for Special Procedures Mandate-holders, HRC Resolution 5/2, 18 giugno 2007 (A/HRC/RES/5/2)
- Manual of Operations of the Special Procedures of the Human Rights Council, giugno 2008
- Carta delle Nazioni Unite, art.51 (diritto di legittima difesa)
Diritto internazionale umanitario
- Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 e Protocolli aggiuntivi
- IV Convenzione di Ginevra, art.34 (divieto assoluto di prendere ostaggi)
- Prima Convenzione di Ginevra (perdita di protezione delle strutture sanitarie usate per fini bellici)
Diritto penale internazionale
- Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, 9 dicembre 1948
- Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale: art.6 (genocidio); art.7, par. 2, lett. h (apartheid come crimine contro l’umanità); art.8(a)(viii) (presa di ostaggi come crimine di guerra)
- Convenzione internazionale per la soppressione e la punizione del crimine di apartheid, 1973
- Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia
Giurisprudenza internazionale
- CIG, Bosnia e Erzegovina c. Serbia e Montenegro (Application of the Genocide Convention), sentenza 26 febbraio 2007
- CIG, Sudafrica c. Israele (Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide), ordinanza su misure provvisorie, 26 gennaio 2024
Report Albanese analizzati
- A/77/356 – Situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, 21 settembre 2022
- A/78/545 – Children and the Israeli-Palestinian conflict, 20 ottobre 2023
- A/HRC/55/73 – Anatomy of a Genocide, 25 marzo 2024
- A/79/384 – Genocide as Colonial Erasure, 1 ottobre 2024
- A/HRC/59/23 – From Economy of Occupation to Economy of Genocide, luglio 2025
- A/80/492 – Gaza Genocide: a collective crime (advance unedited version), ottobre 2025
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Sezioni territoriali
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Economia del terrorismo:
attori, finanziamenti, reti, infrastrutture, responsabilità
Anna Grattarola
Venerdì 6 febbraio 2026, presso l’Istituto Storico Parri di Bologna, si è tenuta una conferenza sul tema “Economia del terrorismo: attori, finanziamenti, reti, infrastrutture, responsabilità”.
Ho introdotto l’incontro e in apertura ho osservato che seguire il percorso del denaro è sicuramente una delle intuizioni più rilevanti del compianto Giovanni Falcone, che, anche se non ha pronunciato testualmente la frase “follow the money”, ha indicato un principio investigativo potentissimo: per capire e colpire il malaffare e la criminalità, sotto qualsiasi forma, bisogna ricostruire i flussi di denaro.
I soldi rivelano alleanze, gerarchie, complicità e tracciare i movimenti finanziari permette di arrivare ai vertici, perciò questo titolo, forse un po’ inquietante.
Dopo i saluti delle associazioni amiche, Nes e 7ottobre, e del “padrone di casa” on. Virginio Merola, presidente dell’Istituto Parri, l’attenzione dei numerosi presenti è stata catturata per oltre due ore da Emanuele Ottolenghi, che ha dedicato all’analisi del tema studi e ricerche, per le quali è riconosciuto come un esperto internazionale indipendente.
Senior Research Fellow del Center for Research on Terror Financing (CENTEF) e Senior Advisor di 240 Analytics, una società di elaborazione dati e mitigazione del rischio di esposizione al finanziamento al terrorismo, Ottolenghi è autore di numerosi saggi e articoli su questioni mediorientali, pubblicati da riviste accademiche e testate giornalistiche internazionali. È riconosciuto per la sua analisi approfondita delle dinamiche politiche e di sicurezza in Medio Oriente, con particolare attenzione all’Iran e alle attività di gruppi come Hezbollah.
Tra le sue numerose pubblicazioni segnalo in particolare i volumi dedicati all’Iran.
Lo spunto iniziale della conferenza è l’intervista di Aldo Torchiaro a Marco Mancini, ex capo del controspionaggio italiano (Il Riformista, novembre 2025). Il quotidiano pubblica la foto segnaletica di un cittadino libanese, dal nome arabo Haitham Diad o Diab, traslitterato in due modi diversi.
Secondo Mancini, Diad/Diab è un membro di Hezbollah, incaricato dai pasdaran iraniani di guidare, dal quartier generale nella valle della Beqaa in Libano, un’unità responsabile per azioni eversive all’estero, in particolare assassinii.
Effettivamente, emerge da notizie di cronaca e documenti processuali che un Haissam Diab sia ricercato dal 2023 per un fallito attentato di Hezbollah in Brasile.
Attraverso la storia di quest’uomo, costruita su documentazione processuale e fascicoli di inchieste di vari paesi, si apre una finestra sulle convergenze tra crimine organizzato e terrorismo internazionale, minaccia non ben ancora messa a fuoco dalle opinioni pubbliche occidentali, ma nota agli Stati, che hanno organizzato da anni un apparato legislativo per regolamentare settori finanziari, migliorare la trasparenza delle transazioni con la riduzione dei contanti, e incrementare la tracciabilità del denaro.
Il ricorso al crimine da parte di terroristi non è nuovo, è successo in Italia e in Europa con gruppi di eversione sia rossi che neri per finanziare le loro attività.
Organizzazioni come Hezbollah, Hamas, Al Shabab, Al Qaida hanno bisogno di raccogliere fondi, che ricevono, oltre che da Stati conniventi, dall’apparato legittimo di ong caritatevoli di matrice islamica, facendo leva sul sentimento di solidarietà delle comunità di riferimento, in parte o in toto dirottati sul terrorismo; altri fondi derivano dal ricorso ad attività criminali quali traffico di droga, commercio illegale di armi, organi, zanne di elefanti, reperti archeologici, schiavi, attività per le quali occorrono contatti internazionali, intermediari affidabili che portino a buon fine le transazioni. La convergenza tra crimine e terrorismo avviene in quello spazio ambiguo dei traffici utilizzati per generare reddito mediante attività illecite.
Sembra strano che essi cooperino, viste le profonde differenze ideologiche, specie riguardo a gruppi islamici radicali. Eppure, a ben vedere, esistono elementi simili, che li portano a incontrarsi su terreno comune.
Terroristi e gruppi criminali si oppongono agli Stati e fioriscono in spazi dove lo stato è debole, usano la violenza per imporsi, non rispettano i diritti umani, sono veloci nell’appropriarsi di nuove tecnologie e sfruttarle, sono molto più agili delle burocrazie statali che li combattono, e adottano strutture decentralizzate simili. Anche se differiscono nelle motivazioni – le organizzazioni criminali mirano al profitto, le organizzazioni terroristiche hanno obiettivi politici – però si aiutano a vicenda.
Questa minaccia è presente da tempo ormai. Il presidente USA, Barack Obama, nel 2011 elabora una strategia contro il terrorismo internazionale da cui risulta che, su 63 organizzazioni criminali monitorate, 29 collaborano con organizzazioni terroristiche e avverte il pericolo che i flussi migratori clandestini possono essere sfruttati per inserire in Occidente terroristi.
L’agenzia ONU UNODC (Office of Drug Control) con sede a Vienna nel 2009 registra 320 miliardi di dollari di traffico di droghe e più del doppio di traffico di merci contraffatte, più di un trilione di dollari l’anno.
Queste somme non si muovono tutte in contanti e occorre fare in modo che risultino in transazioni legittime. Il lavoro di riciclaggio è essenziale per il funzionamento di questo business miliardario, e sono proprio le reti di Hezbollah, tra le varie organizzazioni terroristiche, a eccellere nell’offerta di servizi intermediari al crimine organizzato per movimentare questi flussi finanziari illeciti a buon fine.
Ottolenghi offre subito un esempio di casa nostra. Dieci anni fa un gruppo di ‘ndrine di Gioia Tauro intende acquistare 8 tonnellate di cocaina colombiana; le forze dell’ordine hanno sospetti e, prima che la droga arrivi, arrestano 55 persone, tra cui quattro che le carte processuali identificano come rappresentanti della compagine colombiana in Italia. Tra loro c’è un libanese sciita che vive in Romagna e commercia in auto usate, un commercio che storicamente Hezbollah ha usato a livello globale per schemi di riciclaggio.
Il libanese era l’uomo incaricato dai colombiani di gestire il rimpatrio dei proventi della vendita. Pur non essendo stato identificato dagli inquirenti come referente di Hezbollah, è certamente interessante che a gestire la compravendita sia un libanese residente in Italia (e non i tre colombiani inviati), incaricato dal sindacato criminale della droga in Colombia del delicato lavoro di riciclare denaro per loro conto.
Il ruolo di Hezbollah come referente del crimine organizzato inizia con l’aumento delle necessità finanziarie del gruppo. Hezbollah nasce negli anni ’80 come organizzazione clandestina terroristica, dagli anni ’90 si trasforma in milizia di difesa territoriale formando una rete sociale di previdenza che quindi ha necessità finanziarie sempre in aumento. Il bisogno di raccogliere fondi l’inserisce nei traffici illeciti dove i suoi agenti gestiscono servizi d’intermediazione tra i vari attori illeciti a livello globale, che riconoscono gli agenti di Hezbollah come affidabili ed efficaci. Non minaccia concorrenza sul territorio e offre un servizio efficiente.
Tale coinvolgimento è ben documentato.
Nel 2005, la DEA (Drug Enforcement Administration – l’agenzia americana incaricata delle inchieste contro il narcotraffico) e agenti colombiani, in un’operazione congiunta contro criminali in Colombia, eseguono intercettazioni di numeri telefonici associati ai cartelli colombiani.
Molte di queste conversazioni (oltre 120 ore) sono in arabo e coinvolgono interlocutori libanesi che organizzano trasferimenti di quantità ingenti di cocaina che viaggiano insieme con altre merci. Da quelle intercettazioni seguono negli anni molteplici inchieste che portano ad arresti, sanzioni, sequestri di ingenti quantità di denaro e così via. Ne emerge un quadro globale che mostra come Hezbollah sia coinvolta non solo nella pianificazione di attentati ma anche nella logistica e distribuzione di sostanze stupefacenti, oltre che nel riciclaggio dei proventi illeciti derivati dalle vendite.
E, conclude Ottolenghi, tra le tante figure che emergono in queste inchieste, si incontra proprio lo stesso Diad/Diab menzionato da Mancini nella sua intervista a Torchiaro. Molto rimane da chiarire, ma il personaggio risulta ripetutamente investigato in paesi diversi per traffico di droga internazionale, contrabbando e contraffazione di documenti. Viene persino arrestato, nel 2017, in compagnia di un trafficante libanese nella cui casa si trovava al momento dell’irruzione delle forze dell’ordine. Incredibilmente, nonostante i trascorsi, il personaggio viene rilasciato e, dopo breve tempo, ritorna alla ribalta come una delle persone chiave in un complotto terroristico in Brasile, dove da molti anni risiede. La sua storia, che unisce il filone terrorista con quello della finanza illecita e il crimine organizzato, in qualche modo è esemplare del fenomeno descritto nella conferenza.
Nelle conclusioni, Luca Alessandrini ha richiamato il tema dell’antisemitismo nostrano, citando alcuni recenti episodi eloquenti avvenuti in Italia e nella stessa città di Bologna.
La serata si è conclusa col desiderio di approfondire molti altri temi, tra cui alcuni aspetti inerenti a inchieste sul finanziamento in corso sia in Italia che negli Stati Uniti, l’uso delle criptomonete per finanziare il terrorismo, e i legami tra Hezbollah, Hamas, e i pasdaran iraniani.
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Pace in Medio Oriente:
il diritto e le parole come armi del conflitto
Red
Cliccando qui o sull’immagine a lato
è possibile vedere la videoregistrazione
dell’incontro tenutosi a Milano il 26 gennaio 2026 alla Sala Pirelli, intitolato
“Pace in Medio Oriente. Il diritto e le parole come armi del conflitto”
aperto da un saluto di Pietro Bussolati,
coordinato da Luciano Belli Paci e
concluso da Emanuele Fiano.
Nel corso dell’evento, le avvocate
Alessandra Casula e
Anna Massimini
hanno presentato un’approfondita fondamentale analisi giuridica
dei documenti ONU
dei Rapporti Albanese
dello Statuto di Hamas.
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Antisemitismo che ritorna: perché serve una legge
Incontro con Graziano Delrio e Ivan Scalfarotto
SCHEDA – IL RITORNO DELL’ANTISEMITISMO
SCHEDA – IHRA WORKING DEFINITION
Arturo Belluardo
Il 19 febbraio si è tenuto a Roma, presso la Sala CAE, l’incontro organizzato dalla sezione locale di SxI: “Antisemitismo che ritorna: perché serve una legge” a cui hanno partecipato i senatori Graziano Delrio (PD) e Ivan Scalfarotto (Italia Viva), pungolati dalla giornalista del Corriere della Sera, Maria Teresa Meli.
(clicca qui per vedere la videoregistrazione).
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Ma prima di addentrarci nella narrazione del dibattito, che ha visto una nutrita e appassionata partecipazione, mi preme raccontare due episodi a cui ho assistito di recente nel quartiere Marconi (che a Roma ospita due sinagoghe e un consistente numero di cittadini di fede ebraica).

[episodio 1] Biblioteca Marconi, Giornata della Memoria: viene presentato un libro che parla della fuga dei nazisti in Argentina nel dopoguerra; interviene un membro di uno dei circoli di lettura della biblioteca, già cancelliera del processo Priebke, che si chiede se, considerando quello che sta facendo oggi Israele, non sia necessario e opportuno un “antisemitismo di protezione”.
[episodio 2] Chat degli amici del PD Marconi: un dirigente del partito dichiara: “Il massimo auspicio che a tutte le prossime elezioni, locali e nazionali di ogni paese del mondo, ci si ricordi tutti/e da che parte stava, riguardo lo sradicamento e il genocidio dei palestinesi, ogni persona che chiederà il voto…”. Al di là dell’italiano sgangherato, viene statuita la necessità di una patente antisionista per poter essere candidati.
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Ho citato due episodi accaduti dietro casa nel giro di una settimana, senza necessità di spostarmi fino a Bergamo o a Padova, dove l’antisemitismo è diventata la palestra dell’Ardimento della meglio gioventù di sinistra.
Esiste un’emergenza antisemitismo in Italia? Sì, esiste. Basta guardarsi attorno, le statistiche sono quasi pleonastiche (nel solo 2024, aumento degli episodi di quasi il 100% rispetto al 2023 – Fonte Fondazione CDEC).
Esiste la necessità di una legge che definisca cosa sia l’antisemitismo? Sì, esiste.
L’emergenza la declinano bene Delrio e Scalfarotto, quando raccontano la differenza tra loro ed Emanuele Fiano: tutti e tre di sinistra, sono personaggi politici di spicco. Ma solo Fiano deve girare sotto scorta. Perché è ebreo? Sì, perché è ebreo.
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E Delrio chiarisce ancora la minaccia alla democrazia che l’insorgere violento dell’antisemitismo rappresenta: “nel momento in cui dei cittadini italiani si sentono minacciati e non possono esporre liberamente i simboli della loro fede, nel momento in cui a questi cittadini viene chiesto, imposto addirittura, di prendere le distanze dalla politica di Israele, nel momento in cui le scuole e gli asili ebraici sono presidiati da camionette della polizia, esiste un problema di discriminazione, esiste una minaccia reale e concreta ai principi fondativi della nostra Carta Costituzionale”.
È quindi necessario un impegno morale e solenne del Parlamento che definisca, una volta per tutte, le declinazioni concrete dell’antisemitismo, così come le ha formulate l’IHRA.
Sono definizioni nette e precise, frutto di anni di studio e di ricerca; chi le contesta, dicendo che servono a mettere la mordacchia a chi vuole criticare Israele, chi vuol far ricorso a formulazioni alternative pastrocchiate, lo fa per gettare la palla in tribuna, per rallentare i lavori e far sì che la legge non venga approvata.
Si tratta, nei fatti, di una legge “dichiarativa”, che istituisce uno stigma morale, senza alcuna conseguenza penale: per questo c’è già la legge Mancino sull’odio razziale. Ma chiarisce alcuni punti essenziali: criticare Israele non è una forma di antisemitismo, ma lo è fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti.
E su questo bisogna tenere il punto, sottolineano i senatori: deve essere palese che utilizzare il termine genocidio per le morti causate dall’IDF a Gaza significa declassare la Shoah. Significa dire che la Shoah è replicabile, e che se la stai mettendo in atto tu, Israele, allora non c’è più nessun motivo per parlare ancora di Shoah.
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È cruciale, nel dibattito, la domanda di Maria Teresa Meli:
perché la sinistra, per dirla alla Funari, nun ja fa’ a fare una legge sull’antisemitismo.
Secondo Scalfarotto, si tratta di un “richiamo della foresta” terzomondista e antiamericano, una fatica vera a riconoscersi nei valori costitutivi dell’occidente; è per questo che la Sinistra non riesce a prendere posizione su avvenimenti evidenti, come la repressione cruenta in Iran, per cui non è esistito alcun tipo di mobilitazione ufficiale; è per questo che non potrà mai essere dalla parte di Israele, dipinto come l’epitome del colonialismo americano.
C’è chi si rifugia nel qualificare l’antisemitismo come una forma come un’altra di razzismo (tesi sostenuta in Commissione da alcuni autorevoli esponenti della sinistra parlamentare), con un’evidente distorsione dei fatti e della lettura della storia.
Basti pensare alla strage di Capodanno di Sidney, diretta esclusivamente a massacrare gli ebrei, e, di converso, a chi sostiene che gli Israeliani si siano “meritati” il pogrom del 7 ottobre, in quanto artefici, dal 1948 a oggi, dello sradicamento e persecuzione (per tacer del genocidio) della popolazione palestinese.
Delrio rincara la dose, sottolineando come certi settori della sinistra e della destra siano afflitti dalla “teoria della scarsità”, una deformazione classica del dibattito politico che rispunta ogni volta che si discute del riconoscimento dei diritti di qualcuno (il voto alle donne, le unioni civili, etc.), come se ciò comportasse la sottrazione dello stesso diritto a qualcun altro; nella fattispecie, il fare una battaglia per i cittadini italiani di origine ebraica implicherebbe non riconoscere la sofferenza dei palestinesi di Gaza.
Ma noi, esorta Delrio, dobbiamo far nostro il monito del teologo tedesco Bonhoeffer “Chi non urla per gli ebrei, non può cantare il gregoriano”.
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Altra domanda cruciale di Maria Teresa Meli:
ma esiste un rischio concreto che la legge venga affossata?
Su questo i due senatori hanno opinioni differenti, Delrio è fiducioso, Scalfarotto dubbioso.
È innegabile che ci sia una grande volontà a non fare la legge e che non sarà facile approvarla. Il Presidente del Senato si è impegnato solennemente con Liliana Segre a portarla in aula il 3 marzo, ma il boicottaggio in Commissione è stato costante, con i tentativi di includere l’islamofobia nel disegno di legge, con il rallentamento dei lavori a bella posta.
In fin dei conti, però, ribadisce Delrio, si tratta solo di quattro articoli, che possono essere votati in fretta e sul testo finale si è riscontrata un’ampia disponibilità al dialogo da parte del centrodestra. Di questa convergenza non bisogna stupirsi: è questo lo scopo del Parlamento: trovare, su tematiche riconosciute basilari per la popolazione, un consenso comune.
La destra, sottolinea Scalfarotto, sta occupando uno spazio vuoto nella difesa della comunità ebraica (anche in chiave antislamica o anti-migranti), nonostante sia quello il milieu culturale che ha partorito le Leggi Razziali.
E questo sta accadendo perché è stata la sinistra a lasciare questo vuoto. In ogni caso, la legge in approvazione preoccupa forse più, con il suo veto alle manifestazioni sospette di antisemitismo, i militanti di Acca Larenzia che il popolo ProPal.
Insomma, sembra che portare avanti questa legge sia come essersi imbarcati su una “piccioletta barca” che naviga in un “pelago da rimaner smarriti”. Sembra, se il senatore Delrio paventa il rischio di essere costretto a votare “secondo coscienza”, anche contro la volontà del suo gruppo parlamentare.
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Alla fine dell’incontro, pensando al fossato che si sta scavando tra chi, di sinistra, si autodefinisce “dalla parte giusta della storia” e chi si erge a difesa della comunità ebraica, mi si stringe il cuore; mi si stringe il cuore assistendo alla cancellazione della memoria risorgimentale, a quando il popolo italiano senza una nazione si vedeva raffigurato negli ebrei del “Nabucco” di Verdi, deportati a Babilonia, a quando il sogno del ritorno a Sion era l’emblema di un’Italia “sì bella e perduta”, e non un bieco pretesto per mascherare, in latrati di sciacalli, un viscerale odio antigiudaico.
Poi però mi torna in mente la leggenda che vuole un capitano ebreo, Giacomo Segre, dar fuoco alle polveri della cannonata che abbatte Porta Pia. E capisco che questa legge questo sarà, una potente cannonata contro le mura del “socialismo degli imbecilli” (così August Bebel definì l’antisemitismo).
“La reazione a quel che abbiamo fatto” ha detto Delrio “vuol dire che bisogna farlo. Farlo per tutti noi. Perché riguarda la qualità della nostra democrazia”.
E riprendo a cantare “Va’ Pensiero”.
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SCHEDA - IL RITORNO DELL’ANTISEMITISMO
In Italia e nei paesi occidentali, i dati finora disponibili mostrano l’aumento degli episodi di antisemitismo, particolarmente marcato tra il 2023 e il 2024.
Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC, gli episodi censiti sono quasi raddoppiati nel 2023 rispetto al 2022 e sono continuati ad aumentare nel 2024, raggiungendo livelli mai registrati in precedenza (quasi il 100% di aumento annuo dal 2023).
Tendenze analoghe emergono in numerosi Paesi europei e nordamericani, con l’eccezione relativa della Francia, dove la mobilitazione della classe politica è stata tempestiva e univoca. Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Australia segnalano invece tutti, pur con metodologie diverse, incrementi annui che in alcuni casi superano il 100% su base annuale (oltre il 300% in Australia). Parallelamente, è aumentata nell’opinione pubblica di molti paesi europei la percezione dell’antisemitismo come questione che la politica è chiamata a risolvere.
Le cause indicate da istituzioni, osservatori e studi comparativi convergono su alcuni fattori principali. Un primo elemento è l’effetto di eventi geopolitici ad alta intensità simbolica, in particolare la guerra fra Israele e Hamas riacutizzatasi dall’ottobre 2023, rendendo socialmente accettabile e più frequente l’espressione pubblica di ostilità antiebraica. A ciò si aggiungono la polarizzazione del dibattito politico, l’ecosistema dei social media, che accelera la diffusione di stereotipi e discorsi d’odio, e una più generale crisi dei filtri culturali e istituzionali che in passato limitavano la normalizzazione di tali linguaggi.
La specificità degli atti antisemiti, rispetto ad altre forme d’intolleranza e di razzismo, risiede nel loro carattere ibrido: essi colpiscono individui e comunità ebraiche non per azioni concrete, ma in quanto portatori di un’identità collettiva caricata di significati politici, morali o complottistici.
Anche quando si presentano come critica a Israele, molti episodi adattano al contesto contemporaneo schemi classici dell’antisemitismo: attribuzione di colpe collettive, delegittimazione, disumanizzazione. I dati indicano dunque non solo un aumento quantitativo, ma anche la persistenza strutturale di un pregiudizio che si adatta ai nuovi linguaggi social ma non cambia natura: una sfida decisiva per le democrazie occidentali, alle quali le proposte della sinistra che presentiamo indicano una via di soluzione.
SCHEDA – IHRA WORKING DEFINITION
IHRA - International Holocaust Remembrance Alliance, organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 che riunisce governi ed esperti di oltre 35 Paesi per promuovere l'educazione, la ricerca e la memoria dell'Olocausto.
Il 26 maggio 2016 a Bucarest è stata approvata la working definition, la definizione “operativa” di antisemitismo dell’IHRA dai rappresentanti dei 33 Paesi allora membri.
L’elaborazione della definizione è stata lunga e laboriosa: ha impegnato tutta l’Associazione, tutti i membri delle varie delegazioni, suddivisi nei vari gruppi e commissioni di lavoro. Dal 2010 al 2016 nelle sessioni conclusive di ogni presidenza sono stati presentati a tutti i delegati i risultati delle varie discussioni e le proposte del Comitato sull’argomento, fino ad arrivare all’approvazione “per consensus”, ossia all’unanimità del testo definitivo. La ricerca di una definizione che esprimesse compiutamente il significato dell’antisemitismo e del suo impatto nel mondo moderno e che tenesse conto delle sue manifestazioni più ricorrenti in un difficile contesto geopolitico, è stata ampia e articolata, e ha prodotto una definizione “perfettibile” che potesse essere un punto di riferimento operativo per la messa a punto di standard condivisibili.
LA DEFINIZIONE
La definizione, non giuridicamente vincolante, approvata e diffusa come strumento operativo e punto di riferimento per orientarsi nella complessità dell’antisemitismo nel rispetto della sovranità e dell’ordinamento giuridico dei singoli Stati membri, si articola in poche righe:
L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto.
LA PREMESSA
Segue poi una premessa, ritenuta necessaria, tesa a precisare che l’eventuale critica all’operato di governi dello Stato di Israele, sia legittima e non sia da identificarsi come atto di antisemitismo:
Le manifestazioni [di antisemitismo] possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica. Tuttavia, le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite.
GLI ESEMPI
Seguono quindi 11 esempi a titolo puramente indicativo senza nessuna pretesa di esaustività, basati prevalentemente sulla frequenza nella realtà circostante.
Alcuni si riferiscono al ripetersi preoccupante di stereotipi e pregiudizi di tipo tradizionale, altri fanno riferimento ad azioni di violenza nei confronti di persone ed istituzioni ricorrenti nel contesto internazionale in quel periodo, altri si riferiscono a una nuova forma di antisemitismo legata al rapporto con lo Stato di Israele.
Ecco gli undici esempi in questione:
1
Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista.
2
Fare insinuazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività – per esempio, specialmente ma non esclusivamente, il mito del complotto ebraico mondiale o degli ebrei che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o altre istituzioni all’interno di una società.
3
Accusare gli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, o persino da azioni compiute da non ebrei.
4
Negare il fatto, la portata, i meccanismi (per esempio le camere a gas) o l’intenzione del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania Nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici durante la Seconda Guerra Mondiale (l’Olocausto).
5
Accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti.
6
Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione.
7
Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.
8
Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico.
9
Usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per esempio l’accusa del deicidio o della calunnia del sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani.
10
Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti.
11
Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele.
10 ANNI DI BILANCIO
Dal 2016 al 2026, 47 Stati nel mondo, anche al di fuori dell’IHRA, l’hanno adottata come base di riferimento, ed alcuni l’hanno tenuta presente nel proprio ordinamento giuridico; In Europa l’hanno adottata 26 Paesi. È stata ed è utilizzata nella messa a punto di strategie a livello internazionale e nazionale, per contrastare l’antisemitismo.
A distanza di dieci anni è prevista, nell’ambito dell’attività dell’IHRA, una verifica dell’impatto della definizione stessa a livello politico, culturale e sociale nei vari Paesi.
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Saul Meghnagi
La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.
Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.
Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.
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TRA ISTITUZIONI E CULTURE
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l Governo Netanyahu, con la linea politica adottata e con la condotta della guerra di Gaza, perverte, “l’ethos storico del suo Paese e del suo popolo. Inoltre, diffonde nell’opinione pubblica mondiale la convinzione che l’oppressione altrui, lungi dall’essere difensiva e occasionale, sia un dato strutturale dello Stato ebraico”
Un esito analogo è prodotto, in ambito palestinese, dalla condotta di Hamas e della jihad islamica “Il nefasto 7 Ottobre è un evento non riconducibile a un ”semplice” pogrom. Non lo è, e non solo per le sue proporzioni ma anche per la cattura di ostaggi. Hamas scegliendo di tenersi abbarbicata a quel manipolo di persone vive e morte ha messo consapevolmente in conto che il popolo di Gaza paghi un prezzo altissimo a causa di una politica anch’essa priva di sbocchi”
(A. Cantaro, Amato popolo, Bordeaux Editore, Roma 2025, p. 229).
Con queste parole, nell’ultima pagina, si chiude un interessante volume che segue la traiettoria di un pensiero severo sulla progressiva erosione della nozione di “popolo” come idea guida nella definizione delle forme della democrazia e della rappresentanza. Il testo raccoglie una serie di conferenze e lezioni che ragionano su ‘sovranismo’, ‘populismo’, ‘neoliberismo’ in relazione alla sovranità popolare variamente richiamata e abusata.
Antonio Cantaro, professore di diritto costituzionale, ricorre a diverse discipline per tracciare un quadro della società attuale e il riferimento conclusivo al conflitto mediorientale è solo un accenno, peraltro importante, a una questione di estrema complessità.
I giudizi nel merito sono severi, ma, con una volontà chiarificatrice vicina a quella che, con altrettanta durezza – intervenendo nello specifico – usa Arturo Marzano (Questa terra è la nostra terra da sempre, Laterza, Bari – Roma, 2024) per capire le rivendicazioni di contendenti che le vivono con dolore e le propongono con violenza.
Scrive quest’ultimo, storico dei paesi orientali, “Si può – e si deve – condannare contemporaneamente sia il 7 ottobre sia quanto è accaduto da allora in poi. Si può – e si deve – essere contemporaneamente favorevoli all’esistenza di Israele e a quella della Palestina. Si può – e si deve – sostenere i diritti di tutta la popolazione che vive “dal fiume al mare”, vale a dire nello spazio di terra tra il Mediterraneo e il Giordano, sia israeliana sia palestinese. Non è cerchiobottismo, ma è consapevolezza che il diritto all’autodeterminazione appartiene tanto agli israeliani quanto ai palestinesi” (ibid, p. XIII).
E, aggiunge che, forse, nessun conflitto è così ideologizzato quanto quello israelopalestinese; per questa ragione è importante “decostruire narrazioni parziali, sintetizzate in frasi che vengono costantemente usate senza sapere la fonte, senza rendersi conto di quanto siano faziose così come delle conseguenze che comportano” (ibid, p. XIV).
Non c’è un legame diretto tra i due libri citati.
Tuttavia, entrambi, in forma diversa richiamano due idee guida che appare importante assumere nel riflettere sul conflitto mediorientale e sull’idea guida di “Due Popoli Due Stati”.
La prima idea guida riguarda l’assoluta necessità di non circoscrivere l’analisi esclusivamente alle parti in conflitto o limitare il ragionamento al contesto geografico specifico.
Appare indispensabile ampliare la disamina soffermandosi sul dibattito legato alle forme della democrazia e al tessuto sociale e culturale che la protegga e la promuova.
Anne Applebaum dedica un suo libro, di recente pubblicazione anche in Italia (Autocrazie, Mondadori Milano 2024, ed originale 2024), a come i governi di diversi paesi autocratici agiscano con continuità nel “contestare il linguaggio dei diritti umani, da tempo utilizzato dalle istituzioni internazionali; e nel convincere molti, in tutto il mondo, che i trattati e le convenzioni sulla guerra e il genocidio – nonché concetti come quelli di ‘libertà civili ‘e di ‘stato di diritto’ – incarnino idee occidentali” (ivi, p.7).
Questa involuzione della relazione tra Stati e della difficoltà di convergere su modalità condivise di regolazione dei conflitti, è analizzata con un rigoroso taglio storico giuridico da Marcello Flores ed Emanuela Fronza che – in un recente studio (Caos La giustizia internazionale sotto attacco, Laterza Bari – Roma 2025) – ripercorrono l’evoluzione della giustizia a livello internazionale affrontando le criticità attuali e offrendo interessanti riflessioni sul rapporto tra pace e guerra in diversi ambiti del mondo odierno.
Il conflitto israelopalestinese, anche se non è l’argomento centrale del volume, è presente date le controversie legate a posizioni assunte nel merito da organismi internazionali. Risulta evidente, anche in questo lavoro, la necessità di connettere forme di governo – in questo caso sia israeliano sia palestinese – al ruolo di equilibrio potenziale – o, al contrario, di schieramento controproducente – di organismi preposti a dirimere possibili controversie senza il ricorso alle armi.
La seconda idea guida, posta da Herzfeld, riguarda il ruolo della cultura, delle idee, delle forme di costruzione di identità individuali e, soprattutto, collettive che guidano comportamenti e relazioni sociali.
Michael Herzfeld (Lo stato nazione e i suoi mali, Castelvecchi, Roma, 2024) vede uno stretto legame tra nazionalismo e razzismo.
L’Autore, come osserva Alessandro Portelli nella bella ‘Introduzione’ al volume, “demolisce questa pericolosa confusione partendo da categorie classiche dell’antropologia. Da un lato, esamina le modalità con cui lo Stato cerca di riassumere in sé l’identità unica ed essenziale della ‘nazione’… dall’altro, mostra come questo processo rimanga sempre incompiuto e a metà strada…Tanto l’apparato statale quanto i suoi cittadini, infatti, sanno benissimo che la ‘purezza nazionale è un mito al quale praticamente nessuno può adeguarsi…” (ibid, p.7).
Le due idee guida, richiamate nei tratti essenziali, costituiscono una interessante base di lavoro, per ragionare su una possibile composizione di un conflitto che, di necessità, dovrà vedere forme articolate di riconoscimento reciproco delle parti la lotta: queste, se si riuscirà a dare vita a uno Stato palestinese a fianco di quello israeliano, sono destinate a convivere in contesti nazionali contigui, ciascuno dei quali sarà sede di narrazioni diverse rispetto a una storia che spesso le ha viste contrapposte.
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Simone Santucci
Si ringrazia Radio radicale per la collaborazione
nell’aiutare a far conoscere la Newsletter di SxI
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