Roma – Antisemitismo che ritorna: perché serve una legge

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dalla Newsletter n°21 – Febbraio 2026
– Arturo Belluardo

Antisemitismo che ritorna: perché serve una legge.
Incontro con Graziano Delrio e Ivan Scalfarotto

SCHEDA – IL RITORNO DELL’ANTISEMITISMO
SCHEDA – IHRA WORKING DEFINITION
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Il 19 febbraio 2026 si è tenuto a Roma, presso la Sala CAE, l’incontro organizzato dalla sezione locale di SxI: “Antisemitismo che ritorna: perché serve una legge” a cui hanno partecipato i senatori Graziano Delrio (PD) e Ivan Scalfarotto (Italia Viva), pungolati dalla giornalista del Corriere della Sera, Maria Teresa Meli.

(clicca qui per vedere la videoregistrazione).

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Ma prima di addentrarci nella narrazione del dibattito, che ha visto una nutrita e appassionata partecipazione, mi preme raccontare due episodi a cui ho assistito di recente nel quartiere Marconi (che a Roma ospita due sinagoghe e un consistente numero di cittadini di fede ebraica).

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[episodio 1] Biblioteca Marconi, Giornata della Memoria: viene presentato un libro che parla della fuga dei nazisti in Argentina nel dopoguerra; interviene un membro di uno dei circoli di lettura della biblioteca, già cancelliera del processo Priebke, che si chiede se, considerando quello che sta facendo oggi Israele, non sia necessario e opportuno un “antisemitismo di protezione”.

[episodio 2] Chat degli amici del PD Marconi: un dirigente del partito dichiara: “Il massimo auspicio che a tutte le prossime elezioni, locali e nazionali di ogni paese del mondo, ci si ricordi tutti/e da che parte stava, riguardo lo sradicamento e il genocidio dei palestinesi, ogni persona che chiederà il voto…”. Al di là dell’italiano sgangherato, viene statuita la necessità di una patente antisionista per poter essere candidati.

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Ho citato due episodi accaduti dietro casa nel giro di una settimana, senza necessità di spostarmi fino a Bergamo o a Padova, dove l’antisemitismo è diventata la palestra dell’Ardimento della meglio gioventù di sinistra.

Esiste un’emergenza antisemitismo in Italia? Sì, esiste. Basta guardarsi attorno, le statistiche sono quasi pleonastiche (nel solo 2024, aumento degli episodi di quasi il 100% rispetto al 2023 – Fonte Fondazione CDEC).

Esiste la necessità di una legge che definisca cosa sia l’antisemitismo? Sì, esiste.

L’emergenza la declinano bene Delrio e Scalfarotto, quando raccontano la differenza tra loro ed Emanuele Fiano: tutti e tre di sinistra, sono personaggi politici di spicco. Ma solo Fiano deve girare sotto scorta. Perché è ebreo? Sì, perché è ebreo.

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2026 02 19 Delrio Scalfarotto 4E Delrio chiarisce ancora la minaccia alla democrazia che l’insorgere violento dell’antisemitismo rappresenta: “nel momento in cui dei cittadini italiani si sentono minacciati e non possono esporre liberamente i simboli della loro fede, nel momento in cui a questi cittadini viene chiesto, imposto addirittura, di prendere le distanze dalla politica di Israele, nel momento in cui le scuole e gli asili ebraici sono presidiati da camionette della polizia, esiste un problema di discriminazione, esiste una minaccia reale e concreta ai principi fondativi della nostra Carta Costituzionale”.

È quindi necessario un impegno morale e solenne del Parlamento che definisca, una volta per tutte, le declinazioni concrete dell’antisemitismo, così come le ha formulate l’IHRA.

Sono definizioni nette e precise, frutto di anni di studio e di ricerca; chi le contesta, dicendo che servono a mettere la mordacchia a chi vuole criticare Israele, chi vuol far ricorso a formulazioni alternative pastrocchiate, lo fa per gettare la palla in tribuna, per rallentare i lavori e far sì che la legge non venga approvata.

Si tratta, nei fatti, di una legge “dichiarativa”, che istituisce uno stigma morale, senza alcuna conseguenza penale: per questo c’è già la legge Mancino sull’odio razziale. Ma chiarisce alcuni punti essenziali: criticare Israele non è una forma di antisemitismo, ma lo è fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti.

E su questo bisogna tenere il punto, sottolineano i senatori: deve essere palese che utilizzare il termine genocidio per le morti causate dall’IDF a Gaza significa declassare la Shoah. Significa dire che la Shoah è replicabile, e che se la stai mettendo in atto tu, Israele, allora non c’è più nessun motivo per parlare ancora di Shoah.

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È cruciale, nel dibattito, la domanda di Maria Teresa Meli:
perché la sinistra, per dirla alla Funari, nun ja fa’ a fare una legge sull’antisemitismo.

2026 02 19 Delrio Scalfarotto 3Secondo Scalfarotto, si tratta di un “richiamo della foresta” terzomondista e antiamericano, una fatica vera a riconoscersi nei valori costitutivi dell’occidente; è per questo che la Sinistra non riesce a prendere posizione su avvenimenti evidenti, come la repressione cruenta in Iran, per cui non è esistito alcun tipo di mobilitazione ufficiale; è per questo che non potrà mai essere dalla parte di Israele, dipinto come l’epitome del colonialismo americano.

C’è chi si rifugia nel qualificare l’antisemitismo come una forma come un’altra di razzismo (tesi sostenuta in Commissione da alcuni autorevoli esponenti della sinistra parlamentare), con un’evidente distorsione dei fatti e della lettura della storia.

Basti pensare alla strage di Capodanno di Sidney, diretta esclusivamente a massacrare gli ebrei, e, di converso, a chi sostiene che gli Israeliani si siano “meritati” il pogrom del 7 ottobre, in quanto artefici, dal 1948 a oggi, dello sradicamento e persecuzione (per tacer del genocidio) della popolazione palestinese.

Delrio rincara la dose, sottolineando come certi settori della sinistra e della destra siano afflitti dalla “teoria della scarsità”, una deformazione classica del dibattito politico che rispunta ogni volta che si discute del riconoscimento dei diritti di qualcuno (il voto alle donne, le unioni civili, etc.), come se ciò comportasse la sottrazione dello stesso diritto a qualcun altro; nella fattispecie, il fare una battaglia per i cittadini italiani di origine ebraica implicherebbe non riconoscere la sofferenza dei palestinesi di Gaza.

Ma noi, esorta Delrio, dobbiamo far nostro il monito del teologo tedesco Bonhoeffer “Chi non urla per gli ebrei, non può cantare il gregoriano”.

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Altra domanda cruciale di Maria Teresa Meli:
ma esiste un rischio concreto che la legge venga affossata?

Su questo i due senatori hanno opinioni differenti, Delrio è fiducioso, Scalfarotto dubbioso.

2026 02 19 Delrio Scalfarotto 2È innegabile che ci sia una grande volontà a non fare la legge e che non sarà facile approvarla. Il Presidente del Senato si è impegnato solennemente con Liliana Segre a portarla in aula il 3 marzo, ma il boicottaggio in Commissione è stato costante, con i tentativi di includere l’islamofobia nel disegno di legge, con il rallentamento dei lavori a bella posta.

In fin dei conti, però, ribadisce Delrio, si tratta solo di quattro articoli, che possono essere votati in fretta e sul testo finale si è riscontrata un’ampia disponibilità al dialogo da parte del centrodestra. Di questa convergenza non bisogna stupirsi: è questo lo scopo del Parlamento: trovare, su tematiche riconosciute basilari per la popolazione, un consenso comune.

La destra, sottolinea Scalfarotto, sta occupando uno spazio vuoto nella difesa della comunità ebraica (anche in chiave antislamica o anti-migranti), nonostante sia quello il milieu culturale che ha partorito le Leggi Razziali.

E questo sta accadendo perché è stata la sinistra a lasciare questo vuoto. In ogni caso, la legge in approvazione preoccupa forse più, con il suo veto alle manifestazioni sospette di antisemitismo, i militanti di Acca Larenzia che il popolo ProPal.

Insomma, sembra che portare avanti questa legge sia come essersi imbarcati su una “piccioletta barca” che naviga in un “pelago da rimaner smarriti”. Sembra, se il senatore Delrio paventa il rischio di essere costretto a votare “secondo coscienza”, anche contro la volontà del suo gruppo parlamentare.

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Alla fine dell’incontro, pensando al fossato che si sta scavando tra chi, di sinistra, si autodefinisce “dalla parte giusta della storia” e chi si erge a difesa della comunità ebraica, mi si stringe il cuore; mi si stringe il cuore assistendo alla cancellazione della memoria risorgimentale, a quando il popolo italiano senza una nazione si vedeva raffigurato negli ebrei del “Nabucco” di Verdi, deportati a Babilonia, a quando il sogno del ritorno a Sion era l’emblema di un’Italia “sì bella e perduta”, e non un bieco pretesto per mascherare, in latrati di sciacalli, un viscerale odio antigiudaico.

Poi però mi torna in mente la leggenda che vuole un capitano ebreo, Giacomo Segre, dar fuoco alle polveri della cannonata che abbatte Porta Pia. E capisco che questa legge questo sarà, una potente cannonata contro le mura del “socialismo degli imbecilli” (così August Bebel definì l’antisemitismo).

“La reazione a quel che abbiamo fatto” ha detto Delrio “vuol dire che bisogna farlo. Farlo per tutti noi. Perché riguarda la qualità della nostra democrazia”.

E riprendo a cantare “Va’ Pensiero”.

È possibile vedere la videoregistrazione dell’incontro all’link
https://www.radioradicale.it/scheda/781600/antisemitismo-che-ritorna-perche-serve-una-legge

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SCHEDA - IL RITORNO DELL’ANTISEMITISMO

In Italia e nei paesi occidentali, i dati finora disponibili mostrano l’aumento degli episodi di antisemitismo, particolarmente marcato tra il 2023 e il 2024.

Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC, gli episodi censiti sono quasi raddoppiati nel 2023 rispetto al 2022 e sono continuati ad aumentare nel 2024, raggiungendo livelli mai registrati in precedenza (quasi il 100% di aumento annuo dal 2023).

Tendenze analoghe emergono in numerosi Paesi europei e nordamericani, con l’eccezione relativa della Francia, dove la mobilitazione della classe politica è stata tempestiva e univoca. Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Australia segnalano invece tutti, pur con metodologie diverse, incrementi annui che in alcuni casi superano il 100% su base annuale (oltre il 300% in Australia). Parallelamente, è aumentata nell’opinione pubblica di molti paesi europei la percezione dell’antisemitismo come questione che la politica è chiamata a risolvere.

Le cause indicate da istituzioni, osservatori e studi comparativi convergono su alcuni fattori principali. Un primo elemento è l’effetto di eventi geopolitici ad alta intensità simbolica, in particolare la guerra fra Israele e Hamas riacutizzatasi dall’ottobre 2023, rendendo socialmente accettabile e più frequente l’espressione pubblica di ostilità antiebraica. A ciò si aggiungono la polarizzazione del dibattito politico, l’ecosistema dei social media, che accelera la diffusione di stereotipi e discorsi d’odio, e una più generale crisi dei filtri culturali e istituzionali che in passato limitavano la normalizzazione di tali linguaggi.

La specificità degli atti antisemiti, rispetto ad altre forme d’intolleranza e di razzismo, risiede nel loro carattere ibrido: essi colpiscono individui e comunità ebraiche non per azioni concrete, ma in quanto portatori di un’identità collettiva caricata di significati politici, morali o complottistici.

Anche quando si presentano come critica a Israele, molti episodi adattano al contesto contemporaneo schemi classici dell’antisemitismo: attribuzione di colpe collettive, delegittimazione, disumanizzazione. I dati indicano dunque non solo un aumento quantitativo, ma anche la persistenza strutturale di un pregiudizio che si adatta ai nuovi linguaggi social ma non cambia natura: una sfida decisiva per le democrazie occidentali, alle quali le proposte della sinistra che presentiamo indicano una via di soluzione.

 

SCHEDA – IHRA WORKING DEFINITION

IHRA - International Holocaust Remembrance Alliance, organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 che riunisce governi ed esperti di oltre 35 Paesi per promuovere l'educazione, la ricerca e la memoria dell'Olocausto.

Il 26 maggio 2016 a Bucarest è stata approvata la working definition, la definizione “operativa” di antisemitismo dell’IHRA dai rappresentanti dei 33 Paesi allora membri.

L’elaborazione della definizione è stata lunga e laboriosa: ha impegnato tutta l’Associazione, tutti i membri delle varie delegazioni, suddivisi nei vari gruppi e commissioni di lavoro. Dal 2010 al 2016 nelle sessioni conclusive di ogni presidenza sono stati presentati a tutti i delegati i risultati delle varie discussioni e le proposte del Comitato sull’argomento, fino ad arrivare all’approvazione “per consensus”, ossia all’unanimità del testo definitivo. La ricerca di una definizione che esprimesse compiutamente il significato dell’antisemitismo e del suo impatto nel mondo moderno e che tenesse conto delle sue manifestazioni più ricorrenti in un difficile contesto geopolitico, è stata ampia e articolata, e ha prodotto una definizione “perfettibile” che potesse essere un punto di riferimento operativo per la messa a punto di standard condivisibili.

LA DEFINIZIONE

La definizione, non giuridicamente vincolante, approvata e diffusa come strumento operativo e punto di riferimento per orientarsi nella complessità dell’antisemitismo nel rispetto della sovranità e dell’ordinamento giuridico dei singoli Stati membri, si articola in poche righe:

L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto.

LA PREMESSA

Segue poi una premessa, ritenuta necessaria, tesa a precisare che l’eventuale critica all’operato di governi dello Stato di Israele, sia legittima e non sia da identificarsi come atto di antisemitismo:

Le manifestazioni [di antisemitismo] possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica. Tuttavia, le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite.

GLI ESEMPI

Seguono quindi 11 esempi a titolo puramente indicativo senza nessuna pretesa di esaustività, basati prevalentemente sulla frequenza nella realtà circostante.

Alcuni si riferiscono al ripetersi preoccupante di stereotipi e pregiudizi di tipo tradizionale, altri fanno riferimento ad azioni di violenza nei confronti di persone ed istituzioni ricorrenti nel contesto internazionale in quel periodo, altri si riferiscono a una nuova forma di antisemitismo legata al rapporto con lo Stato di Israele.

Ecco gli undici esempi in questione:
1
Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista.
2
Fare insinuazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività – per esempio, specialmente ma non esclusivamente, il mito del complotto ebraico mondiale o degli ebrei che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o altre istituzioni all’interno di una società.
3
Accusare gli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, o persino da azioni compiute da non ebrei.
4
Negare il fatto, la portata, i meccanismi (per esempio le camere a gas) o l’intenzione del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania Nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici durante la Seconda Guerra Mondiale (l’Olocausto).
5
Accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti.
6
Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione.
7
Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.
8
Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico.
9
Usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per esempio l’accusa del deicidio o della calunnia del sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani.
10
Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti.
11
Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele.

10 ANNI DI BILANCIO

Dal 2016 al 2026, 47 Stati nel mondo, anche al di fuori dell’IHRA, l’hanno adottata come base di riferimento, ed alcuni l’hanno tenuta presente nel proprio ordinamento giuridico; In Europa l’hanno adottata 26 Paesi. È stata ed è utilizzata nella messa a punto di strategie a livello internazionale e nazionale, per contrastare l’antisemitismo.

A distanza di dieci anni è prevista, nell’ambito dell’attività dell’IHRA, una verifica dell’impatto della definizione stessa a livello politico, culturale e sociale nei vari Paesi.

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Saul Meghnagi

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.

Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

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TRA ISTITUZIONI E CULTURE

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Amato popolo - A. Cantaro l Governo Netanyahu, con la linea politica adottata e con la condotta della guerra di Gaza, perverte, “l’ethos storico del suo Paese e del suo popolo. Inoltre, diffonde nell’opinione pubblica mondiale la convinzione che l’oppressione altrui, lungi dall’essere difensiva e occasionale, sia un dato strutturale dello Stato ebraico”

Un esito analogo è prodotto, in ambito palestinese, dalla condotta di Hamas e della jihad islamica “Il nefasto 7 Ottobre è un evento non riconducibile a un ”semplice” pogrom. Non lo è, e non solo per le sue proporzioni ma anche per la cattura di ostaggi. Hamas scegliendo di tenersi abbarbicata a quel manipolo di persone vive e morte ha messo consapevolmente in conto che il popolo di Gaza paghi un prezzo altissimo a causa di una politica anch’essa priva di sbocchi”

(A. Cantaro, Amato popolo, Bordeaux Editore, Roma 2025, p. 229).

Con queste parole, nell’ultima pagina, si chiude un interessante volume che segue la traiettoria di un pensiero severo sulla progressiva erosione della nozione di “popolo” come idea guida nella definizione delle forme della democrazia e della rappresentanza. Il testo raccoglie una serie di conferenze e lezioni che ragionano su ‘sovranismo’, ‘populismo’, ‘neoliberismo’ in relazione alla sovranità popolare variamente richiamata e abusata.

Antonio Cantaro, professore di diritto costituzionale, ricorre a diverse discipline per tracciare un quadro della società attuale e il riferimento conclusivo al conflitto mediorientale è solo un accenno, peraltro importante, a una questione di estrema complessità.

Questa terra è la nostra terra da sempre - Arturo MarzanoI giudizi nel merito sono severi, ma, con una volontà chiarificatrice vicina a quella che, con altrettanta durezza – intervenendo nello specifico – usa Arturo Marzano (Questa terra è la nostra terra da sempre, Laterza, Bari – Roma, 2024) per capire le rivendicazioni di contendenti che le vivono con dolore e le propongono con violenza.

Scrive quest’ultimo, storico dei paesi orientali, “Si può – e si deve – condannare contemporaneamente sia il 7 ottobre sia quanto è accaduto da allora in poi. Si può – e si deve – essere contemporaneamente favorevoli all’esistenza di Israele e a quella della Palestina. Si può – e si deve – sostenere i diritti di tutta la popolazione che vive “dal fiume al mare”, vale a dire nello spazio di terra tra il Mediterraneo e il Giordano, sia israeliana sia palestinese. Non è cerchiobottismo, ma è consapevolezza che il diritto all’autodeterminazione appartiene tanto agli israeliani quanto ai palestinesi” (ibid, p. XIII).

E, aggiunge che, forse, nessun conflitto è così ideologizzato quanto quello israelopalestinese; per questa ragione è importante “decostruire narrazioni parziali, sintetizzate in frasi che vengono costantemente usate senza sapere la fonte, senza rendersi conto di quanto siano faziose così come delle conseguenze che comportano” (ibid, p. XIV).

Non c’è un legame diretto tra i due libri citati.

Tuttavia, entrambi, in forma diversa richiamano due idee guida che appare importante assumere nel riflettere sul conflitto mediorientale e sull’idea guida di “Due Popoli Due Stati”.

La prima idea guida riguarda l’assoluta necessità di non circoscrivere l’analisi esclusivamente alle parti in conflitto o limitare il ragionamento al contesto geografico specifico. 

Appare indispensabile ampliare la disamina soffermandosi sul dibattito legato alle forme della democrazia e al tessuto sociale e culturale che la protegga e la promuova. 

Anne Applebaum dedica un suo libro, di recente pubblicazione anche in Italia (Autocrazie, Mondadori Milano 2024, ed originale 2024), a come i governi di diversi paesi autocratici agiscano con continuità nel “contestare il linguaggio dei diritti umani, da tempo utilizzato dalle istituzioni internazionali; e nel convincere molti, in tutto il mondo, che i trattati e le convenzioni sulla guerra e il genocidio – nonché concetti come quelli di ‘libertà civili ‘e di ‘stato di diritto’ – incarnino idee occidentali” (ivi, p.7).

Questa involuzione della relazione tra Stati e della difficoltà di convergere su modalità condivise di regolazione dei conflitti, è analizzata con un rigoroso taglio storico giuridico da Marcello Flores ed Emanuela Fronza che – in un recente studio (Caos La giustizia internazionale sotto attacco, Laterza Bari – Roma 2025) – ripercorrono l’evoluzione della giustizia a livello internazionale affrontando le criticità attuali e offrendo interessanti riflessioni sul rapporto tra pace e guerra in diversi ambiti del mondo odierno.

Il conflitto israelopalestinese, anche se non è l’argomento centrale del volume, è presente date le controversie legate a posizioni assunte nel merito da organismi internazionali. Risulta evidente, anche in questo lavoro, la necessità di connettere forme di governo – in questo caso sia israeliano sia palestinese – al ruolo di equilibrio potenziale – o, al contrario, di schieramento controproducente – di organismi preposti a dirimere possibili controversie senza il ricorso alle armi.  

La seconda idea guida, posta da Herzfeld, riguarda il ruolo della cultura, delle idee, delle forme di costruzione di identità individuali e, soprattutto, collettive che guidano comportamenti e relazioni sociali.

Lo Stato nazione e i suoi mali Miachael HerzfeldMichael Herzfeld (Lo stato nazione e i suoi mali, Castelvecchi, Roma, 2024) vede uno stretto legame tra nazionalismo e razzismo.

L’Autore, come osserva Alessandro Portelli nella bella ‘Introduzione’ al volume, “demolisce questa pericolosa confusione partendo da categorie classiche dell’antropologia. Da un lato, esamina le modalità con cui lo Stato cerca di riassumere in sé l’identità unica ed essenziale della ‘nazione’… dall’altro, mostra come questo processo rimanga sempre incompiuto e a metà strada…Tanto l’apparato statale quanto i suoi cittadini, infatti, sanno benissimo che la ‘purezza nazionale è un mito al quale praticamente nessuno può adeguarsi…” (ibid, p.7).

Le due idee guida, richiamate nei tratti essenziali, costituiscono una interessante base di lavoro, per ragionare su una possibile composizione di un conflitto che, di necessità, dovrà vedere forme articolate di riconoscimento reciproco delle parti la lotta: queste, se si riuscirà a dare vita a uno Stato palestinese a fianco di quello israeliano, sono destinate a convivere in contesti nazionali contigui, ciascuno dei quali sarà sede di narrazioni diverse rispetto a una storia che spesso le ha viste contrapposte.

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