dalla Newsletter n°22 – Marzo 2026
– Piero Fassino
Come molti analisti – in primo luogo americani – avevano previsto la guerra in Iran non poteva essere risolta in pochi giorni.
L’Iran è un Paese con una storia secolare, con più della metà della popolazione inferiore ai 30 anni, con una classe dirigente diffusa – dagli ingegneri ai letterati – e un orgoglio identitario che manifesta con determinazione.
E se è vero che dalle Università ai bazar l’avversità al regime è diffusa e crescente, altrettanto vero è che anni e anni di indottrinamento fanatico unito ad apparati di polizia e militari potenti hanno fin qui assicurato agli Ayatollah il controllo del Paese.
Tant’è che un “regime change” provocato da una rivolta popolare interna appare a molti analisti improbabile.
Di fronte ad una guerra dall’esito tutt’altro che scontato, dagli esiti imprevedibili su scala regionale e da impatti pesanti sull’economia mondiale – a partire dall’aumento dei prezzi di gas e petrolio – molte cancellerie moltiplicano richieste di interruzione dei bombardamenti e di ripresa di negoziati volti ad una soluzione sul nucleare militare.
Ora che si liberi il mondo da un’ipoteca nucleare iraniana è certamente indispensabile per la sicurezza di Israele e del pianeta intero. Così come è indispensabile garantire gli approvvigionamenti energetici necessari alla vita economica di ogni nazione.
Colpisce, tuttavia, che a quelle due richieste non si accompagnino anche le richieste di liberare tutti i prigionieri politici detenuti nelle carceri iraniane e di sospendere le esecuzioni capitali.
Anzi, è passata quasi sotto silenzio la esecuzione di condanna a morte di uno scienziato svedese – per la cui salvezza da anni sono stati rivolti appelli mai accolti – e che in queste stesse settimane siano stati avviati processi, con eventualità di condanna a morte, contro chi ha partecipato alle manifestazioni contro gli ayatollah.
Peraltro il regime ha annunciato l’arresto di centinaia di persone accusate di essere spie di Israele e si può ben immaginare come ad un’accusa così grave seguirà ogni forma di tortura.
Di tutto questo la comunità internazionale pare non occuparsi.
E chi ha avuto in queste settimane contatti con iraniani ha potuto constatare la frustrazione di quanti speravano che la comunità internazionale agisse per liberare il paese da una dittatura feroce e sanguinaria.
Se invece l’esito finale della guerra fosse un accordo che lascia inalterato il potere degli ayatollah, quella frustrazione si trasformerebbe nella convinzione di essere stati sacrificati alla realpolitik e agli interessi dell’occidente.
E dunque mentre discute di come uscire da una guerra, il mondo ha il dovere di non eludere una questione cruciale: come rispondere alla domanda di libertà’ delle ragazze e dei ragazzi di Teheran? È un dovere non solo politico, ma morale.
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