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Cosa trattiamo in questo numero
Victor Magiar
Prima pagina
Continuare ostinatamente a tradurre
Emanuele Fiano
Il messaggio del presidente del Consiglio Nazionale Palestinese
Rawhi Fattouh
Rimettere al centro la diplomazia
il segretario dei Democratici israeliani Yair Golan all’assemblea nazionale di SxI-2p2s
Marco Pierini
Il saluto della Federazione Italiana Associazioni Partigiane
Luca Aniasi
Un “ottalogo“ per fermare l’antisemitismo dilagante, finché si è in tempo
Luciano Belli Paci
In Medio Oriente
Cosa ci dice il People’s Peace Summit
Francesco Barbetta
Il futuro è pace: Maoz Inon e Aziz Abu Sarah
Giorgio Gomel
Ben-Gvir e la Flotilla: prima di tutto lo stato di diritto
Piero Fassino
Voci a Sinistra
La parola alle consigliere Pd a Palazzo Marino:
perché mantenere il gemellaggio fra Milano e Tel Aviv-Yafobingo 10
Victor Magiar
Non in nostro nome. Contro l’intifada globale
Caminiti, Cicinelli, Galmozzi, Mantelli, Mammone Rinaldi
Report sul pogrom del 7 Ottobre 2023
Roberto Massari
Erri De Luca a Gerusalemme
Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio
Giulio Meotti
L’indignazione non giustifica l’odio
Piero Fassino
Letture e Riletture
“Israel: What Went Wrong?”
Saul Meghnagi
Rassegna stampa
Selezione di articoli della stampa nazionale e internazionale
Simone Santucci
Speciale Assemblea Nazionale
Roma Assemblea regionale – il resoconto
Fernando Liuzzi
Milano Assemblea nazionale – il resoconto
Bruna Soravia
Milano Assemblea nazionale – la relazione introduttiva
Emanuele Fiano
Redazione
Contatti
*1*

Victor Magiar
Solo noi in Italia organizziamo eventi con israeliani e palestinesi,
palestinesi e israeliani rappresentativi di associazioni e forze politiche
che insieme si battono per un “compromesso di pace”.
Questo è quanto emerge da questo numero speciale,
non solo per la nuova veste grafica,
ma per i contenuti che vi proponiamo:
1 – le voci a Sinistra, libere e controcorrente,
che denunciano e respingono mainstream su sionismo e genocidio, affermazioni e comportamenti isterici, conformisti, certamente antisraeliani e sempre più spesso antisemiti, e lo facciamo dando voce
-
-
alle consigliere comunali del Pd che con il loro voto hanno impedito che il Consiglio Comunale di Milano approvasse la sospensione del gemellaggio con Tel Aviv
-
all’editore Roberto Massari, storico protagonista del movimento del ’68, che ci racconta del vergognoso silenzio di istituzioni internazionali e ong davanti ai crimini del fronte integralista islamico
-
all’appello lanciato da Lanfranco Caminiti, Gianluca Cicinelli, Chicco Galmozzi, Brunello Mantelli, Angelo Mammone Rinaldi contro l’intifada globale e il mainstream del genocidio
-
allo scrittore Erri De Luca, contro il mainstream su sionismo e genocidio, poi ingiustamente accusato di essere indifferente al destino del popolo palestinese
-
al presidente della Federazione Italiana Associazioni Partigiane, Luca Aniasi, che denuncia “l’inversione simbolica, per cui le vittime storiche diventano «i nuovi nazisti», i carnefici del nostro tempo”
-
2 – le voci di chi in Medio Oriente si batte
per raggiungere un compromesso di pace,
-
- Rawhi Fattouh, presidente del Consiglio Nazionale Palestinese e
- Yair Golan segretario Generale dei Democrats israeliani
- Maoz Inon e Aziz Abu Sarah della ong israelo-palestinese Parents’ Circle Families Forum
- i militanti della People’s Peace Summit
3 – le nostre voci, ostinate
nel mantenere dritta la linea che una Sinistra laica e democratica
dovrebbe avere sul conflitto arabo israeliano,
nel contrasto alle letture woke e terzomondiste (che ribaltano la Storia),
nel contrasto all’antisemitismo che, financo sui principali quotidiani e canali televisivi,
recupera l’antico armamentario dell’antisemitismo reazionario e teologico,
arricchendolo in chiave woke, e ce lo spiegano bene
-
-
- Emanuele Fiano, nel nostro editoriale e poi anche nella relazione presentata all’assemblea dello scorso 24 maggio
- Luciano Belli Paci, con il suo “ottalogo” presentato all’Assemblea dello scorso 24 maggio
- Piero Fassino, con un articolo dal titolo eloquente: “L’indignazione non giustifica l’odio”
-
4 – Altre voci interessanti infine, nelle consuete rubriche
-
-
- Rassegna Stampa
- Letture & Riletture dal titolo “Israel: what went wrong?”
- Speciale Assemblee 2026 (Roma e Milano) con resoconti ragionati e la relazione di Emanuele Fiano.
-
Probabilmente, pagina dopo pagina,
coglierete la sottile ironia, il paradosso: i veri proPal siamo noi,
mentre i nostri detrattori sono semplicemente anti…
antisraeliani, antisionisti, antioccidentali, spesso anche antisemiti, insomma anti-tutto.
Servono persone di pace, di mediazione,
ed è questo quello che noi ogni giorno pratichiamo.
*2*

Continuare ostinatamente a tradurre
Emanuele Fiano
Viviamo un tempo di crisi profonda.
Una crisi dell’Occidente, delle democrazie liberali, della capacità della politica di distinguere, comprendere, mediare.
Una crisi che attraversa l’Europa, gli Stati Uniti, Israele, e naturalmente anche la sinistra.
Dentro questa crisi, il conflitto israelo-palestinese è diventato qualcosa di più di un conflitto storico e territoriale.
È diventato uno specchio nel quale l’Occidente proietta le proprie paure, le proprie fratture, la propria perdita di orientamento.
Per una parte importante della sinistra europea Israele era stato il simbolo della liberazione del popolo ebraico dopo la Shoah e il fascismo.
Oggi, invece, viene sempre più spesso rappresentato come il simbolo opposto: colonialismo, oppressione, dominio, violenza.
Sarebbe irresponsabile fingere che nulla sia cambiato anche dentro Israele.
Una parte significativa della sua guida politica è oggi nelle mani di una destra reazionaria, etnico-religiosa, nazionalista radicale. Le immagini di Gaza, le violenze dei coloni in Cisgiordania, l’arroganza disumana esibita da ministri come Ben Gvir interrogano profondamente chiunque continui a difendere il diritto di Israele a esistere senza rinunciare ai valori democratici e universali.
Noi non minimizziamo nulla.
Non minimizziamo la devastazione di Gaza.
Non minimizziamo la sofferenza palestinese.
Non minimizziamo la crisi morale che attraversa Israele.
Ma non minimizziamo neppure il trauma del 7 Ottobre, il ritorno dell’antisemitismo, la trasformazione di Israele in un bersaglio simbolico assoluto sul quale scaricare tutte le colpe dell’Occidente.
Quando tutto viene ridotto a categorie assolute — il bene contro il male, gli oppressi assoluti contro gli oppressori assoluti — la politica scompare. Restano appartenenze tribali, scomuniche morali, tifoserie.
Lo abbiamo visto nelle piazze, nei social, nelle università.
Lo abbiamo visto anche il 25 aprile, quando una folla impediva fisicamente il passaggio della Brigata Ebraica e di chi portava semplicemente una scritta: “Due popoli, due Stati”.
In quella scena non c’era più il dissenso democratico. C’era l’impossibilità del dialogo.
E c’è un altro elemento che dovrebbe preoccuparci profondamente.
L’antisemitismo oggi non riemerge soltanto nei margini estremisti della società o nei social network.
Sempre più spesso si infiltra anche dentro luoghi che storicamente avrebbero dovuto costituire un argine democratico e antifascista.
Persino una parte della stampa progressista o apparentemente antifascista sembra talvolta avere smarrito il senso del limite, come successo con il pezzo di Massimo Fini su il Fatto Quotidiano
Quando un quotidiano usa come titolo “All’ira del Dio ebraico preferisco il perdono”, non siamo più semplicemente dentro una critica politica al governo Netanyahu o alla guerra di Gaza.
Siamo davanti all’evocazione di uno stereotipo antichissimo: l’idea dell’ebraismo come religione feroce, vendicativa, disumana, contrapposta a una presunta superiorità morale del perdono.
Criticare Israele è legittimo.
Criticare Netanyahu è legittimo.
Criticare la devastazione di Gaza è doveroso.
Ma trasformare gli ebrei — o addirittura “il Dio ebraico” — in una categoria morale collettiva significa riaprire una porta molto pericolosa della storia europea.
Lo stesso meccanismo si manifesta in altre forme apparentemente progressiste.
In queste ore il Roma Pride ha escluso Keshet Italia e Keshet Europe — storiche associazioni ebraiche LGBTQI+ — dalla partecipazione alla parata perché non aderirebbero alla definizione di genocidio.
È un fatto grave.
Perché qui non viene escluso un governo.
Non viene escluso Netanyahu. Vengono esclusi degli ebrei.
È il fondamentalismo della parola unica: una sola definizione ammessa, una sola postura morale legittima. Chi non la adotta viene messo fuori.
Il paradosso è devastante: uno spazio nato per includere chi è stato discriminato finisce per escludere degli ebrei perché non accettano una formula politica imposta come dogma.
Massimo Recalcati ha scritto che “la democrazia è la necessità della traduzione”.
È una definizione straordinaria.
Perché la democrazia vive proprio della fatica di tradurre:
– paure diverse
– memorie diverse
– dolori diversi.
Il fondamentalismo, invece, sogna sempre una lingua unica, una sola verità, un solo popolo legittimo. È il sogno del muro.
Per questo continuiamo a difendere l’idea di due popoli e due Stati.
Non come formula rituale, ma come orizzonte politico contro la guerra infinita, contro la tribalizzazione del conflitto, contro la trasformazione della politica in guerra morale assoluta.
Sappiamo bene quanto oggi questa prospettiva appaia lontana.
Ma sappiamo anche che rinunciare all’idea che israeliani e palestinesi abbiano entrambi diritto a vivere, a essere liberi, a essere sicuri, significherebbe rinunciare non soltanto alla pace.
Significherebbe rinunciare all’idea stessa di politica democratica.
E forse oggi il nostro compito è proprio questo:
continuare ostinatamente a tradurre.
*3*
Il messaggio del presidente del Consiglio Nazionale Palestinese
Rawhi Fattouh

Con questo testo – letto da Bernard Sabella,
rappresentante Autorità Nazionale Palestinese al Consiglio d’Europa –
Fattouh ha voluto esprimere i suoi migliori auguri
in occasione dello svolgimento dell’Assemblea a Milano
Caro Presidente Fiano,
cari amici dell’Assemblea Nazionale,
vi invio i miei più calorosi saluti in occasione della vostra Assemblea Nazionale a Milano e auguro pieno successo ai vostri lavori.
Da quasi sessant’anni la vostra organizzazione si batte per il dialogo e per una pace giusta.
Il vostro motto, “due popoli, due Stati”, è un messaggio forte e necessario, particolarmente in questo momento cruciale: non solo per gli italiani e per la sinistra italiana, ma per ogni persona che crede ancora nella possibilità di una soluzione fondata sui due Stati.
Nel momento in cui vi riunite oggi, devo parlare con franchezza.
A Gaza, la pace resta ancora lontana. Il percorso di pace ha incontrato gravi ostacoli, e ai palestinesi designati a guidare gli affari civili di Gaza non è stato ancora consentito di entrare nella Striscia.
In Cisgiordania, la violenza dei coloni continua nella piena impunità, provocando devastazione, espropriando terre e causando tragedie per le famiglie, per i loro membri e per le loro proprietà.

Il trattenimento di miliardi di dollari di entrate fiscali palestinesi sta provocando una sofferenza reale per i dipendenti pubblici e per le loro famiglie. Questo blocco delle entrate fiscali sta anche paralizzando le funzioni essenziali del governo e della pubblica amministrazione in Palestina.
Queste realtà devono essere affrontate.
Ma non devono spegnere la nostra speranza: la speranza che un giorno esista uno Stato palestinese, con Gerusalemme Est come capitale, capace di vivere in pace e armonia con Israele, per il bene e il benessere sia dei palestinesi sia degli israeliani, in modo eguale.
La via dei due Stati per due popoli rimane l’unica soluzione giusta e duratura.
Io sono al fianco di tutti voi che rifiutate di abbandonarla.
Grazie molte, Presidente Fiano.
Auguro a lei e a tutti i membri dell’Assemblea Nazionale una convenzione di successo e risultati fecondi a beneficio della pace in questa terra santa eppure tormentata.
Grazie.
*4*

Rimettere al centro la diplomazia
il segretario dei Democratici israeliani Yair Golan all’Assemblea Nazionale di SxI-2p2s
Marco Pierini
All’assemblea nazionale di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” Yair Golan, segretario dei Democratici israeliani, ha dialogato con Lia Quartapelle, con la traduzione di Gabriele Eschenazi.
Nel suo intervento, Yair Golan ha confermato la posizione dei Democratici sulla situazione in Israele, commentando il video di Itamar Ben-Gvir – da lui definito “una vergogna” – che maltratta i membri della Flotilla detenuti ad Ashdod: “Siamo determinati a combattere Itamar Ben-Gvir, il kahanismo e il fondamentalismo che ignora i bisogni della nostra società”.
Relativamente agli scenari di guerra che Israele ha di fronte, Golan ha criticato la strategia del governo israeliano nella Striscia di Gaza e in Libano, sostenendo che “la guerra da sola non può essere una soluzione” e che la piattaforma politica dei Democratici contiene un indirizzo chiaro sulla necessità di “politica e diplomazia per garantire a Israele una sicurezza a lungo termine”.
In particolare, Golan ha criticato la scelta del governo di trascinare la guerra per oltre due anni “avendo impedito la nascita di una alternativa palestinese a Hamas che sia sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Arabia Saudita” e – riguardo il Libano – ha confermato la sua posizione di forte sostegno al negoziato con il governo libanese, già espressa recentemente sul The Economist. In quella sede, Golan aveva avvertito sui rischi di una invasione di terra su larga scala, senza strategia politica, invece di negoziare un accordo con Beirut: “non possiamo avere Hezbollah che continua a sparare sul nord di Israele, dobbiamo accordarci col governo libanese per avere stabilità sotto il fiume Awali”.
Sulla Siria Golan si è mostrato attendista: “Dobbiamo ancora capire quali sono le intenzioni di al-Jolani, ma non serve occupare territorio siriano. Serve capire la fattibilità di un accordo sul modello di quello del 1973”.
Chiare, invece, le idee sulla minaccia iraniana: “L’interesse di Israele è avere la fine del programma nucleare iraniano, limiti allo sviluppo dei missili balistici e sanzioni a ogni attività terroristica appoggiata dall’Iran. Solo un accordo a queste condizioni può essere un buon accordo per Israele”.
Dura la posizione anche sulla situazione in Cisgiordania: nel suo intervento, Golan ha definito “terrorismo ebraico” quello che i gruppi di coloni violenti fanno ai danni dei civili palestinesi e ha promesso che nel programma dei Democratici è presente un punto chiaro sulla necessità di ristabilire “legge e ordine” contro gli estremisti. Questa posizione è in linea con la proposta dei Democratici di interrompere i finanziamenti agli insediamenti e di congelarne la costruzione.
Già in un suo recente intervento su The New York Times titolato “‘We are going to live with scars’: Yair Golan’s Battle for a Two-State Solution”, Golan aveva parlato di avere “civil separation” come precondizione per contrastare l’annessione della Cisgiordania e gettare le basi per la soluzione dei due Stati per due popoli, considerata da Golan stesso l’unica idea valida alternativa a un “modello Libano” che produrrebbe soltanto guerra e nuovi spargimenti di sangue.
Durante l’assemblea nazionale, Golan ha apprezzato il sostegno dell’associazione per le attività dei Democratici e per la loro imminente campagna elettorale e – come ribadito anche dal presidente Fiano – “Sinistra per Israele Due Popoli Due Stati” è interessata a inviare una propria delegazione a sostegno dei Democratici proprio in vista delle elezioni per il rinnovo della Knesset.
*5*

Il saluto della Federazione Italiana Associazioni Partigiane
(all’Assemblea Nazionale di SxI-2P2S)
Luca Aniasi
Caro Presidente Fiano, care amiche e cari amici di Sinistra per Israele,
mi dispiace di non poter essere con voi oggi. Affido queste righe a chi le legge per me, perché la voce della FIAP non manchi alla vostra assemblea nazionale.
L’antisemitismo – è stato scritto – è un virus che muta. È stato prima pregiudizio religioso, poi odio razziale, e oggi torna, in una nuova variante, sotto forma di ostilità verso l’unica espressione collettiva dell’identità ebraica: Israele. La critica a un governo è cosa legittima e necessaria; mettere in discussione il diritto stesso all’esistenza di uno Stato è cosa diversa. Un solo Paese al mondo viene quotidianamente processato sulla propria ragione d’essere. E come chiameremmo, se non antisemitismo, questo metro diverso applicato a un solo popolo? È uno dei marcatori storici della discriminazione antiebraica, e dobbiamo avere il coraggio di riconoscerlo
Una parte della sinistra ha smesso di cercare il proprio collante nelle storiche rivendicazioni, nei diritti sociali e civili, persino nella difesa di un popolo. Lo ha trovato altrove: nell’accanimento verso Israele. È una distorsione che ha radici intellettuali profonde – tra le quali la lettura post-coloniale del mondo, in cui il colonialismo è il male e ogni successo, ogni democrazia che attecchisce in un’area di teocrazie e autocrazie, diventa sospetta. Israele, nazione costruita da rifugiati e richiedenti asilo su una terra povera di risorse, fiorente in libertà e crescita laddove tutto intorno regredisce, diventa così la prova vivente che quella lettura del mondo non funziona. E proprio per questo va negata.
Due meccanismi sono però anche al lavoro.
Il primo: gli ebrei sono accettati come vittime, ma non come soggetti che si difendono.
Il secondo, più grave: l’inversione simbolica, per cui le vittime storiche diventano «i nuovi nazisti», i carnefici del nostro tempo. È una bestemmia della memoria, e dovrebbe far rabbrividire chiunque sappia leggere la storia europea del ‘900.
C’è poi un passaggio ulteriore, molto italiano.
A rispondere delle politiche del governo israeliano non viene più chiamato quel governo, né solo i cittadini israeliani: vengono chiamati i cittadini italiani ebrei. È il meccanismo di tutti gli antisemitismi della storia. Quando si pretende da una minoranza il rituale della discolpa, qualcosa nella convivenza democratica si è rotto.
Per questo la vostra opera è meritoria, e oggi necessaria. Avete il coraggio di tenere insieme due cose che oggi sembrano inconciliabili, e che inconciliabili non sono: l’essere di sinistra e l’amicizia per Israele. La critica politica e il rifiuto della delegittimazione. La pace come orizzonte concreto, due popoli, due Stati, e non come slogan da archiviare. Sin dalla vostra nascita, non avete mai smesso di cercare il confronto e il dialogo, anche quando, come ora, sembrano parole velleitarie.
I fatti del 25 aprile a Milano li avete vissuti in prima persona: meritavano una profonda riflessione, hanno avuto in cambio teorie complottiste – quando ci sono gli ebrei ci sono sempre anche i complotti, tutto nella migliore tradizione… Ma la piazza del 25 aprile è e resta la nostra: è la piazza del CLN, del Corpo Volontari della Libertà, di tutti gli antifascisti. Non ce la faremo portare via, né da chi tra le associazioni partigiane talvolta abdica al proprio ruolo istituzionale, né dalla destra revisionista. Da questo dobbiamo tutti ripartire.
La FIAP, nella distinzione dei ruoli e delle funzioni, vi è amica e al fianco, anche con tante iniziative comuni che abbiamo realizzato e che immagino davanti a noi. Ammiro il vostro coraggio.
Buon lavoro, e un abbraccio fraterno.

*6*

Un “ottalogo“ per fermare l’antisemitismo dilagante, finché si è in tempo
(presentato all’Assemblea Nazionale di SxI-2P2S)
Luciano Belli Paci
In questi pochi minuti voglio tornare su un tema che purtroppo resta di grande attualità: quello delle ricadute che i conflitti che coinvolgono Israele hanno avuto in termini di antisemitismo dilagante.
Devo insistere su un punto. Le azioni del governo e dell’esercito israeliano, che spesso abbiamo criticato e che quando è il caso (vedi Ben Gvir) suscitano anche in noi grande indignazione, non rappresentano la causa, ma l’occasione per la riemersione di un antisemitismo preesistente, stratificato nel corso di duemila anni. È come l’herpes, che rimane latente nei nostri nervi e si riattiva quando il sistema immunitario si indebolisce.
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Non lo dico per sminuire le responsabilità di Netanyahu, ma perché dobbiamo sapere – e la sinistra italiana deve capire – che se non ci facciamo carico di quel sistema immunitario, l’infezione antisemita dilagherà e non sarà più possibile fermarla, a prescindere da quello che farà Israele.
Mi rendo conto che siamo tutti stanchi di ripetere da mesi e da anni gli stessi allarmi, senza essere ascoltati.
Ma abbiamo il dovere di continuare ad andare “in direzione ostinata e contraria”, di continuare a mettere i partiti, i movimenti, le associazioni di fronte alle loro responsabilità etiche e politiche.
E quindi di riproporre con tenacia a tutta la sinistra italiana le nostre richieste, che voglio qui ricordare in ordine sparso:
- Occorre evitare con cura le ipersemplificazioni, la riduzione del conflitto in MO a uno scontro tra angeli e demoni; bisogna ricordare sempre il ruolo di Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran; bisogna in una parola riconoscere – e dovrebbe essere ovvio farlo per un conflitto che dura da 80 anni – la “complessità” (ma forse le scorte sono andate esaurite, visto che sulla guerra della Russia all’Ucraina praticamente non c’è dibattito che non sia finito con un’overdose di “complessità”)
- Si deve respingere con nettezza l’uso del termine “sionista” come insulto o peggio ancora come sinonimo di ebreo: si facciano corsi per spiegare alle basi incolte un po’ di storia del sionismo, per far capire che – come ha detto Erri De Luca – chiunque difenda il diritto all’esistenza di Israele e chiunque sostenga i “due popoli, due stati” è sionista
- Ci si deve rifiutare di confondersi, nelle manifestazioni, con quelli che inneggiano alla Palestina “libera dal fiume al mare”, che scambiano il terrorismo per “resistenza”, che propugnano la guerra a oltranza e non la pace, che praticano la violenza, il vandalismo e l’intolleranza
- Si devono condannare senza riserve i trattamenti ostili e discriminatori nei confronti di turisti israeliani o di non meglio identificati “sionisti”, che vengono bullizzati e cacciati da ristoranti o negozi: non abbiamo mai attribuito al singolo straniero — ospite nel nostro Paese — le colpe del suo governo; è una questione di civiltà, se non si vuole far passare il principio razzista della colpa collettiva
- Bisogna dire forte e chiaro che le intimazioni rivolte agli ebrei perché si dissocino dalle azioni di Israele costituiscono un’intollerabile condotta discriminatoria verso cittadini italiani appartenenti a una minoranza religiosa/culturale e tradiscono l’ignoranza e il pregiudizio di chi immagina il mondo ebraico come un’entità monolitica (ogni riferimento a Giuseppe Conte è voluto)
- Si deve mettere la massima cura nell’evitare confusioni che, peraltro, non si accettano mai per nessun altro Paese: una cosa è il governo di Israele e un’altra cosa è lo Stato di Israele, una cosa è lo Stato di Israele e un’altra cosa è il popolo israeliano, una cosa è il popolo israeliano e un’altra cosa sono gli ebrei nel mondo
- Si devono respingere il continuo utilizzo antistorico e banalizzante delle equiparazioni tra Gaza e la Shoah, l’abuso parossistico del termine “genocidio”, le ignobili ritorsioni sul 27 gennaio per reazione alle sofferenze dei palestinesi (questa è una richiesta che rivolgiamo in particolare all’ANPI e a tutte le associazioni impegnate sul terreno della memoria: sappiate che quando avrete sdoganato il negazionismo, la banalizzazione, il riduzionismo e la distorsione o inversione della Shoah, la belva non rientrerà nella gabbia dalla quale l’avete fatta uscire !)
- È necessario che le forze della sinistra italiana promuovano iniziative comuni con le organizzazioni politiche e sociali israeliane affini per rendere palese all’opinione pubblica che Israele non è un mostro contro il quale lanciare anatemi, ma una realtà plurale dentro la quale esistono importanti componenti che si battono per il progresso, per la pace, per i diritti umani e civili. In particolare, vorremmo vedere il Pd collaborare con il partito omologo Demokratim di Yair Golan, i sindacati fare iniziative con l’Histadrut, e tutti dare ascolto e sponda alle decine di associazioni israeliane che ogni giorno lottano per il dialogo, per la rappacificazione, contro la violenza e contro il fanatismo. Insomma, chiediamo un impegno per costruire ponti, occasioni di conoscenza, gemellaggi; non per erigere altri muri di odio e per distruggere gemellaggi con la parte migliore di Israele.
Concludo facendo una proposta.
Sappiamo che le prossime elezioni israeliane saranno cruciali. E allora occorre recuperare un antico valore che ispirava l’azione politica quando eravamo più giovani: l’internazionalismo.
La sorte di Israele riguarda tutta la sinistra italiana. E dunque occorre lanciare una pubblica, visibile, concreta campagna di sostegno alle forze di opposizione israeliane.
Serve innanzitutto una grande RACCOLTA FONDI popolare a favore dei partiti che si schierano per archiviare la stagione di Netanyahu.
Noi sceglieremo i Demokratim, ma c’è un’ampia offerta e ciascuno può trovare una forza politica che sente più vicina, alla quale indirizzare donazioni e aiuti.
Si può fare. Si deve fare.
*7*
Cosa ci dice il People’s Peace Summit
Francesco Barbetta
Il People’s Peace Summit di quest’anno rappresenta un buon punto di partenza per capire come il campo della pace in Israele sta ridefinendo la propria agenda politica.
Il dato forse più rilevante è l’impegno pubblico assunto dal deputato dei Democratici Gilad Kariv davanti alle quattromila persone presenti, a Tel Aviv, all’evento.
Ha dichiarato che costituirà un fronte di lotta contro l’annessione e la violenza nei territori palestinesi, portando al tavolo delle future trattative con le altre forze dell’opposizione richieste precise e non negoziabili, ovvero l’annullamento delle misure di annessione, l’evacuazione degli avamposti illegali e il rinnovamento del dialogo con l’Autorità Nazionale Palestinese.
Questo passaggio è politicamente decisivo perché trasforma il campo della pace da soggetto che subisce le dinamiche politiche a soggetto che pone condizioni per entrare in future coalizioni di governo.
Nella stessa direzione la deputata Naama Lazimi, dello stesso partito di Kariv, ha affermato che la vera sicurezza si ottiene quando entrambi i popoli hanno sicurezza personale, dignità e speranza, impegnandosi anch’essa per una partnership arabo-ebraica nella futura coalizione di governo, un’affermazione che ha scatenato un fragoroso applauso del pubblico, segno che questa linea gode di ampio sostegno nella base del campo della pace.

Sul versante arabo, il deputato comunista Ayman Odeh ha dichiarato che farà di tutto per ricostituire la lista comune araba.
Ricorda, inoltre, che per la guerra non serve una partnership arabo-ebraica ma per la pace è assolutamente necessaria.
Altre prospettive politiche sono emerse nei panel della conferenza.
Eran Etzion, ex vicesegretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale ed ex capo della pianificazione del Ministero degli Esteri, ha chiesto di tornare a un piano di pace ampio che includa palestinesi e paesi della regione, oltre a elaborare una concezione di sicurezza politica che affianchi a quella militare la dimensione diplomatica.
Gil Murciano, direttore generale del Mitvim Institute per la politica estera regionale, ha parlato dei principi della concezione di sicurezza di Israele e ha sostenuto che a questi va aggiunto un pilastro fondamentale: la costruzione della pace.
La sua tesi, ripresa da altri relatori, è che il governo israeliano ha fallito nel tradurre i temporanei successi militari in risultati diplomatici e che, senza una prospettiva politica, l’esercizio della forza resta privo di esito.
Sono posizioni che abbiamo sentito spesso ripetere in questi mesi anche da Yair Golan, il leader dei sionisti socialisti riuniti nei Democratici.
Abed Kanaaneh, del dipartimento di studi mediorientali dell’Università di Tel Aviv, sulla stessa linea di ragionamento, ritiene che l’uso esclusivo della forza militare non sia più sufficiente per realizzare gli interessi israeliani in Medio Oriente, imponendo la necessità di un dialogo con i paesi della regione.
Shaul Arieli, studioso del conflitto israelo-palestinese, ha spiegato che la soluzione dei due stati per due popoli è ancora possibile, aggiungendo un elemento innovativo: ha chiesto di indennizzare i coloni in Cisgiordania e di costruire insieme una narrazione alternativa che fornisca una razionalità condivisa al percorso di smantellamento degli insediamenti, un passaggio che in passato era stato sempre rimosso dal dibattito perché considerato politicamente troppo esplosivo.
Un’altra prospettiva è venuta dal mondo dell’istruzione.
Yoav Pridan, preside della scuola superiore Alef di Tel Aviv, ha chiesto che prima ancora dell’educazione alla pace si lavori sulle infrastrutture umane, su un sistema etico che distingua tra bene e male e che dia speranza, affermando che l’impegno degli educatori è quello di mettere a disposizione il linguaggio della pace.
Tzurit Erezi, dell’associazione Sadeh, che opera nell’istruzione statale-religiosa, ha parlato della sfida di educare alla pace all’interno del sistema scolastico religioso, sostenendo che l’educazione alla pace nasce dalla fede, senza contraddirla.
Giornali vicini agli ambienti della sinistra radicale israeliana, solitamente molto critici nei confronti dei Democratici, hanno notato che nel linguaggio adottato da Kariv e Lazimi emerge un cambiamento molto importante.
Dopo anni di manifestazioni e di guerra la sinistra ebraica ha iniziato ad usare un linguaggio meno accomodante.
Dietro c’è la consapevolezza che non basta cacciare Netanyahu ma serve un cambiamento più profondo e radicale che richiederà del tempo anche perché qualche partecipante ha notato che la maggior parte dei presenti erano israeliani laici e liberali.
Questo dato segnala la necessità di lavorare per allargare il consenso del campo della pace nella società israeliana.
Per rovesciare questa situazione è necessaria una lunga e paziente guerra di posizione, una lotta culturale e politica che si svolge nelle trincee della società civile con l’obiettivo di costruire un nuovo blocco storico, un’alleanza sociale ampia capace di tenere insieme tutti i perdenti dallo stato attuale delle cose, anche dal punto di vista economico, per poter realizzare la soluzione a due stati.

*8*

Il futuro è pace: Maoz Inon e Aziz Abu Sarah
Giorgio Gomel
In una congiuntura disperante, con un conflitto funesto che attanaglia i due popoli in un’orgia di brutalità, Maoz Inon e Aziz Abu Sarah simboleggiano e agiscono un percorso opposto, di dialogo, riconciliazione, convivenza.
Sono due attivisti militanti e imprenditori, uno israeliano, l’altro palestinese, formatisi ambedue, anche professionalmente in modalità analoghe, promuovendo il turismo come uno strumento per avvicinare le comunità e costruire la pace. Sono da poco coautori di un libro – Il futuro è la pace – già edito in inglese e francese, con traduzioni in cantiere in altre lingue.
Nel loro diffondere il messaggio di pace li abbiamo visti ritratti abbracciati con papa Francesco nell’Arena di pace di Verona del 2024 e li abbiamo incontrati personalmente a Roma un anno fa reduci da colloqui con parlamentari italiani e con il sindaco Gualtieri.
Di recente, il 30 aprile, sono intervenuti con molti altri al People’s Peace Summit di Tel Aviv, dal nome It’s time – è tempo di agire per la pace -, un convegno, composto da seminari, laboratori, momenti teatrali e musicali, che ha riunito 80 ONG e movimenti israelo-palestinesi dediti alla coesistenza. Una lezione anche per noi – europei, sensibili agli orrori di quel conflitto, partecipi di uno sforzo collettivo, sotterraneo, spesso ignorato o anche osteggiato di associazioni volte ad un futuro di pace.
Il principio cui dovremmo ispirarci è quello della “doppia lealtà”: invece di attribuire colpe, di infliggere punizioni, il compito che ci spetta è quello di offrire ponti, spingere le parti in lotta al dialogo, riprendere la logica degli accordi di Oslo del 1993 quando il riconoscimento reciproco dei diritti aveva dischiuso uno spiraglio di speranza: il conciliare il diritto alla pace a e alla sicurezza per Israele con quello ad uno stato indipendente per i palestinesi.
Soprattutto, è essenziale, come impegno della società civile in sostegno “dal basso” all’attivismo della diplomazia “dall’alto”, affermare l’illiceità della violenza contro i civili, da una parte e dall’altra; rigettare la disumanizzazione del “nemico”; riconoscere pur con fatica le ragioni e i diritti dell’altro.
Maoz Inon e Aziz Abu Sarah non si erano mai veramente incontrati fino ai tragici eventi del 7 Ottobre, quando i genitori di Maoz vennero trovati carbonizzati nella casa in cui lui stesso era cresciuto nel Kibbutz Netiv HaHasara, vicinissimo al muro di separazione con Gaza.
Pochi giorni dopo giunse a lui un messaggio di condoglianze di Aziz che si limitava a poche semplici parole: «So cosa stai provando, ci sono passato, la mia vicinanza…».
Aziz aveva infatti perso il fratello maggiore Tayseer quando ancora era bambino; era stato testimone della cattura: di notte, dentro casa, portato via dai soldati dell’IDF per aver tirato qualche sasso (erano gli anni della prima intifada). E poi detenuto per poco più di un anno; dopo il rilascio fu ricoverato d’urgenza in ospedale, con poche prospettive di salvarsi per le lesioni interne provocate dalle violenze subite.
Tempo dopo, ormai adulto, Aziz incontrò membri di Parents’ Circle families Forum – la ONG israelo-palestinese di famiglie delle vittime – e ne condivise la filosofia e pratica di reciproco riconoscimento nel lutto: «La possibilità di percepirsi alla pari, come esseri umani, per il solo fatto di essere lì, in cerchio: con la voce che magari ti si incrina mentre racconti la tua storia e la commozione che ti assale mentre ascolti la storia di chi avresti considerato nemico.
Vicenda davvero straordinaria quella dei PCFF per migliaia di famiglie come la mia, e senz’altro fondamentale per me: è grazie a loro se sono quello che sono adesso».
Fu grazie a quel semplice messaggio di condoglianze di Aziz verso Maoz che i due decisero di incontrarsi. Da allora un lavoro congiunto di interviste, incontri, iniziative pubbliche in Israele, Cisgiordania e in paesi terzi. E ora il tutto trova compimento in un libro a quattro mani.
Anche J-Link, un network internazionale di organizzazioni ebraiche progressiste attive in Israele e nei paesi della Diaspora – trovate ampio materiale in JlinkInternational.org – organizzerà un incontro-seminario con loro il prossimo 5 luglio, con traduzioni in spagnolo, portoghese, francese, italiano.
Partecipate.
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Ben-Gvir e la Flotilla: prima di tutto lo stato di diritto
Piero Fassino
Il trattamento violento e disumano a cui sono stati sottoposti una parte dei partecipanti alla iniziativa Flotilla, nonché le parole sprezzanti a loro indirizzate dal ministro Ben Gvir hanno suscitato indignazione e proteste in tutto il mondo.
Lo stesso Presidente di Israele Herzog ha pronunciato parole di condanna e esecrazione, fatte proprie da una larga parte della società israeliana.
Anche l’IDF ha sentito l’esigenza di prendere le distanze dalle vessazioni e dalle torture perpetrate dalle squadracce agli ordini di un ministro suprematista e razzista. Chiunque ispiri la propria vita e i propri comportamenti a valori di rispetto delle persone non può che esprimere la più completa esecrazione per atti e parole che negano la dignità umana.
Nessuno ignora che Flotilla – al di là dell’afflato umanitario e solidaristico che ispira sinceramente molti suoi partecipanti – si pone come una iniziativa di sfida. Anzi per bocca dei suoi organizzatori una iniziativa di fiancheggiamento del radicalismo palestinese.
Ma questa verità – che non deve essere celata – non giustifica in alcun modo l’aggressione in acque internazionali alle imbarcazioni di Flotilla e ancor di meno giustifica la sottoposizione dei militanti di Flotilla a violenze e umiliazioni inaccettabili.
Così come non sono accettabili e vanno condannate in modo netto le razzie violente perpetrate in Cisgiordania dai settori estremistici dei coloni contro la popolazione palestinese, senza che vi sia alcuna reazione delle forze militari israeliane lì dislocate. Né può essere accettato che Israele adotti una legge sulla pena di morte, contraddicendo il valore supremo della vita che è uno dei capisaldi dell’umanesimo ebraico.
Una società democratica – e lo Stato di Israele lo è, in contesto mediorientale invece caratterizzato da regimi autocratici o sanguinari come in Iran – ha un dovere ineludibile: ispirare ogni suo comportamento, ogni suo atto al rigoroso rispetto della dignità delle persone e ai valori dello stato di diritto.
Ogniqualvolta invece il governo israeliano adotta, o anche solo tollera, comportamenti che violano quei principi e quei valori si infligge un colpo alla credibilità del carattere democratico della società israeliana e si favoriscono le rappresentazioni manichee e criminalizzanti di Israele, nonché il diffondersi di pulsioni antiebraiche e antisemite.
Chi, come “Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati”, si batte contro ogni forma di discriminazione e per riaffermare il diritto alla esistenza di Israele a fianco di uno Stato palestinese in una pace fondata sulla convivenza tra israeliani e palestinesi, non può che considerare Ben Gvir, Smotrich e l’estremismo messianico ebraico un avversario di Israele da contrastare e combattere.
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La parola alle consigliere Pd a Palazzo Marino:
perché mantenere il gemellaggio fra Milano e Tel Aviv-Yafo
Vctor Magiar
Lunedì 18 maggio a Milano tre consigliere comunali del Pd, con il loro voto contrario a un Ordine del giorno, hanno impedito che il Consiglio Comunale approvasse la sospensione del gemellaggio Milano-Tel Aviv (di cui abbiamo scritto lo scorso mese).
(qui il video della dichiarazione di voto)
Abbiamo intervistato Alice Arienta, Roberta Osculati e Angelica Vasile per chiedere loro le ragioni che le hanno spinte a distinguersi dal proprio gruppo consiliare, difendendo invece la posizione espressa dal sindaco Sala: una scelta dalle molte implicazioni e non priva di conseguenze, una scelta che (secondo noi) si distingue per coraggio, lungimiranza, saggezza politica e senso civile.
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Leggendo il vostro comunicato stampa emerge il sostegno a un modo specifico di agire in favore della pace e del dialogo, avete citato il People’s Peace Summit come esempio di azione politica concreta in favore della pace: perché secondo voi i vostri colleghi, così come tanti militanti di sinistra, non condividono il vostro ragionamento e il vostro atteggiamento?
Quello che sta accadendo a Gaza è inaccettabile. Ma non è solo Gaza: le operazioni militari israeliane in Cisgiordania e in Libano, le violenze dei coloni contro i civili palestinesi, il deterioramento quotidiano delle condizioni di vita di un intero popolo. La politica di Netanyahu è una politica di distruzione che condanniamo senza ambiguità, e la sofferenza del popolo palestinese ci riguarda profondamente.
Precisiamo, innanzitutto, che la votazione dell’Ordine del giorno di cui parliamo è avvenuta a pochi giorni dall’approvazione in Consiglio comunale (all’unanimità con unica astensione della Lega) della candidatura di Milano a città promotrice di un incontro fra sindaci per la pace. Non volevamo che quella scelta venisse messa in dubbio.
A partire da questa consapevolezza, abbiamo fatto una scelta, a nostro avviso, profondamente politica. Sapevamo che la sospensione del gemellaggio avrebbe compromesso la possibilità di realizzare questa Conferenza internazionale. Abbiamo dunque scelto di sostenere una proposta costruttiva.
La nostra posizione intendeva superare l’immediato e mantenere un contatto con quanti potranno dare una nuova prospettiva a Israele con “due popoli, due stati” per la pace.
Pensiamo che le istituzioni abbiano il dovere di interpretare il senso di smarrimento, angoscia e frustrazione che tanti cittadini provano di fronte all’attuale disordine mondiale, dove la forza ha preso il posto della legge e dei trattati internazionali. Crediamo che le città possano avere un ruolo importante per superarlo. La storia insegna che, nei momenti più difficili, sono stati spesso i sindaci, le amministrazioni locali, a promuovere percorsi di dialogo capaci di superare contrapposizioni apparentemente insanabili, come dimostrò il sindaco di Firenze Giorgio La Pira nel 1955.
Avete espresso una “posizione diversa” dal vostro gruppo, e questo non può non avere conseguenze politiche e personali: non temete di essere isolate? Non temete il fiume di critiche (e insulti) che riceverete, soprattutto sui social?
Quando si assume una posizione pubblica sapendo che non sarà unanimemente condivisa, è naturale mettere in conto critiche, anche molto dure. Ma la politica perde la sua funzione più alta nel momento in cui smette di assumersi il rischio della complessità e si limita a inseguire il consenso immediato o la pressione dei social.
La nostra scelta non è stata “contro” qualcuno. È stata “per” qualcosa di concreto: una Conferenza di Pace che può nascere qui a Milano, in questo mandato, nei prossimi mesi. La politica a volte richiede di sostenere una posizione non maggioritaria perché la si ritiene giusta. Non pensiamo che la paura dell’isolamento possa diventare il criterio con cui orientare le proprie scelte.
Noi ci abbiamo creduto e continuiamo a crederci. Comunque insieme a critiche dure, abbiamo ricevuto anche apprezzamenti e sostegno. Non siamo isolate.
Non credete che tutta questa vicenda sia frutto di un deficit o di un degrado della politica stessa?
Il paradosso è reale: qualunque fosse stato l’esito del voto, qualcuno avrebbe letto quella scelta come una spaccatura. Questo dimostra che, a un certo punto, il tema non era più il merito della proposta, ma la costruzione di una contrapposizione politica. Però crediamo anche che vadano sondate le motivazioni delle diverse scelte. Fra quanti hanno votato a favore dell’interruzione del gemellaggio probabilmente c’era anche chi voleva esprimere sdegno per la distruzione di Gaza e la violenza dei coloni, ogni giorno crescente con la difesa dei soldati di Israele. A tutto ciò si sono poi aggiunti, purtroppo, anche trattamenti scellerati e violenti verso gli attivisti della Flotilla. Aspetti che mettono in difficoltà per primi intellettuali e cittadini democratici di Israele.
Ci siamo dunque poste una domanda semplice: cosa è utile? La sospensione del gemellaggio avrebbe potuto produrre concretamente qualcosa per la pace?
Una Conferenza dei Sindaci per la Pace, con una “Carta di Milano per la Pace”, con il coinvolgimento di città di tutto il mondo: questo può produrre effetti reali. È politica che serve a qualcosa. Continuiamo a pensare che costruire ponti sia una responsabilità politica e morale, e che Milano possa e debba essere una città capace di tenere insieme pluralità senza trasformare ogni discussione in una prova di fedeltà ideologica. Inoltre, dobbiamo considerare anche il quadro politico interno a Israele. È molto probabile che il prossimo autunno Israele possa andare verso elezioni anticipate, e quello potrebbe rappresentare un passaggio decisivo per mettere in discussione la linea politica del governo Netanyahu.
Proprio per questo ci pare un errore isolare indistintamente tutte le voci provenienti da Israele, comprese quelle critiche verso il governo. Al contrario, crediamo sia necessario mantenere aperto il dialogo con chi, dentro la società israeliana, si batte per una soluzione politica, per il riconoscimento reciproco e per un’alternativa all’attuale stagione di conflitto permanente. La fragilità del dialogo non deve spingerci ad abbandonarlo, quanto piuttosto a rafforzarlo. Perché senza dialogo non c’è politica, e senza politica diventa impossibile costruire percorsi di pace e convivenza.
Non credete che esista un grande tema culturale o un deficit culturale che impedisce sia una lettura laica e storica del conflitto che la possibilità stessa di discuterne seriamente?
Crediamo che esista un deficit culturale più ampio: la perdita dell’abitudine al confronto storico, alla profondità dell’analisi, alla distinzione tra comprensione e giustificazione. È diventato sempre più difficile discutere seriamente senza essere immediatamente collocati dentro uno schema binario, senza spazio per la complessità o per la ricerca di una posizione autonoma e critica.
La nostra risposta è concreta: facciamo di Milano un luogo dove la pace si costruisce, dove i sindaci del mondo si incontrano, dove si scrive insieme una Carta per la Pace. Le città sono spazi di convivenza concreta, nei quali differenze culturali, religiose e politiche non sono un’astrazione ma una realtà quotidiana. Milano, per la sua storia e la sua tradizione civica, può contribuire a costruire questa cultura del confronto.
Ma è anche e forse soprattutto dentro il mondo ebraico che si gioca oggi la partita determinante, perché Israele non si trasformi in un regime autoritario e il popolo ebraico perda la considerazione internazionale che aveva acquisito. Crediamo comunque, come segnala il Card. Pizzaballa, che esista tuttora in Israele un «argine silenzioso», fatto di «persone, comunità e realtà civili che continuano a lavorare per il dialogo e la convivenza». A sostegno di questa sensibilità capace di prospettiva abbiamo messo il nostro voto per mantenere il gemellaggio con Tel Aviv.
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Non in nostro nome
Contro l’intifada globale
Qui di seguito pubblichiamo un appello lanciato da
Lanfranco Caminiti, Gianluca Cicinelli, Chicco Galmozzi, Brunello Mantelli, Angelo Mammone Rinaldi,
storici esponenti della sinistra italiana.
L’appello ha raccolto in pochissimi giorni, anche grazie a una petizione su Change, oltre milleduecento firme,
fra queste diversi giornalisti come Flavia Fratello, Guido Vitiello, Damiano Aliprandi, Andrea Colombo, Franca Fossati, Nicola Mirenzi; professori universitari come Lucia Corso, Stefania Mazzone, Lorenzo Massobrio; intellettuali e scrittori come Matteo Marchesini, Fabrizio Coscia, Sandro Matteoni; femministe come Paola Concia, Paola Tavella, Monica Ricci Sargentini, e tanta gente comune, persone di sinistra, liberali, radicali, centristi, o non più di sinistra.
Non in nostro nome
L’intifada globale – ovvero urla e cartelli offensivi davanti tutte le sinagoghe del mondo, il boicottaggio di cittadini israeliani ovunque si trovino (in un evento culturale, al ristorante, in un autogrill, in vacanza), gli insulti e l’aggressione verso chiunque porti segni di appartenenza alla religione ebraica, lo sfregio di simboli a memoria dell’olocausto, l’irrisione verso gli ultimi testimoni della Shoah, gli impedimenti a studiare, commerciare, investire se sei israeliano, il sostegno ormai sdoganato e aperto a Hamas e Hezbollah o ai pasdaran, fino agli episodi sanguinosi degli accoltellamenti per le strade d’Europa o il massacro di Bondi Beach, cose che non hanno rapporto diretto con quanto prima detto ma è l’acqua bassa in cui nuotano gli squali assassini – è una attività squisitamente nazista.
Perché nazista è il concetto che ogni ebreo è colpevole, in quanto ebreo – oggi: ogni israeliano è complice e colpevole in quanto israeliano.
Che si apra la caccia.
L’intifada globale non ha alcuna utilità per alleviare le sofferenze della popolazione di Gaza né è di alcun supporto e aiuto per la lotta per i suoi diritti, non ha fermato in alcun modo il massacro della guerra, non è alcuna opzione per un processo di pace e di ricostruzione.
L’unica ‘ricaduta’ è quella di continuare ad alimentare qui (in occidente) un’aura della ‘resistenza’ di Hamas; l’unica ‘capitalizzazione’ è quella di alimentare qui (in occidente) l’idea di riprodurre la ‘resistenza’ di Hamas: Gaza sarebbe ovunque, a Roma come a Berlino, a New York come a Sydney.
E se Gaza è ovunque, ogni israeliano che vive ovunque è un ‘occupante’ e un nemico.
Il ‘genocidio’ è globale perché il potere di Israele (sin dai Savi di Sion) è globale.
Il genocidio è globale perché il capitalismo è ormai genocidiario.
A genocidio globale, intifada globale.
Questa demente spazzatura da quasi tre anni viene teorizzata, prodotta, diffusa, organizzata dalla sinistra radicale globale.
Si può quasi dire che oggi l’identificazione e la prassi della ‘sinistra radicale globale’ sia l’anti-israelismo.
Solo l’anti-israelismo.
Anti-israelismo che ha ormai esondato la labile e ipocrita distinzione tra antisionismo e antisemitismo.
Come nella più vieta rappresentazione degli ayatollah, Israele è Satana (nelle sue varie declinazioni, fino a Israele = ᛋᛋ, con la quale si sradica definitivamente ogni considerazione morale e politica per l’essere stati secolari vittime della storia: andavano bene finché passavano per il camino di Auschwitz, ora sono anch’essi ‘carnefici’).
Questa demente spazzatura da quasi tre anni viene riprodotta a piene mani in ogni trasmissione, in ogni talk-show, in ogni evento, in ogni spettacolo, in ogni scuola, da professori, giornalisti, uomini politici, cantanti e scrittori: se non dici ‘genocidio’ non sei di questo mainstream.
E il mainstream del genocidio è ormai diventato un banale luogo comune.
Serve a ‘riconoscersi’.
La militanza dell’opposizione al genocidio è ‘la caccia all’ebreo’.
Come persone di sinistra, troviamo che tutto ciò sia vergognoso: vergognosa è la strumentalizzazione della tragedia di Gaza, ovvero ‘capitalizzare’ il sentimento umanissimo di dolore per le sofferenze della popolazione di Gaza in un delirio che giustifica Hamas e sollecita l’odio contro Israele.
Come persone di sinistra siamo con l’opposizione al governo reazionario di Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir; come persone di sinistra siamo con qualunque iniziativa in Israele abbia mantenuto i fili di una comune attività politica tra israeliani e palestinesi; come persone di sinistra siamo stati contro il 7 Ottobre e il massacro di Gaza; come persone di sinistra ci siamo espressi per la tregua e la pace e l’ingresso massiccio di aiuti alla popolazione; come persone di sinistra non abbiamo alcun dubbio che il nodo per qualunque processo di pacificazione e ricostruzione sia il disarmo di Hamas.
Hamas è stato, e sarebbe la iattura del popolo gazawi.
Come persone di sinistra indichiamo nell’Iran e nella sua rete di relazioni con Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, Houthi nello Yemen e milizie sciite un fattore costante di instabilità politica, commerciale, militare nell’area.
L’intifada globale è considerata ‘a dangerous reality’ in Gran Bretagna e Australia, e ce n’è abbondante motivo, diciamo così.
Da noi è invece giustificata, promossa e esibita, come libertà di opinione (che è un lieve ossimoro, se a ‘libertà di opinione’ aggiungiamo ‘Hamas e ayatollah’).
Ma noi, si sa, col nazismo abbiamo lunga frequentazione e complicità.
Non in nostro nome.
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Report sul pogrom del 7 Ottobre 2023
Roberto Massari
Pubblichiamo qui di seguito un testo di Roberto Massari,
storico esponente della sinistra italiana, protagonista del movimento del ’68,
uno dei massimi studiosi al mondo di Che Guevara.
Nato a Roma nel 1946, nipote di un martire delle Fosse Ardeatine,
sociologo allievo di Franco Ferrarotti,
dirige l’omonima casa editrice nata nel 1989 (www.roberto-massari.blogspot.com) ormai arrivata al suo 420° titolo e ha scritto più di una trentina di libri fra cui un saggio sui kibbutzim, nato dopo un suo soggiorno in un kibbutz del Negev nell’autunno 1966.
Un pool di giuristi ha pubblicato un ampio Report sul pogrom del 7 Ottobre 2023.
Penso che sia difficile leggerlo senza essere vinti dall’orrore.
Ma anche solo a scorrerlo si ha un’immagine della disumanità con cui alcune migliaia di miliziani gazawi di Hamas andarono a massacrare in territorio israeliano oltre un migliaio di civili inermi, per lo più giovani, sottoponendoli a violenze fisiche inenarrabili, stupri, squartamenti, torture di vario genere e finendo col portar via alcune centinaia di ostaggi poi trattenuti per circa due anni in condizioni inumane e lasciandone morire circa la metà.
Riflettendo su questo Report torno a chiedermi come sia possibile che degli esseri umani, cioè membri della specie cui sento di appartenere, arrivino a compiere simili atrocità, superando in ferocia gli stessi nazisti.
Nazisti con i quali Hamas, Hezbollah e la teocrazia iraniana condividono il progetto di genocidio ebraico.
Per Hamas (e per il regime iraniano alle sue spalle) il pogrom del 7 Ottobre doveva essere per l’appunto l’inizio di tale genocidio.
Così non è stato e sappiamo perché.

Il Report descrive freddamente e «scientificamente» le torture sessuali che sono state imposte soprattutto alle donne, ma avvisa giustamente che prima di procedere alla lettura occorre tener conto dell’orrore in cui ci si addentra.
Ed è vero, che a leggere esiste il rischio di sentirsi mancare.
Peggio di un film dell’orrore.
Su tutto questo orrore grava anche la direttiva impartita da Hamas agli autori del pogrom di spettacolizzare gli atti di ferocia, di riprenderli coi cellulari e di far circolare le immagini e i video, fieri dei crimini compiuti ai danni di inermi cittadini, colti di sorpresa e nel corso delle loro normali attività, ivi compreso un rave di ragazze e ragazzi.
Ciò a differenza dei nazisti, che invece cercarono di non lasciare tracce degli orrori commessi.
Tuttavia, è anche grazie a questi materiali visivi di Hamas che il Report può entrare in dettagli raccapriccianti.
La lettura del Report fa rivivere in me un altro tipo di orrore, di tipo etico, provato in questi anni, vedendo le tante persone «civili» che dopo una simile atrocità si sono messe ad accusare di genocidio Israele, invece di condannare il vero tentativo di genocidio che il 7 Ottobre è stato messo in opera.
Il progetto genocidario seguiva un punto ben preciso del programma di Hamas che prevede lo sterminio degli ebrei israeliani, benché quel programma non parli di torture, stupri e squartamenti degli ebrei.
Segno che rispetto alla sua barbarie iniziale, Hamas si è imbarbarita ulteriormente.
Le false accuse di genocidio sono state diffuse con ogni mezzo nel mondo occidentale, laddove una normale coscienza civica avrebbe richiesto come minimo la convocazione di un nuovo tribunale di Norimberga contro Hamas, oltre a un diretto interessamento per liberare gli ostaggi, cioè le ultime vittime del pogrom.
Nulla però è stato fatto dalle istituzioni internazionali, le quali anzi hanno cercato di ostacolare la lotta del popolo israeliano per liberare i propri cittadini: quelli ancora vivi.
Ma come è stato possibile tutto ciò per persone normali, cittadini di una società civile, che dovrebbero avere più o meno il mio senso di umanità, anche se magari non la mia stessa formazione teorica? Del resto non ci vuole una grande preparazione teorica per rabbrividire davanti a questi orrori.
Basta essere umani, semplicemente umani.
Come è stato possibile e come può continuare ad esserlo?
A suo tempo feci notare che il Report di Amnesty international sulle torture inflitte agli ostaggi è stato reso pubblico solo dopo la liberazione dell’ultimo ostaggio.
A vergogna imperitura di questa istituzione e delle molte altre che nulla hanno fatto per aiutare la loro liberazione.
Resta il fatto però che neanche il materiale che vi sto inviando avrà un seguito giudiziario.
Non ci sarà nessuna istituzione internazionale che si farà carico di organizzare un tribunale nella forma di Norimberga (un Norimberga 2), di dare la caccia ai colpevoli diretti, di incriminare tutti coloro che hanno aiutato Hamas (quindi il regime iraniano in prima fila).
No.
Eppure per lanciare l’accusa di genocidio contro Israele molte di queste istituzioni sono state più che solerti: una corsa contro il tempo per spettacolizzare il vergognoso testo di Francesca Albanese (che fingeva di ignorare gli eventi descritti in questo Report, tacendo sugli stupri, le torture e gli squartamenti) e per concederle onori e riconoscimenti per il suo contributo nel coprire i crimini di Hamas.
L’esame di questo Report farà capire che nell’aggressione contro Israele – che sarebbe tutto sommato «comprensibile» in una logica di guerra, di scontro politico fra schieramenti, fra culture e interessi statuali – il fronte integralista islamico ha passato ogni precedente misura, ha oltrepassato la soglia dell’umanità, anche quella più sanguinaria e crudele, e ha compiuto orrori così mostruosi che la stessa legislazione internazionale rischia di essere scavalcata e impotente.
Penso per esempio al patrimonio giuridico di Norimberga che risulta totalmente inadeguato rispetto a ciò che è stato fatto il 7 Ottobre (e poi in seguito anche agli ostaggi), ammesso che vi siano istituti internazionali disposti a processare questo tipo di crimini.
Sappiamo che non ve ne sono e che torture ed eccidi, se fatti ai danni di ebree ed ebrei, rientrano nella «normalità», quella normalità quasi bimillenaria che ci eravamo illusi fosse finita dopo l’Olocausto e invece risorge più efferata che mai.
Sento, quindi, l’obbligo morale di contribuire a far circolare questo Report chiedendo a chi ha ancora un senso di umanità di contribuire a farlo circolare il più ampiamente possibile.
Aggiungo il consiglio di archiviarlo e conservarlo, giacché il solo fatto di averlo a portata di mano può aiutare a combattere l’attuale crescita dell’antisemitismo.
Questo per fortuna non è più in crescita nel mondo arabo (dove invece aumenta sempre più la distensione verso Israele), ma lo è nel mondo dell’antioccidentalismo, della sinistra reazionaria, dell’hitlero-comunismo ecc.
Questo Report resterà per sempre agli atti della storia, a differenza dell’antisemitismo/antiebraismo che prima o poi dovrà scomparire dal mondo veramente umano e dalla civiltà occidentale.
Affido a questo Report anche la speranza che la sua lettura faccia pentire qualcuno di coloro che, sulla scia di una commozione giustificata per le sorti del popolo gazawi, si sono trovati ad accusare Israele di genocidio, schierandosi dalla parte di chi vuole veramente il genocidio degli ebrei israeliani, ma in fondo anche di quelli del resto del mondo.
Cosa che ormai non potrà più accadere perché le vittime del più grande ed efferato genocidio della storia moderna sono ormai diventate guerrieri e per giunta guerrieri imbattibili.
E questo per il sadomasochismo degli antisemiti/antiebrei è insopportabile.

è possibile scaricare diversi video, highlight e il Report completo di “Silenced no more” su https://www.civilc.org/silenced-no-more
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Erri De Luca a Gerusalemme
Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio
Giulio Meotti
Testo pubblicato il 25 maggio 2026 su Il Foglio
“L’arrivo di Erri De Luca la prossima settimana all’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim a Gerusalemme, con il sostegno della Jerusalem Foundation, non è una tappa del tour promozionale di uno scrittore internazionale. È un atto di allineamento morale contro i venti dominanti”. Così il giornale Israel Hayom. La direttrice del festival, Julia Fermentto-Tzaisler, quest’anno aveva invitato il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, una delle figure più acclamate della letteratura contemporanea, che però ha deciso di boicottare Israele.
De Luca prenderà parte all’incontro “From Naples to Jerusalem”, che prevede un dialogo con il professore universitario Uri S. Cohen sul clima letterario e culturale dell’Italia contemporanea, oltre che sulle opere dell’autore partenopeo e sul suo nuovo libro che sarà presto pubblicato in ebraico. “Non è solo un romanziere e poeta di riferimento, ma anche un attivista sociale, che parla yiddish ed ebraico antico, che ha tradotto la Bibbia in modo unico” è la descrizione di De Luca che si può leggere sulle pagine ufficiali del festival.
“In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione” dice a Israel Hayom. “Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista per questo fatto stesso. In Europa ci sono molte persone che la pensano così ma hanno paura della loro stessa ombra. Non sanno di essere sionisti. Io lo dico ad alta voce, e non mi importa del prezzo”.
Recentemente ha corrisposto con la sua amica, la cantante Achinoam Nini. Lei gli ha chiesto di partecipare a un evento che sta organizzando a Firenze a luglio. De Luca non ha cercato di smussare gli spigoli per compiacere qualcuno e ha posto una condizione morale esplicita.

“Le ho detto: sarò felice di venire, ma sono sionista. Non sono capace di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa più importante, non collaborerò con nessun evento o forum in cui si parli di genocidio in riferimento a Gaza”.
L’uso del termine “genocidio” suscita in lui una profonda rabbia grammaticale. “So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol. È l’effetto inevitabile del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. È terribile, ma non è genocidio”.
La migliore prova dell’assurdità, dice, sta nel movimento operativo delle Forze di Difesa Israeliane. “Se l’obiettivo dell’esercito fosse lo sterminio di un popolo, aveva un bersaglio perfettamente immobile, dato che l’intera popolazione era concentrata dentro la città. Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo, rende questa accusa vuota. Non si basa su fatti o osservazioni, ma su un chiaro desiderio di insultare Israele e di ferirne la legittimità.”.
Ha quindi chiarito a Nini di non essere disposto “a fare da ornamento intellettuale a gruppi che usano queste parole”.
La solitudine non spaventa Erri De Luca. Guarda con cortese disprezzo l’establishment culturale italiano, che ora cerca di punirlo con il silenzio o l’ostracismo. “Gli insulti della cricca letteraria non mi toccano. Sono volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Non ho mai accettato di partecipare a premi letterari, né come candidato, né come giudice, né come ornamento. Non mi interessano le piccole conventicole, la politicizzazione a buon mercato delle case editrici. Quando una persona è appoggiata a una parete di roccia, non ha bisogno di un critico letterario che tenga la corda”.
L’amore quasi mistico di De Luca per la lingua ebraica, la Bibbia e la cultura ebraica, e di conseguenza per Israele, sembra a prima vista un enigma letterario senza radici. È nato a Napoli, cresciuto in una famiglia cattolica e non è stato esposto nell’infanzia a nessun filo biologico di connessione. Questo enigma ha turbato non solo i suoi lettori, ma anche i suoi cari. “La guerra, la distruzione di Napoli e lo sterminio degli ebrei europei sono gli eventi in cui mi sono sentito coinvolto e personalmente impegnato, nel profondo”.
Quando l’orrore è arrivato la mattina del 7 Ottobre, De Luca ha seguito i resoconti dalla sua casa isolata, con la comprensione immediata che qualcosa nei vecchi sistemi concettuali era completamente crollato. La sua analisi degli eventi non è politica e non si traduce nei cliché familiari dei media stranieri. “La prima cosa che mi ha colpito quella mattina è stata l’assoluta mancanza di preparazione, l’allarmante assenza di difesa militare nella zona. Non c’era difesa lì. La risposta iniziale è stata interamente sulle spalle di singoli individui che hanno mostrato una selvaggia ingegnosità e hanno combattuto da soli contro la morte. Ma oltre al fallimento operativo o di intelligence tattica, sono convinto che ci sia stata una ‘ignoranza volontaria’ da parte del vostro governo. C’è stato un rifiuto cosciente e profondo di capire la situazione, e il risultato è stato il prezzo più terribile di tutti, qualcosa che non si sarebbe nemmeno potuto immaginare”.

Ciò che rende il massacro del 7 Ottobre ancora più orribile e distinto nella lunga storia delle persecuzioni degli ebrei, secondo De Luca, è l’elemento del rapimento di civili.
“Sento gente usare il termine pogrom, ma ciò che è accaduto qui è stato peggiore e più sofisticato di un pogrom. Nei classici pogrom europei i rivoltosi non prendevano ostaggi su questa scala. Venivano, uccidevano, distruggevano e se ne andavano. Qui l’uso massiccio di ostaggi e la loro detenzione nelle gallerie aggiungono una dimensione di crudeltà pianificata e razionale che rende questo evento qualcosa di brutto e diverso da tutto ciò che abbiamo conosciuto nella storia moderna”. Sente che “Israele sta combattendo ora quella che è assolutamente l’ultima guerra nella struttura a noi familiare, a Gaza, in Libano e in Iran. Dovete cercare di liberarvi di Hamas e Hezbollah politicamente e operativamente, e vedo piccoli segnali che questo è possibile. Il fatto che si siano tenute recentemente elezioni locali a Deir al-Balah per la prima volta in 20 anni, e che Hamas non abbia avuto posto né piede in esse, mostra che c’è la possibilità che il popolo palestinese capisca di doversi liberare di loro per sopravvivere”.
Per spiegare il paradosso per cui la libertà interna nasce proprio dalla sconfitta esterna, De Luca torna all’Italia della Seconda guerra mondiale.
“L’Italia è riuscita a liberarsi del fascismo di Mussolini solo perché ha perso completamente la guerra e perché le forze alleate, gli americani, gli inglesi e anche la Brigata ebraica, hanno occupato il paese. Nessun popolo può liberarsi da solo di un regime totalitario interno senza uno shock esterno schiacciante. Guardate cosa è successo in Spagna: Franco non è entrato nella guerra mondiale, non è stato sconfitto militarmente, e quindi il fascismo è sopravvissuto indisturbato fino agli anni 70. Lo stesso è accaduto in Argentina. La dittatura militare della giunta è caduta solo dopo aver perso la guerra delle Falkland contro i britannici. C’è un momento storico in cui un gruppo o un popolo può essere redento e liberato solo attraverso la sconfitta militare dei suoi leader tirannici. È quello che sta accadendo ora a Gaza, ed è l’unica possibilità di un vero cambiamento nella regione”.
*14*

L’indignazione non giustifica l’odio
Piero Fassino
Testo pubblicato il 15 maggio 2026 su L’Altravoce
Renato Mannheimer ha dato conto recentemente di una indagine da cui risulta che più del 50% degli italiani manifesta sentimenti di ostilità verso Israele e che questo orientamento è trasversale agli schieramenti politici ritrovando ampio consenso sia a sinistra che a destra.
E d’altra parte ne sono inquietante conferma più recente l’aggressione ai rappresentanti della Brigata Ebraica al corteo del 25 Aprile a Milano, le scritte violentemente antisemite comparse sui muri della città di Firenze e la vandalizzazione a Torino delle pietre di inciampo di ebrei deportati e assassinati nelle camere a gas dei campi di sterminio nazisti. E ogni giorno abbiamo notizia di analoghe manifestazioni in tante città italiane.
Per non citare le campagne di boicottaggio rivolte verso ogni articolazione della società israeliana, incluse quelle università che, in verità, sono uno dei principali centri di opposizione al governo Nethanyahu.
Pur scontando la persistenza da lungo tempo di umori antiebraici sotto la pelle della società italiana, di fronte alla loro diffusione su larga scala è doveroso chiedersi quale ne sia la ragione.
La risposta che viene data è la indignazione per la politica di Nethanyahu e del suo governo, per le sofferenze imposte alla popolazione di Gaza, per le violenze dei coloni in Cisgiordania, per l’occupazione di una parte del Libano, per aver scatenato una guerra nel Golfo Persico dagli esiti imprevedibili, per aver introdotto la pena di morte per imputati palestinesi, per i comportamenti razzisti e immorali dei ministri Smotrich e Ben Gvir.
E quell’indignazione è anche la mia.
Personalmente ho contestato la politica di Nethanyahu ben prima del massacro del 7 Ottobre.
Non dimentico che quando Rabin venne assassinato, la prima dichiarazione di Nethanyahu fu: “con la morte di Rabin è morta anche Oslo”.
E assunta la guida politica di Israele, Nethanyahu ha sistematicamente distrutto ogni possibilità di un accordo con i palestinesi, fomentando ogni forma di discriminazione e conflitto.
E solo la caduta di Nethanyahu e del suo governo potrà riaprire una prospettiva, sia pur faticosa, di pace.
Tuttavia l’indignazione spiega, ma non giustifica.
Soprattutto non può giustificare in nessun modo la campagna di odio verso gli ebrei. Che in Venezuela siano operative le basi del narcotraffico internazionale non conduce nessuno a considerare tutti i venezuelani dei narcotrafficanti.
E dunque non si capisce perché invece, con un transfert privo di fondamento, si considerino tutti i cittadini israeliani – e ancor di più tutti gli ebrei ovunque vivano nel mondo – complici e corresponsabili della politica di Nethanyahu e del suo governo, senza minimamente tenere conto del fatto che in Israele vi è un vasto movimento civile e politico che contesta la politica di Nethanyahu.
E che in tutte le comunità ebraiche del mondo vi è non solo chi sostiene Nethanyahu, ma anche chi critica apertamente la politica dell’attuale governo israeliano.
E perfino autorevoli rabbini europei e americani non hanno esitato a censurare pubblicamente la politica di Nethanyahu.
Peraltro quella indignazione dimentica spesso che all’origine della tragedia di questi due anni ci sono l’orribile massacro perpetrato da Hamas il 7 Ottobre e mesi di bombardamenti di Hezbollah sulle città del nord Israele (che hanno provocato lo sfollamento dalle loro case di 80.000 israeliani).
Colpisce che all’indignazione per la guerra scatenata da Trump e Nethanyahu contro l’Iran non si accompagni analoga indignazione per la repressione scatenata dal regime degli Ayatollah contro ragazze e ragazzi colpevoli solo di rivendicare libertà per la loro vita.
E colpisce che alle proteste – giustissime – contro la introduzione in Israele della pena di morte, non si accompagni alcuna protesta contro un regime iraniano che, anche in queste settimane, continua a mandare alla forca gli oppositori.
Proprio nei giorni in cui si mettevano in mare le imbarcazioni della Flottilla – la cui finalità umanitaria che muove molti dei partecipanti rischia di essere sovrastata da un esplicito sostegno al radicalismo palestinese, come dichiarato da alcuni suoi organizzatori – a Tel Aviv (la città con cui qualcuno a Milano ha proposto di interrompere le relazioni) si svolgeva un grande meeting per la pace promosso da organizzazioni pacifiste israeliane e palestinesi per rilanciare una prospettiva di dialogo e di convivenza in un Medio Oriente in cui ogni popolo, inclusi i palestinesi, veda riconosciuti i propri diritti.
E due settimane prima sempre a Tel Aviv familiari di vittime civili israeliane e palestinesi hanno tenuto insieme una commemorazione congiunta affinché’ dal loro dolore scaturisca non altro odio, ma un incitamento alla pace.
E, dunque, anziché promuovere atti e iniziative di radicalizzazione che diventano obiettivamente terreno di odio antiebraico e antisemita, chi davvero vuole fermare le guerre e riaprire la strada ad un percorso di pace dovrebbe sostenere chi in Israele e in Palestina si batte costruire ponti di dialogo e di incontro.
E per la stessa ragione contrastare un odio antiebraico che ha come unico esito di favorire la retorica vittimistica di Nethanyahu.
Un impegno che dovrebbe promuovere in primo luogo la sinistra, troppo spesso oggi condizionata da pregiudizi e letture manichee, con l’unico paradossale esito di spingere il mondo ebraico nelle braccia di quella destra che – erede di chi ha orribilmente perseguitato gli ebrei in ogni modo – per lungo tempo ha coltivato parole d’ordine antisemite e antiebraiche.

*A*

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“Israel: What Went Wrong?”
Saul Meghnagi

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.
Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.
Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.
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Omer Bartov è uno storico israeliano. Tra i massimi esperti degli studi sulla Shoah ha contributo all’analisi dei rapporti interetnici e, in relazione a questi, del razzismo e dell’antisemitismo. Le sue indagini, coerentemente con la sua formazione disciplinare, propongono una disamina dei problemi del presente senza considerarli una meccanica conseguenza di fatti remoti, il cui sviluppo avrebbe potuto essere diverso. Questo metodo è alla base del suo recente lavoro il cui titolo originale è “Israel: What Went Wrong?”.
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La pubblicazione italiana ha modificato il titolo trasformandolo in “Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio. La sconfitta morale di Israele” (Laterza, Bari – Roma, 2026 ed originale 2026). È una scelta discutibile in quanto lega i termini sionismo e genocidio, lasciando supporre erroneamente che il secondo sia una “ineludibile” conseguenza del primo.
Bartov – il cui libro si apre con una dedica dell’autore al proprio padre “l’ultimo sionista” – usa il termine “genocidio” ma non cade in questa trappola, alla quale rischia di indurre il titolo italiano del volume. Ha un intento diverso. Pur nella durissima critica alla politica israeliana, soprattutto negli ultimi anni, pone domande lucide e sofferte: come è stata possibile la trasformazione dell’idea sionista? Come è stato possibile che tale nozione, fondata sul principio di emancipazione ebraica, sia richiamata da gruppi che l’assumono quale ideologia etnonazionalista?
Come è possibile che – in base a tale definizione distorta – venga accettata l’idea di un’occupazione che non consentirà una convivenza tra gruppi diversi per cultura e religione? Come può essere avviato un processo teso alla soluzione pacifica di un conflitto lungo e logorante per entrambi i contendenti?
Queste domande sono il filo rosso di una lettura degli eventi che portano progressivamente ad affermare che nessuna delle parti potrà vincere, se l’idea guida – comune agli estremisti di entrambe le parti – sarà quella di poter essere i padroni esclusivi “dal fiume al mare” del territorio conteso. Il capitolo conclusivo del volume fa proprio il rifiuto di questa posizione e ipotizza dei percorsi atti a perseguire l’obiettivo di una pacificazione, seppur difficile e necessariamente lunga, per ragioni politiche e culturali.
Tale ultimo aspetto è analizzato con rigore ed efficacia da Eva Illouz (con Avital Sicron) in un volume (Emozioni antidemocratiche. L’esempio di Israele, Castelvecchi, Roma 2024, ed originale 2023) sul quale è utile soffermarsi essendo questo testo un utile complemento del precedente. Anche in questo caso, la traduzione italiana del titolo straniero – The Emotional Life of Populismo. How Fear, Disgust, Resentment, and Love Undermine Democracy – non dà correttamente conto del contenuto.
Le nozioni che l’Autrice vuole affrontare, il sovranismo, il suprematismo e, soprattutto il populismo, sono parte di un processo non limitato all’ambito israeliano ma di più ampio respiro.
Eva Illouz, sociologa presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, è stata a lungo in Israele, come docente presso l’Università di Gerusalemme e come Presidente dell’Accademia di Belle Arti Bezalel di Tel Aviv. L’Autrice, analizza il populismo che, osserva la studiosa, “non è di per sé fascismo, ma piuttosto una tendenza fascista, una linea di forza che spinge il campo politico verso orientamenti regressivi e predisposizioni antidemocratiche” (ivi p.14).
Il testo chiarisce la specificità di Israele dove “la politica populista ha ricodificato tre potenti esperienze sociali: la prima è da ricercarsi nei vari traumi collettivi vissuti dagli ebrei nel corso della loro storia, compresa la nascita dello Stato, che ha comportato una guerra con le potenze coloniali britanniche e i Paesi arabi circostanti. Questi traumi si sono tradotti in una paura generalizzata del nemico. La seconda potente esperienza sociale è la conquista della terra, che dal 1967 è diventata sempre più oggetto di intense lotte ideologiche sulla natura del nazionalismo israeliano.
L’occupazione genera pratiche emotive di separazione e persino di disgusto tra i vari gruppi della società israeliana. La terza esperienza sociale, che alimenta la forte emozione del risentimento, è la perdurante condizione di discriminazione ed esclusione dei mizrahim, gli ebrei provenienti dai Paesi arabi o i cui genitori hanno origini arabe. Il risentimento ha provocato a sua volta una radicale trasformazione della mappa politica, spostandola verso l’estrema destra. Queste tre cosiddette emozioni negative (paura, disgusto e risentimento) sono tutte trascese dall’amore per la nazione e /o il popolo ebraico” (ivi pp. 22 e 23).
“L’autoritarismo – scrive ancora l’Autrice – è legittimato dalla paura, mentre il nazionalismo conservatore (la visione di una nazione fondata sulla tradizione e sul rifiuto dell’estraneo) si nutre di disgusto, risentimento e un amore accuratamente coltivato per il proprio Paese” (ivi p. 27).
L’evocazione incessante dell’annientamento di Israele alimenta, secondo la Stessa, la paura, che si nutre di un miscuglio di fatti e finzioni, impossessandosi dell’arena politica, del dibattito e delle modalità di gestire relazioni e visioni di un possibile futuro.
Come ha chiarito in modo efficace Enzo Campelli (La paura cattiva. Risentimento e identità nelle società contemporanee, Carocci Roma, in corso di stampa) facendo riferimento al contesto sociale più ampio – “la paura del momento presente…è una paura cattiva: non perché si contrapponga a qualcosa…[ma]…perché, stanca di denotare uno stato di sudditanza, è passata all’attacco, mobilitandosi nella caccia di colpevoli veri o presunti da colpire.
Una paura cattiva perché non cerca composizioni, soluzioni o rasserenamento: piuttosto cerca vendette, castighi da impartire e rivalse da consumare con clamore ed evidenza… Una paura violenta, carica di risentimento e definitivamente aggressiva, che ha assunto la forza di una struttura sociale autonoma, capace di orientare politiche e di ispirare movimenti collettivi”
Il tema, per ciò che attiene diversi paesi europei, sembra avere questa connotazione quando si discute del Medio Oriente. Il discorso appare deformato da tesi pregiudiziali e da un’ostilità spesso confusa e grossolana (si veda ancora E. Illouz, Le 8 Octobre. Gènèalogie d’une haine vertueuse, Gallimard, Parigi, 2024) tesa a giudizi di condanna univoca verso Israele ed ebrei.
Come documenta, in modo puntuale, Gadi Luzzatto Voghera (Sugli ebrei. Domande su antisemitismo, sionismo, Israele e democrazia, Bollati Boringhieri, Torino 2024) tale processo è in atto anche nel nostro Paese.

Da tutto ciò, l’apprezzamento per un tentativo interessante, operato dal giornalista Zuahir Louassini, con un libro on line (Chi ha paura della pace? Israele e Palestina: interessi e poteri dietro la guerra infinita, Indipendently published, 24 settembre 2025) che percorre le diverse tappe con le quali si è cercato, nel corso negli ultimi decenni, di ricomporre il conflitto, cercando di decodificare le molte contraddizioni del Medio Oriente. Il testo – pur affrontando in via prioritaria temi politici, economici, militari – non ignora il grande malessere sia dei contendenti sia di coloro che sono testimoni di quanto sta accadendo.
L’attenzione ai termini usati appare anche per questo essenziale: valutazioni e giudizi su una dinamica complessa vanno costruiti attraverso una disamina lucida e una responsabilità politica piena.
“Crimine contro l’umanità”, “genocidio”, “crudeltà”, “criminale di guerra”, “autodifesa”, “reazione proporzionata”. Queste sono solo alcune delle parole – scrivono Marcello Flores ed Emanuela Fronza in un recente volume (Caos. La giustizia internazionale sotto attacco, Laterza, Bari Roma, 2025, p. 3) – che attraversano e sostanziano i contesti di guerra del nostro tempo.
È soprattutto la parola “genocidio” a polarizzare e dividere il discorso pubblico. Una parola “magica”, l’aveva definita Antonio Cassese “perché si crede che il solo fatto di pronunciarla risolva tutto. Ma non è così”.
Parlando della sua formalizzazione ci si trova di fronte a due tragedie, due dolori, due sradicamenti due sofferenze, due forme di ostilità e di odio reciproco, due memorie e due storie ma, “al di là delle notevolissime differenze specifiche la memoria e la sua formalizzazione nella storia, l’opinione pubblica e i suoi orientamenti, il processo e i processi di memoria – scrivono Marcello Flores e Emanuela Fronza – dialogano e si influenzano reciprocamente a fondo, anzitutto perché condividono alla radice delle loro dinamiche… l’efficacia fondamentale, politica, della parola pubblica” (ivi, p 141).
Per questo, si vuole che ogni parola sia non solo chiara e precisa, ma anche attenta nel non ferire ulteriormente sensibilità e sentimenti, consentendo un’evoluzione positiva del confronto, del discorso, della ricerca di percorsi possibili di composizione.
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Selezione di articoli della stampa nazionale e internazionale
Simone Santucci
- La vera domanda è ma a cosa serve l’antisemitismo
Guido Vitiello
Il Foglio 7 maggio 2026 - Bambini che sfregiano le pietre d’inciampo
Giuliano Ferrara
Il Foglio 10 maggio 2026 - Le confessioni di David Grossman: “Sono solo ma mi restano le parole
Francesca Caferri
La Repubblica 11 maggio 2026 - Silenced no more Sexual Terror Unveiled: The Untold Atrocities of October 7 and Against Hostages in Captivity
Silenced no more 12 maggio 2026 - Hamas Begins Disarmament
Samer Sinijlawi
Instagram 13 maggio 2026 - Is Hamas really rebuilding its strength
Ghershon Baskin
12 maggio 2026 - Arabia saudita durissimo attacco del ministro saudita ai fratelli musulmani distruggono paesi e spargono sangue
Chiara cavalieri
Europe24News 14 maggio 2026 - David Grossman: Israele è ancora una democrazia. Ma con Netanyahu la strada è senza uscita
Francesco Rigatelli
La Stampa 16 maggio 2026 - Aggrediti dai fanatici la lotta disarmata degli israeliani scomodi
Nello Scavo
Avvenire 18 maggio 2026 - Prova di nuovo ad arruolare terroristi sul web arrestato 15enne nel mirino Firenze e il Vaticano
Simone Innocenti
Il Corriere della Sera 20 maggio 2026 - Luciano Belli Paci Netanyahu responsabile fanatici rielezione fatale
Alessia Rastelli
Il Corriere della Sera 20 maggio 2026 - Erri De Luca defies Europe’s anti Israel literary tide genocide it is a distortion/
Omer Lachmanovitch
Israel Hayom 20 maggio 2026 - Flotilla la comunità ebraica di Milano condanna le violenze agli attivisti immagini inaccettabili ma la flottiglia è una iniziativa provocatoria
Red Milano
Il Corriere della Sera 21 maggio 2026 - Per Israele speriamo in un governo tutto di sinistra
Andrea Marcenaro
Il Foglio 21 maggio 2026 - Milano Tel Aviv Arienta Pd sospendere il gemellaggio non avrebbe fermato Netanyahu
Angelo Parrino
Milano Quotidiano 21 maggio 2026 - Anna Foa dalle parole si passi ai fatti il boicottaggio di Israele
Roberto Della Seta
Il Manifesto 22 maggio 2026 - Trump vede i consiglieri di sicurezza. Axios: Valuta un attacco salvo svolte dell’ultimo minuto
Matteo Revellino
Open Online 22 maggio 2026 - Tempio del futuro perduto scritte sionisti servi
Lucia Landoni
La Repubblica 22 maggio 2026 - Bilbao il ritorno degli attivisti della flotilla rilasciati da Israele finisce nel caos
Red
La Repubblica Video 23 maggio 2026 - Flotilla il capo dello stato di Israele contro Ben Gvir vietato abusare degli arrestati profanata ogni norma
Davide Frattini e Monica Ricci Sargentini
Il Corriere della Sera 24 maggio 2026 - Israeli president takes apparent swipe at Ben Gvir over flotilla video
Jonathan Lis
HaAretz 24 maggio 2026 - Sinistra per Israele le critiche a Pd e proPal. Picierno: Antisemitismo mascherato. Quartapelle: Nel partito non c’è dialogo
Massimiliano Mingoia
Quotidiano Nazionale 24 maggio 2026 - Erri De Luca a Gerusalemme sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio
Giulio Meotti
Il Foglio 25 maggio 2026 - Due Popoli Due Stati Una Pace Assemblea Nazionale di Sinistra per Israele
Videoregistrazione
Radio Radicale 25 maggio 2026 - JEWISH STATE AND QUESTION OF PALESTINE DAVID BEN GURION
Jewish Philosophy Place 25 maggio 2026 - Shin Bet head said to meet exiled PA Gaza security chief Dahlan in UAE/
ToI Staff e Jacob Magid
Times of Israel 26 maggio 2026 - La sinistra e la israelizzazione della società
Guido Vitiello
Il Foglio 26 maggio 2026 - Roma Pride esclude le persone ebree Lgbtqia+
Keshet Italia
Instagram 26 maggio 2026 - Fratelli d’Italia chat ebrei Trentino fascismo gioventù nazionale
Stefano Iannaccone
Domani 26 maggio 2026 - Gaza casse vuote per il Board of Peace promessi 17 miliardi ma sul fondo della Banca Mondiale non è stato versato nulla
Marta Serafini
Il Corriere della Sera 27 maggio 2026 - All’ira del dio ebraico preferisco il perdono
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano 27 maggio 2026 - Mannaggia ai social – Il giorno in cui Erri De Luca ha scoperto che Vongola75 non perdona
Guia Soncini
Linkiesta 28 maggio 2026 - Erri De Luca Sionismo Israele Gaza
Stefano Cappellini
La Repubblica 29 aggio 2026
- Erri De Luca e De Gregori colpiti e affondati dai nuovi maccartisti
Daniele Zaccaria
Il Dubbio 29 maggio 2026
- L’antigiudaismo torna in abiti laici
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano 31 maggio 2026 - De Gregori De Luca sinistra illiberale
Antonio Polito
Il Corriere della Sera 31 maggio 2026
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ROMA
Assemblea Regionale – il resoconto
Fernando Liuzzi
Più di 50 persone presenti in sala, e più di 20 interventi, 2 dei quali da remoto (uno da Tel Aviv): questa, in cifre, l’assemblea della sezione romana di Sinistra per Israele – Due Popoli, due Stati; assemblea che si è tenuta domenica 17 maggio in uno spazio municipale.
Inizio, ore 11:00, con solo mezz’ora di ritardo; il che per Roma, vuol dire con una puntualità svizzera. E poi, dopo l’introduzione di Aurelio Mancuso, che è stato affiancato alla presidenza da Valentina Caracciolo, e dopo l’intervento di Emanuele Fiano, presidente di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, due ore fitte di dibattito, fino alla mitica “pausa pizza”. Dopodiché, rinfrancati da cibo e bibite analcoliche, un altro paio d’ore di interventi, compresa la replica di Fiano.
Alla fine, tra saluti fatti a voce e commenti sulle chat, un giudizio condiviso: “una bella assemblea”. E ciò, forse, proprio perché – nonostante i contenuti anche drammatici, o quanto meno poco confortanti, dei ragionamenti svolti e delle esperienze raccontate – il tutto si è svolto in un’atmosfera animata da uno spirito fraterno e solidale. Ma mai scoraggiato, né serioso.
Sulle parole introduttive, torneremo dopo. Quello che ci preme dire, innanzitutto, è che l’altro giorno, forse per la prima volta in questa nuova fase della vita della nostra associazione, si sono dovuti ascoltare racconti relativi a esperienze, quanto meno preoccupanti, vissute non tra Israele e Palestina ma qui da noi, in Italia.
E c’è stata dunque la cantante che da qualche tempo non è stata più invitata a esibirsi perché non si è dichiarata disposta a “dissociarsi preventivamente” – lei, ebrea italiana – da un governo che non la rappresenta, quello israeliano.
Così come c’è stata la giornalista che è venuta a trovarsi in pesanti difficoltà per essersi rifiutata, nel raccontare i conflitti mediorientali, di usare fonti non controllate come fossero dispensatrici di verità assolute. C’è stata la chirurga che ha raccolto le confidenze di una ragazza israeliana, che attualmente vive nel nostro Paese, che le ha detto di temere di non poter dire in giro di venire da Israele. Così come c’è stato chi ha raccontato del caso, avvenuto in un’altra città, in cui la premiazione del libro di uno scrittore israeliano è stata spostata da un edificio pubblico a una sinagoga, in modo tale da evitare “eventuali problemi”.
A proposito di scrittori. A metà mattinata, parte il collegamento in video con Roy Chen, romanziere, drammaturgo e traduttore israeliano, intervistato da Miryam Fadlun. Quando Rabin fu ucciso, nel 1995, Chen aveva 15 anni. E il suo romanzo più recente ha un titolo che ben si addice ai tempi che viviamo: Il grande frastuono. Protagoniste tre donne, tutte e tre in cerca di un po’ di silenzio. Ma la voce femminile, sottolinea Chen, ci manca, sia nella vita che nell’arte.
Altro collegamento da remoto, quello con Raffaele Sabbadini di Keshet Italia (Associazione ebraica Lgbtqai+), che porta il punto di vista di chi si trova ad essere minoranza dentro una minoranza.
E ragiona su come parte di quelli che volevano lottare per l’inclusione delle minoranze nella società, a partire dalla rivendicazione della libertà di ognuno in materia di orientamento sessuale, si trovano adesso a subire, in quanto ebrei, inattese pratiche di esclusione all’interno di movimenti che dovrebbero essere di liberazione.
Ma tutto questo, si potrebbe dire, cosa c’entra con un’associazione che si chiama “Sinistra per Israele – Due Popoli, due Stati”?
C’entra perché, come ha argomentato Fiano nell’introduzione, chi, vivendo in Europa, si batte per dare una mano a quelle forze che, a loro volta, all’interno del popolo di Israele e del popolo palestinese, si battono per cercare la via della convivenza e della pace, lo fa, appunto, a partire dall’Europa.
E quindi, se vuole dare una mano alla costruzione di una lotta politica che possa essere efficace in Medio Oriente, non può non tenere conto delle condizioni sempre più difficili in cui la lotta politica si svolge non solo in Italia e in Europa, ma ormai in tutto l’Occidente. Così, chi vuole aiutare i popoli del Medio Oriente a vincere la lotta per la pace, si trova ad essere ostacolato da chi, invece, vorrebbe aiutare solo uno dei contendenti.
A partire da qui, i partecipanti all’assemblea, nei loro interventi, hanno spaziato dalla denuncia dei limiti qualitativi di buona parte dell’informazione disponibile nel nostro Paese, all’analisi della crisi della funzione di orientamento un tempo propria dei partiti politici. Ma anche dalla denuncia degli effetti deleteri sull’immagine di Israele dell’azione spesso sconsiderata del suo Governo, all’analisi degli effetti negativi, sulla sinistra “occidentale”, della cosiddetta cultura woke. Mentre c’è stato anche chi ha proposto di tornare a discutere sul nome attuale dell’Associazione.
Concludiamo citando le parole iniziali di Aurelio Mancuso: “Dobbiamo continuare a fare politica e cultura. Molti ci esortano a farlo, anche da fuori di Sinistra per Israele”.
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MILANO
Assemblea Nazionale – il resoconto
Bruna Soravia
Il 24 maggio si è svolta al centro culturale Caldara di via De Amicis di Milano l’assemblea nazionale di “Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati”, alla presenza di delegazioni venute da diverse città.
(clicca qui per vedere il video dell’intera assemblea)
Nel suo discorso di apertura (riportato nell’articolo successivo) Lele Fiano, presidente di SxI-2p2s, ha elencato le criticità del momento e – ribadendo la condanna della condotta del ministro israeliano Ben-Gvir per i suoi abusi nei confronti dei membri della Flotilla – ha proseguito presentando una serie di riflessioni che hanno tutte trovato eco negli interventi successivi.
Fra i temi principali, quello della crisi delle democrazie occidentali, al cui interno s’inserisce la crisi delle sinistre, e di queste rispetto a Israele, trasformato in simbolo universale di oppressione da una lettura assolutistica che evita di riconoscere la realtà del conflitto fra due diritti nazionali, entrambi portatori di aspirazioni e di traumi.
Eludendo il compito complesso di riconoscere l’ambiguità e la tenebra di una storia condivisa, la sinistra occidentale ha fatto come il personaggio di un famoso apologo sapienziale, che Dino Marchese, intervenuto nel pomeriggio, ha spiritosamente ambientato a Siena: ha cercato la soluzione facile sul terreno noto e ben illuminato di Israele come “contenitore simbolico di tutte le colpe”, dal genocidio al colonialismo d’insediamento al fascismo come categoria astorica, e così via.
Fiano ha invece ricordato, citando Massimo Recalcati, la necessità dell’interpretazione, ovvero della traduzione (“la democrazia è la necessità della traduzione”) che oppongono complessità e pluralità all’unicità di lingua, popolo e verità, discorsi questi propri dell’estremismo, sia di quello di Hamas che di quello dei fondamentalisti religiosi alla Ben-Gvir.
Ciò non significa, naturalmente, negare la deriva nazionalista radicale dell’attuale governo israeliano, espressione dell’estrema destra e della sua ideologia. Significa invece ricordare che un’alternativa esiste: quella di un “Israele democratico, liberale e civile, che continua a resistere”.
È a questa realtà che si rivolge Sinistra per Israele, invitando la sinistra a sostenerla e richiamando il dovere di distinguere tra il paese e il suo governo, tra sionismo e suprematismo etnico-religioso, tra critica politica e negazione del diritto all’esistenza dello Stato.
Quando questo dovere non è osservato, si arriva alla trasformazione di una tragedia e del conflitto che ne è seguito in una narrazione totale sul male assoluto, esemplificata da quello che è successo nella manifestazione del 25 Aprile a Milano: una folla impenetrabile al dialogo, che ricercava la scomunica e chiedeva l’abiura.
Accanto a questa, una folla indifferente a quello che succedeva, e che l’indifferenza non sia meno grave è stato sottolineato nel seguito da Gian Maria Radice e da Aurelio Mancuso.
Il dovere della distinzione è invece per sua natura politico perché la politica abita il compromesso e la mediazione, che sono il luogo dove si risolvono i conflitti.
Questo è il posto scomodo dove si trova oggi Sinistra per Israele, più che mai “fra l’incudine e il martello” del dovere di tradurre reciprocamente memorie diverse, paure diverse e traumi diversi, perché “nessun popolo è padrone della lingua”.
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Considerazioni simili sono state fatte da Pina Picierno, intervenuta in collegamento, che ha ricordato che la politica dovrebbe tenere insieme cose diverse, costruire convivenza e non alimentare fanatismi, e come Sinistra per Israele faccia questo da quasi 60 anni, quando afferma il principio Due popoli due stati, nella prospettiva che diventi Due popoli, due democrazie
A questo proposito, Pina Picierno ha richiamato il significato del sionismo, movimento politico di liberazione interno alla storia delle democrazie occidentali e il ruolo che, fino alla crisi attuale, ha avuto la società civile israeliana, libera e aperta, nel rappresentare Israele nel mondo.
Le sofferenze inflitte ai palestinesi dalla risposta brutale al trauma del 7 Ottobre non giustificano però la ripresa dell’antisemitismo su scala globale, con l’attacco alla diaspora occidentale e a chi, come Sinistra per Israele, difende il diritto di Israele a esistere in sicurezza, motivandolo con le colpe del governo Netanyahu.
È tuttavia vero che il tradimento della promessa di sicurezza dentro Israele è stato reso possibile dall’indebolimento delle strutture democratiche dello stato a opera di una classe politica illiberale e autarchica, che ha isolato Israele senza renderlo più sicuro, mentre non possono esservi pace né sicurezza senza democrazia.
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Anche per Yair Golan, capo del partito democratico, intervenuto in collegamento, in dialogo con Lia Quartapelle e tradotto da Gabriele Eschenazi, l’antidoto al fondamentalismo di Ben-Gvir, le cui azioni ha condannato senza mezzi termini, è la sicurezza garantita dal ripristino della vita democratica che l’attuale governo ha sospeso.
Questo sarà possibile se le prossime elezioni saranno libere e trasparenti e Golan si è appellato a tutti i partiti dell’opposizione perché lo esigano.

Il governo che ne potrebbe uscire dovrà rinegoziare gli accordi con tutti gli stati arabi interessati al mantenimento della pace sui confini, e porre fine al terrore ebraico in Cisgiordania, una minaccia anche per la sicurezza di Israele.
(vedere l’articolo dedicato all’inizio della newsletter)
L’auspicio della pace e della realizzazione dei due stati per due popoli è stato anche espresso da Rawhi Fattouh, a nome dell’Autorità nazionale palestinese, in un saluto letto da Bernard Sabella, studioso e rappresentante dell’ANP al Consiglio d’Europa
(vedere l’articolo dedicato all’inizio della newsletter)
Le conseguenze del rifiuto della distinzione e del compromesso sono state al centro degli interventi di vari ospiti della mattinata, che hanno raccontato la spaccatura dell’unità del centrosinistra milanese intorno alla questione del gemellaggio con Tel Aviv.
Ne hanno parlato Ivan Scalfarotto e Roberta Osculati, che con Angelica Vasile, Alice Arienta e Diana De Marchi, si è opposta alla sospensione e l’ha impedita.

Osculati ha ricordato, citando il cardinale Pizzaballa, come ciascuna parte tenda a confermare le paure dell’altra e come per questo sia necessario costruire ponti e non muri. Ha pure annunciato che è in preparazione a Milano una Conferenza per la pace che farà incontrare le parti del conflitto, perché, citando lo slogan di Parents for peace, “It won’t end until we talk”.
(vedere l’articolo dedicato all’inizio della newsletter)
Alfredo Bazoli ha ripreso invece il tema dell’impegno politico controcorrente, da esercitare dal “posto scomodo” sul quale SxI è attestata, ossia la prospettiva su Israele, dal quale bisogna spiegare, distinguere e conciliare, e che è però il punto privilegiato per opporsi alla pressione dei fondamentalismi.
Ne ha convenuto Walter Verini, riconoscendo in queste pratiche la migliore tradizione della sinistra democratica, che si confronta e cerca intese.
Da questa tradizione è nata la nostra costituzione, che non è espressione di una sola parte politica ma parla a tutti, e proprio il dovere di parlare con tutti è l’antidoto non solo alle tifoserie politiche ma anche ai massacri come quello del 7 Ottobre e alla guerra che ne è derivata, e che avrebbe forse potuto avere un andamento e uno costo umano diversi se si fosse salvaguardata la linea del dialogo con la parte palestinese.
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Nel pomeriggio Giorgio Albertini ha ripreso molti dei temi lanciati da Lele Fiano, insistendo sulla necessità che la sinistra smetta di considerarsi una “comunità ideologica” e ritrovi le proprie tradizioni laiche, socialiste e razionali, ricominciando a interrogarsi sui dati della realtà.
Questo le permetterebbero di riconoscersi nell’opposizione israeliana di sinistra, che da anni si batte per la pace e la democrazia, evitando di considerare come “resistenza” movimenti fondamentalisti autoritari e violenti come Hamas e Hizbollah, o perfino la repubblica islamica iraniana, in nome di una narrazione morale semplificata.
Il tema della cultura della sinistra italiana, o meglio, della sua mancanza è stato sollevato da Aurelio Mancuso e ripreso da Luca Alessandrini, Carlo Bersani e Giacomo Triglia, che hanno indicato nella tendenza alla semplificazione il vizio intellettuale fondamentale delle sinistre occidentali, vizio che nasconde l’assenza di un progetto politico e culturale alternativo.

È un pensiero semplificato quello che interpreta Israele come stato illegittimo, che ha sottratto terra e si è sostituito agli abitanti originari (una categoria addirittura di estrema destra, come ha osservato Giacomo Triglia) e che vede l’Occidente come spazio di oppressione e di sopraffazione, dimenticando che vi sono nate tutte le ideologie di liberazione.
È una semplificazione anche confondere l’idea di nazione, nata nel XIX secolo per significare l’emancipazione democratica dei popoli, il loro risorgimento, con il nazionalismo moderno, dove la nazione diventa comunità di terra e sangue.
È questa l’idea razzista che ha alimentato i conflitti moderni e ancora ispira i nazionalismi antidemocratici in Medioriente, quello di Hamas, ispirato al Mein Kampf, e quello della destra sovranista e ultranazionalista in Israele.
Similarmente, Victor Magiar ha sostenuto la necessità di tornare a leggere il conflitto mediorientale con le categorie della storia e della politica. Sottolineando che nessun occidentale spiegherebbe le vicende europee, la Seconda Guerra Mondiale o la Guerra Fredda, riducendole a conflitti fra popoli, fra nazioni, e che invece distinguerebbe fra fazioni politiche, ideologiche, sociali, ha denunciato l’attitudine reazionaria degli occidentali (di destra e di sinistra) ad usare categorie etno-nazionali-religiose per spiegare le vicende storiche dei Paesi del sud del mondo: categorie care ai colonialisti (reazionari) e ai terzomondisti (colonialisti paternalistici dal volto umano) o, ancora peggio, con le categorie moralistiche “woke”, certamente la più reazionaria di queste letture
Marco Pierini ha insistito sul tema di “abitare la difficoltà” come metodo proprio di SxI, senza il quale non potrebbe svolgere il compito impopolare di riannodare il filo di una storia di riconciliazione che si è interrotto da almeno vent’anni.
È questo il compito che i partiti di sinistra hanno dismesso e che addirittura considerano come una spina nel fianco e che oggi solo SxI persegue, avendo come riferimento e sostenendo la sinistra democratica israeliana.

Alessio Aringoli ha insistito sulla novità e sul relativo successo delle iniziative dell’associazione, indicando la necessità di andare avanti con più decisione e ancora più coraggio.
L’antisemitismo è stato al centro dell’intervento di Luciano Belli Paci, che ha ribadito che le azioni condannabili di Netanyahu e dei suoi ministri sono l’occasione ma non la causa della sua riemersione.
Come un virus (l’esempio è quello dell’herpes), l’antisemitismo riaffiora nelle crisi periodiche delle società occidentali, il cui sistema immunitario la sinistra dovrebbe rafforzare operando distinzioni e evitando semplificazioni.
Fra queste, l’uso di “sionista” come insulto, di “resistenza” per definire Hamas, l’assimilazione della Shoah alla guerra di Gaza, la richiesta fatta a tutti gli ebrei di dissociarsi da Israele.
L’antidoto è l’appoggio alle istituzioni e ai movimenti democratici israeliani, a favore dei quali Luciano ha proposto di lanciare, in prossimità delle elezioni, una grande raccolta di fondi, che avrebbe grande valore simbolico.
(vedere l’articolo dedicato all’inizio della newsletter)
Di “quello che si può fare” ha parlato anche Ludovica De Benedetti, annunziando un prossimo convegno a Torino a sostegno delle opposizioni democratiche israeliane e palestinesi, al quale sono stati invitati tutti i partiti, perché conoscano quello che si sta facendo; e il varo, in diverse città, di iniziative culturali e di attività di formazione interna.
Diverse sono state, infine, le testimonianze sulle difficoltà incontrate nel corso di quest’ultimo anno.
Anna Grattarola ha ricordato il difficile rapporto con le istituzioni e con la sinistra a Bologna, in evidenza nella manifestazione del 25 Aprile (la comunità ebraica non ha partecipato), nel tentativo di impedire a David Grossman di parlare pubblicamente, nella cancellazione del lettorato di ebraico nell’Università.
L’esperienza traumatica del 25 Aprile di quest’anno a Milano è stata evocata anche da Donatella Capirchio, che ha invitato a lavorare fin da ora con i partiti e le associazioni amiche per preparare la manifestazione unitaria del prossimo anno.

Giorgia Villa ha riferito come a Venezia, nel clima preelettorale, la condanna di Israele sia diventata il tema politico unificante del campo-largo, mentre si è sorvolato per “tiepidità” (questo il bel termine usato) su episodi gravissimi di antisemitismo ed emarginando la presenza ebraica il 25 Aprile, nella città che ha inventato il ghetto, dove gli ebrei sono stati perseguitati e venduti durante le persecuzioni nazifasciste.
Sara Natale ha raccontato come a Firenze l’associazione, esclusa da altri spazi, si è trovata costretta a riunirsi in quelli messi a disposizione dalla comunità ebraica, con il rischio di alimentare l’equivoco duplice secondo cui Sinistra per Israele ne è un’articolazione, e, viceversa, che una comunità religiosa debba esprimersi su temi prettamente politici.
Anna Segre, presente sia in Sinistra per Israele che negli organi della comunità ebraica torinese, ha descritto quest’ultima come divisa politicamente, e la difficoltà di sostenere iniziative comuni.
Anche a Torino, come in altre città italiane, gli ebrei non hanno sfilato il 25 Aprile giustificandolo con lo shabbat, circostanza che in altri anni è stata invece risolta rimandando la sfilata.
Questa giornata di discussioni intense e molto partecipate è stata conclusa dal saluto di Piero Fassino, assente per motivi personali, che ha individuato nella relazione di Lele Fiano la “piattaforma” dell’associazione, individuando come immagine simbolica quella, potentissima, dell’essere fra incudine e martello, posizione scomoda e obbligata.
La giornata si è poi conclusa con il canto che Evelina Meghnagi ha voluto offrire all’assemblea un piyyut (poesia liturgica ebraica) yemenita, in aramaico, sul tema della speranza:
entreremo nel giardino della saggezza,
raggiungeremo la palma,
mangeremo i suoi frutti
*24*
MILANO
Assemblea Nazionale – la relazione introduttiva
Emanuele Fiano
Saluto tutte e tutti con grande emozione e amicizia in questa nostra Assemblea nazionale di Sinistra per Israele, due popoli due Stati.
[NdR: seguono i saluti a tutti i rappresentanti politici]
Permettetemi qui un saluto particolare a Piero Fassino oggi assente perché presente invece alle esequie del suo caro amico Carlin Petrini scomparso pochi giorni or sono.
Veniamo da un periodo difficilissimo.
Viviamo un periodo difficilissimo.
Difficilissimo per ciò che accade in Israele, a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran.
E ovviamente anche per tutte le altre guerre, a partire dall’aggressione russa all’Ucraina.
A cui ribadiamo la nostra solidarietà.
Difficilissimo per il clima politico che attraversa anche il nostro paese, in connessione con la questione che trattiamo oggi.
Per le posizioni che prendiamo.
Per gli attacchi che subiamo.
E soprattutto per la nostra volontà di non recedere dai nostri principi.
Le ultime ore prima di questa assemblea sono state segnate dalle immagini che arrivano da Ashdod.
Quelle immagini di esseri umani arrestati, inginocchiati, ammanettati, umiliati, mentre un ministro dello Stato di Israele, Itamar Ben-Gvir, ride, sventola la bandiera israeliana e fa risuonare la Hatikvà.
Noi quelle immagini le abbiamo sofferte.
Le condanniamo.
Le denunciamo.
E le denunciamo prima ancora delle discussioni giuridiche sul diritto internazionale.
Le denunciamo perché esiste un principio più profondo: la dignità dell’essere umano deve valere ovunque, per chiunque, a qualsiasi latitudine, per qualsiasi popolo, religione o appartenenza politica.
Questo è il patrimonio universale nel quale crediamo noi.
Che ci deriva da un tempo lontano, fin dalla Rivoluzione francese.
E dobbiamo avere il coraggio di dire che quelle immagini non rappresentano l’Israele che vogliamo.
Sono lontane dall’idea di Israele che continuiamo a difendere.
Estranee ai valori migliori del sionismo democratico.
Che nasce come movimento di autodeterminazione di un popolo non di oppressione di un altro popolo.
Ed estranee, per chi ci crede, anche all’etica ebraica.
Ma noi non siamo un’associazione ebraica, siamo una comunità di persone accomunate da un ideale non da un’origine.
Ma il punto fondamentale, per me, non è questo.
Non è innanzitutto una questione di ebraismo.
Quelle immagini sono contrarie ai valori democratici.
Noi difenderemo sempre il diritto di Israele a esistere.
Ma non difenderemo mai qualunque cosa faccia il governo israeliano.
Questa assemblea si apre dunque in un momento di grande crisi.
Una crisi dell’Occidente, innanzitutto.
Noi siamo cresciuti dentro l’idea che l’Occidente liberale, dopo la tragedia del Novecento, avesse imparato qualcosa dalla propria storia.
Oggi quella certezza vacilla.
Crescono i nazionalismi, i populismi, e i partiti che li sostengono.
Anche se non dappertutto e non nello stesso modo.
Macron governa in Francia con un governo di minoranza, stretto tra la sinistra massimalista di Mélenchon e la destra nazionalista della Le Pen.
La Germania vede crescere AfD ormai non più soltanto nell’ex Germania dell’Est, insieme a una crisi verticale dei socialdemocratici e alla crescita di un partito rossobruno.
In Spagna i socialisti hanno perso quasi tutte le ultime tornate amministrative, con l’eccezione della Catalogna.
In Italia governa una destra tripartita nella quale convivono culture politiche che fino a pochi anni fa guardavano con ostilità perfino all’idea europea.
E anche nel nostro paese abbiamo attraversato una stagione nella quale si è tentato di modificare profondamente l’equilibrio della nostra democrazia parlamentare, concentrando sempre più potere esecutivo nelle mani di una sola persona.
Anche questo è un segno dei tempi.
Della difficoltà crescente delle democrazie contemporanee a tollerare la complessità, la mediazione, i contrappesi.
Perché la crisi delle democrazie liberali non nasce soltanto dalla forza dei loro nemici.
Nasce anche dalla stanchezza delle democrazie verso se stesse.
Viviamo una crisi profonda del sistema occidentale: della sua credibilità, della sua capacità di guida, della sua tenuta politica e istituzionale.
Gli Stati Uniti attraversano, con la presidenza Trump, una fase di conflittualità praticamente con tutto il mondo.
Una conflittualità espressa in termini economici, ma non solo, se pensiamo al Venezuela, alle mire sulla Groenlandia, alle tensioni con Cuba, all’intervento militare contro l’Iran.
E contemporaneamente vediamo una crisi del rapporto degli Stati Uniti con le istituzioni internazionali, dalla NATO all’ONU, insieme a una evidente crisi di credibilità politica, dovuta al continuo mutare di dichiarazioni, promesse e posizioni.
L’Europa, dal canto suo, mostra tutta la propria difficoltà a essere protagonista della scena internazionale.
Anzi, spesso appare sostanzialmente assente.
E dentro questa crisi più ampia si è aperta una frattura radicale tra Israele e una parte dell’Europa.
Lo dimostrano anche le notizie delle ultime ore, con l’avvio di ipotesi di sanzioni e prese di distanza da parte di paesi che storicamente erano tra gli alleati più vicini di Israele.
Qualche settimana fa un ex portavoce del governo Netanyahu ha interpretato la canzone israeliana dell’Eurovision come metafora del rapporto tra Israele e l’Europa: un rapporto sentimentale tormentato, fatto di aspettative deluse, ferite mai rimarginate e rancore.
Credo sia una metafora efficace.
Israele e l’Europa sono dentro una relazione storica, politica, morale, affettiva, profondamente ferita.
Ne è forse una dimostrazione per esempio la scelta di una parte consistente della sinistra milanese di interrompere il gemellaggio con Tel Aviv a cui si sono opposte, oltre ad altri esponenti della maggioranza, anche tre consigliere comunali del PD: Alice Arienta, Angelica Vasile e Roberta Osculati che oggi è venuta a portarci il suo saluto.
E dentro questa crisi generale esiste poi una frattura ancora più specifica, che riguarda noi direttamente: la crisi del rapporto tra la sinistra e Israele.
Per una parte importante della sinistra europea, Israele è stato a lungo il simbolo della liberazione del popolo ebraico dopo secoli di persecuzioni culminate nella Shoah, nel fascismo, nell’antisemitismo europeo.
Era dunque il simbolo dell’antitesi al fascismo.
Oggi invece Israele viene spesso rappresentato come il simbolo opposto: il simbolo dell’oppressione.
Questo passaggio è enorme.
È una mutazione culturale e politica profondissima.
E noi dobbiamo avere il coraggio di analizzarla senza sconti per nessuno: né per le trasformazioni in peggio di una parte della società israeliana, né per le trasformazioni della sinistra occidentale.
Perché è vero: una parte della sinistra ha smesso di leggere il conflitto israelo-palestinese come un conflitto storico tra due popoli, con due memorie, due traumi, due diritti nazionali, e ha iniziato a leggerlo quasi esclusivamente dentro la categoria oppressori-oppressi.
Ma quando tutta la politica diventa giudizio morale assoluto, il rischio è che scompaiano la storia, la complessità e perfino la realtà concreta delle persone.
Ed è vero anche che una parte di Israele sta vivendo una deriva politica e morale profondamente preoccupante.
Una parte significativa della guida politica israeliana è oggi nelle mani di una destra reazionaria, etnico-religiosa, nazionalista radicale, violenta.
I nostri compagni israeliani spesso usano la parola “fascisti”.
Io sono poco incline a definire fascista tutto ciò che considero antidemocratico.
Ma comprendo il senso di quell’allarme.
Questa deriva la cogli nel disprezzo diffuso verso gli arabi.
Nella violenza arrogante dei coloni.
Nello sfoggio della crudeltà sui social come manifestazione di potenza.
Nel disprezzo verso chiunque critichi Israele.
Negli episodi, un tempo impensabili, di offesa verso le altre religioni.
Noi non negheremo mai la realtà.
Né qui né lì.
E dobbiamo dirlo con chiarezza.
Non dimentichiamo che prima ancora del 7 Ottobre centinaia di migliaia di israeliani manifestavano nelle piazze contro la riforma della giustizia voluta da Netanyahu.
Perché Israele stava già vivendo una lacerazione democratica enorme.
Ma stava vivendo anche una enorme reazione civile e democratica.
Esiste ancora un Israele democratico, liberale, civile, che resiste.
E noi abbiamo il dovere politico e morale di non lasciarlo solo.
È uno degli scopi centrali della nostra associazione.
Per molti ebrei democratici il trauma oggi non è soltanto il ritorno dell’antisemitismo fuori da Israele — fenomeno inquietante.
È anche la paura di non riconoscere più pienamente Israele stesso.
Ma esiste anche un altro trauma, che non possiamo rimuovere.
Per moltissimi ebrei, in Israele e nella diaspora, il 7 Ottobre è stato il crollo improvviso dell’idea che dopo la nascita di Israele potesse finalmente esistere una sicurezza definitiva.
Ed è stata una tragedia reale, fatta di stupri, violenze inaudite, bambini bruciati, padri uccisi davanti ai figli.
Ed è dentro questo trauma che si è poi aperta la tragedia successiva di Gaza.
Una tragedia reale.
Immensa.
Noi non possiamo abituarci alle immagini dei bambini morti sotto le macerie.
Non possiamo.
Io non voglio un mondo in cui un ragazzo ebreo debba nascondere una stella di Davide.
Ma non voglio nemmeno un mondo in cui un bambino palestinese nasca senza diritti e senza futuro.
Sarebbe irresponsabile minimizzare la devastazione di Gaza.
Sarebbe irresponsabile minimizzare le violenze dei coloni. Sarebbe irresponsabile minimizzare l’effetto dell’attacco del 7 Ottobre.
E sarebbe irresponsabile minimizzare la crisi morale che attraversa Israele.
Ed è qui che emerge anche una delle questioni più dolorose e divisive di questi mesi: la parola genocidio.
Io non uso con leggerezza parole assolute.
Penso che a Gaza siano stati commessi fatti gravissimi.
Penso che esistano responsabilità enormi del governo israeliano.
Penso che si possano e si debbano discutere crimini di guerra o contro l’umanità, violazioni del diritto internazionale, disumanizzazione dell’altro.
Ma penso anche che l’uso delle parole più estreme non possa diventare una forma di semplificazione morale della realtà.
Perché quando una parola assoluta entra nel discorso pubblico, il rischio è che tutto il resto smetta di essere pensato.
“Israele è uno Stato genocida.
Punto.” Anche se magari non sai con quali paesi confina.
Anche se non conosci la storia di quel conflitto.
Anche se non sai nulla del Gran Muftì di Gerusalemme, delle guerre arabo-israeliane, delle violenze reciproche che hanno attraversato quella terra.
E allora non esistono più una storia, un conflitto, due popoli, due traumi, due paure, due diritti nazionali.
Esiste soltanto il male assoluto da una parte e il bene assoluto dall’altra.
Ma la politica democratica non può vivere dentro categorie teologiche.
Deve continuare a distinguere, a comprendere, a giudicare senza semplificare ciò che semplice non è affatto.
Mi hanno colpito molto, in queste settimane, alcune pagine di Massimo Recalcati nel suo libro La tentazione del muro.
Recalcati scrive che l’essenza di ogni fondamentalismo è quella di “consolidare l’ignoranza”, di trasformare l’ignoranza nel fondamento di una verità assoluta.
E scrive anche una frase bellissima: “La democrazia è la necessità della traduzione.” Nessun popolo è padrone della lingua.
Nessuna verità può pretendere di cancellare tutte le altre.
Il fondamentalismo invece sogna sempre una lingua unica, una verità unica, un solo popolo legittimo.
È il sogno del muro.
E allora il dubbio diventa tradimento.
La distinzione diventa ambiguità.
La complessità diventa complicità.
È esattamente ciò che abbiamo visto nella folla del 25 aprile.
Ed è, in forme diverse, ciò che vediamo anche nell’estremismo etnico-religioso rappresentato da Ben Gvir e dai coloni suprematisti.
Mondi apparentemente opposti, che però finiscono per assomigliarsi proprio nel loro rifiuto della complessità e della democrazia.
Recalcati scrive anche un’altra cosa molto bella: che il libro è “una figura dell’aperto”, un mare contrapposto al muro.
Credo sia esattamente la sfida del nostro tempo.
Difendere la pluralità contro la tentazione della semplificazione assoluta.
Difendere il dubbio contro il fanatismo.
Difendere la democrazia come luogo nel quale popoli, memorie, lingue e dolori diversi continuano ostinatamente a tradursi gli uni negli altri, invece di annientarsi.
Ma proprio per questo dobbiamo continuare a distinguere.
Distinguere tra Israele e il suo governo.
Tra il sionismo democratico e il suprematismo etnico-religioso.
Tra critica politica e negazione del diritto all’esistenza di Israele.
Perché quando la società occidentale perde orientamento morale e politico, spesso costruisce un contenitore simbolico di tutte le colpe.
Lo aveva capito Manzoni.
“Le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una rabbia comune…” Le folle nascono da una rabbia reale.
Ma quella rabbia può essere catturata, semplificata, indirizzata contro un bersaglio sbagliato.
L’ho pensato il 25 aprile.
Quando ci siamo trovati davanti una folla che impediva fisicamente il passaggio della Brigata Ebraica e di chi, come noi, portava una scritta semplice: “Due popoli, due Stati”.
Io quel giorno ho provato una sensazione molto precisa.
Non la paura fisica.
La sensazione di essere improvvisamente diventato estraneo a una parte di un mondo politico dentro cui ho vissuto tutta la mia vita.
Quello dell’antifascismo.
Un mondo che non è mai stato omogeneo, ma che pure sento anche mio.
Quella folla non era soltanto fisicamente impenetrabile.
Era impenetrabile al dialogo.
E attenzione: il dissenso è legittimo.
Sempre.
Ma lì non c’era più il dissenso.
C’era l’idea che non esistesse più nulla da discutere.
E in quella rabbia io ho visto qualcosa di molto profondo.
Ho visto il meccanismo attraverso cui una parte dell’Occidente, soprattutto delle giovani generazioni, sta trasformando Israele in un contenitore simbolico di tutte le colpe dell’Occidente.
E attenzione: questo non significa negare la tragedia reale di Gaza.
Significa capire che quella tragedia viene spesso trasformata in una narrazione totale sul male assoluto dell’Occidente incarnato da Israele.
Israele non viene più giudicato soltanto per le scelte del suo governo.
Diventa il simbolo totale del colonialismo, dell’oppressione, del razzismo, della violenza occidentale.
E quando non si distingue più, non si fa politica.
Si fa appartenenza.
Si fa tifoseria.
Si fa scomunica morale.
Per questo ci gridavano “traditori”.
Per questo oggi l’antisemitismo e l’odio verso Israele stanno assumendo una dimensione di massa.
Mi è capitato pochi giorni fa, in un bar di periferia a Roma, di essere aggredito verbalmente da una ragazza che mi ha detto: “Dal fiume al mare la Palestina sarà libera”.
Le ho chiesto: “Quindi Israele non dovrebbe più esistere?” Mi ha risposto di sì.
Ma la cosa che più mi ha colpito non è stata nemmeno la risposta.
È stata la totale indisponibilità al dialogo.
“Non ho bisogno di parlare con voi”, mi ha detto.
Ecco il punto.
Oggi esiste un clima diffuso, intransigente, manicheo, che non distingue più: Netanyahu dagli ebrei, Israele dalla diaspora, la stella di Davide dalla politica di un governo.
E questo riattiva meccanismi antichi: la colpa collettiva, il sospetto permanente, l’espulsione simbolica.
Ma proprio per questo noi non accettiamo nemmeno la reazione opposta: la difesa cieca di Israele.
Non accettiamo che ogni critica a Netanyahu venga definita antisemitismo.
Non accettiamo che denunciare l’occupazione o la violenza dei coloni venga considerato un tradimento.
L’ebraismo non è idolatria.
È il contrario dell’idolatria.
Ma noi non siamo un’associazione ebraica.
Siamo un’associazione politica.
E per noi la militanza nel campo progressista significa laicità del pensiero, dunque il contrario della rigidità ideologica e massimalista.
E quindi per noi non può esserci idolatria di uno Stato o di un governo.
La democrazia non chiede amore cieco.
E allora arrivo al punto decisivo.
Noi stiamo nel mezzo della complessità.
Forse mai così alta, per le generazioni europee del dopoguerra.
Chi è venuto qui oggi sa di non essere venuto in un posto comodo.
Stare in Sinistra per Israele e due popoli due Stati significa stare tra l’incudine e il martello.
Ma è lì che dobbiamo stare.
Siamo tra chi vuole cancellare Israele e chi giustifica tutto ciò che Israele fa.
Siamo tra chi vede solo Gaza e cancella il 7 Ottobre.
E chi vede solo il 7 Ottobre e cancella Gaza.
Siamo tra chi riduce il sionismo a puro colonialismo.
E chi pensa che ogni critica a Israele sia antisemitismo.
Ma questo non è un difetto.
È la nostra funzione.
Noi abitiamo la complessità.
Non tentiamo di semplificarla.
E badate: complessità non significa neutralità morale.
Non significa che tutto si equivalga.
Non significa rinunciare a giudicare.
Significa rifiutare le semplificazioni tribali.
Oggi chi distingue viene percepito come ambiguo.
Ma la democrazia vive proprio nella distinzione.
Le tifoserie invece vivono nella semplificazione morale.
Le società in crisi cercano purezza morale.
Ma la politica democratica non vive di purezza.
Vive di mediazioni, limiti, compromessi, riconoscimento reciproco.
E allora torno ad Amos Oz, che diceva: “In Israele la parola compromesso è sinonimo di vita.
Dove c’è vita ci sono compromessi.
Il contrario del compromesso non è idealismo.
Il contrario del compromesso è fanatismo.” E aveva ragione.
Perché non si può vivere permanentemente nel conflitto.
Machiavelli scriveva che la grandezza della Repubblica romana non stava nel conflitto, ma nella capacità di risolverlo.
E i conflitti si risolvono solo se si accetta l’idea del compromesso.
Per questo noi continuiamo a dire: due popoli, due Stati.
Non come slogan facile.
Ma come direzione politica.
So bene che oggi questa soluzione sembra lontanissima.
Forse bisognerà passare attraverso fasi intermedie, accordi regionali, nuovi equilibri, evoluzioni che oggi nemmeno immaginiamo e alle quali non sappiamo assegnare nessuna data.
Ma la politica senza direzione non ha senso.
Se rinunciamo all’idea che israeliani e palestinesi abbiano entrambi diritto a vivere, a essere liberi, a essere sicuri, allora stiamo rinunciando non soltanto alla pace.
Stiamo rinunciando all’idea stessa di politica democratica.
Ed è per questo che mi hanno colpito profondamente le parole di Massimo Recalcati quando scrive che: “La democrazia è la necessità della traduzione.” Nessun popolo è padrone della lingua.
Nessuna verità può pretendere di cancellare tutte le altre.
Il fondamentalismo sogna sempre una lingua unica, una sola verità, un solo popolo legittimo.
È il sogno del muro.
La democrazia invece vive della pluralità delle lingue, delle memorie, delle storie, delle differenze.
Vive della fatica della traduzione reciproca.
E forse oggi il nostro compito è esattamente questo: continuare ostinatamente a tradurre.
Tradurre paure diverse.
Dolori diversi.
Memorie diverse.
Perfino parole che sembrano diventate inconciliabili.
Perché quando smettiamo di tradurci gli uni con gli altri, cominciamo soltanto a combatterci.
E noi non vogliamo arrenderci a un mondo fatto soltanto di muri.
Per questo siamo qui oggi.
Ed è per questo che continueremo a esserci.
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