Continuare ostinatamente a tradurre

il dio dell' ira stretta

dalla Newsletter n°24 – Maggio 2026
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Emanuele Fiano

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Viviamo un tempo di crisi profonda.
Una crisi dell’Occidente, delle democrazie liberali, della capacità della politica di distinguere, comprendere, mediare.
Una crisi che attraversa l’Europa, gli Stati Uniti, Israele, e naturalmente anche la sinistra.

Dentro questa crisi, il conflitto israelo-palestinese è diventato qualcosa di più di un conflitto storico e territoriale.
È diventato uno specchio nel quale l’Occidente proietta le proprie paure, le proprie fratture, la propria perdita di orientamento.

Per una parte importante della sinistra europea Israele era stato il simbolo della liberazione del popolo ebraico dopo la Shoah e il fascismo.
Oggi, invece, viene sempre più spesso rappresentato come il simbolo opposto: colonialismo, oppressione, dominio, violenza.

Sarebbe irresponsabile fingere che nulla sia cambiato anche dentro Israele.
Una parte significativa della sua guida politica è oggi nelle mani di una destra reazionaria, etnico-religiosa, nazionalista radicale. Le immagini di Gaza, le violenze dei coloni in Cisgiordania, l’arroganza disumana esibita da ministri come Ben Gvir interrogano profondamente chiunque continui a difendere il diritto di Israele a esistere senza rinunciare ai valori democratici e universali.

Noi non minimizziamo nulla.
Non minimizziamo la devastazione di Gaza.
Non minimizziamo la sofferenza palestinese.
Non minimizziamo la crisi morale che attraversa Israele.
Ma non minimizziamo neppure il trauma del 7 Ottobre, il ritorno dell’antisemitismo, la trasformazione di Israele in un bersaglio simbolico assoluto sul quale scaricare tutte le colpe dell’Occidente.

Quando tutto viene ridotto a categorie assolute — il bene contro il male, gli oppressi assoluti contro gli oppressori assoluti — la politica scompare. Restano appartenenze tribali, scomuniche morali, tifoserie.

Lo abbiamo visto nelle piazze, nei social, nelle università.
Lo abbiamo visto anche il 25 aprile, quando una folla impediva fisicamente il passaggio della Brigata Ebraica e di chi portava semplicemente una scritta: “Due popoli, due Stati”.

In quella scena non c’era più il dissenso democratico. C’era l’impossibilità del dialogo.
E c’è un altro elemento che dovrebbe preoccuparci profondamente.
L’antisemitismo oggi non riemerge soltanto nei margini estremisti della società o nei social network.
Sempre più spesso si infiltra anche dentro luoghi che storicamente avrebbero dovuto costituire un argine democratico e antifascista.

   Fatto Quotidiano - il dio dell' iraPersino una parte della stampa progressista o apparentemente antifascista sembra talvolta avere smarrito il senso del limite, come successo con il pezzo di Massimo Fini su il Fatto Quotidiano

Quando un quotidiano usa come titolo “All’ira del Dio ebraico preferisco il perdono”, non siamo più semplicemente dentro una critica politica al governo Netanyahu o alla guerra di Gaza.

Siamo davanti all’evocazione di uno stereotipo antichissimo: l’idea dell’ebraismo come religione feroce, vendicativa, disumana, contrapposta a una presunta superiorità morale del perdono.

Criticare Israele è legittimo.
Criticare Netanyahu è legittimo.
Criticare la devastazione di Gaza è doveroso.
Ma trasformare gli ebrei — o addirittura “il Dio ebraico” — in una categoria morale collettiva significa riaprire una porta molto pericolosa della storia europea.

Lo stesso meccanismo si manifesta in altre forme apparentemente progressiste.

In queste ore il Roma Pride ha escluso Keshet Italia e Keshet Europe — storiche associazioni ebraiche LGBTQI+ — dalla partecipazione alla parata perché non aderirebbero alla definizione di genocidio.
È un fatto grave.
Perché qui non viene escluso un governo.
Non viene escluso Netanyahu. Vengono esclusi degli ebrei.

È il fondamentalismo della parola unica: una sola definizione ammessa, una sola postura morale legittima. Chi non la adotta viene messo fuori.

Il paradosso è devastante: uno spazio nato per includere chi è stato discriminato finisce per escludere degli ebrei perché non accettano una formula politica imposta come dogma.

Massimo Recalcati ha scritto che “la democrazia è la necessità della traduzione”.
È una definizione straordinaria.
Perché la democrazia vive proprio della fatica di tradurre:
– paure diverse
– memorie diverse
– dolori diversi.

Il fondamentalismo, invece, sogna sempre una lingua unica, una sola verità, un solo popolo legittimo. È il sogno del muro.

Per questo continuiamo a difendere l’idea di due popoli e due Stati.
Non come formula rituale, ma come orizzonte politico contro la guerra infinita, contro la tribalizzazione del conflitto, contro la trasformazione della politica in guerra morale assoluta.

Sappiamo bene quanto oggi questa prospettiva appaia lontana.
Ma sappiamo anche che rinunciare all’idea che israeliani e palestinesi abbiano entrambi diritto a vivere, a essere liberi, a essere sicuri, significherebbe rinunciare non soltanto alla pace.
Significherebbe rinunciare all’idea stessa di politica democratica.

E forse oggi il nostro compito è proprio questo:
continuare ostinatamente a tradurre.