La Newsletter di Sinistra per Israele n.12 – 2025 Maggio

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Editoriale

La Resistenza
Luca Alessandrini

Analisi e commenti

La Newsletter di Sinistra per Israele compie un anno
Massimiliano Boni

La sinistra italiana sia vicina a Israele e ai palestinesi
Intervista a Graziano Del Rio

Usa, Europa, Medio Oriente: il mondo è cambiato
Intervista a Federico Fubini

Bibistan, aprile 2025
Roberto Della Rocca

Un ragazzo coraggioso
Alessandra Tarquini

Intervista a Tobia Zevi
Valentina Caracciolo

Dall’Associazione

Bologna   Una mostra al museo ebraico di Bologna sul Muftì di Gerusalemme

Fernando Liuzzi

Roma       Sinistra per Israele in un convegno

Fernando Liuzzi

Torino      due incontri per rafforzare il dialogo e il confronto politico

Ludovica De Benedetti e Anna Segre

Letture e riletture

Saul Meghnagi

Rassegna stampa

Simone Santucci

Redazione
Contatti

 

Luca Alessandrini

La Resistenza

Ottanta anni, un tempo lunghissimo, l’equivalente di quattro generazioni, ci separano dai giorni e dai mesi, dalle persone e dalla società, dagli accadimenti e dai pensieri della Resistenza. Perché ricordiamo un tempo tanto lontano e ci sentiamo invece autorizzati a lasciare scivolare nell’oblio o a ignorare del tutto fatti storici ben più recenti?

Con la Resistenza si è giocato un passaggio epocale, la cui importanza, la cui densità, il cui peso specifico, per dire così, sono tali che il suo significato è indipendente dagli esiti. Ovvero, non è tanto importante che il mandato, i progetti, le idee o anche, se si vuole, le utopie di allora siano state realizzate e in quale misura – e lo sono state in modo decisivo con le costituzioni antifasciste – quanto il fatto che esse siano state concepite ed espresse, e come lo sono state. Avendo contezza che tutto ciò si è consumato non in una sede di pura speculazione, ma in un contesto di guerra totale.

La Resistenza è un fenomeno complesso che segna la storia di tutta la società europea e costituisce la comune radice democratica dell’Europa occidentale. Essa si sostanziò nella opposizione al fascismo e ai fascismi, dove questi avevano preso il potere o lo avevano ricevuto, in forma di governi collaborazionisti, in seguito alla guerra di conquista e all’occupazione condotta da Germania nazista e Italia fascista.  Il rifiuto delle ideologie e dei regimi totalitari fascisti e la tensione verso la libertà – nazionale, politica, individuale – verso la giustizia e verso la democrazia, nelle diverse accezioni prodotte dalle diverse grandi correnti di pensiero del Novecento, hanno accomunato le diverse resistenze europee. Per contrastare e superare il fascismo le grandi culture politiche decisero di incontrarsi e confrontarsi nella Resistenza che si sviluppò in tutte le nazioni occupate, in forme spontanee ed in forme organizzate, come lotta armata e come rifiuto ad obbedire, come solidarietà ed aiuto ai perseguitati per motivi politici e razzistici, come sostegno alle operazioni belliche delle potenze democratiche e come costruzione di un nuovo orizzonte politico. Essa riuscì a svilupparsi e a continuare ad esistere e a crescere nonostante la repressione più dura e le condizioni di terrore nelle quali doveva vivere.

I fascismi, dei quali l’italiano è il capostipite, avevano rappresentato un formidabile pericolo per tutta l’Europa nel periodo tra le due guerre mondiali. Essi erano diffusi in tutti i paesi, dove giunsero al potere e se ne impadronirono, dove rimasero forza di minoranza; costituivano un pericolo per la loro aggressività, ma anche per i diversi motivi di fascino che sapevano esercitare e che procuravano loro una certa quota di consenso. Il fascismo non era soltanto una forza politica di destra reazionaria, esso rappresentava un fenomeno nuovo, un salto di qualità che lo distingueva da tutte le teorie e i sistemi politici dispotici precedenti, una ideologia che coniugava anti-illuminismo e modernità. I fascismi si proponevano come un nuovo modo di governare la nuova società di massa, che era venuta formandosi nell’ultimo quarto del secolo precedente e che si era manifestata nel suo aspetto più atroce negli affollati eserciti a reclutamento universale maschile che avevano combattuto la Grande Guerra e che erano morti a milioni. Il vecchio liberalismo sembrava ritrovarsi impotente di fronte al nuovo mondo e non dava risposte a un popolo di reduci, molti dei quali mutilati o con gravi invalidità, di disoccupati, di persone preoccupate e spaventate. Il socialismo profetizzava la giustizia sociale, l’emancipazione delle classi subalterne, ma non conosceva successi se non molto parziali, mentre la Rivoluzione russa deflagrava diffondendo aspettative di riscatto nelle masse proletarie e grandi timori nelle borghesie. Il fascismo si poneva come una terza soluzione, come i socialisti si rivolgeva alle masse, ma sostituiva la categoria di classe con quella di nazione, la cui concezione, di ascendenza imperialista, prevedeva un popolo come un tutto unitario, di cui si costruiva il consenso, con la forza, con le seduzioni e con gli inganni, in una condizione di sudditanza e di organizzazione gerarchica che rifiutava i principi di eguaglianza e di libertà.

Uno dei caratteri del fascismo che la Resistenza ha dovuto affrontare e risolvere consisteva nella semplificazione, e nella più elementare delle semplificazioni, la violenza. Di fronte ai conflitti che sono propri della società di massa, il fascismo ne eludeva complessità e complicazioni per ridurre tutto sul piano dello scontro, trasformando in tal modo il conflitto in guerra e dunque nell’esercizio della violenza contro i “nemici”.

La Resistenza operò esattamente su questo campo nel vivo della sua azione, tutt’altro che confinando la questione alla dimensione teoretica, ma promuovendo il conflitto ad uno dei protagonisti essenziali della vita del sistema democratico; lo fece tanto a partire dalla capacità di mediazione tra i diversi partiti e correnti politiche che costituivano la compagine dei Comitati di Liberazione Nazionale, quanto nella conduzione stessa della lotta armata. Conflitto e mediazione politica – che non consiste nel semplice compromesso, ma in una costruzione nuova esito dello scambio – furono elementi centrali della vita dei Comitati di Liberazione Nazionale (Cln) dell’Italia occupata e di quella libera, e innervarono dopo la guerra il processo di elaborazione democratica che si svolse nel paese ed in due straordinarie sedi: prima la Consulta Nazionale ed in seguito l’Assemblea Costituente, fino ad essere ricompresi nella nuova Carta fondamentale della Repubblica.

La Resistenza aveva tra i suoi obiettivi il completamento del Risorgimento, tanto che per vie separate sia comunisti che azionisti avevano la coniato la parola d’ordine e avevano proposto come categoria interpretativa “Secondo Risorgimento” per ciò che stava accadendo. Come nel primo Risorgimento si lottava contro uno straniero che sosteneva governi autoritari potendo contare sugli austriacanti, così il secondo contro gli occupanti tedeschi e la complice dittatura italiana da questi mantenuta. E la scelta stessa della guerriglia, la guerra partigiana, risale a Mazzini: “È d’uopo ricorrere ad un altro metodo di guerra. È d’uopo trarlo per così dire dalle viscere della nazione, dalle condizioni d’un popolo insorto (…), la guerra per bande”, l’idea di una sorta di nemesi dal basso attraverso la guerra per bande – un secolo dopo, davvero di “popolo insorto” – che attraversa la Resistenza.

La guerra partigiana è stata fondamentale nella costruzione della nuova Italia democratica per tre motivi, tutti di importanza cruciale: la dimensione tecnico-militare, le azioni concertate puntualmente o per indirizzi generali con gli Alleati; il riscatto del paese di fronte alle altre nazioni del mondo, dopo che l’Italia fascista aveva condotto per anni una violenta propaganda contro le democrazie, aveva proclamato la legislazione antisemita, mosso guerre di aggressione, anche di sterminio, anche razziste era necessario dimostrare che esisteva un’altra Italia, quella antifascista, e dimostrare che era credibile; ed infine la notissima enunciazione di Mazzini, ecco il Risorgimento che torna a bussare alla porta della coscienza civile dei cittadini italiani: “Più che la servitù temo la libertà recata in dono”.

Gli italiani – gli europei – dovevano dimostrare, innanzitutto a sé stessi, di essere in grado di prendere in mano il proprio destino, dovevano segnare un passaggio, scandire una svolta radicale, che trovava il suo compimento nell’insurrezione, verso la quale sempre tese la Resistenza italiana più di altre, perché doveva riscattarsi dall’ignominioso passato fascista. È più che esplicito nel motto di Giustizia e Libertà, coniato da Emilio Lussu, “Insorgere! Risorgere!”, e nell’antifascismo cattolico con il motto del giornale clandestino delle Fiamme Verdi, “Non esistono liberatori, solo uomini che si liberano”.

Due forme di Resistenza numericamente molto consistenti sono state senza armi, eppure determinanti: i soldati, che si disperdevano a decine e decine di migliaia dopo l’armistizio, furono assistiti, vestiti dalle donne con gli abiti civili dei mariti, dei figli o dei genitori perché avessero più possibilità di sfuggire alla cattura da parte delle forze tedesche. Compivano un gesto spontaneo che al significato umano assommava quello di estraneità e di netta opposizione alla logica della guerra che il fascismo aveva imposto, producendosi in una sorta di soccorso impetuoso e corale che Anna Bravo ha definito maternage di massa. E gli oltre 600.000 soldati italiani che, catturati dai tedeschi, tradotti in campi di internamento Germania, rifiutarono la “proposta” di continuare la guerra a fianco della Germania nelle file della neonata repubblica neofascista, accettando per questo di finire in una prigionia durissima.

La partecipazione degli italiani ebrei alla Resistenza è stata di grande importanza sia sul piano quantitativo, in proporzione alla componente ebraica in Italia, sia su quello qualitativo con figure di grande rilievo intellettuale, politico, morale. Come e ben più di altre componenti della società italiana, gli ebrei avevano assunto chiara consapevolezza della natura del fascismo, di cui avevano subito il tradimento e la violenza.

Gli ebrei erano fortemente inseriti nella società italiana e avevano partecipato in forze al Risorgimento, eppure cominciarono ad accorgersi di un clima mutato negli anni Settanta del secolo XIX nella società e nella cultura italiane ed europee, e ancor più dopo la Prima guerra mondiale, alla quale gli ebrei avevano partecipato con una alta percentuale di ufficiali e di decorati al valore, quando la concezione della nazione veniva articolata in termini vieppiù esclusiva.

Se la legislazione razzista è piuttosto tarda, il 1938, alla quale pressoché nessuno si oppose, rispetto all’affermazione del fascismo, non sono mancati segni importanti di un antisemitismo quale componente strutturale dell’ideologia e del regime. Mussolini, nel discorso al congresso nazionale dei fasci di combattimento, l’8 novembre 1921, che avrebbe trasformato il movimento in Partito nazionale fascista, poneva la razza tra i pilastri del suo programma. Dal 1938, il fascismo non si limitò all’isolamento degli ebrei ma li perseguitò, espulse o rinchiuse gli ebrei stranieri, allestì campi di internamento e, con l’occupazione tedesca fu pienamente complice di cattura e deportazione.

L’arrivo in Italia della Brigata Ebraica, composta di volontari antifascisti, nella sua pur contenuta dimensione quantitativa portò la soggettività di un sionismo che si era fatto esercito di liberazione e rappresentava la possibilità concreta di una autonoma soggettività statuale, che si materializzava nella ricostruzione delle comunità ebraiche in Italia, nell’assistenza alle masse di ebrei superstiti apolidi che confluivano nei punti di raccolta ed infine nel loro trasferimento in Palestina. Operazione questa necessariamente clandestina, condotta in relazione a formazioni partigiane ancora in essere.

Claudio Pavone ha giustamente parlato della Resistenza europea come di una grande guerra di religione civile, tra concezioni del mondo diametralmente opposte e tra loro incompatibili: quella fascista, e quelle che propugnavano l’eguaglianza tra gli uomini, la libertà, la giustizia – innanzitutto sociale – e la separazione dei poteri. Un grande guerra politica, non nazionale, i cui fronti erano cosmopoliti. Un esempio tra i tanti, il Partito comunista italiano, un partito che aveva avuto un ruolo di primo piano nell’animare la Resistenza e nella lotta partigiana, nel dispositivo finale del suo quinto congresso nazionale (29 dicembre 1945 – 5 gennaio 1946), affermava che la guerra si era combattuta contro l’ideologia nazista non già contro i tedeschi. L’idea di nazione che emerge dalla Resistenza è cosmopolita, e qui, ancora una volta, un riferimento al Risorgimento, anch’esso mosso da principi e non da appartenenze nazionali.

La Resistenza seppe muoversi in un orizzonte politico nuovo: non solo il superamento delle dittature fasciste, ma anche il superamento delle stesse democrazie liberali prebelliche. Il costituzionalismo, che ne scaturiva come prorompente nuova prospettiva, nasceva dalla consapevolezza di tre tragici fallimenti: l’Italia liberale, la Repubblica di Weimar, la Terza Repubblica francese. Centrale era la questione sociale, e la Resistenza ha saputo trovare nuove forme di democrazia per la società di massa coniugando le ragioni del socialismo e del liberalismo in un progetto di partecipazione dal basso, non autoritaria, non demagogica.

Da ultimo, ma è la sua prima lezione, la Resistenza ci insegna la fiducia, forse la disposizione di spirito più rara nel mondo attuale. La fiducia riguarda il futuro e riguarda la società, componente essenziale della democrazia, non è normale, ma deve esistere a monte delle leggi quale virtù civile. La fiducia ha dimensione sociale perché non consiste in un’attesa, ottimistica ma passiva, essa è impegno, azione, pensiero. Ecco il viatico per il futuro che ancora oggi, ottant’anni dopo, ci consegna la Resistenza: la consapevolezza che esiste sempre una possibilità di scelta, ciò che impone, anche nei periodi più cupi, di guardare al futuro con operosa fiducia, come accadde nel periodo più oscuro della storia d’Europa e della vita stessa delle singole persone, le dittature fasciste e la guerra totale. È stato possibile, dunque è possibile.

La rivista di Sinistra per Israele compie un anno

Massimiliano Boni


Un anno fa cominciava la pubblicazione di questa Newsletter, e come ogni anniversario che si rispetti vorremmo fare un primo breve bilancio.

Ovviamente non daremo un giudizio del lavoro svolto, perché quello spetta ai lettori. Da parte nostra, questo traguardo è utile per provare a mettere in fila le cose fatte, o almeno tentate.

Un anno fa Sinistra per Israele aveva da poco pubblicato un manifesto con oltre duemila adesioni, che invitava a un nuovo impegno, innanzitutto nella sinistra italiana, per una via politica ai due Stati per due popoli, da sempre l’obiettivo di ogni democratico al di qua e al di là del mediterraneo.

a allora Sinistra per Israele è cresciuta: nel numero degli iscritti, certificato dal congresso nazionale di febbraio; nelle sezioni territoriali, che testimoniano idee e vitalità; nelle iniziative sul territorio; nell’attenzione che i media cominciano a dedicarle.

a rivista, dunque, si inserisce in questo solco: vogliamo contribuire ad allargare lo spazio in cui si possa parlare del diritto di Israele alla sicurezza, e di quello dei palestinesi ad avere un proprio Stato, del sionismo e della lotta all’antisemitismo senza pregiudizi, ma con un dialogo franco, in cui poter ospitare quante più voci saranno interessate a dare il loro contributo, e senza rinunciare a incalzare la sinistra nel tempo attuale, in cui incomprensioni e pregiudizi ancora alterano il dibattito pubblico.

Su questo solco continueremo a offrire ai lettori il nostro punto di vista su una realtà purtroppo molto difficile, ma che per questo ci chiama a un impegno rinnovato.

Grazie a tutti coloro che ci sosterranno in questo sforzo.

La Sinistra stia vicino a Israele e ai palestinesi e combatta gli estremismi.
Intervista a Graziano Del Rio.

Massimiliano Boni


On. Del Rio, come giudica la situazione in Medio Oriente, a oltre 15 mesi dall’attacco di Hamas del 7 ottobre?

Ci troviamo davanti a una situazione drammatica, catastrofica sul piano umanitario. Credo che l’operazione di Hamas del 7 ottobre abbia avuto l’obiettivo di far cadere Israele nella spirale dell’odio e della vendetta, isolandola dalla comunità internazionale. Purtroppo, questa trappola sta funzionando. Per chi, come me, ha sempre visto Israele come un esempio di democrazia liberale e di condivisione dei principi generali su cui si basa una democrazia laica, questa situazione di grande tensione è estremamente preoccupante. Anche perché l’esacerbazione del conflitto disegna una prospettiva di un’eterna inimicizia tra due popoli. È una prospettiva cui non possiamo rassegnarci. La storia ci dimostra che c’è sempre la possibilità che popoli nemici possano raggiungere un accordo, anche se non mi nascondo che in questo momento è molto lontana la prospettiva di garantire la pace e la sicurezza a Israele e ai palestinesi. Quel che è accaduto il 7 ottobre è innanzitutto responsabilità di Hamas, per l’orribile eccidio contro soprattutto civili, ma chi come me ama Israele non può che vedere con grande preoccupazione e delusione quel che sta accadendo.

Tutti chiedono e invocano la pace, ma una soluzione politica non si è trovata. Secondo lei qual è la strada da seguire?

Le soluzioni diplomatiche per risolvere il conflitto israelopalestinese sono state tentate fin dall’inizio. È una storia che conosco, in quanto, prima come medico e poi come politico, ho lavorato in progetti di cooperazione in Israele e in Palestina per anni. Purtroppo ogni volta hanno prevalso gli estremismi che hanno completamente impedito la pace. Oggi ci troviamo alla stessa situazione. La pace non sarà possibile finché a Gaza e in Israele saranno al potere gli estremismi. Finché gli estremismi detteranno le loro regole, non ci sarà né pace né sicurezza.

Tre settimane fa lei è stato tra i promotori di una mozione sul Medioriente presentata al Senato. Che obiettivi ha?

La mozione ha un obiettivo molto semplice: appoggiare il piano di pace arabo presentato già da alcune settimane, e spiegare al mondo politico italiano che quel piano è stato approvato dall’unione europea. Esso prevede l’espulsione di Hamas dalla Striscia di Gaza e il sostegno alle opposizioni che, a Gaza e in Israele, fanno sentire la loro voce. Si tratta a mio avviso di una importante novità. Se, infatti, in Israele l’opposizione al governo di Netanyahu è forte ormai da circa due anni, e protesta contro le misure prese contro lo Shin Bet, contro lo scandalo del Qatar gate, contro il tentativo di rimuovere la procuratrice generale e di controllare la Corte Suprema, finalmente qualcosa succede anche a Gaza. Sempre più frequentemente i clan storici che abitano nella striscia escono allo scoperto e chiedono la fine del regime di Hamas, che, ricordo, usa i civili palestinesi come scudi umani, nelle scuole e negli ospedali. Dunque un’alternativa possibile esiste, sia a Gaza che in Israele. La mozione ha il compito di metterlo in evidenza e di sostenere tali posizioni.

La scorsa settimana tuttavia la segretaria del partito democratico, Elly Schlein, ha presentato insieme ai leader di Avs e di M5S una diversa mozione su Gaza.

Non credo che questa ulteriore mozione sia alternativa alla nostra. Piuttosto direi che sono diversi i toni e gli accenti. La mozione a cui lei si riferisce mette l’accento sulla fortissima opposizione al governo Netanyahu, ritenuto responsabile della catastrofe umanitaria a Gaza. La mozione di cui mi sono fatto portatore riconosce, oltre alla responsabilità del governo israeliano, anche quella di Hamas, e, come le dicevo, vuole sensibilizzare l’opinione pubblica sulla presenza di una opposizione a Gaza che va sostenuta.

La mozione firmata dai tre partiti chiede anche il riconoscimento dello Stato di Palestina.

Io sono favorevole alla nascita di uno Stato di Palestina nel momento in cui non ci sarà più il rischio che nasca uno Stato islamico governato da Hamas, che sia una minaccia per la sicurezza degli altri stati. Per questo nella mozione che ho presentato l’accento è sulla responsabilità di Hamas, che ha dato inizio a questa guerra, e che diffonde una ideologia fortemente antisemita, che non vuole la liberazione di Gaza, ma la distruzione di Israele.

La recrudescenza del conflitto produce ormai un allarme antisemitismo anche in Europa e in Italia.

Questo accade per quella trappola dell’odio che Hamas ha costruito è che ho indicato prima. Purtroppo molti sono caduti in questa trappola, identificando la reazione del governo israeliano con gli ebrei in quanto tali. Ciò si traduce in un pregiudizio anche contro gli ebrei italiani. Va invece ricordato che gli ebrei italiani sono cittadini pari a tutti gli altri, che anzi hanno contribuito alla nascita dello Stato italiano fin dalla fine dell’Ottocento. Del resto, nessuno in Germania pensa che i cittadini tedeschi di origine turca debbano rispondere del comportamento di Erdogan, o i cittadini di origine iraniana dei comportamenti del regime degli ayatollah; il fatto invece che agli ebrei italiani si chieda il conto di quel che fa il governo israeliano è di per sé indice di quel pregiudizio che occorre combattere. La mia formazione cattolica poi mi porta a guardare a Israele con grande ammirazione, perché, come diceva un mio maestro, Giorgio la Pira, Israele è una benedizione per gli altri popoli, e va vista nel Mediterraneo non come una Nazione intrusa. Purtroppo devo riconoscere che la malapianta dell’antisemitismo ha messo radici nella nostra società e anche negli ambienti cristiani. Io credo che tale malapianta debba essere sradicata alla radice. Soprattutto oggi, che ricordiamo gli ottant’anni della liberazione, non va dimenticato il contributo della brigata ebraica alla lotta al nazifascismo.

Lei pensa che nella sinistra ci sia sufficiente consapevolezza di questo rischio di antisemitismo?

Io credo che la sinistra debba avere piena consapevolezza della fase storica che stiamo attraversando, e di come quel rischio di antisemitismo che denunciavo sia purtroppo presente. E per questo che, negli ultimi tempi, ho deciso di far sentire la mia voce a sostegno del mondo ebraico italiano, in particolare della comunità ebraica di Bologna, che più volte è stata oggetto di atti ostili. Proprio in un momento così difficile come questo, è importante far sentire la nostra solidarietà al mondo ebraico italiano. Anche da parte della sinistra.

Usa, Europa, Medio Oriente: il mondo è cambiato
Intervista a Federico Fubini

Massimiliano Boni

La scorsa settimana la premier Giorgia Meloni è volata a Washington per il suo primo bilaterale ufficiale con Donald Trump. Che giudizio dai della visita?

Nel mio lavoro ho imparato a separare i segnali che ritengo importanti da quello che potremmo definire il “rumore di fondo”. Credo perciò che sbaglieremmo se tentassimo di fare il bilancio della situazione politica giorno per giorno, inseguendo ad esempio i singoli incontri diplomatici, che certo sono importanti, ma meno delle dinamiche più profonde, che riguardano gli equilibri di potere e quelli economici. Detto questo, certo la visita della premier Giorgia Meloni alla Casa Bianca è stato un momento importante, direi anche un atto necessario, per un leader politico come lei, a capo di un partito vicino, per ispirazione, a quello di Donald Trump. Nel suo caso, c’erano però anche delle difficoltà di “equilibrio”.

Quali?

Innanzitutto quella di tenersi in equilibrio tra la vicinanza politica al presidente americano e l’esigenza di non mettersi in una posizione insostenibile rispetto ai suoi colleghi europei, perché mi sembra chiaro che laddove gli altri leader dell’Unione europea sospettassero una sorta di “doppio gioco”, ossia che Giorgia Meloni fosse disposta a barattare la solidarietà europea in cambio di un trattamento di maggior favore dall’amministrazione americana, perderebbe immediatamente il suo consenso in Europa. Ma questo le crea un’altra difficoltà, perché in realtà, per un fine del tutto interno, Giorgia Meloni deve dimostrare al proprio elettorato proprio questo: che, con lei alla guida del paese, l’Italia potrà ottenere un trattamento di favore.

E, secondo te, è riuscita a mantenere l’equilibrio?

Come ho detto occorrerà attendere per vedere i prossimi sviluppi della situazione. Sul piano politico certamente l’incontro segnala un’intesa, del resto Giorgia Meloni è stata l’unica leader europea, oltre a Orban, ad essere invitata alla Casa Bianca per l’insediamento di Trump. Al tempo stesso, occorre considerare che le misure adottate e al momento congelate da Trump in materia economica vanno direttamente a colpire gli interessi dei ceti sociali e imprenditoriali che hanno votato il partito di Giorgia Meloni.

Qual è il tuo giudizio sulla guerra dei dazi intrapresa da Trump?

L’approccio dell’amministrazione Trump, fin dal primo giorno del suo insediamento, è stato caotico, maldestro, incerto e contraddittorio. Al tempo stesso, dobbiamo sforzarci di comprenderne le ragioni. Non si può cioè ignorare che ciò che ha determinato quelle decisioni è il riflesso delle fortissime tensioni sociali che da tempo si vivono negli Stati Uniti, e che hanno generato il fenomeno Trump e dettano la sua agenda. Se non si comprendono queste tensioni, non si capisce perché Trump sia stato capace di rivincere le ultime elezioni e perché, anche senza di lui, comunque i problemi che deve fronteggiare l’America rimarrebbero.

A cosa ti riferisci?

Innanzitutto alle forti diseguaglianze di reddito. Tutto nasce da lontano, dagli anni Settanta. Oggi il settore manifatturiero americano incide per l’8% sull’economia nazionale, contro il 18% dell’Italia e il 20% della Germania. Questo svuotamento del tessuto industriale statunitense ha prodotto una lunghissima stagnazione dei salari. Nel 2023 il salario mediano degli americani è cresciuto del 15%, a fronte di una crescita degli immobili del 96%. Questo enorme divario si traduce in una disuguaglianza nell’accesso alla sanità, all’istruzione, al welfare. Il trumpismo è il tentativo di scaricare sul resto del mondo le contraddizioni della società americana. Naturalmente si tratta di problemi che nascono da scelte interne di quel paese, e riflettono le difficoltà di restare un paese leader del mondo. Ciò deriva dal fatto che il dollaro è costantemente sopravvalutato, e ciò rende non competitiva la produzione manifatturiera degli Usa, anche rispetto ai paesi più ricchi. Normalmente un’economia reagisce a una situazione del genere svalutando la propria moneta, ma per gli Stati Uniti questo non è possibile, in quanto il dollaro è tendenzialmente una moneta universale, utilizzata nell’87% delle transazioni commerciali del mondo e costituisce il 57% delle riserve delle banche centrali mondiali. È questa forza del dollaro che negli anni ha determinato un costante disavanzo nella bilancia commerciale degli Stati Uniti, fino ad oggi, con la necessità di Trump di riportare i conti il più possibile in equilibrio.

Quale sarà l’esito della guerra dei dazi?

Non faccio mai previsioni e diffido di chi ne fa, soprattutto in una situazione così imprevedibile come quella di oggi. Quello che si può dire è che ci troviamo di fronte alla crisi strutturale della globalizzazione così come ha funzionato negli ultimi quarant’anni. Non solo sul piano economico. Sono cambiate le regole del gioco nei rapporti internazionali, che reggevano dalla fine della Seconda guerra mondiale, in cui un peso importante avevano gli organismi internazionali: il Consiglio di sicurezza e l’Assemblea generale dell’Onu, l’organizzazione mondiale del commercio (WTO), il Fondo monetario internazionale (FMI), il G7, poi diventato G8 infine G20, proprio per far fronte alla crisi economica e finanziaria del 2008. Questo scenario oggi si è frantumato. Guarda come in questi giorni il WTO e il FMI siano completamente in silenzio. Al posto del multilateralismo cui eravamo abituati si sta tentando di sostituire un nuovo ordine internazionale, dove semplicemente vale il diritto del più forte. La guerra di Putin all’Ucraina è anche questo, il tentativo di affermare il diritto del più forte. Del resto, quella guerra ha un precedente: la guerra all’Iraq degli anni ’90, che per la prima volta ha rotto gli equilibri geopolitici e ha aperto la strada a un’altra serie di violazioni del diritto internazionale che abbiamo fatto finta a lungo di non vedere. Oggi anche l’economia è utilizzata come uno strumento di coercizione: basta guardare come Putin ha cercato di condizionare attraverso il gas la politica dell’Europa, o come gli Stati Uniti, con Biden, hanno cercato di condizionare la strategia delle aziende europee per impedire che facessero affari con la Cina. Oggi viviamo in un mondo più pericoloso del recente passato: direi che assomiglia a quello di fine 800, quando i rapporti di forza fra potenze e il dominio delle infrastrutture e delle tecnologie regolavano il mondo.

In questo nuovo scenario che ruolo sta giocando l’Unione europea?

Io credo che la reazione dell’Unione europea sia stata migliore di come si potesse temere all’inizio della crisi. Ad oggi non si registrano né evidenti divisioni né tensioni insuperabili. Eppure in molti temevano, ad esempio, che l’Italia si sfilasse da un’azione comune, mentre il governo italiano è stato sostanzialmente attento, come dicevo, a non compromettere la linea comune europea, pur invitando chiaramente alla calma e a non innescare una reazione a catena sul piano dei dazi. Alcune affermazioni, come quelle sulla difesa comune di Ursula von der Leyen, o le dichiarazioni del prossimo cancelliere tedesco, Merz, sulla necessità di un’Europa indipendente, credo che siano segnali da prendere in considerazione. Certo, non dobbiamo nascondere le grandi debolezze europee, sul piano tecnologico e militare, ad esempio, o sulla diversità di vedute tra i vari governi. Però non possiamo neppure escludere l’avvio di un percorso di maggiore integrazione.

E per quel che riguarda il Medio Oriente, e la guerra di Israele ad Hamas, che prospettive abbiamo davanti?

Alcune settimane fa ho scelto di firmare un appello contro la minacciata deportazione della popolazione di Gaza manifestata da Trump. Normalmente, come giornalista, cerco di non firmare mai appelli pubblici, e non è stata una scelta facile; tuttavia, ritengo che da allora la situazione sia ulteriormente peggiorata. Certo, la risposta militare di Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre è stata inevitabile e giusta. Ma ora, a distanza di oltre 18 mesi, tutto ciò che continua ad accadere a Gaza non è a mio avviso più giustificabile. Non credo che Hamas possa essere sconfitto con un’azione militare, mentre la decisione di riprendere la guerra, con il beneplacito degli Stati Uniti, credo sia animata da altri motivi.

Quali?

Appare sempre più evidente che l’entourage politico e familiare di Netanyahu sia coinvolto in una serie di finanziamenti ricevuti dal Qatar. Lo stesso Qatar che con il beneplacito di Netanyahu finanziava abbondantemente anche Hamas. Temo che l’incredibile impreparazione che Israele ha mostrato di fronte all’attacco del 7 ottobre sia dipesa da un calcolo di Netanyahu: quello di aver raggiunto un accordo più o meno implicito con Hamas, mediato dal Qatar, per cui quest’ultimo avrebbe continuato a finanziare l’uno e l’altro in una sorta di status quo perenne. oggi Netanyahu agisce per impedire che si faccia chiarezza su questi legami. Se continua a utilizzare la forza in maniera così indiscriminata ciò dipende anche dalla carta bianca che gli ha lasciato Trump, la stessa carta bianca che sembra aver consegnato a Putin in Ucraina.

 

Bibistan, Aprile 2025

Roberto Della Rocca

La guerra nella striscia di Gaza continua, a fuoco lento e senza perdite israeliane, l’ideale per il governo di Netanyahu che non è interessato a troppo rumore mediatico a causa di eventuali soldati caduti durante gli scontri a fuoco.

Gli ostaggi, 59, di cui almeno 23 dovrebbero essere ancora in vita, sono entrati, nell’immaginario collettivo, in una specie di routine con la quale ci si può fare il callo, nonostante le manifestazioni settimanali.

È come un prurito, infastidisce ma non mette in pericolo l’esistenza.

Sul fronte internazionale, dopo aver toccato il fondo, si è registrato un miglioramento, con l’elezione di Trump, sulla carta grande amico di Bibi e di Israele, ma guidato da volontà che non sempre vanno di pari passo con gli interessi israeliani (vedi la cancellazione dell’attacco all’Iran, preparato ed a un passo dalla realizzazione, ma che ha incontrato il veto del boss dell’occidente).

L’opposizione che fa? “abbaia e la carovana passa” come si dice in ebraico.

E in effetti non ci si può aspettare troppo dai suoi leader, Lapid e Ganz, politici senza spessore e senza i requisiti adatti per gestire la tremenda crisi in cui si trova adesso il paese.

E visto che nel paese dei ciechi l’orbo è il re, Yair Golan, ex vicecapo di stato maggiore, e segretario nazionale dei Democratim, il partito nato dalle ceneri di Meretz e dei laburisti, e rappresentato da soli quattro membri del Knesset, è diventato il leader ufficioso di coloro i quali, moltissimi, vedono in questo governo un pericolo reale per il futuro democratico di Israele.

Tutti i sondaggi, che in maniera costante già dal gennaio 2023, ben prima del massacro del sabato nero, bocciano l’attuale coalizione, dandogli solo 50 seggi su 120, indicano nei Democratim il secondo partito, con circa 16 seggi, riportando parzialmente ad antiche vestigia la bistrattata sinistra sionista.

Al quadro politico però manca un tassello, che potrebbe ulteriormente provocare maremoti: il tassello chiamato Naftali Bennet, l’ex primo ministro, che se dovesse tornare sul ring politico (e tornerà…), è indicato come l’unico che può prendere il posto di Netanyahu come capo del governo.

In tal caso il neopartito di Bennet dovrebbe rosicare notevolmente, sia il centro della mappa politica, Lapid e Ganz appunto, ma anche qualche cosa dal centro sinistra, ribadendo il fatto che oggi la priorità è scalzare Bibi dalla sua poltrona.

Quando i cannoni parlano le muse (l’ideologia) tacciono.

Il condizionale è d’uopo: “dovrebbe”, poiché Netanyahu intuisce il pericolo e prepara provvedimenti.

Uno dei suoi seguaci ha già preparato una proposta di legge per impedire a politici che hanno contratto dei debiti con i loro precedenti partiti, di presentarsi a nuove elezioni.

E chi rientra in questa categoria? Bravi: Bennet.

a corte suprema dovrebbe, per l’ennesima volta, salvare la faccia, e non solo, alla fragile democrazia israeliana, e dichiarare anche questa legge incostituzionale (nonostante non esista Costituzione…).

Ma chi ci assicura, come molti pensano, che questo governo non stia già preparando una proposta di legge per permettergli di spostare a suo piacimento la data delle elezioni (previste nel novembre 2026)?

Prossimamente su questi schermi…

Un ragazzo coraggioso

Alessandra Tarquini

Martedì 15 aprile, alle 18:00, all’Università Sapienza di Roma, Hamza Howidy, uno dei fondatori di “Bidna Naish, Vogliamo vivere”, il movimento palestinese anti-Hamas, nato nel 2019, ha raccontato la sua esperienza.

È stato un incontro emozionante.

Hamza ha ventotto anni, è nato a Gaza city, è un commercialista e dal 2023 vive in esilio in Germania. Da giovanissimo ha assistito alla guerra civile fra Fatah e Hamas, con palestinesi che uccidono palestinesi.

A chi gli ha domandato perché avesse iniziato questo percorso, che lo ha portato in carcere due volte, ha risposto che in una società controllata dall’estremismo religioso di Hamas ha sentito l’esigenza di una vera e propria de-radicalizzazione.

Da ragazzo poco interessato alla politica, indottrinato dalla propaganda di Hamas, ha iniziato a considerare gli israeliani come persone, a desiderare una Palestina diversa, con una nuova classe dirigente. Hamas non è un movimento di resistenza, è un gruppo terroristico islamista che impone il proprio potere con la forza, ha affermato più volte. Ma come uscire dalla guerra, gli hanno chiesto alcuni studenti. Non bisogna considerare questo conflitto in modo ideologico e le voci moderate dovrebbero avere la possibilità di esprimersi, ha risposto. E Gaza? Quale futuro possiamo immaginare? Hamza ha dichiarato che né il piano di trasferimento forzato dei palestinesi, né l’occupazione israeliana possono rappresentare una soluzione.

Questo ragazzo palestinese esile e gentile ha parlato per un’ora e quaranta minuti lentamente, senza fermarsi mai. Ha risposto alle domande con moderazione ma anche con voce chiara e ferma.  Non ha nascosto il dramma che ha vissuto e ha confessato la sua delusione di fronte al silenzio europeo sulle proteste anti-Hamas. Alla fine, Hamza ha dichiarato che continuerà a raccontare al mondo la sua esperienza, come ha fatto in questa settimana romana. Dopo l’incontro alla Sapienza, è stato ascoltato dalla Commissione Esteri del Senato, dove ha preso parte al convegno Voci da Gaza, è stato intervistato su internet, in televisione, dai giornali. Per una Palestina libera e democratica, abbiamo bisogno del coraggio di Hamza.

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Una mostra  sul Mufti di Gerusalemme
al Museo Ebraico di Bologna

Fernando Liuzzi

Amin al-Husseini, chi era costui? Storici di professione a parte, anche chi, per un suo interesse di natura politica o culturale, si è trovato a leggere qualcosa sulla storia del Medio Oriente nella prima metà del secolo scorso, sa la risposta: era il Gran Muftì di Gerusalemme.

Ma non crediamo di esagerare se ipotizziamo che, almeno in Italia, la sua non sia una figura notissima. Soprattutto, crediamo che non sia particolarmente nota fra molti di quelli che sono persuasi di avere le idee abbastanza chiare sulle origini del conflitto arabo-ebraico su Gerusalemme e dintorni.

E sì che, un tempo, proprio nel nostro Paese Amin al-Husseini si conquistò una certa notorietà.

Ad esempio, nel 1940, l’allora ministro degli Esteri dell’Italia fascista, Galeazzo Ciano, si vantò dell’appoggio offerto dal Regime al Mufti per la sua lotta contro gli inglesi. Mentre nel 1941, quando al-Husseini arrivò a Roma, reduce dalla fallita rivolta antibritannica e filonazista in Iraq, Mussolini lo accolse con tutti gli onori e gli offrì ospitalità nella Città Eterna.

È dunque ampiamente meritoria, non foss’altro sotto il profilo divulgativo, un’iniziativa come la mostra dedicata proprio alla figura del Gran Muftì – curata dagli storici Francesca Sofia e Claudio Vercelli – che è stata ospitata dal Museo ebraico di Bologna a partire dal 27 gennaio di quest’anno. Titolo: “Oltre i confini del Reich”. Sottotitolo: “L’ombra del nazismo e i fantasmi dell’antisemitismo nel Medio Oriente”.

Stiamo parlando di una mostra fatta di pannelli che esibiscono ingrandimenti di foto d’epoca, ricche d’atmosfera, ma anche capaci di portare sotto i nostri occhi immagini dimenticate o quasi sconosciute, come quella dell’incontro fra il Muftì e Hitler, avvenuto a Berlino alla fine del 1941. Fotografie corredate, peraltro, da ampie didascalie, attraverso le quali si snoda una vera e propria lezione di storia.

Amin al-Husseini, nato nella Gerusalemme ottomana nel 1895 (o, secondo altre versioni, nel 1897), apparteneva a una delle più importanti famiglie del notabilato arabo locale. Studiò infatti, oltre che nella stessa Gerusalemme, al Cairo e a Istanbul, anche se senza conseguire particolari successi accademici.

Il suo esordio pubblico risale al 1920, quando fu uno degli oratori che, in occasione della festa gerosolimitana di Nabi Musa (il profeta Mosè), arringarono la folla di fedeli mussulmani. I quali, poi, diedero l’assalto all’antico quartiere ebraico, lasciando sul terreno cinque morti e decine di feriti.

Ciò nonostante, l’anno dopo, quando al Regno Unito era stato ormai assegnato dalla Società delle Nazioni il cosiddetto Mandato sulla Palestina, le autorità mandatarie (ovvero britanniche) si impegnarono per far nominare Amin al-Husseini Muftì di Gerusalemme. Confidando, forse, che questo incarico, di carattere giuridico-religioso, non avrebbe assunto una valenza politica.

In realtà, come ha ricordato Luca Alessandrini, in una conferenza tenuta al museo bolognese l’11 marzo scorso, Amin al-Husseini, fu allievo di Rashid Rida, nonché aderente fin dall’inizio al movimento dei Fratelli Mussulmani, nato in Egitto nel 1928. Il Muftì elaborò quindi un orientamento più incline al panislamismo che non al panarabismo. Un panislamismo antigiudaico, volto a preservare la città santa di Gerusalemme dalle mire dell’incipiente movimento sionista, nonché antibritannico, nella misura in cui vedeva negli inglesi i protettori dell’immigrazione ebraica, secondo quanto già previsto dalla cosiddetta Dichiarazione Balfour.

Nel 1936, Amin al-Husseini, divenuto nel frattempo Gran Muftì, capeggiò la rivolta antibritannica, il cui scopo era quello di bloccare l’immigrazione sionista. Nel 1937, dovette quindi fuggire, prima in Libano e poi in Iraq. Nel 1939, però, la potenza mandataria annunciò, col suo famoso Libro Bianco, una nuova politica basata su una forte limitazione dell’immigrazione ebraica e su nette limitazioni alla possibilità degli immigrati di acquistare terre da proprietari arabi.

Insomma, era come se il Gran Muftì avesse vinto. Ma ecco che, nel 1941, benedice il colpo di Stato antibritannico promosso, in Iraq, dagli ufficiali del cosiddetto Quadrato d’Oro e capeggiato da Rashid Ali al-Kaylani (o Gilani).

In pochi mesi, i britannici riprendono possesso dell’Iraq. Gli italiani forniscono al Gran Muftì documenti falsi, intestati a tal Giuseppe Rossi, grazie ai quali riesce a partire dall’Iran alla volta dell’Italia.

Dopo essere stato ricevuto da Mussolini, Amin al-Husseini va a trovare Hitler a Berlino. Ed è in questi mesi che nasce la grande idea. In Iugoslavia, la guerra mondiale si è venuta trasformando in guerra civile. I Serbi si schierano con gli Alleati, i Croati con l’Asse nazi-fascista. E in Bosnia anche i bosgnacchi mussulmani sono avversi ai Serbi. Ecco l’idea: organizzare dei reparti di Waffen SS, ovvero di SS “combattenti”, formati da giovani bosgnacchi mussulmani.

L’idea viene realizzata. Quando non sono in combattimento, le SS bosniache avranno come copricapo un fez, secondo l’uso turco. Potranno pregare varie volte al giorno. E avranno cibo contemplato dalle regole alimentari islamiche.

Il fatto è che, ormai, il pensiero di al-Husseini si è fatto sempre più vicino al nazifascismo, mentre, come ha affermato ancora Alessandrini, nell’occasione sopra ricordata, il suo antigiudaismo diventa antisemitismo a tutto tondo. La sua ostilità verso i sionisti diventa un tutt’uno con l’ostilità verso i bolscevichi. E così ben due divisioni di Waffen SS, costituite da fedeli mussulmani, vengono addestrate, organizzate e mandate al fronte dai nazisti. Pronte a combattere contro i partigiani titini.

Sinistra per Israele e l’Anpi alla Casa della Memoria

Fernando Liuzzi

La Casa della Memoria e della Storia è una piccola struttura, molto frequentata dalla sinistra romana. O almeno, molto frequentata da quella parte del mondo democratico romano che sa quanto sia importante acquisire la consapevolezza di quali siano le radici che il presente affonda nel passato. E ciò non solo per dilettarsi di studi e ricordi, ma proprio per riuscire a inserire il presente in una prospettiva temporale fatta di passato e futuro, e quindi per poter meglio comprendere lo stesso presente.

E’ qui, in una silenziosa stradina di Trastevere posta alle pendici del Gianicolo, che l’11 aprile scorso si è svolta un’iniziativa di respiro nazionale. Titolo: “Gli Ebrei italiani dall’Antifascismo alla Costituzione repubblicana”. Organizzatori: Anpi, Aned e Fondazione Gramsci.

A fare gli onori di casa, Marina Pierlorenzi, ovvero l’ex sindacalista Cgil che, da qualche tempo, ha assunto la funzione di Presidente dell’Anpi di Roma. E già dal suo intervento introduttivo, come poi da quello di Pagliarulo, si è capito che l’incontro era stato concepito non solo come occasione utile per arricchire le conoscenze dei partecipanti rispetto a una fase tanto drammatica, quanto cruciale, della storia del nostro Paese. Ma anche, se non principalmente, allo scopo di sperimentare, in vicinanza dell’80° anniversario del 25 Aprile, un percorso che potesse e possa riavvicinare al piccolo mondo ebraico italiano quella parte della sinistra che si è mostrata più sensibile al lato palestinese delle tragiche vicende in corso in Medio Oriente. E ha quindi finito talvolta per proiettare la sua intransigente opposizione all’operato dell’attuale Governo di Israele, sulle origini e sulla natura stesse dello Stato ebraico, a partire dal movimento sionista.

Alle parole di Marina Pierlorenzi, hanno fatto seguito quelle di due storici – Anna Foa, da remoto, e, in presenza, Aldo Pavia, Vicepresidente dell’Aned (Associazione nazionale ex Deportati nei campi nazisti). Parole che si sono intrecciate con quelle di due dirigenti politici: Emanuele Fiano, Presidente nazionale di Sinistra per Israele – Due Popoli, Due Stati, e Gianfranco Pagliarulo, Presidente nazionale dell’Anpi. (Assente per un impedimento improvviso, Franco Giasi, Direttore della Fondazione Gramsci.)

Nella Biblioteca della Casa della Memoria e della Storia sono così risuonati i nomi di partigiani ebrei attivi in Piemonte, come quelli dei fratelli Cavaglion e di Emanuele Artom, evocati da Aldo Pavia, o di dirigenti antifascisti che, fra il ’43 e il ’44, trovarono la morte nella Roma occupata dai nazisti, come quelli di Leone Ginzburg e di Eugenio Colorni, quest’ultimo ricordato da Anna Foa. O ancora di partigiani combattenti come Pino Levi Cavaglione, che nel dicembre del ’43 guidò un gruppo di partigiani attivi sui Castelli romani nel celebre attacco al ponte ferroviario detto delle Sette Luci. O come Franco Cesana, ricordato da Pagliarulo, noto per essere il più giovane fra i caduti della Resistenza. Nato nel 1931, fu infatti ucciso nel ’44, quando aveva appena 13 anni. Per non parlare di martiri della lotta antifascista come i fratelli Rosselli, trucidati in Francia dai sicari di Mussolini, o di sopravvissuti a carcere e deportazioni, come Primo Levi e Vittorio Foa.

Ma tra i tanti nomi ricordati, oltre a quello di Ursula Hirschmann, la donna che portò fuori da Ventotene il manoscritto del famoso Manifesto, c’è stato, ovviamente, anche quello di Umberto Terracini, ricordato da Emanuele Fiano, ovvero quello dell’uomo che, con la sua stessa vita, rappresenta meglio di chiunque altro l’apporto ebraico non solo all’antifascismo e alla Resistenza, ma alla traduzione dei valori portati avanti da chi si oppose a fascismo e nazismo nel testo stesso della Costituzione. Essendo stato, infatti, il Presidente dell’Assemblea che concepì, scrisse e varò la Carta costituzionale.

Nel corso della mattinata, è stato anche evocato il nome del Cdec, ovvero quello del Centro di documentazione ebraica contemporanea. Una struttura meritoria con cui sarà inevitabile confrontarsi per chi intenda portare avanti il lavoro avviato con l’incontro romano. Incontro che, secondo le parole conclusive della stessa Pierlorenzi, è stato importante “perché segna un inizio”. E qui ci permettiamo di aggiungere: un nuovo inizio.

Due incontri per rafforzare il dialogo e il confronto

Ludovica De Benedetti e Anna Segre

Fra marzo e aprile, la sezione di Sinistra per Israele di Torino e Piemonte ha promosso due importanti momenti di confronto, diversi nei contesti ma accomunati dallo spirito di dialogo e dall’impegno per una sinistra che sappia affrontare con equilibrio e coraggio i temi legati a Israele e all’antisemitismo.

Il primo incontro si è tenuto il 20 marzo presso il Centro Sociale della Comunità Ebraica di Torino e ha rappresentato un’occasione preziosa per far conoscere Sinistra per Israele ad una Comunità storica e profondamente radicata nel territorio e per rinsaldare i legami tra sinistra e mondo ebraico messi a dura prova dal forte aumento degli episodi di antisemitismo e da posizioni spesso poco chiare o molto sbilanciate riguardo al conflitto in corso in Medio Oriente.

La sinistra è sempre stata una componente forte e attiva dell’ebraismo torinese, ma dopo il 7 ottobre, a Torino come altrove, si è registrato da parte di molti un forte disagio, che forse ha determinato alcune assenze all’incontro del 20 marzo, tuttavia molto partecipato e intenso. Alcuni ebrei torinesi vorrebbero una Comunità che prendesse maggiormente le distanze dall’attuale governo israeliano.

Durante l’incontro, comunque, non sono state avanzate critiche alla linea di Sinistra per Israele, e in seguito abbiamo ricevuto riscontri molto incoraggianti, tra cui alcune persone che hanno manifestato la volontà di iscriversi; in particolare è stata apprezzata la puntuale analisi di Piero Fassino sull’attuale situazione mediorientale e sulle possibili strade per una cessazione del conflitto.

Si è discusso inoltre dei progetti a Torino e in Piemonte per i prossimi mesi e delle azioni da intraprendere, con una particolare attenzione al tema dei boicottaggi nell’ambito delle università.

 

Il secondo incontro si è svolto il 7 aprile con la segreteria regionale del Partito Democratico. È stato un confronto franco e articolato, in cui non sono mancate critiche, verso la mancanza di una posizione chiara del PD su temi delicati. In particolare, è emerso il problema del silenzio rispetto a manifestazioni estremiste, o ad alcuni episodi di boicottaggio nell’Università di Torino, oppure di fronte a manifestazioni di ostilità verso l’esistenza stessa dello Stato di Israele o verso gli ebrei; è anche stata denunciata una generale tendenza all’autocensura quando si tratta di condannare le violenze del 7 ottobre. In particolare tali fenomeni di ostilità e ambiguità sono stati rilevati nell’ambito della componente giovanile del partito. In vista del 25 aprile è stata inoltre auspicata una Festa della Liberazione serena, in cui non trovino alcuna sponda gli inaccettabili accostamenti tra la violenza di Hamas e la nostra Resistenza.

Abbiamo ascoltato posizioni diverse all’interno della stessa segreteria, ma tutte consapevoli della necessità di uscire dall’ambiguità. Interessante (e forse non scontato) notare che da parte di chi ha lavorato per decenni concretamente a favore dei palestinesi esiste una maggiore consapevolezza della necessità di chiare prese di distanza da Hamas.

Durante l’incontro è stata avanzata la proposta di un’iniziativa pubblica che riaffermi con chiarezza alcuni principi fondamentali:

  • Distinguere tra lo Stato di Israele e il suo governo attuale;
  • Difendere il diritto all’esistenza di Israele e il sostegno alle sue opposizioni democratiche;
  • Condannare Hamas – organizzazione terroristica – e ogni forma di antisemitismo e fanatismo.

Mimmo Rossi, segretario regionale, ha espresso l’impegno a promuovere un dibattito interno su questi temi, aprendo nuovi spazi di confronto, sia a livello regionale sia nazionale.

È un primo passo importante per ricostruire una sinistra capace di prendere parola in modo chiaro, senza cedimenti né semplificazioni. In questa direzione, la sezione di Torino e del Piemonte è già al lavoro per promuovere nuovi momenti di confronto con altre forze politiche.

Saul Meghnagi

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di Sinistra per Israele.

Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.

Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

 

 

Klaus Dodds, nel suo ultimo libro, (Guerre di confine, Einaudi, Torino 2024, ed orig. 2021), indica “tre tipi di conflitti di confine de-stinati a diventare predominanti in futuro: quelli relativi ai confini che si spostano a causa del paesaggio (spesso esacerbati dai cambiamenti climatici); quelli ri-guardanti le regioni di confine in situazioni di perdurante impasse; quelli legati ai sofisticati confini in continua evoluzione resi possibili dall’innovazione tecnologica” (p. XXVIII).

La seconda tipologia di conflitto appare rilevante ai fini di un’analisi che si propone, in merito al conflitto israeliano palestinese, di partire dall’opzione politica sintetizzata nella formula di “due popoli, due Stati”.

Sviluppando la riflessione sulle “situazioni di rilevante impasse”, Dodds prefigura, infatti, guerre “fondate su una politica dell’identità” (p. 301), legate alle terre di confine vissute come “una ‘ferita aperta’” (p.302) cui si legano sentimenti di appartenenza, di riconoscimento, di continuità individuale e collettiva.

 

Come osserva Loredana Sciolla, acuta studiosa delle tematiche identitarie, i confini non sono solo un luogo geografico ma hanno “un carattere di sacralità …” (L. Sciolla, L’identità a più dimensioni, Ediesse Roma 2010, pp.157).

Tale nozione del sacro, in rap-porto con l’identità, ha un rilievo che – al di là delle sofferenze, delle atrocità, del risentimento, se non dell’odio, reciproco – accomuna, nei sentimenti più profondi, le due entità che oggi si combattono direttamente nel Medio Oriente, israeliani e palestinesi.

E appare una nozione ineludibile – superata, ci si augura presto, la complessa e dolorosa situazione di Gaza – se si vuole pensare seriamente al futuro e alla difficile ricerca di una convivenza possibile civile e democratica tra i due popoli, oggi in guerra, ma domani, auspicabilmente, in due Stati vicini.

Il sacro non riguarda la sola dimensione religiosa. Al contrario, è un sentimento radicato nell’esperienza della collettività e della socialità. Solo l’esaspera-zione del riferimento alla fede come unico ambito di lettura della realtà può indurre a uno sprezzante ri-fiuto dell’altro. In relazione al tema in esame, il conflitto tra israeliani e palestinesi, è fondamentale combattere l’uso politico della religione o della storia per sostenere ragioni e diritti, mentre è doveroso te-nere conto, nella dialettica tra posizioni, dello stretto intreccio tra storie e riferimenti religiosi.

In ogni cultura umana, un ambito delle cose o delle idee sacre si costituisce, scrive F. Dei, “in relazione alle forme del vivere associato; la sacralità, nutrita da miti e da riti, non si esprime in termini esplicitamente religiosi: se ne presentano piuttosto forme secolarizzate e frammentate. Non viene però meno l’esigenza di fondare la vita civile attorno a nuclei di valori, ideali e rappresentazioni culturali condivise, che si rendono concrete e visibili in racconti storici, luoghi o oggetti della memoria, pratiche sociali collettive come celebrazioni e commemorazioni”

(Cfr. Sacro, in “Le parole della democrazia”, https://www.ucei.it/studi-ricerche/).

Nelle analisi sugli eventi più recenti – dal 7 ottobre 2023 alla guerra tuttora in corso – bisogna affiancare all’esame delle dinamiche politiche nazionali e inter-nazionali, le costruzioni identitarie nella loro evoluzione: non limitare l’esame solo a quelle religiose – spesso usate come strumento di costruzione di con-sensi e di culture della violenza, se non del martirio – ma anche alle narrazioni su cui si fondano la ragioni espresse dai contendenti, le loro costruzioni identitarie, le loro fonti di valori, le letture del passato. In tale ambito, sono chiare le responsabilità dei Paesi, spesso lontani, come quelli europei, la cui politica coloniale e, per alcuni di essi, le cui scelte razziste e antisemite sono alla radice della situazione in essere.

 

Simone Santucci

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