dalla Newsletter n°13 – Giugno 2025
Note dal convegno promosso dalla vicepresidente del Senato Anna Rossomando e dal Laboratorio Rabin
Roma 29 aprile 2025
Simone Oggionni
Enzo Sereni è una figura che interroga ancora oggi, ben oltre gli appuntamenti commemorativi. La sua biografia e il suo pensiero restituiscono una traiettoria intellettuale e politica che si colloca pienamente in quella che in molti, da Ernst Nolte a Ian Kershaw, hanno definito la «guerra civile europea» tra le due guerre mondiali.
Il cuore della sua riflessione, e della sua attualità, si radica innanzitutto nella lotta antifascista. Scrivendo nel 1941 sul Giornale d’Oriente, Sereni delinea una prospettiva radicale: battere il fascismo non basta, occorre disarticolarne l’egemonia culturale e ricostruire l’Italia dalle fondamenta.
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Il suo pensiero si situa nel solco di una lettura del fascismo come regime in grado di coinvolgere le masse in un progetto politico, simbolico, emozionale. Sereni individua la risposta in una nuova pedagogia democratica, un’educazione alla libertà e alla responsabilità, che consenta di restituire protagonismo alle masse. Un protagonismo che il fascismo ha negato e che l’apatia dei liberali non ha saputo garantire.
Da qui l’endiadi centrale nel pensiero sereniano: democrazia e socialismo. Un’idea socialista che non rinuncia alla libertà e una democrazia che non si accontenta della forma senza contenuto sociale. Non è un orizzonte astratto, ma una scelta esistenziale che Sereni pratica fino alle estreme conseguenze: si paracaduta nell’Italia occupata nel 1943 per unirsi alla Resistenza ma viene catturato e poi ucciso, a Dachau, nel novembre 1944.
Sereni è dunque l’intellettuale militante che capisce il suo tempo, progetta un’alternativa e, rifiutando la torre d’avorio, sceglie la lotta.
L’attualità di Sereni non si esaurisce però nel suo antifascismo. Il suo sguardo è straordinariamente ampio. Cerca soluzioni ai problemi del suo tempo anche fuori dall’Italia e innanzitutto nella Palestina mandataria, nella Terra di Israele, in una Terra promessa da fare fiorire con le idee rivoluzionarie del sionismo moderno di Theodor Herzl — in un dialogo esplicito tra il Risorgimento italiano come rivoluzione mancata e la prospettiva in Palestina come occasione da non mancare — e del sionismo socialista in particolare.

Lo strumento principe è il progetto del kibbutz Ghivat Brenner, che Sereni àncora a una visione del mondo che è parte essenziale della sua ricerca proiettata al futuro.
Ghivat Brenner non è infatti solo un insediamento agricolo, ma il sogno e la pratica di una società nuova fondata su eguaglianza, lavoro collettivo, laicità, giustizia sociale. Un esperimento concreto di una società fondata sul principio del lavoro come chiave del riscatto e del progetto di rinnovamento della stessa identità ebraica. Guardando alla biografia di Sereni e ai suoi legami familiari, potremmo dire che è una risposta diversa ma per certi versi complementare al comunismo del fratello Emilio, che trova nella lotta antifascista in Italia e nel PCI un altro modo di pensare e praticare valori comuni.
Per Enzo, la strada è il sionismo, non come semplice progetto nazionale ma come strumento di emancipazione umana e collettiva, in quanto tale universalista. Un sionismo che non si afferma nella conquista del territorio a scapito di altri, in un’idea etno-centrica ed esclusivistica ma nella proposta radicale della convivenza.
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Nei primi anni Trenta definisce il suo kibbutz come «grande e aperto, come luogo di rivoluzione permanente». È un’immagine molto bella. Indica la radicalità di un sistema immaginato senza dogmatismi e determinismi (in una dialettica permanente sia con i partiti politici della sinistra ebraica, sia con gli organismi di direzione del movimento kibbutzistico, sia con la stessa Agenzia ebraica) ma costantemente teso alla possibilità di un rinnovamento.
Come detto, il cardine di questo luogo di rivoluzione permanente è il lavoro. In un articolo del novembre 1927 Sereni lo scrive esplicitamente: «il sionismo non può rinunciare al principio del lavoro come base della ricostruzione». È il lavoro a forgiare una nuova identità ebraica: non più diasporica, ma radicata nella terra, nella cooperazione produttiva, nella costruzione collettiva. È il lavoro che rende possibile un’alleanza fra Yishuv e popolazione operaia araba (innanzitutto il proletariato agricolo) nella direzione di una nazione mazzinianamente immaginata come un popolo di «liberi liberamente cooperanti», di liberi produttori associati.
È questo l’ultimo spunto di attualità. Due notizie, infine, per un dibattito politico (a volere essere generosi) spesso distratto: non esiste soltanto il sionismo di Netanyahu. Ed è possibile immaginare un futuro di convivenza e di cooperazione.
In Towards a new orientation in zionist policy, nel 1936, scrive: «la Palestina non può configurarsi politicamente se non come un regime misto arabo-ebraico». In mesi, settimane, giorni così drammatici, è un auspicio per la politica di Israele e dell’intera regione, dove il futuro o è di convivenza, cooperazione e riconoscimento reciproco o non è.

