dalla Newsletter n°13 – Giugno 2025
Emanuele Fiano
Immagino che molti pensino che ogni commento sulla nuova, drammatica fase della guerra in atto dal 7 ottobre 2023 dovrebbe cominciare dal racconto dei missili che piovono sulle abitazioni e sugli ospedali in Israele, dei bombardamenti dell’esercito israeliano in Iran, delle relative vittime civili, e sicuramente anche dal continuo stillicidio di vite umane a Gaza.
Non comincerò da questo. Preferisco prima parlare di speranza.
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“Non siamo impotenti. Di fronte alla tragedia di questa guerra, alziamo insieme la voce, per dire basta.” Qualche migliaio di cittadini israeliani, ebrei e arabi, ha marciato da Tel Aviv fino al confine con la Striscia, ormai qualche settimana fa. Un’ottantina di chilometri a sud, portando sulle spalle sacchi di generi alimentari.
Era un gesto dichiaratamente simbolico: sapevano che le autorità israeliane non avrebbero consentito agli aiuti di oltrepassare il valico di Eretz.
Eppure, Standing Together e una miriade di altri gruppi si sono messi in cammino lo stesso. Non per raggiungere una meta fisica, ma per incarnare un movimento che da tempo attraversa la società israeliana, molto più plurale e complessa di come spesso venga rappresentata.
La cronaca che Avvenire ha dedicato a quella marcia regala l’immagine più radiosa in cui specchiarsi quando, come noi, si desidera con forza una pace giusta fra israeliani e palestinesi: due diritti, due popoli, due Stati.
I volti sorridenti di quelle immagini diventano così un balsamo in questo periodo tremendo, infinitamente meno devastante per noi di quanto lo sia per i civili di Gaza oggi, e per gli abitanti del sud d’Israele quasi venti mesi fa. E oggi per tutta Israele – e immagino anche per la popolazione civile iraniana.
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In quelle stesse ore arrivavano anche parole nuove dal presidente palestinese Mahmoud Abbas, che chiedeva ad Hamas di consegnare le armi alle forze di sicurezza palestinesi, l’invio di truppe internazionali sotto mandato ONU a protezione dei civili e il definitivo ritiro di Hamas dal governo di Gaza. Sollecitava inoltre il rilascio immediato di tutti gli ostaggi.
Dichiarazioni che esprimevano la sua volontà di indicare una via d’uscita alla spirale infinita di azione e reazione: da un lato, uno Stato che, nonostante la potenza militare, non può dirsi mai realmente al sicuro, circondato com’è sempre stato da nemici che lo vogliono distruggere; dall’altro, un popolo senza Stato, stretto in Cisgiordania sotto un’occupazione che avanza, vessato dalla violenza dei coloni, travolto a Gaza da una devastazione inimmaginabile.
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Sulla scena italiana, Sinistra per Israele – Due popoli, due Stati con una lettera ai segretari dei partiti che organizzavano la manifestazione del 7 giugno chiedeva di affiancare al cessate il fuoco immediato per Gaza altre esigenze imprescindibili e fondamentali: liberazione degli ostaggi, condanna di Hamas, lotta continua all’antisemitismo, sostegno alle opposizioni democratiche in Israele e a Gaza, no al congelamento dell’accordo UE-Israele.
Azione, Italia Viva e +Europa avevano fatto propria integralmente quella piattaforma, ma gli organizzatori romani l’hanno respinta. Così le piazze sono diventate due.
A Milano abbiamo aderito; a Roma no, pur riconoscendo alcuni passi avanti (nella piattaforma si parlava di ostaggi e di Hamas) e constatando limiti e omissioni: dall’assenza della parola “antisemitismo” alla leggerezza con cui alcuni dei partiti organizzatori utilizzavano – e utilizzano – il termine «genocidio», in spregio persino all’ultimo intervento del patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pizzaballa, che lo rifiuta.
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Poi, in questi giorni, la nuova fase della guerra: lo scontro violentissimo tra Israele e Iran.
Vorrei far notare due aspetti sottovalutati. In Israele il consenso su questa azione del governo Netanyahu è larghissimo, e arriva fino al segretario dei Democratici Yair Golan.
In Iran, l’azione dei servizi segreti israeliani – che hanno meticolosamente preparato l’attacco e l’eliminazione fisica delle prime fila della catena di comando del regime – ha evidentemente potuto usufruire di un vasto e ramificato appoggio locale, immagine di un paese sottoposto ad un regime sanguinario ma nel quale, sotterraneamente, resiste un’opposizione disposta a collaborare con chiunque pur di far cadere il regime degli Ayatollah.
Perché in Israele il consenso sull’attacco all’Iran è quasi unanime?
Ma perché da quarant’anni l’Iran fornisce finanziamenti e aiuti ai peggiori nemici di Israele: i gruppi terroristici di Hamas, Hezbollah, Jihad Islamica, Houthi, Kata’ib Hezbollah, Asa’ib Ahl al-Haq, Kata’ib Sayyid al-Shuhada in Iraq, e altri ancora più lontani in Pakistan e Afghanistan.
Ma come si fa a non considerare che solo Hamas e Hezbollah, dal 2006 a oggi, hanno lanciato su Israele – in zone prettamente residenziali – circa 30.000 missili o razzi? Chi c’era dietro quelle armi di morte, se non l’Iran?
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Certo, come recita la nostra Costituzione, noi ripudiamo la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Certo anche che rigettiamo le politiche del governo Netanyahu: l’assenza totale di un’idea di pace e di convivenza con i palestinesi, la commissione di crimini di guerra a Gaza, le violenze dei coloni e altro.
Ma non tutta la dinamica mediorientale può essere scrutata solo professando un’unica visione manichea, che vede in Israele il male assoluto e in tutte le altre parti solo indifese vittime.
L’Iran stava per costruire testate nucleari? Non siamo noi a potere dare risposte.
Certo è che aveva arricchito l’uranio in suo possesso infinitamente più del necessario per scopi civili.
Netanyahu ha sfruttato questo dubbio anche per prolungare il suo potere, rinviare il suo processo e sterilizzare la possibilità di un voto di sfiducia? È molto possibile.
Ma questo non toglie che la storia delle azioni dell’Iran volte alla distruzione di Israele vada raccontata per bene.
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Siamo anche noi, ovviamente, per una de-escalation e per una trattativa con l’Iran che impedisca la sua crescita nucleare militare.
Ma non ci piegheremo mai a un falso racconto della realtà.
Restare tra “incudine e martello” è la condizione di chi non accetta scorciatoie ideologiche.
Il compito di Sinistra per Israele è proprio questo: correggere, suggerire, intervenire affinché il centrosinistra italiano tenga sempre insieme le due gambe della pace: sicurezza per Israele, Stato per la Palestina – e sostenga chi, in Medio Oriente, lavora perché ciò avvenga.
Pensiamo a quelle migliaia di israeliani che hanno «camminato verso Gaza» per dire ai gazawi: non siete soli. Pensiamo a quei coraggiosi palestinesi di Gaza che hanno manifestato contro Hamas: la corrente si può risalire.
La guerra può fermarsi. L’odio può finire.
Ci vorrà fatica – forse fino alla prossima generazione e oltre – ma non esiste alternativa, se davvero crediamo in due popoli liberi, in due Stati sicuri in un Medio Oriente di sviluppo e di crescita.
Raccontare la verità. Fermare la guerra. Costruire la pace.
Noi crediamo in questo.


