dalla Newsletter n°15 – Agosto 2025
Intervista al Cardinale Matteo Zuppi
Arcivescovo di Bologna, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Gentile Cardinale, lo scorso 23 luglio, insieme al presidente della Comunità Ebraica di Bologna Daniele De Paz, lei ha firmato un’importante lettera-appello intitolato “Fermi tutti” per chiedere la fine della guerra a Gaza: ci vuole spiegare il perchè di quest’iniziativa?
Perché la violenza che sta attraversando la Terra Santa in maniera mai così continuativa non ha nessuno sbocco politico indicato.
Se serve cercare di finire con la violenza si cerca, dopo quasi due anni di intervento, una soluzione politica. Quando si vincono le guerre? Questa è una guerra? Qual è la vittoria? Non possiamo mai perdere l’umanità! Il terrorismo si sconfigge con una guerra classica? Qual è il prezzo?
La situazione spinge spesso le religioni a dividersi o a restare silenti e quindi facilmente a venire usate, come spesso avveniva in passato. Siamo eredi di anni di dialogo e di dichiarazioni, che, pur con sensibilità chiaramente diverse, debbono portare ad una posizione comune e a itinerari di pacificazione. Per questo la dichiarazione “Fermi tutti”, rivolta agli attori, pensava anzitutto a salvare la vita di innocenti. “Rinnoviamo il nostro impegno per la pace, che non è solo assenza di guerra, ma costruzione attiva di giustizia, riconciliazione e rispetto reciproco. Che i nostri gesti e le nostre parole siano semi di speranza in un terreno tanto provato dal dolore. Ognuno di noi, nel proprio ambito, può e deve fare la propria parte. Invitiamo tutti a pregare e a lavorare affinché la speranza possa prevalere sull’odio, e affinché un futuro di pace e di giustizia possa finalmente giungere per il popolo israeliano e per il popolo palestinese”.
È un sogno o l’unico futuro possibile? Non dobbiamo imparare a capire e conoscere il dolore dell’altro e soprattutto fermarci di fronte a questo?
Dopo il 7 Ottobre, lei affermò che Hamas era il peggior nemico del popolo palestinese, una dichiarazione lucida e importante. Crede che tra i cattolici ci sia una consapevolezza diffusa che, oltre alla condanna della guerra di Gaza e delle scelte del governo Netanyahu, si debba affiancare una condanna almeno altrettanto forte di chi dall’altra parte non vuole la pace e sostiene l’obiettivo della distruzione dello Stato di Israele?
Quando si combatte le posizioni si estremizzano ulteriormente e non si trovano vie di uscita. Credo che la condanna della violenza di Hamas è stata senza incertezze da parte della Chiesa cattolica. E soprattutto che andava condannato senza incertezze ogni forma di antisemitismo. Nella dichiarazione che è uscita il 29 agosto a firma dell’UCEI, dell’UCOII e della COREIS, oltre che mia, abbiamo insistito sulla necessità di combattere il germe dell’odio. E questo si nutre spesso del linguaggio, della polarizzazione che “induce a schierarsi l’uno contro l’altro, ma mai a favore del Bene, fomentando alternativamente antisemitismo e islamofobia o rianimando le inveterate avversioni al cristianesimo cattolico e alle religioni in generale, anziché collaborare insieme per una vera Pace”.
L’odio e la violenza non hanno e non devono avere mai alcuna legittimità. Non possiamo accettare che il 7 ottobre significhi credere che tutti gli abitanti di Gaza ne siano gli autori o comunque complici, così come è sbagliato credere che tutti i cittadini di Israele siano responsabili di quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Fermatevi tutti deve servire non solo alla liberazione degli ostaggi, ma ad interrompere questa tragica e geometrica pressione militare perché solo così si possono verificare le condizioni per un reale disarmo da parte di tutti.
L’antisemitismo è sempre più in crescita, i segnali preoccupanti si moltiplicano. La guerra sembra aver “slatentizzato” antichi demoni mai del tutto sopiti. Tornano in campo stereotipi, luoghi comuni e rappresentazioni tipiche del vecchio antigiudaismo: si torna a parlare di un Dio del “Vecchio” Testamento dal volto duro e vendicativo, contrapposto al Dio del Nuovo Testamento e alcuni noti teologi fanno affermazioni che sconcertano molti. In che modo la Chiesa si sta attrezzando a contrastare queste spinte, che vanno di fatto contro il cammino iniziato dal Concilio vaticano II con la Dichiarazione Nostra Aetate?
L’antisemitismo purtroppo resta una velenosa pianta che non va mai sottostimata anche perché, se vogliamo incredibilmente, riappare. Non dobbiamo però compiere l’errore di credere che la discussione, la diversità di opinioni, ad esempio, sulle scelte del governo di Israele siano anche lontanamente sospettate di antisemitismo. Assolutamente no, certamente da parte della Chiesa. Ed è un errore pensarlo, perché non fa combattere il vero antisemitismo che purtroppo, dalla polarizzazione, trae solo motivi di crescita che devono preoccuparci e vedere la nostra amicizia e fraternità crescere, non diminuire. L’anniversario della Nostra Aetate deve permettere la consapevolezza del cammino percorso ma anche della necessità di continuare a rafforzare i legami di amicizia e di consapevole collaborazione. Il nostro legame con i fratelli ebrei è sostanziale e, nonostante alcune difficoltà, sono sicuro che è tale da uscirne rinsaldato.
Tra le posizioni di una larga parte degli evangelicals americani (vicini alla visione di Netanyahu quando non a quelle di Ben Gvir e di Smotrich) e a quelle di segno opposto di molte chiese arabe (spesso molto ostili verso Israele e traboccanti di pregiudizi), a suo avviso, la Chiesa Cattolica finora si è confrontata a sufficienza e in modo abbastanza profondo sul significato che per la Chiesa riveste l’esistenza e il diritto all’esistenza dello Stato di Israele?
La Chiesa cattolica ha una posizione molto ferma, da sempre, nel difendere i diritti del popolo palestinese e nel difendere quelli di Israele, non il contrario! Le posizioni estremiste, confuse, sono purtroppo speculari e non aiutano.
La recente conferenza di New York – con la storica dichiarazione di tutti i Paesi membri della Lega Araba finalmente unanime nella condanna del 7 Ottobre e nella richiesta di disarmo di Hamas – sembra costituire un passaggio importante per il rilancio del dialogo tra Israele e il mondo arabo. La Chiesa come vede il percorso dei cosiddetti Accordi di Abramo e come pensa che possa essere utile alla soluzione dei Due Popoli Due Stati?
Molto importanti, come tutto quello che permette la convivenza, pensarsi Fratelli Tutti, difendere la casa comune, cercare la fine del conflitto, dell’annullamento dell’altro, dell’irrisione delle decisioni internazionali. Purtroppo siamo nel tempo della violenza e dell’odio. Non bisogna forse imporre il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi, il disarmo ma contemporaneamente una soluzione politica al conflitto? Tutto quello che va nella direzione del riconoscimento dell’altro è sempre nella direzione della pace.
Sappiamo che la pace è un valore che accumuna ebrei, cristiani e mussulmani. Cosa possono fare le religioni per favorire una cultura e percorsi reali di pace e di fratellanza sia in Medio Oriente, tra palestinesi e israeliani, che qui in Europa e, innanzitutto, in Italia?
Le religioni possono e debbono fare molto. Possiamo accettare noi credenti nell’unico Dio di Abramo una violenza che uccide l’altro? Possiamo rispettare le sensibilità, le emozioni, gli schieramenti che purtroppo possono anche ridurre gli spazi di dialogo? Proprio per questo gli incontri per la pace non sono affatto per anime belle o non producono appelli generici, perché in realtà possono, se presi sul serio, essere molto precisi e aprire spazi nuovi di composizione dei conflitti. Ma bisogna che i responsabili delle Comunità si intendano tra loro e debbono crederci e avere il sostegno della Comunità internazionale
Intervista di Alessio Aringoli e Victor Magiar
Nell’estate 2025 diverse istituzioni religiose hanno espresso documenti unitari importanti volti a superare letture e comportamenti polarizzanti e faziosi, per dimostrare la possibilità di un dialogo onesto e produttivo:
il 23 luglio 2025 è stata infatti diffusa la dichiarazione congiunta “Fermi Tutti” dell’Arcivescovo di Bologna, Card. Matteo Zuppi, e del Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De Paz
il 24 luglio 2025 la COREIS ha inviato la lettera di sostegno “Incontriamoci tutti”, rivolta anche alla CEI, all’UCEI, all’Assemblea Rabbinica Italiana, all’Arcivescovo di Milano e alla Senatrice Liliana Segre
il 4 agosto 2025 il “Tavolo della Speranza”, costituito a Torino da rappresentanti cristiani, ebrei, musulmani e laici, ha sottoscritto un testo unitario
il 29 agosto 2025 è stato promosso l’Appello alle Istituzioni Italiane, ai cittadini e ai credenti in Italia, siglato da: CEI-Conferenza Episcopale Italiana, CICDI-Centro Islamico Culturale d’Italia, COREIS-Comunità Religiosa Islamica Italiana, UCEI-Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, UCOII-Unione delle Comunità Islamiche d’Italia

