Newsletter n.27 di Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati (Agosto 2026)

SxI Newsletter 27 - 2026 AGOSTO Copertina

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    Cosa trattiamo in questo numero
    Victor Magiar

Prima pagina

    Israele e noi.
    L’incubo di Ben Gvir può finire, quello antisemita no

    Carmelo Palma

    Può l’informazione dare un contribuito
    alla comprensione (e alla soluzione) dei conflitti?

    Victor Magiar

In Medio Oriente

    Forse ci manca solo un leader
    Samer Sinijlawi

    Yair Golan:
    saremo noi a decidere chi sarà il Primo Ministro

    Yedioth Ahronoth

    Evoluzione degli equilibri nel Medio Oriente allargato
    Genesi e portata del Patto della Mecca

    Maurizio Melani

    Chi ha paura del Patto della Mecca?
    Bruna Soravia

Voci a Sinistra

    L’oscurantismo dell’Islam politico minaccia la società occidentale:
    il fallimento delle sinistre europee e il sonno del PD

    Domenico Petrolo

    La Sinistra oggi non ha bisogno di meno Illuminismo,
    ma di un Illuminismo esigente e autocritico.
    Un excursus di pensiero, da Georges Sorel a Kimberlé Crenshaw

    Alessio Aringoli

    Ceuta? La regia è di Israele!
    Come si costruisce (e si usa) un complotto perfetto

    Samuele Vianello

    Storico giornalista di Libération si licenzia
    La sinistra di oggi è antisemita, non mi riconosco più

    Ilaria Myr

    Da Auschwitz a Hava Nagila
    Francesco Guccini e la cultura ebraica

    Valerio Sanzotta

Letture e Riletture

    L’idea sionista. Tra particolarismo e universalismo
    Saul Meghnagi

Rassegna stampa

    Selezione di articoli della stampa nazionale e internazionale
    Simone Santucci

Redazione

Contatti

 *1*

Victor Magiar

Questo numero di agosto raccoglie alcune riflessioni sia su quanto sta accadendo in Medio Oriente, sia su equivoci e distorsioni culturali (e politiche) della nostra società, che non ci permettono di capire noi stessi e tantomeno il Medio Oriente: il fenomeno woke, le teorie del complotto, la penetrazione delle ideologie islamiste, l’antisemitismo camuffato da antioccidentalismo, ecc. ecc. 

Lo facciamo con

1- un’importante riflessione sul fenomeno woke e la negazione delle radici illuministe della Sinistra e della modernità (A. Aringoli)

2- un’analisi tecnico/politica, del trionfo dell’accoppiamento fake-news + teorie del complotto a Ceuta (S. Vianello)

3- un estratto dal volume La stagione dell’identità sui cortocircuiti culturali e i silenzi della Sinistra di fronte al fenomeno della penetrazione islamista nelle società occidentali (D. Petrolo)

4- una dotta ricostruzione del rapporto con la cultura ebraica di Francesco Guccini, la cui memoria è stata subito strumentalizzata (V. Sanzotta)

5- la lettera con cui Jean Quatremer abbandona Libération accusando di antisemitismo la testata e buona parte del popolo di Sinistra (I. Myr)

 

Temi questi introdotti in “prima pagina” con

6- l’editoriale “Israele e noi. L’incubo di Ben Gvir può finire, quello antisemita no” (C Palma)

7- Il quesito/denuncia “Può l’informazione dare un contribuito alla comprensione (e alla soluzione) dei conflitti?” (V. Magiar)

 

Quindi, la nostra lente va in Medio Oriente con due importanti analisi del Patto della Mecca,
a cura dell’ambasciatore M. Melani e della prof.essoressa B. Soravia

8- Evoluzione degli equilibri nel Medio Oriente allargato: genesi e portata del Patto della Mecca

9- Chi ha paura del Patto della Mecca?

 

e con le parole di Samer Sinijlawi e Yair Golan

10- Saremo noi a decidere chi sarà il Primo Ministro Yair Golan segretario dei Ha-Demokratim israeliani

11- Forse ci manca solo un leader – Samer Sinijlawi, membro di Fatah e fondatore movimento per il rinnovamento democratico e la riforma istituzionale

 Sinistra per Israele – Due popoli Due Stati
dà voce a 2 leader che lottano per il cambiamento delle loro società e per la pace,
ed è legittimo chiedersi:
li vedremo mai ospiti nelle nostre televisioni o sulle pagine dei principali quotidiani?

.

 *2*

PRIMA PAGINA

Israele e noi.
L’incubo di Ben Gvir può finire, quello antisemita no

Carmelo Palma

Palma Carmelo

Carmelo Palma, direttore di Stradeonline.it.
scrive anche su Linkiesta e Public Policy.
Ex dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte

 

In Israele la pena di morte è tornata ieri al centro del confronto politico nel modo più rumoroso e prevedibile.
Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha diffuso uno spot elettorale girato nel cantiere di una struttura carceraria destinata alle esecuzioni dei palestinesi condannati per terrorismo, promettendo che queste – in base alla nuova legge approvata recentemente alla Knesset – torneranno finalmente a essere eseguite. L’ultima fu quella di Adolf Eichmann nel 1962.

Ci sono buone speranze che non sarà così e che Ben Gvir e gli altri apologeti dell’assassino di Rabin, a cui oggi, per responsabilità di Netanyahu, pur da piccola minoranza (nei sondaggi recenti, meno del 10% dei voti) è concesso di dettare legge nella politica israeliana, alle elezioni del prossimo 27 ottobre escano ridimensionati e marginalizzati e che Israele sopravviva alla fascistizzazione dell’ideale umanistico e democratico del sionismo, che è ben lungi dall’essersi compiuta.

La democrazia israeliana non è (ancora) Ben Gvir e Smotrich,
come quella tedesca non è (ancora) l’Afd dei nazisti in doppio petto
e quella italiana non è (ancora) Vannacci e la sua masnada di fascisti brava gente.

Da questo punto di vista, i rischi interni che corre Israele non sono molto diversi da quelli della gran parte delle democrazie occidentali, a partire dagli Usa, che l’inquilino della Casa Bianca sta tentando di trasformare in una monarchia assoluta e, se del caso, pure ereditaria.

Israele continua invece a correre, a differenza di altre democrazie, ben più gravi rischi esterni, che non sono solo costituiti dalle diverse fazioni e nazioni islamiste impegnate nell’obiettivo della “liberazione della Palestina dal fiume al mare”, cioè della distruzione di Israele e dell’uccisione di tutti gli ebrei israeliani (e anche di quelli non israeliani), ma anche dalla convergente azione di quell’internazionale palestinista (perfettamente rappresentata da Francesca Albanese), che non si limita affatto a denunciare i disegni e gli abusi dei suprematisti ebraici, ma ravvisa nella loro stessa presenza la prova provata della natura intrinsecamente coloniale e criminale di Israele e interpreta ogni disegno e atto terroristico contro lo stato ebraico come una conseguenza inevitabile, anche se dolorosa, del peccato originale del 1948.

Tutta la retorica sul genocidio per guerra e per fame di Gaza – che non ha alcun fondamento, a prescindere dai crimini di cui le forze di difesa israeliane sono accusate e potrebbero anche essere colpevoli – è la continuazione, con altri mezzi, della retorica umanitaria contro l’esistenza di Israele come potenza occupante e genocidaria, in quanto escrescenza etnico-religiosa estranea al tessuto politico-sociale della Palestina.

Una retorica che è iniziata ben prima che non solo Ben Gvir e Smotrich fossero al governo, ma nascessero.

Se quindi si può sperare che alle prossime elezioni Israele si risvegli dall’incubo suprematista,
non si può affatto sperare che il mondo democratico si liberi da quell’incubo antisionista (cioè antisemita) che è destinato ad accompagnare ancora a lungo non solo la storia del Medio Oriente, ma dell’intero Occidente.
Un incubo che non è iniziato con l’ingresso nell’esecutivo degli eredi di Baruch Goldstein e di Meir Kahane e non finirà con essi.

Un incubo in cui le migliaia di esecuzioni realizzate nei paesi arabi e islamici, dall’Iran all’Arabia Saudita, peseranno come una piuma e quelle solo minacciate da una minoranza facinorosa della politica israeliana saranno fatte pesare, dalle stesse persone, tonnellate per alimentare il discredito dello stato ebraico e assolvere i pogrom “che non vengono dal nulla”.

.

 *3*

 

Può l’informazione dare un contribuito
alla comprensione (e alla soluzione) dei conflitti?

Victor Magiar

Magiar VictorAlle continue aggressioni dei coloni più estremisti -le cui azioni sono definite “terrore ebraico” dal Capo di Stato Maggiore e dal Comandante del Distretto Centrale- a metà agosto  si è aggiunta quella del cosiddetto “assedio di Qusra”.

Usa e Francia (e altri Paesi occidentali) sono intervenuti prontamente e piuttosto duramente, forse anche perché il piccolo villaggio è abitato anche da palestinesi con doppio passaporto.

Il fatto è stato subito riportato dai media del mondo ma …
solo Al-Arabia English, testata online saudita, ha riferito i fatti correttamente e con sobrietà, mostrando la casa bunker assediata dai coloni e riferendo dei tentativi dei militari israeliani di sgombrare i coloni, particolari questi non riportati da altri media.

2026 08 14 Qusra assedio casa fortino

*****

Ad agosto anche la notizia della pubblicazione del report “UNICEF-WHO-WB  Joint Child Malnutrition Estimates”, con tanto di mappa interattiva
wasting prevalence among children under 5 years of age”.

  • Alcune testate scrivono che i “nuovi dati raccolti smentiscono che ci sia mai stata carestia a Gaza”,
  • altre testate invece titolano “emergenza malnutrizione cronica a Gaza”.

I numeri, comunque, pongono Gaza allo stesso livello di Turchia e Libano e al di sopra dei livelli degli altri Stati mediorientali.

2026 08 MO Gaza malnutrizione mappa rossa . Avvenire 26 agosto 2026

*****

2026 08 Taybeh chiesaSempre ad agosto, altro tema affrontato con la consueta (o voluta) approssimazione è quella dell’esodo dei cristiani dalla Cisgiordania.

Taybeh, quotidianamente molestata dagli squadristi messianici, diventa la città simbolo del fenomeno.

La morale che si evince, sottintesa o esplicitata,
è che gli israeliani (gli ebrei) vogliono cacciare i cristiani.

Eppure, basterebbe allargare lo sguardo “nello spazio e nel tempo”
per scoprire alcuni dati chiave:

  • il fenomeno esiste, almeno, da 100 anni
  • riguarda tutto il Medio Oriente allargato, dove i cristiani sono quasi scomparsi, passando
  • dal 20% (1915) al 4% (2015) della popolazione
  • eccetto che in Israele, dove i cristiani crescono di numero (+50% dal 2000) e sempre più ricoprono ruoli significativi nella vita pubblica del Paese (rettori, ambasciatori, giudici, militari).

*****

Tre storie, fra altri disastri, per farci ricordare che anche l’informazione fa parte del conflitto,
non solo quella prodotta dalle parti belligeranti,
ma anche, forse soprattutto, quella che dovrebbe essere “terza”,
e che invece (consciamente o inconsciamente) trasforma elementi di verità in argomenti di faziosità e in conferme di pregiudizi.

Israeliani e palestinesi, arabi ed ebrei, per fare la pace (e la faranno)
dovranno scrollarsi di dosso anni di propaganda e di denigrazioni.
Ma gli europei riusciranno a scendere dal pulpito e a mettere in soffitta il patibolo?

.

 *4*

CALIBRI IN MEDIO ORIENTE

Forse ci manca solo un leader

Samer Sinijlawi

Sinijlawi Samer none of us has left

Samer Sinijlawi, membro di Fatah,
è tra i fondatori di Masar Jadid (New Path),
movimento per il rinnovamento democratico e la riforma istituzionale

Clicca qui o sull’immagine per vedere il video originale su Instagram

 

Centomila gazawi hanno perso la vita, duemila israeliani hanno perso la vita,
ma nessuno di noi se n’è andato:
siamo ancora qui
, sette milioni di ebrei, sette milioni di palestinesi.

Devo ammettere che la seconda intifada è stata un errore…
a volte si perde qualcosa in un’ora e ci vogliono dieci anni per riaverla.

Il conflitto tra israeliani e palestinesi è un conflitto che nessuno può vincere.

Non dobbiamo sconfiggere gli israeliani,
dobbiamo sconfiggere la paura e l’insicurezza che albergano nei loro cuori.

(Se osserviamo) superficialmente,
troviamo nei rapporti tra israeliani e palestinesi uno strato superficiale molto nero…
rancore, sangue, morte.

Ma se si scava un po’ più a fondo,
si scopre che esiste una riserva di umanità che unisce israeliani e palestinesi.

Tutto ciò che è stato fatto è una goccia nell’oceano
di ciò che il popolo ebraico ha dovuto affrontare nella sua storia.

Mio nonno aveva un negozio qui nella città vecchia con un socio ebreo.

Fiducia e convivenza sono stati fattori dominanti nella nostra storia.
Guardate questa città, 4000 anni di convivenza e fiducia.
Qualcosa è andato storto negli ultimi 100 anni e ora dobbiamo rimediare.

197 Sadat Golda MeyerGuardate la nostra storia:
le sfide che israeliani ed egiziani hanno dovuto affrontare dopo l’altra Guerra di Ottobre (Guerra del Kippur 1973) sono state molto difficili,
ma (nel 1977) un leader,
con un discorso di un’ora alla Knesset,
un leader come Sadat, è riuscito a far cambiare l’opinione pubblica israeliana di 180 gradi.

Forse ci manca solo un leader per creare quel momento.

 

 *5*

Yair Golan:
saremo noi a decidere chi sarà il Primo Ministro

Yediot Ahronoth

Tradotta da Roberto Della Rocca, riportiamo l
a durissima intervista con cui, lo scorso 22 agosto,
Yuval Karni di Yediot Ahronoth ha incalzato Yair Golan
che, con altrettanta schiettezza, ha rappresentato la posizione dei Ha-demokratim
Qui il link al sito

 .

2026 08 21 EXIT POLL israelYair Golan, presidente del partito “I Democratici”, chiarisce di “non essere in tasca a nessuno” dei leader del “campo del cambiamento”: “la nostra raccomandazione non è data per scontata. Non entreremo in un governo solo per fornirgli una maggioranza, ma per cambiare la direzione di Israele“.

Non si rammarica di aver infranto la promessa fatta a Einav Zangauker, non si scusa per le sue dichiarazioni controverse, e solo una cosa lo preoccupa: “Netanyahu farà di tutto per evitare le elezioni, compresa una crisi di sicurezza“.

L’attacco di questa settimana in Siria, molto vicino al confine con la Turchia, ha sollevato nel presidente dei Democratici Yair Golan un grande timore riguardo alla lucidità del Primo Ministro Netanyahu durante il periodo elettorale: “Netanyahu è interessato a creare una crisi di sicurezza per interessi politici“, afferma. “Lo vedo davanti ai nostri occhi. Questo potrebbe dargli una scusa per rinviare le elezioni o per interrompere il processo elettorale“.

Golan è convinto che Netanyahu non abbia linee rosse, nemmeno nell’uso della sicurezza di Israele per scopi politici e personali.

Chi pensa che Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir abbiano intenzione di rinunciare alle elezioni o di accettarne i risultati perché capiscono cosa sia la democrazia, non capisce con chi abbiamo a che fare. Una crisi di sicurezza potrebbe spingere Netanyahu anche a rinviare le elezioni. Non si può più essere ingenui. Dobbiamo prepararci al fatto che ci saranno tentativi di sabotare il processo democratico e assicurarci che anche dopo i risultati delle elezioni non ci siano punti interrogativi. La vittoria deve essere chiara.”

Yair Golan, questa settimana ha dichiarato che “la vera storia non è destra e sinistra. È una battaglia tra democratici e dittatori, tra onesti e corrotti, tra chi fa il militare e chi si imbosca“.

****

 Pensi davvero che Netanyahu stia pianificando di interrompere le elezioni in Israele?

Golan Yair traspC’è un reale timore di tali tentativi. I processi di delegittimazione del sistema giudiziario e della commissione elettorale sono già iniziati. Le prossime elezioni sono la seconda guerra d’indipendenza di Israele. Sono convinto che Netanyahu farà tutto ciò che è in suo potere per minare la purezza delle elezioni e contestarne la legittimità se il risultato non sarà di suo gradimento. Il nostro compito è portare alle urne quante più persone possibile. Creare una decisione così grande, chiara e inequivocabile che nessuno possa dubitare di quale sia la volontà dell’elettore.

Cosa pensi della lista del Likud eletta questa settimana alle primarie?

Non porta alcuna novità. È il partito corresponsabile del massacro del 7 Ottobre, del saccheggio delle casse pubbliche, del colpo di stato giudiziario e della distruzione dello status di Israele nel mondo, e ha perso il diritto di guidare il Paese. Le persone responsabili dei fallimenti che ho menzionato dovrebbero occupare i banchi dell’opposizione con il minor numero possibile di seggi.

Dal tuo punto di vista, è possibile formare un governo di unità con il Likud, ma senza Netanyahu?

katz e netanyahu 2No. E sono un po’ sorpreso dalla domanda. Israel Katz non è forse responsabile del fallimento? Non è responsabile della corruzione, della distruzione delle norme pubbliche? Dudi Amsalem non è responsabile? Miri Regev non è responsabile? Perché con tale nonchalance togliamo la legittimità a Netanyahu ed esoneriamo i suoi partner che vi hanno contribuito? L’unica cosa richiesta a noi, membri dell’opposizione, è zero compromessi su questo punto. Chiunque abbia contribuito al terrore ebraico, alla distruzione dello stato di diritto e all’evasione dalla leva degli ultraortodossi non farà parte del prossimo governo.

 

Tu squalifichi i partiti ultraortodossi, ma non hai problemi a collaborare con i partiti arabi.
È problematico, no?

Sto costruendo una vera alternativa. Gli ultraortodossi non devono far parte della prossima coalizione, punto. Perché se faranno parte della prossima coalizione, il sistema di evasione e saccheggio delle casse pubbliche continuerà. Dobbiamo fermarlo, dobbiamo generare un cambiamento. Non sono contro il pubblico ultraortodosso, sono decisamente contro la leadership ultraortodossa.

Lapid-Bennett-Abbas 2021D’altra parte, non è democratico né politicamente corretto squalificare a priori l’intero 21% di cittadini arabi dello Stato di Israele e la loro rappresentanza.

Mansour Abbas guida una linea che Netanyahu era disposto ad accettare e con cui sedersi al governo. È stato partner nel governo del cambiamento, di Bennett, Lieberman e Gantz, e sappiamo tutti che è stato un partner leale, che ha detto in modo molto chiaro che Israele è la casa nazionale del popolo ebraico. È un partner legittimo e utile. Dire che gli arabi possono essere un elemento positivo in qualsiasi futuro governo è una cosa molto importante per la guarigione della società israeliana.

Non squalifico gli ultraortodossi per principio, squalifico i fascisti per principio.

Sono per me squalificati in modo concettuale, sostanziale e definitivo gli elementi -come il Likud, il partito del Sionismo Religioso e il partito Otzma Yehudit- che cercano di distruggere la democrazia e le basi che ci permettono una convivenza comune.

Gli ultraortodossi, per il loro bene e per il bene dell’intero Paese, non dovrebbero far parte di questa coalizione.

Lieberman, Eisenkot, Bennett e Lapid dicono che non includeranno un partito non sionista che sia il 61° voto della coalizione.

Gadi Eisenkot, Yair Lapid, Naftali Bennett, Avigdor LibermanSpero che tutti noi sapremo, in qualsiasi futura realtà politica, distinguere tra la situazione ideale e la situazione possibile. Non ho vergogna a dire che per salvare Israele includeremo un partito arabo in questa coalizione. Suggerisco di smettere di citare la macchina del veleno e di smettere di vedere in ogni arabo un potenziale terrorista.

Ricordo che quegli stessi arabi costituiscono il 40% del personale medico negli ospedali, hanno salvato la vita ai feriti dell’IDF, e sono nostri partner in tutte le attività e nella solidità economica dello Stato di Israele.

Non abbiamo futuro se non nella partnership.
E lo dico anche riguardo ai miei fratelli e sorelle ultraortodossi.
Lo sforzo di voi, politici ultraortodossi, di alzare continuamente i muri, non rappresenta il vostro pubblico, che in stragrande maggioranza desidera una maggiore integrazione nella società israeliana.
 

Golan si trova in un buon momento dal punto di vista politico.
Ha fatto risorgere il partito Laburista, si è unito a Meretz e agli attivisti delle proteste e si presenta come un classico partito di sinistra lontano dal rischio della soglia di sbarramento.
Nei sondaggi si attesta stabilmente attorno ai dieci seggi, ma è convinto di avere un potenziale di 15.
Tuttavia, sta attento a non cadere nella trappola di candidarsi a Primo Ministro.
Capisco le regole del gioco, capisco quale sia la mia parte e quale sia la parte dei Democratici in qualsiasi futura coalizione. Siamo la spina dorsale ideologica e di valori.
Quindi chi sarà il prossimo Primo Ministro?

La probabilità più alta è che Eisenkot sia il Primo Ministro. Noi Democratici saremo il partito che deciderà chi sarà il prossimo Primo Ministro. Bennett, Lieberman e Eisenkot rivendicano la corona. Ognuno di loro avrà bisogno delle nostre raccomandazioni al Presidente, e ti dico che la nostra raccomandazione non è data per scontata a nessuno. Voglio che sia chiaro: sosterremo chi garantirà di rafforzare la sicurezza dello Stato di Israele e la democrazia israeliana. Noi andremo con chi saprà garantirlo in modo più deciso e pratico.

Il nostro ruolo storico è assicurare che questo non sia un governo di compromessi e di bandiere ammainate, ma un governo che non ha paura della macchina del veleno e non ha paura di fare ciò che deve essere fatto per preservare la democrazia. Non entreremo in un governo solo per fornirgli una maggioranza, entreremo per cambiare la direzione di Israele. Naftali Bennett e Eisenkot dovranno scegliere: una profonda riparazione del Paese o un altro governo di compromesso.

Nonostante riceva severe critiche anche dai suoi partner del blocco, Golan non mostra complessi di inferiorità: vede i Democratici come partner centrali. 
Forse per questo motivo ha grandi ambizioni riguardo ai ministeri nel prossimo governo (Difesa, Sicurezza Nazionale, Istruzione, Giustizia, Comunicazioni).
Questo appetito per i ministeri causa non pochi grattacapi nel blocco del cambiamento.
Golan al Ministero della difesa? Eisenkot ha risposto che ci sono candidati migliori.

Non commenterò le affermazioni di altri candidati in un futuro governo, poiché mi comporto in modo responsabile, Mi assicuro di preservare la nostra capacità di lavorare insieme.

Come si integrerà un partito di sinistra come i Democratici con diversi partiti di destra e di centro nella stessa coalizione? Un bel grattacapo.

Non dobbiamo farci tentare dal modo in cui Netanyahu definisce la narrazione politica. Sono molto orgoglioso di rappresentare un tradizionale partito di sinistra, ma quando guardo avanti, la vera storia è completamente diversa.

Questa è una battaglia tra democratici e dittatori... tra persone rette e corrotti, tra liberali e nazionalisti fanatici messianici, tra chi fa il militare e chi si imbosca. I vecchi concetti di destra e sinistra fanno solo il gioco di Netanyahu.

Puoi rassicurare i tuoi futuri partner?
Sarai il Ben Gvir del governo del cambiamento che lo trascinerà verso posizioni estreme?

È un confronto improponibile, dimmi: c’è uguaglianza se da un lato c’è un pregiudicato condannato otto volte con 53 capi di imputazione che ha evitato il servizio militare, e dall’altro un ex Vicecapo di Stato Maggiore? Non c’è alcuna uguaglianza. Non c’è nemmeno tra chi cerca di distruggere la democrazia e chi cerca di proteggerla. C’è il bene e c’è il male, e sono felice e orgoglioso di rappresentare le forze del bene nella società israeliana.

Eisenkot, Bennett e Lieberman dovranno scegliere: una profonda riparazione del Paese o un altro governo di compromesso che lascerà il problema alla prossima generazione. Sarò un partner comodo nel prossimo governo, ma sarò ostinato in tutto ciò che riguarda la riparazione e il salvataggio della democrazia in Israele: questa è la mia missione.

Lieberman ha detto di te: "Yair Golan lavora nell'ufficio stampa del Likud.
Siamo d'accordo sull'80% delle questioni, ma ogni due giorni mi fa sgomberare un insediamento".

“Puoi controllare le mie dichiarazioni negli ultimi due anni, semplicemente non è vero.”

Parli troppo liberamente. Sei caduto in alcune affermazioni molto controverse.

Credo fermamente che il compito dei politici sia parlare al pubblico. Ancor prima di essere un politico, ci tenevo molto a dire la verità. Ed è tempo che i miei partner smettano di cadere nei diktat della macchina del veleno. Netanyahu e i suoi cercano di delegittimarci e farci tacere. Abbiamo smesso di tacere. Dobbiamo lottare per la nostra verità a schiena dritta e a testa alta, solo così si vince.

C'è stato un tentativo, dopo le primarie, di calmare un po' i nuovi candidati nella lista, come Nimrod Sheffer, Moshe Radman, Gaby Lasky.
Temi stiano danneggiando la vostra campagna?

Non so di cosa tu stia parlando.

Ti rinfresco la memoria.
Avete avuto due riunioni di partito in cui si è parlato della necessità di moderare i messaggi, di calmare le acque.

Ho parlato di come sia corretto gestire la campagna. Ci deve essere disciplina di campagna, non c’è nulla di insolito in questo. C’è una linea con cui è giusto e corretto presentarsi al pubblico, siamo un grande partito quindi è naturale che ci siano anche sfumature.

Giornalisti ed esponenti della destra hanno sostenuto che dopo l'attacco in Samaria alla fine di luglio, Radman ha inviato le condoglianze sia alla famiglia della vittima che a quella dell'aggressore.

Perché citi di nuovo la macchina del veleno?
Quello che sta succedendo oggi in Giudea e Samaria è un’escalation che nella sua parte più estrema è semplicemente terrore ebraico.
Lo dicono il comandante del distretto centrale e il capo di Stato Maggiore,
non lo dice Yair Golan il leftist.
E questo terrore ebraico colpisce persone innocenti.
Quindi Radman ha espresso rammarico per i danni agli innocenti, di cosa ci lamentiamo esattamente?
Stiamo delegittimando una persona che esprime un sentimento umano basilare e naturale.

Sì, ci sono persone innocenti anche dall’altra parte, e non devono essere colpite.
Netanyahu ci impone regole del gioco anormali, e Israele si trova in una realtà anormale: oggi dobbiamo smettere di ballare al suo ritmo e iniziare a stabilire noi le regole.

C'è già stata una deputata del Meretz che ha aiutato a far cadere il governo del cambiamento per un capriccio personale: Ghaida Rinawie-Saddiq. Come ti assicuri che non si ripeta?

Conosco ciascuno dei membri della mia squadra, abbiamo combattuto fianco a fianco per tre anni contro il colpo di stato giudiziario e per la liberazione degli ostaggi. Sono persone che hanno sputato sangue nelle strade, che hanno messo da parte la loro vita personale per proteggere la nostra casa e il nostro futuro. Li conosco personalmente e mi fido di loro.

 Ma guardo le liste dei colleghi del blocco e ho paura. Non li conosco e non so da dove vengano. I nostri sono già passati attraverso la macchina del veleno e hanno continuato a lottare. Non si sono spezzati come Silman o Orbach, e non sono sicuro che i membri delle liste degli altri partiti non cederanno sotto le pressioni di Netanyahu. Temo anche l’influenza del Forum Kohelet [1]: alcuni ne parlano con orgoglio come se non fosse l’organismo dietro il tentativo di distruggere la democrazia.

Proprio sul punto esplosivo della Giudea e Samaria, Golan sostiene che tutti i suoi partner del blocco del cambiamento concordano su quattro questioni: l'obbligo di combattere il terrore ebraico; l'imposizione dell'ordine in tutta la Giudea e Samaria; lo sgombero degli avamposti illegali; e un orizzonte politico.

2026 07 primarie democrats GolanDobbiamo parlare di sostanza, e la sostanza è ciò che accade oggi in Giudea e Samaria.
È dovere imporre la legge e l’ordine lì, e questo include la ricostituzione del distretto di polizia di Giudea e Samaria, che oggi è un distretto non funzionante.
Quello che vediamo oggi è un terrore ebraico che riceve legittimazione dal governo di Israele.
È una cosa contro cui bisogna gridare, urlare, è inaccettabile
.

Prima di tutto è un danno alla sicurezza, perché infiamma il territorio, e alla fine, quando questo territorio esploderà — te lo dice uno che ha vissuto la prima e la seconda intifada — molti israeliani innocenti pagheranno con la vita. Inoltre, questo distrugge lo status dello Stato di Israele nella regione e nel mondo. Questa sciocchezza del ‘popolo che dimora solo e non si cura delle nazioni’ è carina quando si parla di mitologia.

D’altra parte, è d’obbligo creare un orizzonte politico.
Perché senza un orizzonte politico l’atto della guerra è un atto inutile.
Lo dico da ogni palco possibile, e questa non è una dichiarazione politica, è una dichiarazione professionale.
Anche se ora indossassi l’uniforme e i gradi di generale, ti direi la stessa cosa.
Le guerre di maggior successo dello Stato di Israele sono quelle in cui i governi -di destra e di sinistra- hanno saputo prendere i risultati militari e tradurli in sicurezza a lungo termine.

 Cosa dici oggi del "discorso dei processi"? [2]

Il discorso dei processi — ti ricordi che volevano uccidermi per quel discorso, sì? — si rivela oggi essere stato un discorso molto moderato. E tutti i processi che avevo indicato stanno accadendo. Quindi sembra che Yair Golan riconosca i processi in modo eccellente.

La settimana scorsa Golan ha dovuto affrontare una vicenda che ha colpito duramente la sua credibilità a seguito della decisione di infrangere una promessa esplicita fatta a Einav Zangauker (madre di un ostaggio) di ottenerle un posto riservato nella lista dei Democratici. Le aveva chiesto di mantenere segreta la promessa, ma quando è arrivato il momento della verità, è tornato sui suoi passi.
A suo dire, poiché ci sono state primarie molto democratiche nel suo partito, si è rifiutato di riaprire la lista per inserire posti riservati personali, anche se ne aveva l'autorità.

Voglio bene a Einav, la stimo infinitamente e ho preso la decisione con il cuore molto pesante”, spiega Golan. “È stata una decisione molto, molto difficile. E volevo davvero Einav con noi. E spero anche che rimanga con noi. Non è la parola fine. Ho davvero intenzione di lottare affinché sia attiva pubblicamente sia prima delle elezioni che dopo. E spero vivamente che lo voglia.

A seguito delle critiche che hai ricevuto, hai pensato che forse avevi sbagliato?

No. Sapevo in anticipo che sarebbe stata una mossa soggetta a critiche, l’ho fatta con piena sincerità. Mi sono seduto con Einav in una conversazione e abbiamo parlato con onestà e anche con schiettezza, perché ciò che era giusto a febbraio, ho capito più tardi che non era più giusto.

Capisci che questa critica deriva dal fatto che questo è ciò che dovrebbe distinguerti da Netanyahu, ovvero che tu le promesse le mantieni?

Lo capisco e ho spiegato qui le considerazioni, ho spiegato anche quanto sia stato difficile, e sono ancora convinto della decisione.

Alla fine, la leadership è questo: la leadership deve prendere anche decisioni difficili.

.

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[1] think tank, centro di ricerca conservatore, famoso per aver fornito basi concettuali e progetti di legge alla base della controversa Riforma della Giustizia

[2] discorso del 2016 con cui Golan confrontò alcune tendenze in Israele con la Germania degli anni ’30.

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 *6*

Evoluzione degli equilibri nel Medio Oriente allargato
Genesi e portata del Patto della Mecca

Maurizio Melani

Continua è stata negli ultimi dieci anni l’evoluzione di equilibri e alleanze in Medio Oriente.

Alla faglia tra Iran e Paesi arabi sunniti si era aggiunta nel 2017 una rottura tra gli altri paesi del Golfo e il Qatar, dotato di grandi capacità finanziarie e di soft power, sede della maggiore base americana in Medio Oriente ma sostenitore con la Turchia dei Fratelli Musulmani in concorrenza con il sostegno saudita a gruppi salafiti e accusato di destabilizzare la regione.

Intanto nel 2018 Trump usciva dall’accordo sul controllo del programma nucleare iraniano con l’effetto di rafforzare gli oltranzisti del regime che hanno arricchito l’uranio ben oltre la soglia consentita dall’accordo stracciato avvicinandosi a quanto serve a produrre la bomba.

I rapporti con il Qatar furono ricomposti nel 2021 con il favore di Trump che cercava anche di ampliare gli accordi di Abramo con Israele. Ma l’Arabia Saudita condizionava l’adesione alla prospettiva dello Stato palestinese rifiutata da Netanyahu. L’attacco terroristico di Hamas del 7 Ottobre e la durissima reazione israeliana bloccarono una possibile evoluzione.

Bin Salman sviluppava intanto la sua visione del ruolo saudita nella regione ed oltre.

2025 11 Trump e Bin-SalmanAgli stretti rapporti con Washington univa quelli con la Cina, grande acquirente del suo petrolio assai più dell’Europa e degli USA ormai autosufficienti, e avviava in Iraq un dialogo con Teheran.La Cina interessata alla stabilità regionale per i suoi bisogni energetici e di connettività con l’Europa ha mediato la normalizzazione dei rapporti.

Il piano di Bin Salman è rendere il suo paese leader regionale in tutti i campi: diversificazione energetica, sviluppo industriale e tecnologico, IA, armamenti, logistica, corridoi di connettività, dentro una cooperazione inclusiva di Israele, se avviata a soluzione la questione palestinese, e dell’Iran, se cessa la destabilizzazione regionale e previo accordo sul nucleare conforme al TNP a suo tempo osteggiato. Tale disegno egemonico ha prodotto una divaricazione con gli Emirati.

Riad consolidava intanto i rapporti con Qatar e Turchia mentre Abu Dhabi rafforzava quelli con Israele.
Queste divisioni si sono manifestate nel Corno d’Africa, in Yemen, in Sudan, con fazioni locali sostenute da Emirati da un lato e Arabia Saudita, Turchia e a volte Egitto e Qatar dall’altro.

Tra le poste in gioco, per Israele e Iran inclusi, vi sono basi nel Mar Rosso e vicino a Bab el Mandeb.

2025 11 Trump e Al-SharaaIn Siria vi è una doppia partita tra opposte rivalità: tra Turchia e Iran che caduto Assad ha perso con la Russia il controllo del paese, e tra Turchia e Israele che vi fa incursioni aeree criticate nell’opposizione e dagli americani.

L’attacco di Trump con Israele all’Iran per eliminare il programma nucleare e gli attacchi dei diversi proxy ancora attivi malgrado i colpi subiti (Hezbollah, Hamas, Houti, milizie in Iraq che il Governo di Baghdad non riesce a controllare) ha introdotto ulteriori fattori. Il rovesciamento del regime si è rivelato illusorio.

Con l’uccisione di Khamenei si è rafforzato il potere dei pasdaran rispetto ai religiosi. 
La brutale repressione delle opposizioni si è intensificata.
Malgrado il disastro economico in Iran l’enorme superiorità militare americana non ha dato finora la vittoria.

Per eliminare il reciproco blocco di Hormuz con gravi conseguenze per l’economia mondiale è stata avviata una erratica trattativa con Teheran mediata dal Pakistan.

Ai bombardamenti l’Iran ha risposto con missili e droni contro basi americane e impianti energetici nel Golfo, minacciando ora anche basi in Europa.

La scarsa efficacia delle garanzie americane ha indotto Arabia Saudita, Turchia, Pakistan ed Egitto ad un accordo di consultazione e coordinamento nell’aprile scorso.
I primi tre hanno poi concluso in agosto il patto politico-militare della Mecca, aperto ad altri, quale strumento di dissuasione e riequilibrio verso sia l’Iran che Israele.
Con l’auspicio di una presenza americana più affidabile di quanto sia ora, degli europei e della Cina interessati alla stabilizzazione dell’area.

Tutto molto difficile, ma per l’Europa si potrebbero aprire nuove opportunità per contribuire ad una stabilità sostenibile conforme ai suoi interessi se ne avrà la capacità, con le alee delle prossime elezioni nei principali paesi, e se incontrerà le disponibilità di un nuovo governo israeliano e degli altri dell’area.

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 *7*

Chi ha paura del Patto della Mecca?

Bruna Soravia

SORAVIA Bruna quadraYarden Leal 

Annunciato con grande solennità il 7 agosto scorso, il Patto congiunto di mutua difesa fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan si presta a molteplici letture, perlopiù ipotetiche.

Iniziamo dall’assenza di un testo completo dell’accordo, che è stato reso pubblico nella forma di una dichiarazione di intenti in nome dei “duraturi legami di fratellanza e solidarietà islamiche”: non abbiamo quindi un vero e proprio trattato di difesa, articolato in obblighi, clausole operative e meccanismi di attuazione.

Di fatto, l’essenza dell’accordo sembra alludere, come è stato notato, all’art. 5 del Patto atlantico alla base della NATO, con il casus foederis, ossia l’impegno di azione comune, descritto come “ogni aggressione” o “ogni attacco armato contro uno qualsiasi dei tre stati”.

L’accordo, che intendeva includere anche l’Egitto, sfilatosi dopo i preliminari, è stato verosimilmente costruito dall’Arabia Saudita, che ha subito negli ultimi anni vari attacchi dell’Iran e dei suoi proxy e ha assistito con costernazione al bombardamento israeliano di Doha, in Qatar.

Poco dopo quest’ultimo episodio, nel settembre 2025 i sauditi avevano stretto un accordo di mutua difesa con il solo Pakistan; anche in questo caso non conosciamo il testo completo dell’accordo, rimasto confidenziale, a eccezione della solita clausola per cui ogni aggressione verso uno dei due stati sarebbe stata trattata come aggressione verso entrambi.

 

La distanza nel tempo di questo primo accordo permette di darne una prima valutazione:

nel caso del Pakistan,
la minaccia
proverrebbe dall’India, paese con il quale l’Arabia Saudita ha però ampi rapporti commerciali e una solida partnership strategica, che è stata semmai riconfermata nell’ultimo periodo.

nel caso saudita,
l’aspettativa, espressa in alcune dichiarazioni ufficiali, era che lo scudo nucleare pakistano venisse esteso al regno saudita, possibilità che il ministro della difesa pakistano ha però smentito (“non è all’ordine del giorno”). Durante l’operazione Epic Fury, nel corso della quale l’Iran ha attaccato più volte i paesi del Golfo e l’Arabia saudita in particolare, il Pakistan non è intervenuto militarmente, limitandosi a offrirsi come intermediario per giungere a una tregua, fatto che può essere peraltro interpretato come effetto dell’alleanza.

Anche il nuovo patto trilaterale è stato già testato dall’attacco degli Houthi yemeniti a una raffineria saudita a Jizan, circa una settimana fa, attacco che non ha avuto risposta; e dalla crisi turco-israeliana ancora in corso in Siria, che ha creato tensione ma nessuna reazione o dichiarazione pubblica da parte degli alleati.

Patto Mecca generata AI-5 piccola

Qual è quindi il senso di un’alleanza fra paesi che hanno interessi strategici e nemici così diversi?

Vi è sicuramente un aumento, sia pure temporaneo, della deterrenza complessiva e individuale, sia pure unito alla ridefinizione delle minacce, per cui, in entrambi gli accordi i contraenti hanno alla fine specificato che “non si tratta di accordi contro qualcuno”.

A entrambi i fattori si potrebbe attribuire la sensibile diminuzione dell’attrito fra India e Pakistan negli ultimi mesi, l’aumentata attività diplomatica pakistana a favore della cessazione delle ostilità nel Golfo e l’apertura di canali ufficiosi di soluzione della crisi turco-israeliana.

Come nelle favole, l’unione fa la forza

La Turchia ha contribuito con la minaccia di uno degli eserciti più grandi e organizzati del mondo, l’Arabia saudita con le sue ingenti risorse finanziarie e capacità tecnologiche, il Pakistan con la deterrenza nucleare.

Nel teatro strategico attuale, l’alleanza segnalerebbe inoltre il rinnovato “slancio verso est” del regime turco e, viceversa, l’apertura verso il Golfo persico del Pakistan, stato nucleare come si è detto, ma poverissimo. Nel caso dell’Arabia Saudita, è un nuovo, più deciso tentativo di affermare l’autonomia dalla sciagurata politica mediorientale dell’amministrazione Trump, o almeno di alzare la posta della partecipazione.

È possibile prevedere il successo nel tempo dell’accordo?

Qui va detto che la storia di simili accordi mediorientali multilaterali, che cercano di trasformare una convergenza strategica contingente in un obbligo di sicurezza collettiva, indica che questi vanno in crisi quando gli interessi concreti e particolari degli stati firmatari divergono.

Per esempio come nel caso degli accordi panarabi di sicurezza, come il CENTO, Central Treaty Organisation o Patto di Baghdad, nato nel 1955 e morto nel 1979 con la rivoluzione islamica iraniana.

Altro esempio il caso degli accordi panislamici, più longevi quando gli impegni reciproci erano più generici: la storia dell’OIC, l’Organizzazione per la Conferenza islamica, nata nel 1969 ed entrata in crisi nel 1980 con la guerra Iran-Iraq, indica però che anche in questo caso l’incompatibilità degli interessi decide del destino dell’alleanza.

Infine cosa significa questo accordo per Israele?

Se si pensa a Gaza, la Turchia sostiene apertamente Hamas che i sauditi avversano, mentre il Pakistan si propone come corpo di pace. Rispetto a Israele, la Turchia rispetta di fatto una pace armata e l’Arabia saudita mantiene relazioni non ufficiali e una prospettiva di accordo, mentre il Pakistan continua a giocare la carta del rifiuto.

Come altre alleanze regionali che lo hanno preceduto, il Patto della Mecca sarà alla fine giudicato non dalle formule di solidarietà e dalle intenzioni espresse, ma da quello che i contraenti saranno disposti a rischiare gli uni per gli altri…
poco allo stato attuale.

*8*

 

CALIBRI VOCI A SINIISTRA

L’oscurantismo dell’Islam politico minaccia la società occidentale:
il fallimento delle sinistre europee e il sonno del PD

Domenico Petrolo


tratto dal volume  

www.amazon.it/stagione dellidentità Dalla Brexit a Trump perché orgoglio e valori contano più di  salari e welfare

 

Il 9 gennaio gli Emirati Arabi Uniti hanno escluso le università britanniche dall’elenco degli atenei finanziabili con borse di studio statali. Niente più fondi pubblici per chi vuole studiare a Oxford o Cambridge. Il motivo?

Non i costumi occidentali, ma il timore che gli studenti emiratini possano essere radicalizzati dai Fratelli Musulmani, sempre più influenti nei campus britannici.

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LA CRESCITA DELLE COMUNITÀ MUSULMANE

In Europa, la crescita della popolazione musulmana ha alimentato il consenso dei partiti nazionalisti, che hanno fatto del rischio “islamizzazione” una dei loro principali punti di forza.

Ma, se da un lato l’estrema destra ha spesso strumentalizzato il tema, dall’altro la difficoltà di integrare una parte della popolazione musulmana, talvolta portatrice di valori in contrasto con quelli occidentali, è reale.

Pur essendo la grande maggioranza dei musulmani pienamente integrata, oggi l’islam radicale rappresenta una sfida centrale per le democrazie europee, anche a causa delle ingerenze di potenze straniere e di organizzazioni come i Fratelli Musulmani.

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La stagione dell'identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare

I FRATELLI MUSULMANI

I Fratelli Musulmani sono un movimento politico-religioso che si pone l’obiettivo di ricostruire la società sulla base dei valori islamici, fino a ottenere, attraverso un processo graduale e non necessariamente violento, uno Stato governato dalla legge islamica, la sharia.

Nel maggio del 2025 sarà Bruno Retailleau, ministro degli interni francesi, a lanciare l’allarme commentando un rapporto dei servizi segreti: “L’obiettivo finale dei Fratelli Musulmani è quello di far sottomettere l’intera società francese alla legge della sharia”.

A giugno del 2026 toccherà a Sinan Selen, capo dei servizi segreti tedeschi, illustrare al Bundestang, in una riunione a porte chiuse e tra lo stupore generale, la strategia dei Fratelli Musulmani: infiltrare pazientemente, nel lungo periodo, la politica per condizionare i partiti, le istituzioni e trasformare dall’interno lo stato e la società tedesca.

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IL FALLIMENTO DEL MULTICULTURALISMO E LE SOCIETÀ PARALLELE

Con il crescere della percentuale di musulmani concentrati in un dato territorio cambia la morfologia dei luoghi e con essa anche le reali possibilità di successo di una convivenza sostenibile: le classi scolastiche sono frequentate soprattutto da immigrati o bambini musulmani di seconda generazione; interi quartieri, tra natalità e nuovi arrivi, cambiano forma; gli usi e i costumi islamici prendono il sopravvento e pian piano quelli che sono i segni della cultura occidentale diventano sempre più rarefatti, fino a scomparire.

In alcuni casi si creano proprio delle enclave, “società parallele”, in cui informalmente e senza tanto clamore si passa dalla legge dello stato all’applicazione dei principi della sharia.

Lo storico francese Georges Bensoussan con il suo saggio Les territoires perdus de la République del 2002 ha coniato l’espressione territori perduti per indicare proprio quelle aree urbane ormai fuori dal controllo dello stato e quei luoghi dove laicità, libertà di espressione e uguaglianza di genere non trovano più spazio a causa delle radicalizzazioni religiose. In Belgio, Francia, Germania, Svezia e Gran Bretagna i territori ormai considerati perduti sono migliaia.

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SECONDE GENERAZIONI

Se la maggior parte dei ragazzi di seconda generazione è integrata, una parte di loro fa fatica a trovare il proprio posto, a definire una loro identità compiuta. Non si sentono accettati appieno come europei, spesso a causa delle discriminazioni che in alcuni casi subiscono nel contesto scolastico e lavorativo o a causa del contesto urbano di povertà in cui crescono, ma allo stesso tempo non sono veramente legati al Paese di origine dei propri genitori. Su molti di loro la religione islamica esercita una forza attrattiva unica.

foreign fighters 3Secondo le stime del Consiglio d’Europa, circa 5.000 giovani musulmani nati e cresciuti in Europa, poi radicalizzati sui social e attraverso reti informali e relazionali, sarebbero partiti per la Siria e l’Iraq per combattere a fianco all’ISIS, i cosiddetti foreign fighters (Committee on Legal Affairs and Human Rights, 2020).

Quanto pesano le discriminazioni che subiscono e quanto invece pesa la capacità attrattiva della religione è oggetto di dibattito, con il fior fiore degli studiosi che si contrappongono. Probabilmente in alcuni casi pesano entrambi contemporaneamente ed in altri singolarmente.

Sta di fatto che nel novembre 2025 un sondaggio realizzato da Ifop ha scioccato la Francia: il 57% dei giovani musulmani francesi, tra i 15 e i 24 anni, si dichiarava favorevole all’applicazione della Sharia e l’uso del velo guadagnava terreno tra gli under 25, passando dal 16% dei favorevoli, dato del 2003, al 45%. Un sondaggio che descriveva i giovani più radicali persino dei propri genitori

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LE SCUOLE FRANCESI E LE SCUOLE TEDESCHE 

La radicalizzazione ha avuto delle ripercussioni anche nelle scuole francesi dove, secondo diversi sondaggi IFOP, un insegnante su cinque (21%) è stato soggetto ad una minaccia o un’aggressione frutto di tensioni di natura religiosa o identitaria e quasi un insegnante su due (44%) ha constatato almeno una violazione della laicità.

Non molto diversa sembra essere la situazione che si prospetta in Germania. Secondo una ricerca pubblicata dal Senato, il 40% degli studenti musulmani di Berlino sostiene che i precetti del Corano devono prevalere sulle leggi dello Stato tedesco.

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LE LEGGI EUROPEE

Negli anni i diversi Paesi europei hanno adottato misure per contrastare l’islam radicale e il separatismo religioso: dalla trasparenza sui finanziamenti alle moschee e il divieto dei certificati di verginità in Francia, alla legge danese dei 24 anni contro i matrimoni forzati, fino al divieto del burqa nelle scuole in Austria e, in molti Paesi, nei luoghi pubblici.

La Svezia, dopo aver pagato un prezzo elevato per le proprie politiche migratorie, ha inoltre deciso di sostituire nelle comunicazioni ufficiali il termine “islamofobia” con “odio verso i musulmani”, per distinguere la tutela delle persone dalla critica necessaria all’Islam radicale e ai suoi aspetti più oscurantisti.

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IL FALLIMENTO DELLE SINISTRE EUROPEE

Di fronte a tutto ciò le sinistre europee hanno faticato a riconoscere l’esistenza del problema. Per paura di alimentare l’islamofobia o di fare il gioco della destra, hanno spesso evitato di affrontare una questione che riguarda invece il cuore delle nostre democrazie: la difesa della laicità, dell’uguaglianza tra uomo e donna e del primato della legge civile su quella religiosa.

Spesso si sono letteralmente consegnate alle comunità musulmane. Per due ragioni: la prima più nobile, hanno pensato che i musulmani fossero il nuovo proletariato; la seconda meno nobile, lì hanno considerati un bacino di voti non contendibili con il centrodestra.

Ma quando nei mesi scorsi l’ex premier Starmer ha chiesto loro di integrarsi i musulmani hanno risposto dirottando i loro voti verso i Verdi, dove sono stati accolti al grido “Allāhū akbar”.

I socialisti belgi, totalmente sdraiati, chiedevano ai cittadini di Molenbeek di non usare la macchina durante il ramadan per non disturbare la comunità musulmana. Oggi Molenbeek non è più Europa e gli amici socialisti si ritrovano con un partito di ispirazione islamica che alle ultime elezioni ha preso il 15%. Infine, la sinistra francese, rappresentata soprattutto da Melenchon, probabile sfidante di Le Pen, conduce una campagna elettorale all’insegna del superamento della Francia bianca tradizionale e puntando sull’alleanza con i giovani musulmani delle banlieue che chiedono l’applicazione della sharia.

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IL SONNO DEL PD

Nonostante tutto questo il PD sembra non cogliere i rischi che stiamo correndo anche in Italia, dove il conflitto valoriale e culturale sta prendendo forma in tutta la sua violenza.

L’attentato di Modena non è un episodio isolato: sono diversi i minorenni di seconda generazione sotto custodia perché in procinto di commettere un attentato, come anche gli studenti che iniziano a contestare la storia dell’arte perché si studiano le cattedrali, e sono tante le moschee abusive o le donne segregate in casa per impedire loro di emanciparsi e integrarsi.

Ma se le sinistre europee si interrogano sui loro sbagli, il PD sta facendo gli stessi errori trent’anni dopo. Come fosse un tic nervoso, liquida ogni proposta di legge della destra, anche di buon senso, come becera propaganda. Che riguardi la trasparenza dei finanziamenti delle moschee, il fenomeno delle spose bambine o il divieto di burqa. Allo stesso tempo, ingenuamente, difende gli orari separati nelle piscine per le donne musulmane, ignorando che proprio lì inizia il separatismo, o, come è successo a Venezia, chiede i voti in nome di Allah senza pretendere reciprocità, emancipazione ed integrazione.

Sarebbe importante se qualche voce libera e coraggiosa smentisse, nei fatti, questo articolo, ma purtroppo è molto più probabile che il PD diventi il cavallo di troia dell’Islam politico, l’anello debole della nostra democrazia.

 *9*

 

La Sinistra oggi non ha bisogno di meno Illuminismo,
ma di un Illuminismo esigente e autocritico.
Un excursus di pensiero, da Georges Sorel a Kimberlé Crenshaw

Alessio Aringoli

Aringoli AlessioLe idee non viaggiano in linea retta. Procedono per seduzioni, prestiti, tradimenti.
Georges Sorel ne è un caso esemplare. Il woke, forse, è un caso del nostro tempo.
L’analogia va maneggiata con cura.

Non esiste una genealogia che conduca da Sorel a Kimberlé Crenshaw.
E il woke non è una dottrina compatta.
Ma è interessante osservare come una costellazione di idee cambi il lessico, le gerarchie morali e gli istinti.

Sorel non fu un teorico minore.
“Le Riflessioni sulla violenza” attraversarono l’Europa.
Benedetto Croce e Antonio Gramsci vi si misurarono da versanti diversi.
Sindacalismo rivoluzionario, nazionalismo e fascismo attinsero al suo vocabolario.
Ma il fascismo non esaurisce Sorel. Ne dimostra la pericolosa fecondità.

Qualcosa di simile accade con il woke.
Il termine è vago e polemico. Conviene usarlo come nome di una costellazione.

Fra gli antecedenti teorici, per l’influsso che il loro pensiero ha avuto, Michel Foucault e Jacques Derrida; fra gli sviluppi, l’intersezionalità di Crenshaw, il femminismo nero di Patricia Hill Collins, l’oppressione e la resistenza epistemica di Kristie Dotson e di José Medina, i lavori di Saba Mahmood.

2026 08 excursus pensiero da Sorel a Crenshaw

Nessuno coincide con la vulgata militante, che ne ha spesso largamente stravolto le cautele e le distinzioni teoriche. Insieme hanno modificato il modo in cui una parte della sinistra pensa identità, linguaggio, sapere e potere.

Il primo punto di contatto è epistemico.

Sorel reagiva al marxismo scientista, all’idea che la storia conducesse quasi da sé al socialismo.
Al determinismo oppose il mito. Lo sciopero generale non era una previsione da verificare.
Era un’immagine capace di unificare una classe e farne una forza morale. La sua funzione politica risiedeva anzitutto negli effetti.

La critica woke parte ugualmente da un’obiezione seria. Nessuno guarda il mondo da un luogo neutrale.
Chi subisce una discriminazione può vedere ciò che il centro ignora.
Il sapere è situato.
Ma la svolta arriva quando, anche contro le cautele dei teorici, nel senso comune militante la posizione non offre più una prospettiva da verificare: diventa una garanzia.
Non conta che cosa si dice. Conta chi parla.
La critica della falsa neutralità scivola nel privilegio epistemico.
Ma l’esperienza illumina; non rende infallibili.

 

Il secondo punto è politico.

Sorel disprezzava il parlamentarismo, il compromesso, l’umanitarismo borghese.
Vi vedeva macchine di addomesticamento.
La violenza proletaria aveva per lui un valore prima morale che militare: conservava la separazione fra le classi e rigenerava perfino una borghesia infiacchita.

Anche nella costellazione woke il liberalismo appare spesso non come un’eredità da compiere, ma unicamente come un dispositivo da smascherare.
L’eguaglianza formale può occultare disuguaglianze sostanziali.
La neutralità può proteggere rapporti di forza.
La libertà di parola può riprodurre gerarchie.
Sono critiche fondate. Ma, nella versione radicale, non correggono più il liberalismo: gli revocano legittimità.

Il terzo punto contiene gli altri due.

È il rapporto con l’Illuminismo.
Neppure qui servono caricature.
Sorel non sognava semplicemente l’Ancien Régime: combatteva l’idea borghese di progresso perché la riteneva una teologia della passività.
Foucault non si dichiarò semplicemente nemico dell’Illuminismo e Derrida invocò perfino un Illuminismo a venire.
Tutti conservano qualcosa del suo pathos emancipativo.

 

Eppure la direzione può condurre fuori dall’Illuminismo. Accade

  • quando la denuncia dei falsi universali diventa denuncia dell’universalità
  • quando la ragione comune è ridotta a maschera del potere
  • quando la norma cambia secondo l’identità di chi agisce
  • quando al dominante si applica il principio e al subalterno il contesto.

È un contestualismo morale asimmetrico.

Il caso di Foucault davanti alla rivoluzione iraniana resta istruttivo.
Il filosofo colse la potenza di una sollevazione che sfuggiva alle categorie occidentali.
Vi riconobbe una spiritualità politica e non desiderava una teocrazia.
Ma la fascinazione per la rivolta antioccidentale indebolì il giudizio sul suo possibile esito clericale, oppressivo, oscurantista.

Saba Mahmood ha posto in forma più rigorosa un problema affine: l’agency[1] non coincide necessariamente con la resistenza e può formarsi anche nell’assunzione disciplinata di norme religiose.
Anche una donna che sceglie una disciplina religiosa può esercitare la propria agency.
È vero. Ma riconoscere l’agency di una persona non impone di sospendere il giudizio sulle norme e sulle istituzioni in cui essa agisce.

 

Qui emerge il rischio più attuale.

Un fondamentalismo può essere reazionario e insieme appartenere a una comunità oppressa.
Un popolo dominato dall’esterno può contenere dominatori al proprio interno.
Donne, giovani, lavoratori, omosessuali, apostati e minoranze non cessano di esistere perché il loro gruppo è subalterno.
Se la causa rende innocente i loro dominatori, costoro scompaiono.

Sorel aveva un soggetto privilegiato, il proletariato, e un mito insurrezionale.
Il woke in principio moltiplica i soggetti e opera soprattutto attraverso linguaggi, norme e riconoscimenti.

Ma confrontandoli si riconosce una tentazione ricorrente a sinistra:
sostituire alla fallibilità della ragione la purezza della posizione;
alla libertà, la virtù della causa; all’universalità incompiuta, il diritto all’eccezione.

Le sirene a volte non cantano solo menzogne.
Sorel vide l’anemia del socialismo parlamentare.
Il woke vede esclusioni che l’universalismo ufficiale ha troppo spesso ignorato.
La seduzione in questi casi nasce proprio dall’elemento di verità.
Il naufragio comincia quando quell’elemento pretende di essere il tutto.

La sinistra oggi non ha bisogno di meno Illuminismo, ma di un Illuminismo esigente e autocritico.
Nessuna civiltà ne è proprietaria.
Nessun oppresso ne è dispensato. 
Gli stessi principi davanti a ogni potere, gli stessi diritti per ogni popolo.
E per ogni essere umano.

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[1] N.d.R.:

in diverse discipline (sociologia, psicologia, filosofia) il termine agency indica la capacità di agire in modo autonomo, di influenzare la realtà con le proprie scelte.

 

 

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Ceuta? La regia è di Israele!
Come si costruisce (e si usa) un complotto perfetto

Samuele Vianello

Vianello samueleLa disinformazione dilaga rapidamente e viaggia indisturbata.

Non è possibile limitarne la diffusione con ostacoli fisici: non esistono quotidiani da sequestrare, canali televisivi da regolamentare o giornalisti da chiamare a rispondere delle proprie azioni.

I dati attraversano la rete e circolano, almeno nelle nostre democrazie, con estrema facilità e una ineguagliata libertà.

Di informazioni false se ne creano quotidianamente a migliaia.
Fra queste, ne basta una capace di riscuotere un discreto successo per uscire dalle bolle social, essere premiata dall’algoritmo e infettare le nostre bacheche.

Si tratta di un contagio inarrestabile e spietato: uno studio del MIT ha stimato che una fake news ha fino il 70% di probabilità in più di essere condivisa rispetto a una notizia vera, diffondendosi sei volte più velocemente di un’informazione corretta.

Prendiamo il risultato della produzione di massa di notizie false, moltiplichiamolo per il numero di ricondivisioni possibili dentro e attraverso i diversi social network, ponderiamo il tutto con il fattore “antisemitismo” e otterremo una campagna di disinformazione imbattibile.

  • Nessuno sarà in grado di fermarne la crescita esponenziale.
  • Le smentite giungeranno agli occhi di una minima frazione dei fruitori del contenuto fasullo, riuscendo a convincerne solo una minoranza, probabilmente già dotata dei giusti anticorpi.
  • Questo scenario non rappresenta un esperimento teorico o una fantasia fantascientifica, bensì una drammatica realtà.

ceuta 4

 

Fra il 29 e il 31 luglio, più di settantamila persone sono entrate a Ceuta dal Marocco, spinte proprio dal passaparola online e da notizie false riguardanti una sicura regolarizzazione una volta varcata la frontiera spagnola. Un fenomeno alimentato, dunque, dalla viralità del falso.

Nelle prime ore della crisi di Ceuta, un account X con meno di quattrocento follower, denominato “mossadinterpol”, ha pubblicato la seguente frase: “Non dimentichiamo mai, non perdoniamo mai. La caduta della Spagna è iniziata”.

Il profilo millantava di essere una sezione indiana non ufficiale del Mossad. In realtà, si trattava di un account parodistico creato a marzo di quest’anno, il cui post è stato ripreso da altri profili specializzati nell’aggregare notizie non verificate, spacciandolo per la prova del coinvolgimento israeliano. In quarantotto ore la pubblicazione originale ha ottenuto 1,1 milioni di visualizzazioni e oltre diecimila condivisioni.

Nelle ore successive, diversi canali Telegram di estrema destra hanno diffuso immagini generate con l’intelligenza artificiale che ritraevano membri del governo israeliano nell’atto di guidare i migranti verso i confini spagnoli.

Contenuti che sono stati poi ripresi da vari tiktoker, espandendo ulteriormente il pubblico. In meno di settantadue ore, una frase sibillina di uno sconosciuto anonimo ha innescato una valanga che si è abbattuta sull’opinione pubblica sotto forma di una narrazione geopolitica conclamata. 

  • Oltre 1 milione le visualizzazioni del post originale:
  • l’esercito social ha poi ricondiviso la fake news (173 post prodotti da 119 account) amplificando la portata tanto da superare, cumulativamente,
  • 50 milioni di visualizzazioni, con un potenziale bacino di
  • oltre 100 milioni di persone raggiunte, che, a loro volta,
  • l’hanno condiviso 368.000 volte.

Tutto questo nell’arco di 48 ore….
e stiamo parlando esclusivamente di X. [1]

ceuta 1Torniamo in Italia.

Per sfruttare la mediaticità di una fake news e utilizzarne la narrazione conseguente non è necessario supportarla in maniera diretta: è sufficiente giustapporre i termini “Ceuta” ed “Israele”, lasciando che il non detto prenda il sopravvento sulle analisi di politica internazionale, in un volo pindarico azzardato e inconsistente.

È il caso dell’intervento di Nicola Fratoianni qualche giorno dopo: Credete davvero che quello che è successo a Ceuta sia accaduto per caso? Io non lo credo: sono convinto che si sia trattato di un vero e proprio attacco, costruito e pianificato a tavolino”. Fratoianni ha poi affermato che “il Marocco è il principale alleato di Netanyahu, si scambiano favori, cooperazione militare, e molti soldi sono arrivati di recente dagli USA al Marocco. La polizia marocchina evidentemente ha chiuso un occhio”.

Fratoianni non ha dichiarato esplicitamente che il Mossad avesse “guidato i migranti” al confine, ma ha teorizzato una complicità indiretta e un interesse del governo israeliano a indebolire quello spagnolo.

Ricapitoliamo:

  • una fake news sul social di Musk dilaga
  • gli account Telegram di estrema destra la gonfiano con immagini IA
  • TikTok se ne nutre voracemente aggiungendo finti articoli e falsi comunicati stampa ufficiali
  • Fratoianni, due giorni dopo, teorizza la “spedizione punitiva per procura”
  • i social vengono intasati da queste fake
  • diversi esponenti Movimento 5 Stelle dichiarano che la Spagna sta “pagando il prezzo della sua indipendenza in politica estera nei confronti di Israele”.

Esistono innumerevoli motivazioni per criticare l’operato del governo di Netanyahu, avendo a cuore tanto gli israeliani quanto i palestinesi e il loro futuro di pace.
Sfruttare gli strascichi di una fake news per pura visibilità politica, invece, non è un’operazione condotta in buona fede.

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[1] per approfondire la dinamica social, indichiamo due link a una serie di analisi dettagliate

 *11*

 

Storico giornalista di Libération si licenzia
La sinistra di oggi è antisemita, non mi riconosco più

Ilaria Myr

pubblicato su Mosaico-cem.it  il 14 agosto in attualità e news/personaggi-storie

 

La lettera di congedo di Jean Quatremer, dal 1984 corrispondente da Bruxelles, affronta di petto la stortura della “nuova sinistra”.

 “Dal pogrom del 7 Ottobre, ha trasformato l’ostilità verso il governo Netanyahu – che condivido pienamente – e il legittimo sostegno alla causa palestinese in un antisionismo virulento, maschera di un antisemitismo sfrenato”.

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2026 08 LIBERATION 1“Questa nuova sinistra, che si crogiola nell’antisemitismo, difende la libertà di esprimere… la stessa opinione che ha lei. Fa una distinzione tra vittime “giuste” e “sbagliate” invece di difendere l’umanità intera. Insulta e diffama chi non si mette sull’attenti davanti alla sua propaganda, alle sue menzogne e al suo odio”.

Sono parole molto chiare e dure quelle con cui il giornalista francese Jean Quatremer, 68 anni, dal 1984 corrispondente da Bruxelles del quotidiano di sinistra Libération annuncia di lasciare la redazione del giornale fondato dal filosofo Jean-Paul Sartre e Serge July, dopo tre anni in cui rapporti con la redazione si erano deteriorati a causa delle sue posizioni pubbliche, in particolare sul conflitto israelo-palestinese.

Quatremer, soprattutto dal 7 Ottobre, si è espresso più volte, soprattutto sui social, contro le posizioni antisemite, mascherate da antisionismo, della sinistra francese e l’antisemitismo esploso dopo il 7 Ottobre, suscitando l’opposizione di molti colleghi della redazione. Ad aprile di quest’anno, è dovuto comparire davanti alle risorse umane del suo giornale. Numerosi dipendenti di Libé avevano tenuto un’assemblea per esprimere “disagio e angoscia” causati dai suoi commenti pro-Israele sui social. E avevano chiesto sanzioni, perché “la libertà di espressione non può essere un cavallo di Troia per il razzismo

A giugno, poi, si è visto recapitare un comunicato della redazione che prendeva le distanze dal proprio storico corrispondente da Bruxelles.
La causa: avere pubblicato sui propri canali social un’immagine dell’opera “Hate Never Dies” dell’artista italiano aleXsandro Palombo.
L’opera, apparsa a Milano in più punti del percorso della manifestazione pro-Palestina, raffigura Adolf Hitler con una kefiah palestinese e una fascia con la scritta “hate”, ed è stata concepita dall’artista come una riflessione sull’antisemitismo contemporaneo e sulla normalizzazione dell’odio nel dibattito pubblico europeo.
La diffusione dell’opera da parte del giornalista ha generato immediate reazioni critiche da parte di colleghi del quotidiano e di numerose figure politiche francesi, innescando un intenso dibattito.

2026 08 LIBERATION 2La lettera di congedo del giornalista, pubblicata su Le Point, affronta di petto la stortura della “nuova sinistra”, che “tollera al suo interno il clericalismo con cui si allea, e discorsi omofobi, misogini, transfobici, contrari alla laicità, contrari alla libertà di espressione”.

Dal pogrom del 7 Ottobre, ha trasformato l’ostilità verso il governo Netanyahu – che condivido pienamente – e il legittimo sostegno alla causa palestinese in un antisionismo virulento, maschera di un antisemitismo sfrenato”.

E ancora: “Si etichetta come fascista chiunque, ebreo o meno, non si allinei a questa linea, in nome di un antifascismo di nuova generazione che, per la sua violenza – talvolta letale – assomiglia come un gemello a ciò che pretende di combattere”.

Come nello stalinismo, “la polizia del pensiero impone un terrore ideologico a colpi di anatemi, denunce calunniose e cultura della cancellazione.

Si nazificano gli ebrei, si accusano Israele e gli ebrei di tutto il mondo di essere autori di genocidio, così come un tempo venivano accusati di deicidio; si nega il diritto all’esistenza di Israele, cosa che non avviene per nessun altro paese; si ritiene che, in fondo, l’antisemitismo sia un’opinione come un’altra e non più un valore su cui non si transige… Sì, tutto questo è permesso. Ma denunciare l’antisemitismo e l’antisionismo, difendere il diritto di Israele ad esistere, mettere in discussione l’affermazione secondo cui questo paese commette un genocidio o provoca una carestia, sottolineare l’uso della popolazione civile come scudo umano da parte dei terroristi di Hamas, interrogarsi sulla strumentalizzazione dell’UNRWA o dell’ONU da parte degli islamisti, ah, questo no!”.

Da qui il saluto ai lettori, “coloro che mi hanno letto, ascoltato e amato nel corso di questi anni, coloro per i quali la diversità di opinioni all’interno della sinistra è un tesoro prezioso. Come diceva Jean-Paul Sartre nel 1973 a proposito di *Libération*, di cui era cofondatore insieme a Serge July, è «un giornale che non è quello di un partito e in cui i giornalisti, tutti di sinistra, non hanno necessariamente la stessa opinione». A tutti questi lettori, vi do appuntamento su altre piattaforme dove continuerò a far sentire la mia voce e a difendere i valori e il giornalismo in cui credo”.

Quatremer andrà al settimanale Marianne, orientato su posizioni progressiste e repubblicane, che ha annunciato il suo arrivo come editorialista”. “Lì esprimerà la sua voce socialdemocratica unica, come fece Jacques Julliard prima di lui quando lasciò Le Nouvel Observateur nel 2010“, ha scritto il settimanale.

Il testo della lettera

2026 08 LIBERATION Jean Quatremer 2«Addio Libé!
Cari amici di Libération

lo confesso, sono un libertario e, come ogni libertario, un provocatore. Né dio né padrone. È proprio per questo che nel 1984 ho scelto Libé.

Un giornale libero, stravagante, dissidente, anticonformista, quello che Serge July aveva ricreato nel maggio 1981, Libé II. “All’inizio di Libération c’era il caos”, come ha giustamente scritto, un caos delle origini che ha segnato a lungo questo giornale.

Lì convivevano persone improbabili e appassionate, persone che passavano il tempo a litigare in pubblico – cosa che sarebbe stata impossibile in altre testate compassate e istituzionali – per poi riconciliarsi davanti a un bicchiere o a un pasto.

Non avevamo paura di nulla e soprattutto non di chi non la pensava come noi, con cui, al contrario, cercavamo il confronto. Non avremmo mai censurato nessuno né nulla (salvo qualche eccezione, bisogna ammetterlo).

Era vietato vietare, un’eredità del Maggio 1968 di cui potevamo andare fieri, anche se a volte ci sono state delle derive che «Libé» ha avuto il coraggio di riconoscere, a differenza di molti altri giornali. Ed era del tutto accettato rompere i piatti e mettere i piedi sul tavolo.

Ma tutte le cose belle finiscono. Mi congedo.

Ringrazio le successive direzioni editoriali che mi hanno permesso a lungo di esercitare in piena indipendenza la mia professione all’interno del giornale, ma anche su altre piattaforme; la maggior parte dei miei colleghi, con i quali ho sempre intrattenuto rapporti cordiali nel corso degli anni; e i vari azionisti che ci hanno finanziato con grande generosità senza mai interferire con la redazione, come posso testimoniare personalmente.

Se me ne vado, non è a causa dell’Europa, il tema al quale ho dedicato con passione gran parte della mia attività professionale. Appartengo a quella sinistra socialdemocratica che combatte l’oscurantismo religioso in ogni sua forma, il razzismo, l’antisemitismo, le discriminazioni, l’odio verso i musulmani, il sessismo, l’omofobia, l’ingiustizia sociale, i regimi autoritari, ecc..

Quella che considera sacre le libertà individuali e collettive, in particolare la libertà di espressione, quella che non scende a compromessi con lo Stato di diritto e la Repubblica. Purtroppo non posso che constatare che essa è ormai minoritaria, se non addirittura in via di estinzione.

2026 08 LIBERATION Jean Quatremer 5Per paura di essere accusata di «islamofobia» o di neocolonialismo o, più cinicamente, per cercare di accaparrarsi il voto delle comunità, una parte della sinistra politica e mediatica tollera al suo interno il clericalismo con cui si allea, e discorsi omofobi, misogini, transfobici, contrari alla laicità, contrari alla libertà di espressione. Dal pogrom del 7 Ottobre, ha trasformato l’ostilità verso il governo Netanyahu – che condivido pienamente – e il legittimo sostegno alla causa palestinese in un antisionismo virulento, maschera di un antisemitismo sfrenato, come aveva ben compreso Vladimir Jankélévitch, che rappresenta la negazione dei valori non solo della sinistra, ma della Repubblica stessa.

Si manifesta davanti alle sinagoghe, si aggrediscono gli ebrei, si urla “Heil Hitler” durante le manifestazioni, si impedisce di parlare a intellettuali, artisti, scienziati e giornalisti perché sono ebrei e quindi sionisti e quindi “genocidi”. Si etichetta come fascista chiunque, ebreo o meno, non si allinei a questa linea, in nome di un antifascismo di nuova generazione che, per la sua violenza – talvolta letale – assomiglia come un gemello a ciò che pretende di combattere.

Come ai tempi d’oro dell’URSS e del Comintern, la polizia del pensiero impone un terrore ideologico a colpi di anatemi, denunce calunniose e cultura della cancellazione. Si nazificano gli ebrei, si accusano Israele e gli ebrei di tutto il mondo di essere autori di genocidio, così come un tempo venivano accusati di deicidio; si nega il diritto all’esistenza di Israele, cosa che non avviene per nessun altro paese; si ritiene che, in fondo, l’antisemitismo sia un’opinione come un’altra e non più un valore su cui non si transige… Sì, tutto questo è permesso.

Ma denunciare l’antisemitismo e l’antisionismo, difendere il diritto di Israele ad esistere, mettere in discussione l’affermazione secondo cui questo paese commette un genocidio o provoca una carestia, sottolineare l’uso della popolazione civile come scudo umano da parte dei terroristi di Hamas, interrogarsi sulla strumentalizzazione dell’UNRWA o dell’ONU da parte degli islamisti, ah, questo no!

Eppure, ve lo dico io, che non sono ebreo: l’antisemitismo in tutte le sue forme, anche quelle più subdole, è il segno inconfutabile dell’odio verso la Repubblica, le libertà, lo Stato di diritto, l’uguaglianza, l’umanesimo. È foriero di totalitarismo.

Questa nuova sinistra, che si crogiola nell’antisemitismo, difende la libertà di esprimere… la stessa opinione che ha lei. Fa una distinzione tra vittime “giuste” e “sbagliate” invece di difendere l’umanità intera. Insulta e diffama chi non si mette sull’attenti davanti alla sua propaganda, alle sue menzogne e al suo odio. Pertanto, contrariamente a quanto hanno affermato dal 7 Ottobre i sostenitori di questa sinistra che di sinistra ha solo il nome, non ho mai confuso i musulmani con l’islamismo, né i palestinesi con Hamas e i suoi sostenitori. Chi mi accusa di razzismo, di islamofobia – un’accusa che uccide solo chi ne è oggetto – e di fascismo è un idiota o un bastardo, o entrambe le cose.

Lascio certamente «Libération», ma non i suoi lettori, coloro che mi hanno letto, ascoltato e amato nel corso di questi anni, coloro per i quali la diversità di opinioni all’interno della sinistra è un tesoro prezioso. Come diceva Jean-Paul Sartre nel 1973 a proposito di *Libération*, di cui era cofondatore insieme a Serge July, è «un giornale che non è quello di un partito e in cui i giornalisti, tutti di sinistra, non hanno necessariamente la stessa opinione». A tutti questi lettori, vi do appuntamento su altre piattaforme dove continuerò a far sentire la mia voce e a difendere i valori e il giornalismo in cui credo.

Spero che la maggior parte di voi continui, come ho cercato di fare io negli ultimi anni, a difendere *Libération* da coloro che vorrebbero prenderlo in ostaggio in nome di un’ideologia contraria ai suoi valori. A coloro che si batteranno per «liberare Libération», per riprendere, ancora una volta, un’espressione di Serge July risalente al 1981, auguro buona fortuna, così come auguro buona fortuna a Sonia Delesalle-Stolper, la sua nuova direttrice editoriale. Non dimenticate che la libertà si riconosce dal rumore che fa quando se ne va.

*12*

 

Da Auschwitz a Hava Nagila
Francesco Guccini e la cultura ebraica

Valerio Sanzotta

Sanzotta ValerioLa lunga carriera di Francesco Guccini, scomparso a Pàvana lo scorso 6 agosto, è incorniciata, quasi simbolicamente, da due canzoni, la prima di morte, l’altra di speranza:

        • Auschwitz, scritta a partire dal 1964 quando il cantautore era studente a Bologna, e
        • Hava Nagila, dal suo ultimo album Canzoni da osteria (novembre 2023).

Guccini aveva composto Auschwitz influenzato dalla lettura de Il flagello della svastica di Edward Russell e poi di Tu passerai per il camino di Vincenzo Pappalettera, il cui titolo ha lasciato tracce evidenti nel testo della canzone, pubblicata per la prima volta nel 1966 dall’Equipe84: «[…] son morto ch’ero bambino / passato per il camino / e adesso sono nel vento»).

La canzone vide la luce in un momento in cui la cultura italiana aveva appena iniziato a costruire la propria memoria dell’Olocausto: Se questo è un uomo, apparso una prima volta nel 1947 per una piccola casa editrice torinese, era rimasto praticamente sconosciuto fino al 1958.

Sempre a Bologna, Guccini aveva conosciuto uno studente israeliano, Elisha, che introdusse all’Osteria delle Dame Hava Nagila, un nigun (aria/melodia rituale) chassidico riadattato dal musicologo sionista Abraham Zvi Idelsohn nel 1918 in occasione della Dichiarazione Balfour.

2026 08 GUCCINI STAINO piccolaPresentando il disco alla Statale di Milano nel novembre del 2023, un mese dopo quella Shoah in miniatura che è stato il 7 Ottobre, Guccini non volle esprimersi sulla guerra di Gaza, prendendo le distanze dalla canea delle tifoserie contrapposte e proponendo come esempio virtuoso le tavole dell’amico Sergio Staino, da poco scomparso, che aveva illustrato la canzone Il vecchio e il bambino: le tavole si concludevano mostrando un vecchio con una bandiera israeliana e un bambino con quella palestinese sulle spalle, che si allontanavano insieme prendendosi per mano.

Gli ayatollah dell’indignazione selettiva non avevano evidentemente ancora affilato le armi, perché a quel rifiuto dell’intruppamento non seguì un rogo mediatico come quello che fu attizzato per Erri De Luca e Francesco De Gregori nella primavera di quest’anno.

Tra Auschwitz e Hava Nagila vi sono altre due canzoni:

  • Shomèr ma mi-llailah? (album Guccini, 1983) e
  • Lager (album Metropolis, 1981)

2026 08 GucciniLa prima, la più celebre, ruota intorno all’oracolo di Isaia 21,11-12, che Guccini aveva letto nella traduzione di Guido Ceronetti, apparsa due anni prima per Adelphi. Il volume, peraltro, era accompagnato da un commento dello stesso Ceronetti, che isolava il motivo della domanda continua come chiave dell’intero libro profetico: «La peggiore delle sciagure è che cessino il venire e il domandare».

Lasciandosi ispirare da Isaia, Guccini diviene profondamente ebraico, facendo del deserto, come ha osservato anche Daniela Santus in un ricordo sui social, non un desolato e vuoto yeshimon, ma un midbar, luogo della domanda e dell’ascolto, abitato dalla Parola: «E li avverto, radi come le dita, / ma sento voci, sento un brusio / e sento d’essere l’infinita eco di Dio».

Si tratta del momento forse più alto della riflessione di Guccini sul testo sacro, con un grado di consapevolezza delle fonti che è difficile trovare in altri cantautori.

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2026 08 guccini lager albumLa seconda, meno nota e più politica, è Lager (1981), che inizia con voluta sgradevolezza:

«Cos’è un lager? / È una cosa nata in tempi tristi, / dove dopo passano i turisti, / occhi increduli agli orrori visti… / “non gettar la pelle del salame!”».

Guccini non poteva conoscere Necropoli di Boris Pahor, pubblicato in sloveno nel 1967 ma apparso in italiano solo nel 1997, che si apre con un uomo di mezza età che entra nell’ex lager di Natzweiler-Struthof insieme a un gruppo di turisti.

Neppure avrebbe potuto prevedere le improvvide parole della ministra Roccella nell’ottobre del 2025, ma conosceva bene, d’altra parte (lo ha ricordato Maurizio Crippa su Il Foglio), il congegno autoassolutorio della sinistra comunista che fa dell’antisemitismo una questione legata esclusivamente al nazifascismo, come se non fossero mai esistiti il ‘complotto dei medici’, il processo Slánský o l’antisionismo di Gomułka:

«Il fenomeno ci fu. È finito! / Li commemoriamo, il resto è un mito! / L’hanno confermato ieri giù al partito, / chi lo afferma è un qualunquista cane! […] Cos’è un lager? / È una cosa sporca, cosa dei padroni, / cosa vergognosa di certe nazioni, / noi ammazziamo solo per motivi buoni […]».

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2026 08 Guccini Zuppi Auschwitz grandeChi ha potuto vedere il film di Francesco Conversano e Nene Grignaffini Son morto che ero bambino. Francesco Guccini va ad Auschwitz, che documenta la visita di Guccini al campo nel marzo del 2016, avrà trovato qualcosa di molto diverso dall’attacco di Necropoli, dal salame di Lager o dalle ‘gite’ della distopia roccelliana.

A partire da quel lungo treno nella neve in cui Guccini e l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi riflettono sulla genesi della canzone Auschwitz, e il cantautore dichiara di non conoscere i motivi che lo avevano portato a comporre quel brano.

Forse è la poesia che ci supera, come dice Zuppi; forse è poesia sgorgata dall’amore per il popolo ebraico e dalla partecipazione alle sue tragedie, di cui Guccini ha dato mirabile testimonianza.

Anche per questo lo ricorderemo con affetto.

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Saul Meghnagi

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.

Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

La democrazia nelle società occidentali contemporanee è garantita da architetture istituzionali e sistemi normativi, da una struttura politico-economica, da un sistema di servizi e da altri elementi finalizzati a un equilibrio tra collettività e classi sociali, da una rete di relazioni di comunicazione, dialogo, confronto, coesistenza.

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L’idea sionista. Tra particolarismo e universalismo

Sugli scaffali delle librerie, nel corso degli ultimi due, tre anni, c’è spesso uno spazio dedicato a libri che parlano della guerra in Medio Oriente. La critica alla politica israeliana è prevalente.

Il fatto scatenante, la strage compiuta il 7 Ottobre 2023 a opera del movimento terrorista di Hamas, è scarsamente evidenziato.

Nel dibattito emerge soprattutto la tragedia della distruzione di Gaza: in diversi casi, gli analisti tendono a sottolineare le responsabilità di Israele non limitandosi solo agli ultimi fatti. La cosa è particolare. Può succedere, a volte, che le posizioni su eventi in corso siano tra loro distanti e i giudizi propendano a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti.

Questo è peraltro uno dei pochi, se non l’unico caso, nel quale a essere messe in discussione non sono le azioni di un governo, ma la genesi stessa e l’esistenza dello Stato di cui fa parte. Nel caso specifico di Israele, è posta sotto accusa l’idea fondante della sua nascita, il “sionismo”.

VOLUME - Le parole hanno una storia - Marcello FloresIl significato del termine sionismo, nella sua polisemia storicamente condizionata, è stato delineato, con la consueta lucidità, da Marcello Flores, in un testo del quale abbiamo parlato nei numeri precedenti (M. Flores, Le parole hanno una storia, Donzelli Roma 2025): il sionismo è un movimento politico e culturale, nato alla fine dell’Ottocento, con l’obiettivo di dare una “casa” agli ebrei. (cfr. p. 133 e segg.).

Partendo da tale definizione, può essere forse utile riproporre alcuni riferimenti concettuali che aiutino a ragionare con cognizione di causa sul dibattito odierno senza cadere in schieramenti suscettibili di alimentare il conflitto piuttosto che la ricerca di sue possibili soluzioni. Il confronto si focalizza su due studiosi che hanno indagato sui meccanismi del pensiero sociale e politico –Karl Mannheim e Hannah Arendt– e su due pensatori –Leone Pinsker e Teodoro Herzl– ai quali si deve la prima formulazione dell’idea sionista.

Riguardo ai volumi di questi ultimi, sono importanti le introduzioni, rispettivamente, dello storico David Bidussa e del giornalista Gad Lerner.

VOLUME - Ideologia e utopia Karl MannheimKarl Mannheim (1893 – 1947) pubblica nel 1929 il suo lavoro più importante, Ideologia e utopia (edito in Italia da Il Mulino, Bologna, 1999 e attualmente in ristampa) proponendo una distinzione tra la nozione di “ideologia” -quale insieme di idee che consentono di descrivere e giustificare il sistema sociale quale è- e ”utopia” –intesa come orientamento- che mettendo in discussione l’ordine esistente ne prefigura uno nuovo.

Nato a Budapest, professore in Germania durante la Repubblica di Weimar dà vita, con una cerchia ristretta di suoi allievi –tra i quali Hannah Arendt– a un gruppo di studio su un tema comune, l’emancipazione degli ebrei nel diciannovesimo secolo.

Ragionando su questo argomento, perfeziona negli anni successivi (nel 1933, come ebreo è costretto a fuggire dal Paese) il suo impianto concettuale osservando che ogni generazione sviluppa una propria visione del mondo in ragione del contesto, delle diverse relazioni, degli eventi passati e presenti, della propria identità e, in particolare, della propria posizione sociale.

Le idee, per questi motivi, sarebbero condizionate dalla realtà in cui nascono e si sviluppano e, come tali, possono essere analizzate, criticate, accolte o respinte. In prima istanza, è possibile ipotizzare un’evoluzione della nozione di sionismo da “utopia”, come si presenta nella sua genesi di fine Ottocento, a “ideologia”, come si configura quale idea guida della costruzione dello Stato di Israele e come elemento connotativo della sua identità.

Hannah Arendt (1906 – 1975) dissente, peraltro, da quello che può essere considerato uno dei suoi maestri (anche se non importante quali furono Martin Heidegger e Karl Jaspers): nella sua critica a Mannheim anticipa alcuni elementi centrali di quanto scriverà negli anni successivi. Hannah Arendt teme che l’analisi di un’idea basata sulla collocazione del suo sostenitore, possa distogliere l’attenzione dal suo contenuto.

Secondo la studiosa, ricondurre il pensiero alla sfera sociale riduce l’autonomia della riflessione filosofica innescando un circolo vizioso in cui ogni idea viene spiegata esclusivamente in base alla collocazione economica e di classe di chi la formula. Arendt ritiene che questo sia un limite molto serio dell’impianto teorico di Mannheim, in grado di distruggere la possibilità di un esame rigoroso sul giudizio di merito e sulla riflessione concettuale della nozione esaminata.

Per questo, non si ferma alla spiegazione sociologica ma vuole analizzare l’idea stessa nei suoi fondamenti.

La domanda che si pone è come sia possibile pensare criticamente la società senza ridurre il pensiero a un semplice prodotto della società stessa. Hannah Arendt ne scrive nel 1930 in un saggio, oggi reperibile in una pubblicazione italiana (H. Arendt, Filosofia e sociologia, S. Forti (a cura di), Archivio Arendt 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano, 2001, pp 67 -82).

Tali premesse sono utili per la riflessione della studiosa sul sionismo. La sua forte adesione iniziale e il suo lungo impegno in ambito ebraico la porteranno, in seguito, a discussioni vivaci con diversi interlocutori nel suo sforzo di stabilire quale debba essere il legame tra identità specifica e apertura totale verso l’altro: Arendt sostiene di pensare e agire per una comune giustizia e – come afferma con una formula lucida e chiara – per il riconoscimento assoluto del “diritto di avere dei diritti”.

  .  VOLUME ARENDT - Ebraismo e modernità

Il suo articolo dell’ottobre 1945, Ripensare il sionismo (in “Ebraismo e modernità” a cura di Giovanna Bettini, Feltrinelli Editore, 2003, pp. 77-116) a cui si rinvia anche per le discussioni menzionate – è il testo che, rispetto all’ebraismo, al sionismo, a Israele, offre un quadro importante per una riflessione anche sulle dinamiche odierne.

Arendt scrive che il sionismo -come veniva configurandosi nelle politiche del tempo, man mano che si conosceva cosa fosse stata la Shoah- rischiava di dare vita a uno Stato basato su criteri etnici e nazionalistici, escludendo altri popoli e realtà culturali presenti nel territorio di riferimento. Era per questo necessario ricercare soluzioni alternative che garantissero la tutela della identità degli ebrei come popolo senza escludere la stessa possibilità ad altri popoli. L’analisi proponeva, quindi, una rilettura del sionismo alla luce dei diritti umani universali.

Tale accostamento non risultava contraddittorio per l’autrice, che legava l’antisemitismo e la tragedia della Shoah al fallimento di una politica basata su pluralismo, uguaglianza, giustizia. Il concetto centrale risiede nella correlazione memoria storica e responsabilità politica. Questo intreccio, lungi dall’escludere la distinzione di Mannheim tra utopia e ideologia, la valorizza offrendo un’immagine del sionismo in cui la dimensione morale è intrinsecamente legata all’azione politica.

In questa logica, può essere interessante analizzare la proposta editoriale concepita, agli inizi del 1990, da Francesca Bolino, all’epoca redattrice e editor – oltre che autrice – per le edizioni de Il Melangolo di Genova: pubblicare classici del sionismo con una cura di studiosi di diversa formazione professionale.

Da ciò due volumi centrali del pensiero e degli sviluppi del sionismo stesso ristampati di recente: L. Pinsker, Autoemancipazione ebraica, Appello di un ebreo russo ai suoi fratelli (Il Nuovo Melangolo, Genova, 2024, prima edizione de Il Melangolo, 1992, ed. originale 1882) e T. Herz, Lo Stato ebraico (Il Nuovo Melangolo, Genova, 2024, prima edizione de Il Melangolo, 1992, ed. originale 1896).

VOLUME - Autoemancipazione ebraica, Appello di un ebreo russo ai suoi fratelliL’introduzione, come accennato a cura di David Bidussa, al libro di L. Pinsker (pp. 7–21) propone la lettura del termine «autoemancipazione» nella sua dimensione rivolta al futuro. Il pensiero di Pinsker, per Bidussa, va collocato dentro la grande trasformazione inaugurata dalla Rivoluzione francese.

L’emancipazione degli ebrei aveva promesso qualcosa di radicalmente nuovo: l’ebreo poteva diventare cittadino a pieno titolo, senza che la sua appartenenza religiosa costituisse un ostacolo. Ma, nell’esperienza di Pinsker questa promessa entra in crisi.

Gli eventi del 1881-82, l’ondata di pogrom nell’Impero russo, dimostrano che l’integrazione non ha eliminato l’ostilità verso gli ebrei. Nasce da questo presupposto la svolta di Pinsker: piuttosto che suggerire un modello alternativo di integrazione, egli sposta l’asse sul soggetto stesso dell’azione, l’emancipazione non deve più essere concessa dalla maggioranza alla minoranza, deve essere conquistata dagli ebrei in prima persona. Bidussa osserva che il titolo del libretto di Pinsker ha una caratteristica particolare: «nomina l’avvenire».

Non descrive semplicemente una situazione presente, ma contiene un programma e un invito all’azione.

Pessimista sulla possibilità di risolvere la questione ebraica attraverso l’assimilazione individuale, Pinsker sostiene che l’ambiente circostante non sia incline ad accettare tale presenza: pur integrandosi culturalmente e socialmente, l’ebreo continua a essere percepito come un corpo estraneo.

Per questo occorre cambiare il livello del problema: dall’individuo alla collettività ebraica. Bidussa legge Pinsker come una figura di passaggio. Da una parte c’è il vecchio mondo dell’ebraismo dell’Europa orientale, caratterizzato da comunità, ghetti e shtetl, dall’altra c’è la modernità, con emancipazione e cittadinanza. Pinsker scopre che nessuna delle due condizioni, da sola, risolve il problema. La risposta diventa allora una forma di emancipazione collettiva: gli ebrei devono diventare soggetto politico della propria storia.

VOUME - Lo Stato ebraico - Il Nuovo Melangolo T HerzIl testo di Pinsker è del 1882, mentre quello di Herzl è del 1896, ma Pinsker non è semplicemente un “Herzl prima di Herzl”. Herzl darà al problema una formulazione politica e diplomatica molto più sistematica. Lerner, nell’introduzione a Lo Stato ebraico di Herzl, lo descrive come uomo della modernità europea che non immagina originariamente uno Stato teocratico o una restaurazione religiosa. Delinea un progetto politico nato dalla constatazione che l’antisemitismo non scompare con l’assimilazione.

Lerner evidenzia che in Herzl l’idea dello Stato ebraico è legata a una necessità emancipatoria: ottenere per gli ebrei una totale “parità di diritti”. Sottolinea inoltre la sostanziale laicità di Herzl e il fatto che nel suo scritto evita di fondare il progetto politico su un richiamo biblico. Pinsker parte dal fallimento dell’emancipazione, Herzl dall’impossibilità di risolvere la questione ebraica con l’assimilazione: Pinsker teorizza l’autoemancipazione, interrogandosi sulle sue modalità, Herzl traccia un programma politico focalizzato sulla concreta costruzione di una soluzione istituzionale.

Dalle angolazioni piuttosto diverse dei due volumi emerge come la crisi dell’emancipazione sia il punto di partenza del sionismo e come, dentro la trasformazione di tale crisi, si sviluppi un progetto moderno. È possibile ipotizzare una dialettica tra quanto formulato da Mannheim – la dinamica, applicabile anche al sionismo, tra utopia e ideologia – e quanto sostenuto da Hannah Arendt – la necessità di analizzare il valore di un’idea in relazione al contesto e, nel contempo in base ai principi che lo regolano.

Il sionismo oggi andrebbe, come scrive Arendt, “riconsiderato” per capire la possibile degenerazione di un’idea nel momento in cui viene adottata strumentalmente per giustificare una politica. Il problema del mantenimento di una identità collettiva, senza escludere o misconoscere quella degli altri, è ancora aperto, come quello più generale di integrare e non di opporre, universalismo e particolarismo, diritti universali e diritti culturali. Questo tipo di problema e gli interrogativi connessi vanno posti senz’altro a Israele e a chi ne sostiene la legittimità e i diritti.

Va nel contempo posto all’Occidente e alla sua incapacità di governare le diversità culturali al suo interno, anche quando sono affermati in Carte costituzionali democratiche. Va posta a tutto il mondo orientale, in particolare, rispetto al Medio Oriente, a quello islamico con il quale il dialogo deve continuare delineando forme future di contiguità tra comunità, religioni e tradizioni diverse.

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Simone Santucci
Radio Radicale Ringraziamento

Redazione 2026 SxI2p2s gennaio

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