Emanuele Fiano === Né indulgenze, né negazioni

dalla Newsletter n°16 – Settembre 2025

Emanuele Fiano

La storia ci corre davanti.
Mentre chiudiamo questa edizione della newsletter, il mondo è percorso da un fremito di speranza.

Tra poche ore, a Sharm el-Sheikh, cominceranno le trattative indirette per l’attuazione del Piano di pace di Trump tra Israele, Hamas, Egitto, USA e Qatar.

Tutto il mondo arabo-islamico, con l’eccezione dell’Iran, insieme all’ANP, all’UE, a Cina, India, Russia e ai Paesi occidentali, si è espresso a favore della sua approvazione da parte dei due principali contendenti.

A ognuno di noi pare di intravedere una tremula lucina in fondo al tunnel, e a quella ci aggrappiamo. Vorremmo vedere il ritorno a casa degli ostaggi israeliani, la fine delle sofferenze della popolazione di Gaza, l’avvio di un nuovo processo di governo per Gaza e un periodo senza violenza, morti, terrorismo, guerre — il più lungo possibile.

È difficile misurare quanta speranza sia legittimo nutrire; ma a quella speranza ci aggrappiamo, e qui in Italia continuiamo il nostro lavoro tra l’incudine e il martello: per la pace e per la verità, per quanto lontane e difficili da raggiungere possano apparire.

Criticare il governo, opporsi duramente alle sue scelte e denunciare la devastante situazione della popolazione civile di Gaza, non significa delegittimare lo Stato di Israele: lo fanno ogni giorno milioni di israeliani che certamente non sono né antisemiti né antisionisti.

Combattere Hamas e contrastarne i principi con tutta la forza possibile, così come opporsi ai suoi sostenitori in tutto il mondo, più o meno ambigui, non vuol dire negare diritti ai palestinesi, anzi vuol dire lavorare per liberarli da una oppressione che ha solo peggiorato la loro situazione. Invece sognare una Palestina senza Israele vuol dire cancellare un popolo e negare lo Stato palestinese significa fare lo stesso errore dall’altro lato.

Dopo due anni di tragedia l’ovvio è diventato impopolare: due popoli, due Stati che è l’equilibrio esatto tra due diritti da difendere; sappiamo quanto questo obiettivo appaia oggi irrealizzabile, ma non conosciamo storia politica che non si ponga obiettivi che appaiono sul momento impossibili; la forza dei principi quella di essere validi anche molto prima di essere realizzati.

Come Sinistra per Israele – Due popoli, due Stati noi respingiamo due estremismi: annessioni ed espulsioni da una parte, lo slogan “dal fiume al mare” dall’altra. Stiamo dalla parte più difficile: diritti per tutti, non a prezzo dei diritti dell’altro. È più facile tifare per una squadra sola. Perché la difficoltà della pace sarà sempre quella, difendere anche i diritti dell’altro oltre ai propri. Se si pensa solo ai propri amici la pace non arriverà mai. È il nemico quello con cui devi trattare, il tuo amico è già al tuo fianco. Non ce lo siamo inventati noi, ce lo insegna la storia in generale e quella del pensiero di Yitzhak Rabin, di cui tra pochi giorni ricorrono i 30 anni dall’assassinio, in particolare, come quando ci insegnò, proprio appena arrivato al governo nel 1992 che la pace si fa con il nemico e non con gli amici, come amava ripetere il suo amico e grande scrittore Amos Oz.

Vogliamo fatti, non posture: cessate il fuoco negoziato, liberazione immediata degli ostaggi, protezione dei civili a Gaza, in Israele e in Cisgiordania, stop agli insediamenti e alla violenza dei coloni, isolamento politico di Hamas, esilio delle sue milizie e rilancio di un percorso credibile verso lo Stato palestinese accanto a Israele, in sicurezza per entrambi. Questa è la sinistra che vogliamo: laica, garantista, antiterrorista, pro-pace concreta.

Il punto di partenza è semplice: due diritti collettivi che non si escludono. Difenderli significa rifiutare punizioni collettive e pretendere il rispetto del diritto umanitario da tutti. Significa anche separare identità e politica: l’antisemitismo non è “critica”, è un’aberrazione; non è politica equiparare Israele al nazismo o negarne il diritto a esistere; non lo è nemmeno trasformare ogni palestinese in un nemico o leggere il conflitto come “scontro di civiltà”; tipica strada della destra mondiale. Quella scorciatoia alimenta soltanto odio e instabilità.

Diciamo no alla destra messianica israeliana che normalizza annessioni e violenza, e no all’estremismo terrorista palestinese e filoiraniano che usa i civili come scudi e predica la cancellazione di Israele.

All’Europa e all’Italia chiediamo meno slogan e più responsabilità: conseguenze chiare verso chi viola leggi e diritti umanitari e di guerra, stop a boicottaggi generalizzati, isolamento di Hamas e sostegno a leadership palestinesi riformate, laiche e responsabili. L’assenza dell’Europa, culla dei diritti, pesa.

Qui, il nostro dovere è chiaro: dare voce a chi cerca il dialogo, negare i palchi a chi invoca cancellazioni; fare parlare qui, chi in Israele e tra i palestinesi combatte durissime e pericolose battaglie per la pace e l’incontro, contrastare antisemitismo e demonizzazioni; difendere la libertà di critica; ristabilire il senso della parola sionismo come autodeterminazione di un popolo, non sopraffazione di un altro. Combattere la disinformazione quotidiana.

Perché adesso? Perché l’alternativa è una guerra senza fine: Gaza devastata, Israele insicuro, lo scontro di civiltà come culla di antisemitismo e razzismo, la causa palestinese risucchiata dal fanatismo, un’Europa complice per inerzia.

L’unica soluzione è politica e ha un nome che non passa di moda: due popoli, due Stati.
Tutto il resto è pericolo, qui e li.