dalla Newsletter n°16 – Settembre 2025
Piero Fassino
Il mondo segue con speranza e apprensione gli sviluppi del Piano Trump. Non si tratta ancora di un organico Piano di pace e molti punti restano irrisolti.
Non è chiaro quale sia il destino della Cisgiordania in questi anni progressivamente occupata dalla espansione di insediamenti ebraici giunti a 700.000 abitanti; non sono chiari i tempi e le modalità del ritiro dell’esercito israeliano da Gaza; rimane indeterminata la prospettiva di uno Stato palestinese; al coinvolgimento israeliano nella definizione del Piano non appare esser corrisposto analogo coinvolgimento della parte palestinese; non è chiaro come e da chi verrà individuata una amministrazione indipendente di Gaza; né va sottovalutata la complessità di un Piano articolato in 20 punti la cui applicazione potrà suscitare – come già sta accadendo – non pochi contenziosi. E infine tutti si interrogano sulla reale volontà di Hamas di accettare il suo disarmo.
La credibilità del Piano la si potrà misurare subito dalla attuazione di quattro nodi decisivi: la liberazione di tutti gli ostaggi da parte di Hamas, il cessate il fuoco e la sospensione di ogni operazione bellica, il disarmo di Hamas, la rimozione di ogni ostacolo all’inoltro degli aiuti umanitari alla popolazione di Gaza.
In ogni caso il Piano offre una opportunità che sarebbe colpevole e incomprensibile rifiutare a priori. Dopo due anni di una guerra che ha provocato una enorme quantità di lutti, sofferenze e devastazioni, è un imperativo morale e politico cogliere ogni possibilità di fermare la tragedia e riaprire la strada ad una soluzione che possa soddisfare le aspirazioni dei due popoli. E se una piattaforma articolata in 20 punti impegnativi potrà suscitare proposte modificative, è auspicabile che le parti in conflitto colgano l’occasione per intraprendere sinceramente la strada della pace.
La proposta americana non è l’unica iniziativa in campo.
Precedentemente anche Francia e Arabia Saudita avevano proposto un Piano di pace, condiviso anche con la Lega Araba e l’Unione europea, la cui piattaforma – dopo aver condannato il massacro del 7 ottobre, per la prima volta con il consenso esplicito dei Paesi Arabi – esprimeva contenuti non dissimili dal Piano Trump, con una più chiara indicazione della soluzione “2 popoli 2 Stati”.
Certo oggi quella soluzione appare più difficile. Il massacro del 7 ottobre e la guerra di Gaza hanno scavato un solco profondo di odio, rancore, pulsioni di vendetta, riducendo drasticamente in entrambe le parti la fiducia in una pace condivisa.
Nella società israeliana, scossa dall’orrore del 7 Ottobre, forte è l’incubo di essere esposta ad altri terribili attentati, paura peraltro su cui fa leva Netanyahu nel negare il diritto dei palestinesi ad una patria.
In campo palestinese l’atrocità della guerra ha seminato sfiducia nella possibilità di convivenza, consentendo ad Hamas di rilanciare la parola d’ordine di “un’unica Palestina dal fiume al mare”.
A questo si aggiunga la continua estensione di insediamenti ebraici nella West Bank alterandone gli equilibri territoriali e demografici. Il che dice che il percorso di pace sarà complesso e richiederà tempo e disponibilità delle parti a mediazioni e compromessi.
Nonostante tutto ciò ogni altra soluzione appare assai meno praticabile e in ogni caso esposta a suscitare nuove radicalizzazioni.
Superare gli ostacoli a un percorso di pace richiede come prima condizione leadership, in entrambi i campi, convinte della ineludibilità di una pace condivisa. Condizione che richiede un mutamento di atteggiamento e di assetto della leadership israeliana che, per esplicite dichiarazioni di Nethanyahu e per la costante pressione dei settori più oltranzisti del governo, ha negato fino ad oggi la costituzione di uno Stato palestinese.
E non meno importante è una riforma dell’Autorità Nazionale Palestinese che le conferisca la credibilità e il consenso necessari per essere libera dal condizionamento di Hamas.
Tuttavia ciò può non bastare.
Proprio perché oggi il contesto appare poco favorevole, la comunità internazionale, dopo aver per anni lasciato colpevolmente marcire quella crisi, ha la responsabilità di coinvolgersi nella costruzione delle condizioni di fiducia e di affidabilità necessarie ad una pace condivisa.
E se certo un ruolo centrale lo hanno gli Stati Uniti, non meno importante è la parte che possono giocare i Paesi arabi “moderati”, i quali, pur condannando duramente l’attentato israeliano alla leadership di Hamas in Qatar, non hanno tuttavia messo in causa gli Accordi di Abramo, né ridotto l’impegno per una soluzione di pace. E va letto in questa chiave anche l’impegno assunto da Trump con i leader arabi a non avallare la annessione israeliana della Cisgiordania.
Centrale potrà essere il ruolo della Arabia Saudita che per l’autorevolezza nel mondo sunnita, per i rapporti storici con gli Stati Uniti e per l’avvicinamento degli ultimi anni a Israele, può offrire alle parti in conflitto una duplice garanzia: ai palestinesi che avranno finalmente una patria; a Israele che più nessuno nel mondo arabo ne metterà in discussione esistenza e sicurezza.
La ricerca di una soluzione chiama in causa anche l’Europa che, nonostante sia stata fino ad oggi il primo partner commerciale di Israele e il principale contributore finanziario dell’Autorità Nazionale Palestinese, non ha da ciò tratto un ruolo da protagonista.
Un limite a cui nelle ultime settimane si è cercato di rimediare con la decisione di molti paesi europei di procedere al riconoscimento della Palestina con l’obiettivo di dare forza alla soluzione “Due Popoli Due Stati”, respingendo nettamente sia l’annessione della Cisgiordania evocata dalla destra israeliana, sia la “Palestina dal fiume al mare” propugnata da Hamas.

È significativo che nel giorno stesso in cui la Francia annunciava il riconoscimento della Palestina, sulla Tour Eiffel sono state esposte, una a fianco all’altra, le bandiere palestinese e israeliana, lanciando un messaggio di dialogo che deve essere sostenuto.
All’intensa attività diplomatica per fermare la guerra, prosegue sul fronte della società israeliana una ampia mobilitazione contro il governo Nethanyahu accusato di compromettere la salvezza degli ostaggi, di condurre una guerra senza esito e di aver causato il più acuto isolamento che Israele abbia mai conosciuto.
Alle grandi manifestazioni di strada si accompagnano crescenti prese di posizione di settori civili e militari che chiedono di non proseguire una guerra che precipita sempre di più Israele nel baratro. In questo contesto di rilievo è la decisione di quattro leader dell’opposizione – Golan, Lapid, Lieberman, Eisenkot – di creare un Coordinamento nazionale a cui sono stati invitati anche Ganz e Bennet, avversari entrambi di Nethanyahu.
L’asprezza della offensiva su Gaza ha suscitato altresì una larga mobilitazione internazionale di opinione pubblica, mossa da una sincera avversione alla politica di Nethanyahu e alle sofferenze imposte alla popolazione palestinese.
E se la gran parte dei partecipanti invoca una pace per due popoli, non si può ignorare un’onda crescente di atteggiamenti unilaterali e pregiudizi manichei, che spesso si traducono in inquietanti forme dirette o indirette di antiebraismo e antisemitismo.
Troppo frequentemente la sacrosanta condanna della politica di Nethanyahu si traduce in una accusa rivolta all’intera società israeliana, così come si considera ogni ebreo, ovunque viva, complice del governo israeliano.
Una rappresentazione infondata e ingiusta che via via ha portato a ridurre le enormi responsabilità di Hamas, talora paradossalmente rappresentata come un movimento di “resistenza”.
Ed è sconcertante che non vi sia alcuna considerazione del vastissimo movimento democratico di opposizione che percorre la società israeliana.
Scenari che impongono a chi davvero crede in una soluzione che riconosca due diritti di non rassegnarsi a un conflitto insanabile, contrastando con fermezza ogni forma di radicalizzazione e operando per far prevalere le ragioni del dialogo e della convivenza.

