La Flottilla GONGO

dalla Newsletter n°16 – Settembre 2025

Bruna Soravia

È forse utile ricordare brevemente che cosa ha preceduto la Freedom Flotilla III o Sumud Flotilla, la missione di propaganda sotto spoglie umanitarie che, dopo avere allestito decine di battelli, è ora in rotta verso Gaza per forzare il blocco navale israeliano.

L’antefatto è dell’estate del 2008, all’inizio di una tregua degli scontri fra Hamas e Israele seguiti alla vittoria elettorale di Hamas del 2006 e alla cacciata dell’ANP da Gaza.

 

2008

Il Free Gaza Movement, formato da attivisti antisionisti israeliani, americani e inglesi (fra di loro, anche la cognata di Tony Blair) insieme all’International Solidarity Movement a guida palestinese, nato durante la seconda intifada per sostenere la resistenza con tattiche non-violente, organizzarono due battelli di aiuti umanitari da consegnare a Gaza, la Freedom Flotilla, per rompere il blocco navale imposto da Israele ed Egitto.

L’offerta delle autorità israeliane di consegnare il carico per via terrestre fu respinta dagli attivisti, interessati a dimostrare la tesi dell’assedio (uno dei capi del FGM avrebbe raccontato “fin dall’inizio avevamo capito di essere in una botte di ferro. Israele affermava che non c’era assedio ma se ci avessero fermato avrebbero ammesso che l’assedio c’era”). Le navi approdarono così a Gaza e consegnarono il loro carico mentre gli attivisti, contenti del modesto successo mediatico e dell’impasse nella quale avevano costretto le autorità israeliane, furono ricevuti da Ismail Haniyeh (ucciso da Israele nel 2024).

Un secondo tentativo, ugualmente riuscito, condusse a Gaza Mustafa Barghouti, fondatore del partito palestinese di sinistra al-Mubadara, all’epoca sostenitore della resistenza non violenta e oggi vicino al BDS, il quale testimoniò poi dell’interesse mostrato da Hamas per le tattiche degli attivisti.

L’ultima spedizione dell’anno, avvenuta a dicembre dopo la rottura della tregua e l’inizio della campagna militare detta “Piombo fuso”, fu invece intercettata dalla marina israeliana, che speronò le due imbarcazioni e le costrinse a tornare nei porti di partenza.

L’attivista israeliano Jeff Halper, uno dei capi delle missioni del 2008, aveva dichiarato con orgoglio che la rottura dell’assedio poteva essere conseguita solo da comuni cittadini, perché “i governi che perseguono proprie finalità politiche non sono idonei a svolgere questo compito.” Che le cose non stessero proprio così lo dimostrò l’ingresso della Turchia nell’organizzazione delle successive missioni.

2010

La partecipazione turca avvenne attraverso la IHH-Fondazione per i diritti umani e le libertà e per l’aiuto umanitario che, orwellianamente, si definisce una GONGO, ovvero una “organizzazione non governativa organizzata dal governo”, diventata con l’avvento al potere di Erdogan un’agenzia volta a sostenere gli obiettivi egemonici dello stato turco sotto la copertura dell’aiuto umanitario.

Alla base dell’intervento vi fu la nuova offensiva israeliana a Gaza, che aveva spinto la Turchia a rafforzare l’alleanza con il regime di Assad, in un blocco che comprendeva anche Iran e Russia e sosteneva Hamas in funzione antisraeliana.

L’apporto turco alla Flotilla ne cambiò radicalmente organizzazione e tattiche e cambiò anche la reazione di Israele, come dimostrò la missione partita alla fine di maggio 2010.

Sei navi che portavano alcune centinaia di attivisti furono fermate dalla marina militare israeliana al largo di Gaza. Nell’operazione, che incontrò resistenza da parte degli attivisti, i feriti furono diverse decine e le vittime nove (una decima sarebbe morta poco dopo), tutte turche e tutte a bordo della Mavi Marmara, la nave organizzata dallo IHH. Israele affermò allora di avere reagito all’uso delle armi da parte degli agenti IHH, cosa che l’inchiesta delle Nazioni Unite non fu in grado di verificare né di smentire.

L’ “incidente”, che provocò vaste reazioni nell’opinione pubblica mondiale, si chiuse con il risarcimento dei parenti delle vittime da parte di Israele, con un accordo teso a evitare lo scontro aperto fra i due stati.

Due mesi dopo, la Germania mise fuori legge la sezione tedesca dello IHH, con l’accusa di avere raccolto ingenti somme nelle moschee e di averle trasmesse a Hamas.

2011

L’anno successivo, la Turchia si astenne dal partecipare a una nuova Flotilla, lanciata solo da organizzazioni di base, osteggiata dalla comunità internazionale e probabilmente sabotata in partenza.

Fra la fine del 2010 e per tutto il 2011 il Medioriente fu infatti teatro delle cosiddette “primavere arabe”, le insurrezioni popolari che, in vari modi e con attori e obiettivi diversi, contribuirono al crollo dei regimi militari in Tunisia, in Libia e in Egitto, e all’indebolimento degli altri.

Per la Turchia fu questo il momento di espandere la sua influenza regionale, appoggiando i movimenti legati alla Fratellanza musulmana, l’organizzazione transnazionale politico-religiosa fondata oltre un secolo fa da Hasan al-Banna, che presero brevemente il potere in Tunisia e in Egitto e minacciarono il regime siriano.

Questo provocò la brusca fine dell’alleanza di Assad con Erdogan, il cui regime avrebbe in seguito offerto, insieme al Qatar, rifugio e assistenza agli esponenti della Fratellanza, come nel caso del gruppo dirigente di Hamas.

Nel corso del quindicennio circa trascorso fra questi eventi e le attuali missioni della Freedom Flotilla, le reti islamiste che si richiamano alla Fratellanza si sono diffuse in tutti i paesi occidentali, parallelamente ad altre organizzazioni antisioniste transnazionali, come il BDS e perfino il FPLP, che ne condividono la strategia entrista.

Sostenute da un attivismo diffuso, veicolato in modo capillare dal social network, o appoggiate a contenitori neutri (reti di soccorso, associazioni culturali e religiose) che ne dissimulano l’intento finale, queste organizzazioni sono oggi infiltrate anche in molte organizzazioni della società civile, in una zona grigia ai margini della legalità che permette ai loro esponenti di agire senza controlli. Questa situazione è stata recentemente descritta in modo dettagliato nel noto rapporto del governo francese sull’islamismo politico in Francia (qui il link).

Queste reti si sono attivate per l’organizzazione delle nuove spedizioni della Flotilla verso Gaza, dopo aver sostenuto e alimentato l’ondata mediatica di odio per Israele e di sostegno per Hamas.

Lo mostra anche da noi, a chi ha dimestichezza con i social, l’esplosione di sigle riferite a Gaza e Palestina, associate con realtà politiche locali e riconducibili al BDS o alla Fratellanza.

2023-2025

Nel nuovo progetto, chiamato Freedom Flotilla III o Sumud Flotilla (dove “sumud” è resistenza nel senso di tenacia, distinta dalla “muqawama”, resistenza armata) poco è stato lasciato all’improvvisazione degli attivisti volontari.

L’attuale iniziativa del settembre 2025 segue i due tentativi di giugno e luglio, entrambi falliti e probabilmente pianificati come balons d’essai per saggiare l’opinione pubblica internazionale e la reazione israeliana. Entrambe le spedizioni contavano poche decine di attivisti e sono state fermate dalla marina israeliana.

Nell’organizzazione meticolosa del contenitore principale (globalsumudflotilla.org) delle sigle numerosissime e opache che compongono la cosiddetta Freedom Flotilla Coalition (FCC), lo IHH, diffuso in tutto il mondo musulmano, figura in modo prominente, e la presenza di Hamas non è più nascosta (fra gli organizzatori, un esponente di Hamas con cittadinanza britannica, Zaher Birawi, ha dichiarato che “La Freedom Flotilla Coalition (FCC) che organizza queste navi non è un ente di beneficenza, ma ha obiettivi mediatici e politici”).

La grandiosità del progetto (che comprende un tracker per seguire la rotta delle singole imbarcazioni) suggerisce l’opera di uno Stato piuttosto che di un’organizzazione, per quanto strutturata e capillarmente diffusa.

In effetti, la partenza della nuova Flotilla coincide con il peggioramento delle relazioni fra Turchia e Israele sulla questione siriana, e fra gli obiettivi dichiarati della missione (estranei alla sua destinazione umanitaria) vi è la rivendicazione dei giacimenti di petrolio e gas naturale nelle acque al largo di Gaza, riconosciuti internazionalmente a Israele. (come riportato dalla loro piattaforma).

Sembra allora evidente che la finalità della Flotilla attuale non è consegnare i pochi aiuti che potrebbero essere distribuiti per via terrestre, ma arrivare a forzare il blocco navale durante le principali festività ebraiche, ripetendo una tattica già usata nell’attacco egiziano che iniziò la guerra dello Yom Kippur nel 1973 e negli attacchi del 7 ottobre, e provocando da parte di Israele una reazione che sarebbe amplificata dalla complessa macchina di propaganda allestita in precedenza.

Bisogna anche questa volta sperare nella moderazione della risposta israeliana a questa azione ostile, condotta con l’aiuto di volontari in gran parte inconsapevoli.

Una ricostruzione più ampia e dettagliata nell’articolo “La saga della flotilla” 
Il Foglio 10 settembre 2025.