dalla Newsletter n°17 – Ottobre 2025
Simone Santucci
C’è qualcosa di profondamente stonato nel vedere tante amministrazioni comunali, spesso a guida progressista, conferire cittadinanze onorarie a Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti umani nei Territori palestinesi.
Non si tratta di negare la libertà di critica verso Israele, né di voler zittire la denuncia delle sofferenze del popolo palestinese, che fin troppe e ingiustamente ne ha passate. Tuttavia, quando la critica diventa ossessione, e l’analisi si trasforma in propaganda, è doveroso dire no.
Ma, va detto, non si può tacere di fronte alla faziosità con cui Albanese esercita il suo ruolo istituzionale. Il suo linguaggio, le sue dichiarazioni e i suoi silenzi selettivi hanno finito per delegittimare Israele come Stato, anziché concentrarsi sulla tutela dei diritti umani universali, e cioè il suo ruolo. Le sue parole non uniscono, ma dividono. Non aiutano la pace, ma alimentano la polarizzazione.
Albanese parla spesso come se Israele fosse un’entità coloniale da smantellare, e non una Nazione nata da una risoluzione ONU, riconosciuta dalla comunità internazionale e abitata da milioni di cittadini che hanno diritto alla sicurezza e alla normalità. Quando una funzionaria delle Nazioni Unite utilizza la propria posizione per dipingere un solo popolo come colpevole assoluto e l’altro come puro e innocente, si tradisce lo spirito stesso dei diritti umani, che nascono dal riconoscimento della complessità, non dal manicheismo ideologico.
È un errore grave che tanti Comuni italiani, in nome di un malinteso “impegno per la pace”, abbiano scelto di celebrare Francesca Albanese come simbolo di coraggio e di giustizia.
La cittadinanza onoraria dovrebbe essere un riconoscimento condiviso, capace di unire la comunità civile attorno ai valori della convivenza e del dialogo. Invece, queste iniziative rischiano di legittimare una narrazione parziale e divisiva, che nega la legittimità di Israele e cancella la complessità del conflitto mediorientale.
Essere progressisti o riformisti non significa chiudere gli occhi davanti all’odio travestito da attivismo. Significa difendere i diritti di tutti, israeliani e palestinesi, senza doppie misure. Significa cercare soluzioni, non nemici.
Francesca Albanese ha ogni diritto di esprimere le sue opinioni, ma chi la rappresenta come “voce della pace” commette un atto di superficialità e, forse, di complicità ideologica.
La pace non nasce dalla delegittimazione di uno Stato, ma dal riconoscimento reciproco, perché la pace si fa coi nemici, non con gli amici.
E lo scetticismo che rasenta l’imbarazzo attorno al Piano Trump – ad oggi l’unica soluzione concreta per far tacere le armi – conferma quel legittimo dubbio che alberga in me: siamo sicuri che da quelle parti vogliano davvero Due Popoli e Due Stati?
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