La ricomposizione mediorientale, il piano Trump e il ruolo di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”

dalla Newsletter n°18 – Novembre 2025

Marco Pierini

 

Il mese in cui ricordiamo Yitzhak Rabin a 30 anni dal suo assassinio è anche il periodo in cui nuovi equilibri sembrano comporsi in Medio Oriente dopo la presentazione del piano di pace promosso da Donald Trump.

Proprio in questi giorni il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato con 13 voti a favore (e le astensioni di Cina e Russia) una risoluzione che fa proprio quel piano: al suo interno vi è il disarmo di Hamas, la supervisione del “Board of Peace” a trazione statunitense e l’istituzione di una forza di stabilizzazione sul campo nata per sovrintendere al disarmo e garantire la sicurezza dei confini per consentire la ricostruzione della Striscia di Gaza. Last but not least, la risoluzione parla anche dell’opzione di uno Stato palestinese, contrariamente agli spin che la maggioranza di governo in Israele tenta di rivendere a uso e consumo della propria opinione pubblica.

Si tratta di una netta vittoria diplomatica americana, forse una delle più riuscite in un contesto necessariamente multilaterale – quello delle Nazioni Unite – tradizionalmente inviso all’amministrazione Trump.

Si tratta, inoltre, della certificazione di una modalità creativa di approcciare la crisi mediorientale che sembra parlare efficacemente ai partner regionali e che porta con sé numerose incognite (si pensi al dialogo tra americani e sauditi sugli F35 o all’attivismo turco ai confini d’Israele).

Certo è che la pace e la riconciliazione tra israeliani e palestinesi necessiteranno soprattutto di una architettura regionale e di un coinvolgimento diretto degli attori (soprattutto arabi) interessati ai rapporti bilaterali con Israele.

Il baricentro politico dei futuri accordi – sebbene sotto salda guida degli Stati Uniti – sarà sempre di più il Medio Oriente, inteso come orizzonte d’integrazione regionale irrinunciabile per Israele che ne è ormai parte integrante (e irrinunciabile anche per i potenziali partner, che ne vedono le opportunità economiche e di sicurezza). Le finestre di opportunità che si apriranno seguiranno l’andamento delle linee di faglia proprie della competizione politica mediorientale, ed è giusto e normale che sia così. La vecchia Europa, da questo punto di vista, deve attrezzarsi a questo scenario.

Se questo è il contesto internazionale, in quello nazionale i dibattiti pubblici sembrano registrare un calo della “febbre” che li ha caratterizzati per due anni e che ha spesso reso impossibile qualsiasi conversazione pacata e ragionata sulla guerra del 7 Ottobre e sulle sue conseguenze, come ci ha dimostrato il recente caso dell’attacco al nostro presidente Emanuele Fiano nel corso di un incontro pubblico a Ca’ Foscari – punta dell’iceberg di due anni di intimidazioni, censure, tentativi di scomunica per chiunque non si allineasse.

Ebbene, con il raffreddamento del clima sta emergendo con sempre maggiore chiarezza la bontà della posizione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, che nonostante la tempesta ha mantenuto la rotta: denunciare la conduzione della guerra a Gaza e la strategia criminale del governo Netanyahu anche in Cisgiordania, sostenere i partiti e i movimenti israeliani che sono impegnati nella lotta per la  democrazia e per la riconciliazione regionale, dare voce ai palestinesi che si oppongono ai progetti islamisti di Hamas e sponsor, e tutto questo senza abbassare la guardia sul crescente clima di pregiudizio antiebraico e di antisemitismo che avvelena la sfera pubblica occidentale. Era la posizione giusta, e lo dicevamo quando tentavano di farci tacere: quando la guerra finirà, occorrerà ricostruire, e occorrerà essere attrezzati. Il momento è arrivato.

La nostra associazione sta proseguendo con determinazione nel consolidare le proprie partnership con israeliani e palestinesi proprio perché ritiene che il compito primario di chi ha a cuore il destino di un Israele ebraico e democratico e l’autodeterminazione del popolo palestinese sia quello di rafforzare i legami con chi è sul campo e condivide questo orizzonte di riconciliazione.

In poche parole: fare politica, nelle sue ambizioni più genuine e ripescando un onere che un tempo era proprio delle classi dirigenti in Italia e in Europa. Senza fare sconti, naturalmente: la strategia di annessione, lassismo e protezione nei confronti delle violenze dei coloni estremisti ai danni dei palestinesi e di indebolimento della democrazia sono per Israele una minaccia esistenziale molto più temibile di quelle ai suoi confini.

D’altra parte, è sempre più urgente che il massimalismo irriducibile e i progetti islamisti siano chiaramente indicati come due problemi enormi dell’offerta politica palestinese, stretta tra una Autorità Nazionale Palestinese debole, una organizzazione terroristica che gode ancora di consensi forti in Cisgiordania (Hamas) e un’occupazione militare che toglie ossigeno. Nel mezzo a tutte queste degenerazioni ci sono i due popoli.

Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” è in questo momento l’unica organizzazione in Italia che sta tentando di coltivare relazioni e di progettare iniziative insieme a chi è sul campo: lo abbiamo fatto e lo facciamo con i dissidenti gazawi in esilio, lo abbiamo fatto e lo facciamo con i Democratici israeliani, lo abbiamo fatto e lo facciamo con i soggetti della società civile impegnati nella battaglia per la democrazia e per la pace.

È una missione irrinunciabile per come siamo nati, ma è anche l’unica scelta politica di senso tra l’indifferenza e l’indignazione selettiva.