Nel nome di Rabin, alla ricerca di una pace possibile

dalla Newsletter n°18 – Novembre 2025

Fernando Liuzzi

 

Se vivi su un’isola, fai amicizia col mare”: è questo il titolo comune delle tre iniziative che Sinistra per Israele-Due popoli Due Stati ha organizzato a 30 anni dall’assassinio di Yitzhak Rabin.

Lo statista israeliano è stato infatti ucciso a Tel Aviv da un estremista della destra nazionalista il 4 novembre del 1995, ovvero due anni dopo gli accordi di Oslo (1993) e un anno dopo che gli fu conferito il Premio Nobel per la Pace (1994).

La prima di queste tre iniziative è stata tenuta a Milano il 4 novembre scorso, mentre la seconda ha avuto luogo a Firenze il successivo 6 novembre: di queste due serate diamo conto in un’altra sezione di questa newsletter.

Qui parliamo invece della terza iniziativa che si è svolta a Roma, giovedì 20 novembre, e che è  possibile rivedere integralmente andando sul sito di Radio Radicale, che ringraziamo, o cliccando qui o sull’immagine.

Un convegno il cui intento è stato quello di andare oltre il pur necessario e sentito ricordo di una figura centrale sia per la storia della sinistra israeliana, che per quella del tentativo di costruire un rapporto di convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi. Andare oltre per trarre ispirazione da quel ricordo e per ragionare sui problemi dell’oggi, ovvero del dopo 7 Ottobre e del dopo guerra di Gaza.

Nel primo degli indirizzi di saluto con cui si è aperto il convegno, Emanuele Fiano, Presidente di Sinistra per Israele, ha affermato che la forza straordinaria che Rabin mise nel suo progetto di pace, nel procedere lungo quel percorso che doveva portare “al mutuo riconoscimento fra due popoli in guerra” è, ancora oggi, “la radice della nostra militanza e della nostra speranza di pace”. Una speranza, ha sottolineato Fiano, che però “non è ingenua”, ma anzi “consapevole” di tutte le difficoltà del presente.

Nel secondo degli indirizzi di saluto, Piero Fassino, Presidente del Comitato Medio Oriente del Consiglio d’Europa, ha ricordato che gli accordi di Oslo erano basati sul principio che nella vicenda israelo-palestinese non ci sono un torto e una ragione, salvo poi decidere chi abbia ragione e chi torto, ma due diritti e due ragioni. Ebbene, dopo l’assassinio di Rabin, Netanyahu disse che con Rabin era stato ucciso Oslo.

Come diceva Rabin, ha ricordato ancora Fassino, la pace si fa con il nemico. Ma per fare ciò, ci vuole almeno un minimo di fiducia reciproca. Invece il 7 Ottobre e la guerra di Gaza non hanno solo creato sfiducia, ma hanno scavato un solco profondo, pieno di rancori. Adesso, ha concluso Fassino, il problema è quello di ritrovare la strada che ci porti verso il nostro obiettivo: due popoli due Stati. Aggiungendo che il convegno avrebbe dato ai presenti anche la possibilità di ascoltare due protagonisti della vicenda israelo-palestinese che hanno lavorato ai massimi livelli sulla costruzione di una convivenza possibile fra i due popoli: Yossi Beilin e Samieh El-Abed.

Dopo il saluto di Massimiliano Boni del laboratorio Rabin, sullo schermo posto in fondo alla sala è comparso Yair Golan, leader di Ha-Democratim (i Democratici), il nuovo partito nato recentemente dalla fusione di due precedenti formazioni politiche della sinistra israeliana: Labour e Meretz. Un uomo che ha due caratteristiche, fra le altre, che lo accomunano a Rabin: una lunga carriera militare alle spalle e un concreto e convinto impegno per la pace.

Nel suo breve videomessaggio, di forte valore politico, Golan ha detto che “Rabin credeva che la vera sicurezza si costruisse con la determinazione politica e che la pace non fosse debolezza.” Anzi, ha poi aggiunto, Rabin “sapeva che la resilienza di Israele dipendeva dalla sua capacità di essere, al contempo, forte e giusta, democratica e politicamente coraggiosa”. “Oggi – ha concluso Golan – il nostro impegno è quello di restituire a Israele una leadership responsabile.

Sullo schermo è poi comparso il volto di Benny Morris, storico israeliano molto noto e stimato. In un collegamento da remoto, Morris ha tracciato una interpretazione della figura di Rabin sicuramente lontana da quella di un ritratto celebrativo. Si può anzi dire che la profonda conoscenza della storia israeliana che Morris si è costruito frequentando gli archivi e svolgendo ricerche di prima mano, gli ha consentito di mettere in luce la problematicità dell’azione politica di Rabin.

Quando nel 1948 gli Stati arabi circonvicini invasero il neo-nato Stato di Israele Rabin aveva 26 anni. Faceva già parte del Palmach, i reparti di élite della Haganah (Difesa), ovvero delle forze armate ebraiche. Dal punto di vista della militanza politica, Rabin aderiva invece all’Achdut Ha-Avodà (Unione del lavoro), uno dei tre partiti socialisti esistenti già prima della fondazione ufficiale dello Stato. In guerra, Rabin non si tirò indietro neppure quando, di fronte all’avanzata degli eserciti arabi, la difesa degli insediamenti ebraici comportò l’espulsione della popolazione palestinese da alcune zone circonvicine a Tel Aviv, ove si trovavano cittadine quali Lod e Ramle.

Dopo la guerra del ’48-49, Rabin intraprese una carriera militare che lo portò già nel 1964 a diventare Capo di Stato maggiore. Dopo la Guerra dei Sei giorni (1967), Rabin fu Ambasciatore negli Stati Uniti (dal 1968), mentre, dopo la Guerra del Kippur (1973), e dopo le dimissioni di Golda Meir, assunse la guida del Governo israeliano. Nel 1992, vinte le elezioni cui si era presentato con una piattaforma volta a favorire la ricerca di una pace con i palestinesi, Rabin tornò a capo del Governo e intraprese la strada che portò agli accordi di Oslo.

In sostanza, con un intervento molto più ricco di quanto non abbiamo potuto rendere qui, Morris ha delineato i passaggi e le evoluzioni della vita politica di un uomo che, dopo aver dedicato gli anni della sua giovinezza e prima maturità alla difesa militare del suo Paese, ha tratto proprio da quella dura esperienza le motivazioni della ricerca di una pace possibile e la capacità di convincere i suoi concittadini che quella delle trattative era la strada giusta da intraprendere.

A pomeriggio inoltrato, in una sala ancora pienissima, il convegno è giunto al suo clou: il dibattito a due voci fra l’israeliano Yossi Beilin e il palestinese Samieh El-Abed. Due dirigenti politici, ricchi di importanti esperienze negoziali, che sono stati chiamati a rispondere alle domande poste da Giovanna Pancheri, giornalista di Sky Tg24.

L’argomento del convegno si è spostato dalla rievocazione della figura di Rabin, alla ricerca di un’intesa possibile oggi fra israeliani e palestinesi. Un argomento difficile, ma rispetto al quale non molti sono competenti come Beilin, già ministro di vari Governi israeliani e uno dei negoziatori degli Accordi di Oslo, o come El-Abed, già Ministro della Autorità Nazionale Palestinese e negoziatore a Camp David.

Ciò detto, è necessario riportare innanzitutto che nel suo primo intervento El-Abed ha ricordato che ci sono ormai più di 150 Paesi che hanno riconosciuto la Palestina, ma che, fra questi, “non c’è l’Italia”. Ma “noi palestinesi abbiamo diritto ad avere uno Stato, per noi e per i nostri figli”, ha poi aggiunto El-Abed.

Dal canto suo, Beilin ha analizzato la complessità della situazione successiva al fatto, in sé positivo, del rilascio degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas. “Trump parla di pace, ma non c’è ancora una pace”, ha osservato Beilin. Il quale ha poi aggiunto che “adesso il problema principale è che a Gaza c’è bisogno di acqua, cibo, scuole, ospedali”. Mentre, in prospettiva, “gli sviluppi della situazione non potranno essere di pace se non ci sarà uno Stato palestinese”. 

Beilin ha poi avanzato come soluzione possibile al conflitto l’ipotesi della costituzione di una confederazione.

Un’ipotesi che, filosoficamente, si basa sulla possibilità che oggi, per la prima volta, israeliani e palestinesi, pur mantenendo ciascuno una propria narrativa sul passato, possano condividere un’idea di presente. Par di capire che, nella mente di Beilin, l’ipotesi della confederazione debba assolvere alla funzione di risolvere in modo non traumatico il problema posto dal gran numero di cittadini israeliani che, attualmente, vivono negli insediamenti de facto disseminati in Cisgiordania.

Da un lato, si potrebbe pensare a degli scambi di territori, tali per cui almeno una parte di questi israeliani verrebbero a trovarsi in territorio israeliano. Altri, invece, potrebbero essere cittadini israeliani residenti entro i confini del futuro Stato palestinese. Mentre altri ancora potrebbero tornare a vivere entro gli attuali confini dello Stato di Israele. Infine, potrebbero esserci dei cittadini palestinesi residenti nella eventuale nuova configurazione dello Stato di Israele. Al che El-Abed si è chiesto: “Ma chi è oggi il leader israeliano che potrebbe lavorare a partire da ciò che ci ha detto Beilin?”.

A una successiva domanda posta dalla conduttrice sul futuro di Marwan Bargouti, da tempo detenuto nelle carceri israeliane, sia Beilin che El-Abed, anche se svolgendo considerazioni abbastanza diverse, hanno concordato sull’idea che il suo rilascio potrebbe costituire un fattore positivo nella costruzione di un nuovo clima fra palestinesi e israeliani.

Insomma, c’è ancora molto, per non dire moltissimo, da lavorare.

Per prima cosa, bisogna però che sia i palestinesi che gli israeliani, nonché i loro vicini, comprendano il senso della frase, cara a Rabin, da cui siamo partiti: “Se vivi su un’isola, fai amicizia col mare”.

È possibile vedere la videoregistrazione dell’intera conferenza su Radio Radicale, o cliccando qui o sull’immagine.