Israele tra la seconda fase del Piano Trump e la richiesta di grazia per Netanyahu

dalla Newsletter n°19 – Dicembre 2025
Janiki Cingoli

 

 

Si moltiplicano le dichiarazioni del Presidente Trump sul prossimo passaggio alla seconda fase del suo piano di pace per Gaza, anche se le difficoltà incontrate risultano maggiori del previsto, e si andrà oltre il 29 dicembre, data del prossimo incontro con Netanyahu nella sua residenza di Ma-a-Lago.

Manca ancora la riconsegna del corpo di uno degli ostaggi, quello di Ran Gvil, un ufficiale di polizia di 24 anni morto il 7 ottobre, ma oramai questo non è più un impedimento dirimente.

Trump deve annunciare la composizione del Board of Peace (BOP), che sarà presieduto da lui stesso e sarà composto da numerosi capi di governo di tutto il mondo, oltre 20 si dice, tra cui Mohammad Bin Salman MBS, Principe ereditario e Primo Ministro Saudita, e il Presidente francese Emanuel Macron.

Avrebbe dovuto farne parte anche Tony Blair, ex-premier britannico, ma non essendo più un capo di stato (e data la resistenza di numerosi governi arabi alla sua nomina a capo della BOP a causa del suo coinvolgimento della guerra in Iraq), egli dirigerà un Comitato Esecutivo, di cui faranno parte anche Jared Kushner, genero di Trump, Steve Witkoff e altri rappresentanti ufficiali dei paesi che vi contribuiranno, che affiancherà il BOP e sarà preposto alla definizione del quadro generale e alla gestione dei finanziamenti per la gestione della Striscia, fin quando “l’Autorità Palestinese non avrà completato il suo programma di riforma”.

Il Presidente USA dovrà altresì definire la composizione della ISF – Forza Internazionale di Stabilizzazione temporanea, da dispiegare immediatamente a Gaza, che sarà destinata a fornire la soluzione di lungo termine per la sicurezza interna, sostituendosi gradualmente ad Hamas, e a garantire la sicurezza delle aree di confine, impedire l’ingresso di armi a Gaza e facilitare un rapido e sicuro afflusso di beni per ricostruire e rilanciare Gaza.

L’ISF addestrerà e fornirà supporto a forze di polizia palestinesi selezionate, consultandosi con Egitto e Giordania che hanno grande esperienza in questo campo.

In realtà, l’Egitto in collaborazione con la Giordania e l’Europa ha già addestrato centinaia di poliziotti palestinesi, utilizzando prevalentemente personale che era rimasto alle dipendenze dell’Autorità Palestinese, dopo il colpo di stato di Hamas del 2007.

La composizione stessa dell’ISF è oggetto di una intensa discussione: si è parlato dell’Egitto (che potrebbe presiedere l’organismo), dell’UAE, dell’Azerbajan, del Pakistan, dell’Indonesia, e di altri. La Turchia, che pure si era detta disposta ad inviare truppe ed era ben vista dagli altri stati arabi, è stata esclusa per l’opposizione di Israele, date le sue posizioni radicalmente ostili allo Stato ebraico, malgrado faccia parte, insieme agli USA, all’Egitto e al Qatar, degli stati garanti dell’accordo.

Essa non è stata quindi invitata alla Conferenza di Doha (clicca qui), tenutasi nei giorni scorsi su iniziativa di CentCom, il comando USA localizzato nel Sud di Israele.

Tra i temi essenziali in discussione, quello del ruolo dell’ISF, se sia di peace keeping o di peace enforcing, anche se il Piano di pace Trump è stato fatto proprio dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con 13 voti a favore e due astenuti (Russia e Cina), con una risoluzione (clicca qui) che conferisce un ampio mandato alle diverse componenti del piano.

Ma soprattutto i diversi governi arabi, ed anche paesi europei come l’Italia che si è detta disponibile non vogliono arrivare ad un confronto armato con Hamas, per imporre il suo disarmo.

D’altronde, la decisione di Israele di aprire il valico di Rafah solo in direzione dell’Egitto, senza consentire l’afflusso in direzione contraria, ha fatto esplodere un acceso scontro diplomatico, alimentando il sospetto egiziano che Israele voglia favorire un esodo palestinese verso il Sinai.

D’altra parte, il punto 12 del Piano Trump recita testualmente: “Nessuno sarà costretto a lasciare Gaza: chi vorrà partire sarà libero di farlo e libero di tornare. Saranno incoraggiati a restare, offrendo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore.” Il piano inoltre prevede “L’apertura del valico di Rafah in entrambe le direzioni”.

Altro organismo che deve essere insediato è un “comitato tecnico palestinese tecnocratico e apolitico”, formato da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, che sarà responsabile della amministrazione transitoria temporanea e della gestione quotidiana dei servizi pubblici e municipali per la popolazione di Gaza, sotto la supervisione del BOP. Hamas ha manifestato apertura a questa proposta, sapendo di poter mantenere la sua influenza dietro le quinte. Secondo notizie di stampa, Hamas e l’ANP avrebbero concordato la composizione di tale comitato, indicando ognuno cinque tecnici, ma non è detto che Trump si attenga a tale indicazione.

Vi sono ancora due punti chiave da affrontare: quello del processo di disarmo di Hamas e quello del graduale ritiro delle forze israeliane.

Il processo di disarmo di Hamas.
Il Piano Trump prevede infatti non solo che Hamas e le altre fazioni accettino di non avere alcun ruolo diretto o indiretto nel governo di Gaza, ma anche che Gaza sarà sottoposta a un processo di smilitarizzazione sotto la supervisione di osservatori indipendenti, che includerà la messa fuori uso permanente delle armi tramite un processo concordato di disarmo e che “tutte le infrastrutture militari, terroristiche e offensive, inclusi tunnel e impianti di produzione di armi, saranno distrutte e non ricostruite”.

Al riguardo, negli ultimi giorni si sono susseguite da parte di Hamas dichiarazioni contradditorie: mentre Khaled Mashaal, uno dei principali leader, ha dichiarato che Hamas non disarmerà, non rinuncerà alle sue armi, o al governo della Striscia, e non permetterà una supervisione esterna a Gaza, inclusa la Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF), un altro membro dell’Ufficio Politico, Basem Naim, pur riaffermando il “diritto alla resistenza”, ha aggiunto che Hamas “è pronta a deporre le armi nell’ambito di un processo volto a portare alla creazione di uno Stato palestinese” (processo che in qualche modo è contemplato nei punti finali del Piano Trump).

Egli ha ripreso la vecchia proposta di una tregua a lungo termine di 5 o 10 anni (hudna), ed ha parlato della possibilità di “un congelamento, di uno stoccaggio o deposizione delle armi, con le garanzie palestinesi, di non utilizzarle affatto durante questo periodo di cessate il fuoco o tregua”.

Su un altro versante, da parte dei paesi arabi mediatori è pervenuta la proposta di una cessione graduale delle armi, cominciando dalle armi pesanti e dai razzi, le cosiddette “armi offensive”, mentre in una prima fase Hamas conserverebbe almeno in parte le armi leggere, anche per svolgere le funzioni di polizia nelle zone rimaste sotto il suo controllo. D’altronde, come detto il Piano Trump parla di “processo” di smilitarizzazione, il che fa presagire una sua applicazione graduale. Ed il desiderio di Trump di preservare l’accordo potrebbe portarlo a ritenere adeguato questo compromesso, almeno per il momento.

Da parte sua, nell’incontro annuale con gli ambasciatori (clicca qui), Netanyahu ha espresso scetticismo sulla capacità dell’ISF di riuscire a disarmare Hamas e a smilitarizzare la Striscia. Ha affermato di aver accettato l’idea di una Forza Internazionale di Sicurezza: “sappiamo, che ci sono alcuni compiti che questa forza potrebbe svolgere, che alcune cose non le possono fare, forse il compito principale non possono realizzarlo, ma vedremo”. Netanyahu ha poi promesso che Hamas sarebbe stata comunque disarmata: “possiamo farlo con le buone o con le cattive, ma alla fine sarà fatto”.

Il ritiro graduale delle forze israeliane nella Striscia.
Il piano prevede che “man mano che ISF stabilirà controllo e stabilità, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si ritireranno secondo standard, traguardi e tempistiche collegati alla smilitarizzazione, da concordare tra IDF, ISF, garanti e Stati Uniti, con una Gaza sicura che non rappresenti più una minaccia per Israele, Egitto.

In pratica, le IDF consegneranno progressivamente il territorio occupato a Gaza all’ISF secondo un accordo con l’autorità transitoria, fino al ritiro completo, salvo un perimetro di sicurezza che rimarrà fino a quando Gaza non sarà adeguatamente al riparo da nuove minacce terroristiche”.

Attualmente, Gaza è divisa in due, la parte occidentale controllata da Hamas e altre organizzazioni, e la parte orientale controllata dall’IDF, separate dalla Linea Gialla, che ha marcato il confine del primo ritiro.

La questione è che, come si è visto, il problema della smilitarizzazione è irto di ostacoli, e sarà difficile che Israele accetti ogni ulteriore ritiro salvo inoppugnabili progressi sul campo.

D’altra parte, come già detto, è assai difficile che i potenziali partecipanti alla ISF vogliano ingaggiare scontri con Hamas per imporre il disarmo, a rischio di imboscate. Potrebbe invece emergere una forza di supervisione limitata, potenzialmente posizionata lungo la linea gialla al posto dell’IDF.

La creazione di uno Stato palestinese.
Infine, il Piano Trump nei suoi ultimi punti prevede espressamente passi in favore della autodeterminazione e della creazione di uno Stato palestinese, sotto la direzione dell’Autorità Palestinese, una volta completato il su processo di riforme. Netanyahu ha già dichiarato la sua contrarietà a ogni coinvolgimento dell’Autorità Palestinese o di Stato palestinese, ma per Trump e secondo il suo stesso piano questo non è un problema.

Trump, d’altra parte, cerca di applicare verso Netanyahu una doppia linea, da un lato di supporto, dall’altro di contenimento.

La richiesta di grazia per Netanyahu.
Trump è intervenuto a gamba tesa nella vicenda giudiziaria di Netanyahu, sia nel suo intervento alla Knesset del 13 ottobre, sia in una lettera scritta il 12 novembre al Presidente Herzog per chiedere la grazia presidenziale per Netanyahu, che è sotto processo per frode, corruzione e abuso di fiducia. Herzog, pur ringraziando Trump, ha riaffermato che la domanda di grazia deve essere presentata dall’interessato o da un suo familiare, e che l’interessato deve dichiararsi colpevole.

Netanyahu ha sfruttato propagandisticamente l’intervento di Trump e lo ha ringraziato per il suo “incredibile supporto” e quindi, pur presentando la domanda di grazia, ha dichiarato che il processo è una montatura e che rifiuta di dichiararsi colpevole, il che gli impedirebbe di proseguire la sua carriera politica.

Sull’altro versante, Trump cerca di contenere il leader israeliano, evitando che riapra la guerra contro Hamas di fronte alle sue violazioni della tregua. Ma la ripresa delle uccisioni mirate contro Hamas, che ha portato all’eliminazione del suo numero due dell’ala militare a Gaza, Raed Saad, ha destato forti preoccupazioni nell’amministrazione USA, che ha inviato un duro messaggio al Primo Ministro Israeliano, ed ha avviato una verifica se l’atto costituisse una violazione della tregua (clicca qui).

La realtà è che né Netanyahu, né Hamas sono interessati ad un passaggio alla seconda fase del piano, e preferiscono lo status quo: Hamas per non dover affrontare la questione del disarmo e rafforzare il suo controllo sulla parte occidentale della Striscia, Netanyahu per non trovarsi di fronte alle spinose questioni, che potrebbero essere problematiche per la stabilità del suo governo.

Vi è d’altronde un sempre più evidente contrasto con la nuova Strategia Nazionale di Sicurezza USA (clicca qui), recentemente pubblicata. L’importanza del Medio Oriente viene declassata, esso viene visto attraverso la lente di una partnership e di potenziali investimenti o interessi commerciali (clicca qui).

Un Israele che blocca l’espansione degli Accordi di Abramo e il processo di normalizzazione diventa un peso, non un vantaggio, e cresce l’irritazione verso partner che ci trascinano in “conflitti o controversie centrali per loro, ma periferici o irrilevanti per noi”, dato che “gli affari degli altri paesi ci riguardano solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi”.