Newsletter n.20 di Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati (Gennaio 2026)

SxI Newsletter 20 - 2026 GENNAIO cover

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    Cosa trattiamo in questo numero
    Victor Magiar

Prima Pagina

    Un vero disastro culturale
    Victor Magiar

    Valeria Fedeli: una donna libera e generosa
    Piero Fassino

    Perché serve il tuo sostegno ora
    Emanuele Fiano

Analisi e commenti

IN MEDIO ORIENTE

    Gli eventi in Iran nel contesto regionale ed oltre
    Maurizio Melani

    Somaliland – Israele: implicazioni e possibili conseguenze del riconoscimento
    Guido Ambroso

    Israele e le ONG a Gaza. Governare l’aiuto in tempo di guerra
    Bruna Soravia

IN ITALIA

    Antonio Scurati merita una replica, educata, ma ferma
    Giorgio Gomel

    Il 27 gennaio dimenticato
    Aurelio Mancuso

    L’antisemitismo è una malattia, non una condanna. E serve un vaccino per curarlo
    Flavia Landolfi

Dall’Associazione

Bologna      Gruppo di lettura su “Lo Stato degli ebrei” di Theodor Herzl
               Anna Grattarola

Venezia      Antisemitismo: passato e presente del pregiudizio antiebraico
               Simone Vianello

Letture e Riletture

    Hannah Arendt. Dopo cinquant’anni
    Saul Meghnagi

Rassegna stampa

Selezione di articoli della stampa nazionale e internazionale
    Simone Santucci

Redazione

Contatti

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Victor Magiar

Diversi fatti importanti e drammatici hanno segnato questo mese turbolento e insanguinato: fra queste la tragedia dei giovani iraniani assassinati a migliaia in soli tre giorni, e il silenzio delle piazze e dei governi nella nostra Europa e nel mondo.

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Da sempre ci battiamo contro l’asimmetria delle narrazioni, delle “indignazioni”, delle risoluzioni, e delle politiche, delle “reazioni” del sistema dei media e della politica.

Un’asimmetria generata o da pregiudizi ideologici o da un inconscio pregiudizio razzista verso popoli o popolazioni di cui a noi europei, a noi occidentali, importa poco o nulla a meno che non ritorni utile a confermare le nostre letture stereotipate.

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La nostra scelta, anche questa volta, è quella di “approfondire”, di offrire una lettura degli avvenimenti che vada oltre la superficialità della cronaca e delle immagini da cui siamo sommersi e, possibilmente, di liberare dalla strumentalizzazione politica sia la lettura dei fatti che le scelte valoriali e politiche che ispirano la nostra convivenza civile.

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Abbiamo quindi scelto di non trattare alcuni temi segnati più dalla polemica e dalla cronaca come, ad esempio, le facinorose contestazioni all’eurodeputato Giorgio Gori all’Università di Bergamo, o lo smantellamento della presunta rete italiana legata ad Hamas.

Vi proponiamo invece, in primo luogo, degli approfondimenti dedicati al Medio Oriente scritti da tre esperti:

– l’ambasciatore Maurizio Melani sulla tragedia in corso in Iran

– il PhD in questioni internazionali e umanitarie Guido Ambroso sul riconoscimento Israele-Somaliland, fatto sottovalutato o forse incompreso da media e politica nostrane

– la docente Bruna Soravia sul ruolo delle ONG a Gaza.

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Diamo spazio poi al tema dell’antisemitismo legato a doppio filo alle vicende mediorientali, e lo facciamo con

– un articolo di Giorgio Gomel che denuncia il consueto slittamento lessicale e filosofico di intellettuali che irresponsabilmente e sommariamente partoriscono pericolosi stereotipi (tipo quello delle “vittime che diventano carnefici”)

– un’intervista di Flavia Landolfi a Daniela Santus su “l’antisemitismo è una malattia

– uno scritto di Aurelio Mancuso sul “27 gennaio dimenticato” con cui si ricorda il lavoro di ricerca – in gran parte promosso da organizzazioni ebraiche – per la valutazione e il riconoscimento dell’omocausto.

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Lo facciamo anche con il nostro editoriale dedicato al “disastro culturaledi una Sinistra che sembra rimuovere, anche dal proprio DNA, la valutazione di cosa l’antisemitismo sia oggi, e di cosa sia stato nei secoli: che non ne riconosce più la peculiarità e la sua persistenza nella storia europea e italiana; che confonde questa piaga secolare con altri fenomeni sociali; che lega il suo riemergere ad una indistinta diffusione nella nostra società di atti ed espressioni di odio.

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Anche questa volta abbiamo tentato di fornire strumenti di riflessione e di approfondimento per offrire a noi stessi e ai nostri lettori la possibilità di formarsi liberamente un’opinione libera, realistica, accurata.

Del resto, sia come Newsletter che come “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, il nostro impegno è contro la superficialità, il manicheismo e il pregiudizio.

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Infine, ma in realtà in principio della nostra newsletter, ricordiamo Valeria Fedeli, donna libera e coraggiosa, sindacalista, politica, senatrice, ministra, prima firmataria della legge contro il femminicidio.

Questo numero è dedicato a lei.

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PRIMA PAGINA

Un vero disastro culturale

Victor Magiar

Da dicembre scorso una polemica – che ha preso anche la forma del vero e proprio linciaggio mediatico e politico – ha provato a contrastare la proposta avanzata da diversi senatori del PD, primo firmatario Graziano Delrio, delegittimato da subito dal capogruppo del suo partito.

Oggi leggiamo di una nuova proposta del Pd “per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo e degli altri atti ed espressioni di odio e di discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa” che, mettendo insieme cose assai diverse fra loro, ci spiega che un provvedimento specifico per un fenomeno così specifico non si può fare: a meno che non sia accompagnato, giustificato, annacquato, da altri contenuti, da altri fenomeni che non hanno (e non hanno storicamente avuto) la stessa gravità, persistenza e portata ideologica e “culturale” che invece ha avuto nei secoli l’antisemitismo.

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L’antisemitismo non è razzismo: il razzismo discrimina e divide, anche fra persone dello stesso popolo (pensiamo al razzismo verso i “terroni” nel nord Italia degli anni ’60) stabilendo gerarchie fra gruppi “superiori” e “inferiori” – da emarginare, sottomettere, schiavizzare – ma mai i razzisti (in Italia o negli USA o in Sud Africa) hanno sterminato i gruppi “inferiori” o li hanno accusati di avere una “colpa escatologica” di cui giustificarsi, pentirsi, convertirsi.

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Al contrario, gli antisemiti (di oggi, di ieri, di sempre) accusano gli ebrei (o anche “giudei, israeliti, semiti, sionisti”) di essere potenti, di controllare tutto, l’economia, la finanza, la politica, i media… di dominare il mondo o di volerlo controllare.

È un pregiudizio antico con antiche accuse rivisitate e riadattate ad ogni epoca: partendo dalla prima accusa di “deicidio”, passando per quella dell’infanticidio rituale, arrivando all’accusa di genocidio, l’antisemitismo ha fatto degli ebrei il capro espiatorio di ogni male, di ogni epidemia, di ogni crisi. Secoli di pogrom, di inquisizioni, di ghetti, di accuse, di stereotipi: nessun gruppo nazionale, etnico, linguistico, religioso, ha subito questa esperienza per quasi 2000 anni, diventando la “colpa” di ogni cosa.

E non solo con sovrani, principi, dogi o sultani prepotenti, ma anche con quelle forme di governo in cui gli ebrei avevano tanto confidato: con la repubblica liberale nata dalla Rivoluzione francese, o con quelle socialiste nate dalla Rivoluzione sovietica.

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Questa storia è anche una storia italiana.

Italiana è la parola “ghetto”,
italiano il primo ghetto del mondo, Venezia,
italiano l’ultimo ghetto liberato d’Europa, Roma;
italiana la più famosa vicenda legata all’accusa dell’infanticidio rituale, quella del “Simonino da Trento” diventato per questo Santo nel XV secolo (culto poi soppresso nel 1965 e da allora contrastato dalla Chiesa Cattolica).
Italiane le Leggi Razziali che hanno anticipato in diversi aspetti quelle tedesche o di altri Paesi.

Considerare l’antisemitismo uguale ad altri fenomeni è un vero e proprio disastro culturale.
Significa semplicemente non aver capito cos’è l’antisemitismo, la sua peculiarità, la sua persistenza nella storia europea e italiana.

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Un altro disastro culturale è poi anche il fatto che gli estensori abbiano argomentato che la moltiplicazione di atti di “pregiudizio, ostilità o violenza nei confronti degli ebrei” non abbia origine da un pregiudizio antico oggi riproposto strumentalizzando l’annoso conflitto mediorientale, ma che avvenga per una contingente condizione general generica, ovvero “nell’ambito di un sempre più preoccupante diffondersi di atti ed espressioni di odio e discriminazione verso minoranze sociali, etniche o religiose”.

Evidentemente gli estensori della proposta non si sono accorti dell’incremento del 400% degli atti di antisemitismo e solo di antisemitismo.

Evidentemente i nostri estensori non si sono accorti che da oltre 40 anni tutte le istituzioni ebraiche italiane (scuole, sinagoghe, centri culturali o sociali, manifestazioni) sono presidiate, protette, dalle Forze dell’Ordine e dall’Esercito Italiano; che diversi rabbini e presidenti di comunità vivono sotto scorta.

Avviene questo anche per altre comunità?
Avviene per altri gruppi religiosi o nazionali o etnici, che siano italiani o stranieri?

No.

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E siccome il conflitto del Medio Oriente è il veicolo su cui marcia l’antisemitismo contemporaneo (ma non si ha il coraggio di dirlo) altra vittima culturale è stata la rimozione della “definizione operativa di antisemitismo” stabilita dall’IHRA ed usata da Delrio per l’introduzione del suo DDL.

Ma cosa sono l’IHRA e la definizione “operativa”?

L’IHRA è una organizzazione intergovernativa fondata nel 1998, che riunisce governi ed esperti di oltre 40 paesi per promuovere l’educazione, la ricerca e la memoria dell’Olocausto.

Per 10 anni, un’equipe di oltre 400 esperti multidisciplinari ha ragionato e poi definito un documento decisamente pragmatico ed equilibrato utile al contrasto dell’antisemitismo.

L’onesta considerazione che un fenomeno così vasto e articolato (nei secoli e nei vari paesi) non potesse essere delimitato con un’unica definizione che soddisfacesse contemporaneamente criteri e lessico di diverse discipline (giurisprudenza, storia, sociologia, filosofia, religione) ha portato alla stesura di una working definition” (definizione operativa), ovvero una definizione sintetica ed essenziale che fungesse da “base comune” per il “lavoro” educativo e giuridico dei governi dei vari Paesi.

La working definition è stata

  • fatta propria da 23 Paesi su 27 dell’Ue
  • adottata dal Parlamento Europeo nel 2017 (anche con i voti favorevoli dei socialisti, compresi gli eurodeputati italiani)
  • accolta dal “Governo Conte II” nel 2020 che istituì anche la figura del Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, come richiesto dal Parlamento europeo, dalla Commissione europea e dalla Camera dei Deputati (nel 2018 con diverse mozioni).

La working definition è stata poi contestata da alcuni intellettuali che paventavano una limitazione o una censura per chi avesse voluto criticare i governi dello Stato di Israele, sebbene la stessa definizione reciti testualmente “le critiche verso Israele, simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese, non possono essere considerate antisemite”.

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Ed è qui che si consuma l’ultimo atto di questo disastro culturale: la politica che piega la cultura, la storia e la memoria, per contingenti calcoli di bottega, o per seguire l’abbaglio ideologico che invoca la demonizzazione di Israele.

È questo il panorama avvilente che emerge da questa vicenda che rivela almeno tre cose:

  • che c’è chi ancora non ha capito cosa sia l’antisemitismo, la sua peculiarità, la sua persistenza nella storia europea e italiana
  • che c’è chi non coglie la gravità, specifica, del fenomeno e lo considera dentro ad un contingente momento storico
  • che c’è chi, sull’altare della politica, sacrifica una lettura storicamente fondativa della sinistra democratica, dell’Europa democratica nata dalle ceneri dei camini di Auschwitz.

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Si aggiunga poi l’antico fenomeno degli intellettuali più realisti del re che hanno obiettato che non servirebbe “una legge che difende solo gli ebrei” e che “c’è già la Legge Mancino”.

Verrebbe da ricordar loro che usano gli stessi argomenti di chi non voleva una legge sul femminicidio (“perché l’omicidio è già un reato” … “perché fare una norma specifica per le donne?”), oppure verrebbe da obiettare che vivono in un altro mondo e non si sono accorti dell’incremento del 400% degli episodi antisemitici e del fatto che gli ebrei italiani vivono da 40 anni sotto tutela militare, ma non è questo il punto.

Il punto è che una legge per il contrasto all’antisemitismo non serve a difendere gli ebrei italiani ma serve a difendere la società italiana, la democrazia italiana, la memoria del nostro Paese.

Senza memoria, senza coscienza della propria storia, che Paese avremo, che Sinistra abbiamo?

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Valeria Fedeli: una donna libera e generosa

Piero Fassino

Rapita da un male feroce ci ha lasciato Valeria Fedeli.

È assai difficile dare adeguato conto della vita ricca e piena di Valeria e del suo multiforme, appassionato e generoso impegno di donna libera e coraggiosa.

Per molti anni dirigente nazionale della CGIL, segretaria generale del sindacato tessile e della federazione tessile europea, ispirava la sua militanza nel mondo del lavoro al criterio di “guardare alla tradizione per individuare dove e come introdurre l’innovazione”, offrendo così un forte e continuo contributo alla evoluzione culturale e contrattuale della Cgil, con piedi ben piantati nella storia del “suo” sindacato, ma con lo sguardo pronto a cogliere ogni sollecitazione di una società in cambiamento.

Con la stessa tensione innovativa ha vissuto la sua militanza nel PCI, partecipando con entusiasmo alla stagione berlingueriana e poi ad ogni passaggio del cammino evolutivo dal PCI al PDS e ai DS e aderendo con convinzione alla costruzione dell’Ulivo e del Partito Democratico. Profondamente convinta che compito della sinistra è trasformare le domande di giustizia e di tutela sociale in diritti, la sua azione fu sempre ispirata da un concreto riformismo e cultura di governo. E non a caso è stata definita una “rivoluzionaria riformista” apparente ossimoro che evidenzia in Lei il nesso forte tra la tensione al cambiamento e la concretezza dell’agire quotidiano

Consapevole di quanto il ruolo riconosciuto alle donne segni la qualità sociale e civile di una società, è stata promotrice di ogni battaglia per il diritto al lavoro delle donne, per la parità di genere e per la liberazione femminile. Tra le fondatrici del movimento “Se non ora quando” è stata la prima firmataria della legge contro il femminicidio.

Eletta al Senato nel 2018 e nel 2022 ne fu autorevole Vicepresidente vicario, profondendo in quel ruolo la sua profonda adesione ai valori della Costituzione, così come il suo convinto europeismo nella Commissione per le politiche europee.

Chiamata da Paolo Gentiloni a ricoprire l’incarico di Ministro della scuola, università e ricerca caratterizzò il suo mandato con provvedimenti volti a qualificare i percorsi formativi, nonché a promuovere il pluralismo educativo. Al centro della sua azione i giovani, a cui si dedicava con scrupolo e generosità, consapevole che il destino di una società è affidata alla capacità di promuovere in ogni generazione sapere e responsabilità. Un’attenzione che proseguì con determinazione instancabile anche dopo che aveva lasciato gli incarichi istituzionali.

Attenta per formazione e curiosità intellettuale a ogni evento internazionale, quando il 7 Ottobre Hamas consumò l’orribile massacro in terra di Israele, Valeria non esitò ad assumere posizioni nitide e a condurre fin da subito una polemica esplicita contro le manifestazioni di estremismo radicale e di antisionismo. Sottoscrisse il Manifesto per una pace giusta per due Popoli promosso da Sinistra di Israele a cui aderì, condividendo con noi scelte difficili, ma necessarie: lottare conto ogni fanatismo – di Hamas, come di Nethanyahu – contrastare le letture manichee e criminalizzanti della società israeliana, sostenere ogni iniziativa utile a realizzare una pace giusta e sicura per israeliani e palestinesi.

In ogni suo impegno Valeria è stata una donna libera: leale alle organizzazioni a cui apparteneva, ma mai conformista, ispirata invece sempre da disponibilità al confronto, spirito critico e ricerca della verità.

La sua limpida coerenza, la sua generosità, la sua libertà intellettuale, la sua passione civile resteranno per noi un’eredità preziosa che continuerà a ispirare il nostro lavoro.

Così vogliamo ricordare Valeria, portandola nei nostri cuori con immensa gratitudine per il tanto che ci ha dato.

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Perché serve il tuo sostegno ora

Emanuele Fiano

Care amiche e cari amici,
compagne e compagni,

con la franchezza e la passione che ci contraddistingue,
vi chiediamo di aderire o di rinnovare l’adesione a
“Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Lo si può fare facilmente usando questo link
https://www.sinistraperisraele.com/registrazione/

altrimenti con un bonifico bancario su IBAN
IT30R0321101600052530153070
Banca Patrimoni Sella

intestato a Associazione La Sinistra per Israele

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In un tempo di slogan e semplificazioni, noi continuiamo a credere che la pace sia un lavoro serio, difficile, quotidiano. Non una parola d’ordine, ma una responsabilità politica.

Dopo il 7 Ottobre, “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” ha scelto una strada netta: rifiutare ogni estremismo, difendere con la stessa fermezza il diritto di Israele alla sicurezza e quello dei palestinesi a avere uno Stato sovrano e indipendente, continuare a tenere aperto lo spazio del dialogo quando altri invece sceglievano la chiusura e la demonizzazione.

Mettere attorno a un tavolo israeliani e palestinesi: l’impossibile che diventa possibile

In un anno segnato da tensioni, violenze, incomprensioni, pochi come noi hanno saputo promuovere incontri pubblici tra israeliani e palestinesi, dando voce a chi lavora ogni giorno per tenere aperta la possibilità di una soluzione politica.

Abbiamo mostrato – con i fatti – che esiste ancora un mondo che non si arrende, che continua a credere che la coesistenza non sia un’illusione ma un progetto che può essere coltivato. Che lo spazio del dialogo non è morto, ma ha bisogno di essere difeso, sostenuto e ampliato.

“Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” ha saputo costruire un profilo politico di primo livello, con iniziative pubbliche, conferenze, dossier, prese di posizione e interventi sulla stampa, con relazioni continue con il Partito dei Democratici in Israele, con le associazioni di cooperazione tra israeliani e palestinesi, con i protagonisti sul campo che ancora nutrono la speranza della pace.

Abbiamo promosso incontri tra israeliani e palestinesi, dato spazio a chi lavora per la pace sul campo, costruito una comunità ampia e competente attorno alla nostra Newsletter.

Abbiamo restituito alla sinistra italiana una voce credibile, informata e coraggiosa su una delle questioni più difficili del nostro tempo, un tempo segnato dalle guerre e dalle facili polarizzazioni.

Oggi, mentre crescono antisemitismo, odio e demonizzazione, questo lavoro è più necessario che mai. Proprio perché raro, questo equilibrio va difeso e rafforzato.

Per questo chiediamo un gesto semplice e decisivo: aderire o rinnovare la propria adesione.

 Rinnovate, aderite, partecipate,
perché la pace non arriva da sola:
la si costruisce insieme.

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IN MEDIO ORIENTE

Gli eventi in Iran nel contesto regionale ed oltre

Maurizio Melani

Professore Straordinario di Relazioni Internazionali alla Link Campus University e docente presso altre istituzioni di alta formazione, Maurizio Melani è stato ambasciatore in Medio Oriente e altrove, DG per l’Africa, Rappresentante italiano nel Comitato Politico e di Sicurezza dell’UE, DG per la promozione del sistema paese

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Non sappiamo quale sarà l’esito di quanto sta accadendo in Iran.

Non sappiamo se questa rivolta – di dimensioni molto maggiori di quelle verificatesi in anni precedenti, ed estesa a quasi tutte le regioni del paese con la partecipazione di tanti settori di una composita società che il regime cerca di soffocare brutalmente nel sangue, con migliaia di vittime, se non decine di migliaia, diventerà una rivoluzione in grado di rovesciare il regime.

Né possiamo prevedere se questo rovesciamento, qualora vi fosse, sarà seguito, come auspichiamo, dall’insediamento di un sistema laico e democratico rispettoso dei diritti umani e disposto a contribuire ad assetti di pace, di sicurezza condivisa e di cooperazione economica nella regione, Israele incluso. O se invece seguirà un periodo di guerre civili tra diverse componenti politiche, etniche, religiose e di collocazione sociale con effetti destabilizzanti in tutta l’area mediorientale ed oltre come è spesso accaduto nel corso di molte rivoluzioni e dopo.

Quel che è certo è che la massima solidarietà attiva va espressa a chi si batte in questi giorni in Iran per la libertà e la democrazia.

Nel momento in cui scriviamo – dopo la feroce reazione (definita dal Presidente Mattarella un “efferato sterminio”) del regime teocratico di Teheran alla possente mobilitazione di un popolo esasperato – i possibili scenari conseguenti potrebbero essere vari e mutevoli, con probabili cambiamenti repentini, considerata l’erraticità delle dinamiche in corso e di un attore di primo piano quale il Presidente USA.

2026 01 iran clashing

Un percorso “alla venezuelana”, con tutte le diversità e le possibili varianti del caso, non è sembrato escluso.

Dopo ribadite minacce di intervento il Presidente Trump ha mostrato a un certo punto di tendere a recuperare una parte del regime, con la motivazione di un asserito impegno ricevuto a sospendere gli eccidi, evitando un tentativo di rovesciamento cruento attraverso un problematico intervento militare mentre l’Iran dovrebbe rispettare certe condizioni in materia di capacità nucleari e missilistiche.

Non favorito dal Pentagono, tale intervento è stato sconsigliato dai paesi del Golfo che, pur essendo alleati in varie forme degli Stati Uniti e avversari della Repubblica Islamica, temono una destabilizzazione di tutta la regione, il blocco dello stretto di Hormuz con gravi danni alle loro economie e possibili contagi con minacce alla loro stessa stabilità.

Queste posizioni contrarie o, quanto meno, non favorevoli ad un intervento militare sono state manifestate in modo anche pubblico da Arabia Saudita, Oman e Qatar e in modo più discreto dagli Emirati e dall’Egitto.

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A chi governa questi paesi e a Trump sembra importare poco della democrazia e del rispetto dei diritti umani, argomenti comunque utili al Presidente americano per stabilire linee rosse funzionali alle sue pressioni rispetto al non nascosto principale obiettivo: la gestione e l’inibizione alla Cina delle risorse energetiche iraniane, in un disegno di controllo tendenzialmente monopolistico del mercato mondiale degli idrocarburi e di altre risorse minerarie, soprattutto di quelle necessarie allo sviluppo delle alte tecnologie.

Vediamo del resto questa tendenza nelle minacce alla Groenlandia e nelle azioni verso il Venezuela, ove l’intesa con i chavisti senza Maduro in cambio del controllo del suo petrolio sembra consolidarsi (pur non escludendo il mantenimento di una carta di riserva costituita dalla Machado).

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Allo stesso modo, riguardo all’Iran, l’annunciato accantonamento di un intervento militare che però mantiene “tutte le opzioni sul tavolo”, non esclude l’ipotesi di qualche attacco simbolico o di avvertimento assieme alla rafforzata presenza di forze aeronavali nell’area, con eventuali bombardamenti mirati o azioni di forze speciali a strutture militari iraniane.

Il disegno di Trump non piace agli altri grandi produttori di idrocarburi inclusi quelli del Medio Oriente. Già al momento dell’attacco militare all’Iraq nel 2003, contro il quale avevano combattuto un decennio prima per scacciarlo dal Kuwait, essi avevano espresso la loro contrarietà anche con atti concreti, come il sostegno all’insorgenza arabo-sunnita contro la coalizione a guida americana.

I paesi del Golfo ed in primo luogo l’Arabia Saudita perseguono, sia pure in competizione tra loro, un progetto di stabilità e cooperazione economica nella regione, in un contesto di sicurezza condivisa, inclusivo sia dell’Iran (che rinunci però alle sue attività destabilizzanti attraverso proxy di vario tipo e all’acquisizione dell’arma nucleare) che di Israele (subordinatamente all’accettazione dello Stato palestinese).

Le stesse cancellerie europee, con alcune eccezioni, sono preoccupate dagli effetti destabilizzanti sui piani politico, economico e della sicurezza, di un intervento militare, pur mitigando ancora l’esplicitazione della contrarietà (per non aprire altri fronti critici con Trump oltre a quelli su Groenlandia e Ucraina.

Contro un intervento militare, con le distruzioni e vittime tra la popolazione che implicherebbe, si sono espressi anche ampi settori dell’opposizione iraniana alla teocrazia, orgogliosi dell’indipendenza del paese, contrari ad imposizioni dall’esterno e timorosi dei vantaggi che sul piano politico potrebbe trarne il regime che controlla ancora una parte non irrilevante della popolazione come la contro-manifestazione dei giorni scorsi ha voluto dimostrare.

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L’opposizione appare tuttavia divisa e non ancora in grado di esprimere convergenze verso una unità di azione contro il regime. Vi sono i seguaci della monarchia che secondo sondaggi più o meno affidabili avrebbero il sostegno di circa un quinto della popolazione. Vi sono poi i movimenti delle numerose minoranze (azeri, curdi, turkmeni, baluci, arabi ed altri) alcuni dei quali hanno bracci armati, i Mujaheddin Khalq, o MEK, di origine islamo-marxista che durante la guerra tra Iraq e Iran negli anni 80 erano schierati con Saddam Hussein.

2026 01 iran smokingVi è il movimento Donna Vita Libertà, democratico e liberal (nel cui ambito non mancano posizioni differenziate) forte nelle città ma probabilmente assai meno nelle estesissime aree rurali.

Vi è lo scontento dei “bazar“, attore importante della rivoluzione del 1979 e a lungo del supporto al regime ma dal quale è nata l’attuale rivolta.

Non si sa se vi siano strutture organizzative e sostegni ai vecchi partiti dell’opposizione allo Shah dei quali il più organizzato era il Partito Comunista Tudeh. In piena Guerra Fredda, il timore che questo partito potesse avere il sopravvento (mentre si dissolvevano il potere dello Shah e della sua pervasiva struttura repressiva) indusse gli USA a non ostacolare il ritorno dell’Ayatollah Khomeini dal suo esilio in Francia.

Khomeyni, diversamente da altre componenti del clero sciita, aveva teorizzato il principio che debbano essere i custodi della fede e interpreti della legge coranica ad esercitare direttamente il supremo potere politico. Il suo movimento prevalse su tutti gli altri gruppi che avevano partecipato alla rivoluzione, rapidamente eliminati e oggetto di persecuzioni, mentre l’occupazione dell’Ambasciata americana e il lungo sequestro di suoi funzionari determinò una rottura del rapporto con gli Stati Uniti mai più sanato.

In questo contesto si affermava progressivamente il potere politico ed economico della struttura militare dei Guardiani della rivoluzione, feroci attori della repressione.

Nelle due guerre del Golfo contro Saddam Hussein Israele si tenne saggiamente fuori dal conflitto armato di fronte ad un allora nemico esistenziale per non dare ad esse una natura che avrebbe reso tutto più difficile: sembra oggi che lo stesso Netanyahu abbia compreso l’opportunità di mantenere anche in questa occasione una simile linea.

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LA SOCIETÀ ISRAELIANA

Somaliland – Israele: implicazioni e possibili conseguenze del riconoscimento

Guido Ambroso

Ambroso GuidoEsperto di questioni internazionali e umanitarie,
PhD alla University College London
ha lavorato per 34 anni per l’UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati,
in Africa orientale, nel Sud Caucaso e a Ginevra.

Il riconoscimento da parte di Israele il 26 dicembre 2025 del Somaliland (dove ho lavorato con l’UNHCR fra il 1997 e il 1999) e la visita ufficiale del Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar il 6 gennaio 2026 rappresentano una svolta significativa per la geopolitica nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa e quindi per il “Mediterraneo allargato” di cui fanno pare sia l’Italia che Israele.

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2026 01 somaliland festeggiamentiCome conseguenza di questa decisione e del fatto che Israele sia il primo Paese al mondo a riconoscere ufficialmente il Somaliland, la “capitale” Hargheisa è stata teatro di manifestazioni di giubilo popolare con tanto di sventolamento di bandiere israeliane in strada, una scena rarissima in una città a grande maggioranza mussulmana (un’altra fu a Baku nel 2021 dopo il primo anniversario della vittoria sull’Armenia nella seconda guerra del Nagorno-Karabakh grazie all’appoggio militare dato da Israele all’ Azerbaijan).

Per Israele la decisione è un azzardo che presenta delle indubbie opportunità ma anche delle incognite significative. Ma prima di analizzare opportunità e potenziali pericoli per Israele occorre fare un riassunto della breve storia del Somaliland e del suo c

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Il Somaliland (o Somalia nord-occidentale) era un protettorato britannico, mentre la Somalia vera e propria era una colonia italiana. Per l’impero britannico il territorio, e in particolare il porto di Berbera, era strategico in quanto era dirimpettaio del porto di Aden, un’importante base britannica sulla rotta per l’India, e confinante con Gibuti, all’imboccatura del Mar Rosso, che invece era una colonia dei rivali francesi. Un’importanza geopolitica aumentata con l’apertura del Canale di Suez nel 1869 e rilevante ancora ai nostri giorni.

2026 01 somaliland map quadraCon la fine dell’amministrazione mandataria italiana in Somalia (1° luglio 1960) e del protettorato britannico in Somaliland (26 giugno 1960), i due Paesi divennero indipendenti separatamente, in linea con la politica dei nascenti stati africani post-coloniali di rispettare i confini coloniali per evitare dispute di frontiera.

Ma già il primo luglio il Somaliland chiese di unirsi alla repubblica somala e formare uno stato unitario che durerà per circa trent’anni. Erano gli anni del nazionalismo pan-somalo (che comprendeva anche Gibuti, una parte dell’Etiopia e una parte del Kenya).

Negli anni ’60 Israele nel Corno d’Africa aveva degli ottimi rapporti con l’Etiopia dell’imperatore Haile Selassiè, appartenente a una dinastia che si dichiarava discendente dal re Salomone e la regina di Saba e con una chiesa ortodossa orientale che conservava molte tradizioni dell’Antico Testamento, come la venerazione per l’Arca dell’Alleanza, la circoncisione l’ottavo giorno, e consuetudini alimentari molto simili a quelle ebraiche.

Nel 1974 Haile Selassiè venne deposto da una feroce dittatura militare di ispirazione comunista sostenuta dall’URSS, guidata da Menghistu Hailemariam, un ufficiale dell’esercito etiope.

Durante il regime di Menghistu il rapporto privilegiato che Israele aveva con l’Etiopia di Haile Selassiè si degradò anche se non cessò mai del tutto.

Nel 1976 In Somalia si era imposto Siad Barre, un altro militare, un colonnello con una formazione nei carabinieri italiani, che con un misto di populismo e socialismo sembrava essere riuscito a mettere un coperchio sulle divisioni fra clan e sotto-clan che da sempre ribollivano nel calderone somalo. Nel 1974 la Somalia, anch’essa appoggiata dall’URSS, divenne il primo ed unico stato non arabo a far parte della Lega Araba.

Ma nel 1977 la Somalia cercò di annettersi la regione dell’Ogaden (appartenente all’Etiopia ma etnicamente somala), ma venne sconfitta dall’esercito etiope grazie all’aiuto di militari cubani e consiglieri sovietici.

La fine della Guerra Fredda contribuì alla caduta di entrambi i regimi nel 1991, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro.

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Prima conseguenza di questo terremoto geopolitico fu la nascita dell’Eritrea, riconosciuta come stato indipendente nel 1993, la seconda conseguenza fu la nascita di un nuovo equilibrio etnopolitico in Etiopia, e la terza fu il riaffiorare degli atavici conflitti clanici in Somalia.

Uno di questi conflitti, nato negli ultimi anni del regime di Siad Barre, era focalizzato contro il clan degli Isaq, il più numeroso della Somalia nord-occidentale, che si sentiva discriminato e stava cominciando a reclamare l’indipendenza dalla Somalia del vecchio protettorato britannico.

Nel 1988 l’esercito somalo bombardò e rase al suolo Hargheisa causando migliaia di morti civili e centinaia di migliaia di profughi, acuendo il sentimento nazionalistico degli Isaq.

Nel gennaio 1991 dopo la fuga di Siad Barre da Mogadiscio, in Somalia si aprì una fase di instabilità caratterizzata da molteplici conflitti clanici a cui si sommarono movimenti terroristici di ispirazione qaedista quale Al Shabaab.

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Nonostante gli sforzi di stabilizzazione da parte della comunità internazionale, da oltre trent’anni la Somalia rimane il tipico esempio di “stato fallito”.

Invece il Somaliland sfruttò l’opportunità data dal collasso della Somalia per dichiarare la propria indipendenza e intraprendere un percorso diverso.

Nonostante alcune difficoltà iniziali, la leadership del Somaliland riuscì a stabilire un sistema relativamente democratico con una camera eletta a suffragio universale e una dagli anziani dei clan principali, organizzando delle forze di polizia che garantiscono una sicurezza migliore (incluso il controllo di movimenti jihadisti) non solo della Somalia, ma anche di molti altri stati africani, e a coniare una moneta propria.

Ma bisogna anche riconoscere che il governo del Somaliland ha delle difficoltà a imporre la sua autorità nelle regioni orientali abitate da clan Darod con forti legami con la Somalia vera e propria e molto più tiepidi sulla questione indipendenza dei membri del clan Isaq.

Nonostante il Somaliland dimostri di possedere attributi statuali più solidi di molti stati africani riconosciuti (Somalia, Sudan, Congo, per citarne solo alcuni) esso non è mai stato riconosciuto de jure da alcuno Stato anche se in pratica l’Etiopia aveva un collegamento aereo diretto con Hargheisa con la compagnia di bandiera Ethiopian Airlines e una rappresentanza consolare.

Le principali ragioni per il mancato riconoscimento sono tre:

– la convinzione che questo riconoscimento sia in violazione del principio dell’integrità territoriale degli Stati post-coloniali, integrità paradossalmente derivante dal rispetto delle frontiere coloniali, anche se nel periodo coloniale il Somaliland è stato amministrato dai britannici, invece che dagli italiani come la Somalia vera e propria

– il timore che il riconoscimento del Somaliland possa costituire un precedente per le aspirazioni secessioniste di altri gruppi etnici o tribali aprendo il vaso di Pandora di conflitti etno-nazionalisti

– la probabile “vergogna” di alcuni Stati africani, “riconosciuti” sì, ma dagli attributi statuali più gracili di uno Stato non riconosciuto.

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Per comprendere fino in fondo tutte le dinamiche e gli interessi di carattere geopolitico dall’area, bisogna tenere in considerazione tre elementi strategici

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1 – PORTI, ROTTE, CHOKE POINT E NUOVI ATTORI

Dopo la fine della Guerra Fredda il Golfo di Aden e il Mar Rosso sono diventate zone sempre più contestate non solo da attori “classici”, come le potenze coloniali europee, USA e URSS/Russia, ma anche da nuovi attori come Cina, Turchia, Egitto, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, a volte in competizione fra loro.

Una tensione acuita dagli attacchi degli Houti ai traffici marittimi e dall’ instabilità geopolitica della regione.

A Gibuti, tradizionale protettorato francese strategicamente situato all’imboccatura del Mar Rosso, sono presenti l’aeronautica e marina militare francese e le marine di USA, Italia, Giappone (prima base all’estero), Cina, e piccoli distaccamenti di Spagna e Germania.

Basi che inizialmente erano sorte per contrastare la pirateria e il terrorismo islamico ma che ora hanno un ruolo geopolitico più ampio per il controllo di un “choke point” (“collo di bottiglia”) delle rotte petrolifere.

In Sudan, dove è in corso una guerra civile, vi sono trattative per l’allestimento di una base navale russa che fino ad ora è stata negata a Gibuti.

2 – ACQUA, ENERGIA, DEMOGRAFIA

Nel 2023 l’Etiopia ha inaugurato la “Grand Ethiopian Renaissance Dam”, gigantesca diga sul Nilo Azzurro, il cui bacino potrebbe impiegare da 5 a 15 anni per riempirsi d’acqua, e la più grande fonte di energia idroelettrica di tutta l’Africa: per l’Etiopia, in forte crescita economica e demografica e senza idrocarburi, la diga è un’opera di importanza strategica primaria.

Ma l’Egitto la considera una minaccia esistenziale perché oltre l’80% delle acque del Nilo che lo raggiungono sono portate dal Nilo Azzurro che proviene dal lago Tana in Etiopia (mentre meno del 20% dal Nilo Bianco che fluisce dal lago Vittoria condiviso da Uganda, Kenya e Tanzania), anche se fino ad ora non ha subito sostanziali conseguenze negative.

Ma quanto basta per fare salire la tensione fra due dei tre stati più popolosi d’Africa (il terzo è la Nigeria) con dichiarazioni minacciose da parte dell’Egitto, l’installazione di batterie missilistiche antiaeree intorno alla diga da parte dell’Etiopia, e il rischio di proxy wars al confine fra Etiopia e Somalia da un lato, ed Eritrea dall’altro.

Il Sudan, sconvolto dalla guerra civile, ha avuto una reazione più cauta ma comunque preoccupata.

3 – SBOCCO AL MARE, CONTROLLO DEL CANALE

Con l’indipendenza dell’Eritrea nel 1993, l’Etiopia ha perso il suo sbocco al mare.

Una limitazione peggiorata dalla guerra di confine fra Etiopia ed Eritrea del 1998-2000 e non risolta dal miglioramento delle relazioni che valse ai presidenti dei due Paesi il Premio Nobel per la Pace nel 2018.

Come conseguenza della perdita dello sbocco al mare l’Etiopia si deve affidare quasi totalmente al porto di Gibuti per le importazioni tramite il trasporto marittimo.

Per diversificare i canali di importazione e per stabilire anche una base navale, il primo gennaio 2024 il primo ministro dell’Etiopia Abiyi Ahmed e il presidente del Somaliland Musa Bihi Ahmed firmarono una lettera d’intesa per la locazione da parte dell’Etiopia di 19 km di costa del Somaliland in cambio del riconoscimento ufficiale dell’indipendenza di quest’ultimo.

Ma la reazione fortemente negativa della stragrande maggioranza degli Stati africani e mediorientali e della Turchia (che ha un ruolo politico ed economico importante sia in Somalia che in Etiopia) ha fatto desistere l’Etiopia che l’11 dicembre 2024 ha accettato una mediazione turca che metteva fine all’accordo con il Somaliland.

Dall’apertura del Canale di Suez nel 1869 gli Stati che si affacciano sul Golfo di Aden all’imboccatura del Mar Rosso (Bab el-Mandeb) hanno avuto una rilevanza strategica. Durante la Guerra Fredda il porto di Berbera nel Somaliland, dirimpettaio di quello di Aden, ospitava una base aeronavale sovietica con una pista di atterraggio così lunga da essere considerata un possibile atterraggio di emergenza per lo Shuttle della NASA.

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Dalla caduta di Haile Selassiè in Etiopia nel 1975 Israele non ha più alleati solidi nella regione. È quindi comprensibile da un punto di vista geopolitico che abbia un interesse a stabilire rapporti diplomatici con il Somaliland in cambio di un riconoscimento tanto agognato dalla maggioranza della sua popolazione.

Ma se al riconoscimento formale-simbolico seguiranno passi sostanziali come l’allestimento di una base militare israeliana (o l’eventualità smentita dalle autorità del Somaliland dell’allestimento di campi di reinsediamento per i palestinesi di Gaza), ci sarebbe sicuramente un’escalation a livello regionale. Alcuni siti web danno già per attivi operatori israeliani che starebbero collaborando con le autorità locali per sviluppare le installazioni aereoportuali di Berbera.

2026 01 somaliland porto Berbera

Da un punto di vista politico, la mossa israeliana ha già causato una levata di scudi da parte dell’Unione Africana, la Lega Araba e molti Stati della regione, fra cui la Somalia, Gibuti, Egitto, Turchia, Nigeria, Arabia Saudita, Qatar, Yemen, Sudan e Iran.

In Somalia, dove operano da tempo movimenti qaedisti come Al Shabaab, le manifestazioni popolari attualmente in corso contro il Somaliland potrebbero sfociare in jihad contro gli apostati. I rapporti fra il Somaliland e Gibuti sono già deteriorati al punto di avere interrotto i collegamenti aerei.

Infine il Somaliland non è così solido come sembra, sebbene rispetto alla Somalia appaia come un baluardo di stabilità.

I membri del clan egemone Isaq, che rappresenta poco più del 50% della popolazione, sono sicuramente estasiati da questo riconoscimento che per loro rappresenta una profonda questione identitaria.

Ma gli altri clan del Somaliland, in particolare i Darod a est che hanno forti legami con il resto della Somalia, e gli Issa ad ovest che hanno forti legami con Gibuti, sono molto meno entusiasti sia dell’indipendenza che del riconoscimento da parte d’Israele.

Secondo un quotidiano di Mogadiscio, membri del clan Issa hanno già avuto degli scontri con clan filogovernativi ad ovest mentre ad est ci sono già da tempo conflitti con i clan locali Darod che potrebbero essere ulteriormente armati da altri attori mediorientali.

Il rischio è l’ulteriore destabilizzazione degli equilibri clanici e l’intensificarsi di conflitti locali. A quel punto il Somaliland diventerebbe solo un’enclave degli Isaq al centro, senza il controllo dei territori sulle ali ad est e ovest, perdendo così un attributo della sua statualità.

2026 06 Somaliland incontroD’altra parte Israele e il Somaliland sperano che il riconoscimento reciproco sia solo un primo passo di una nuova dinamica nella regione che porterebbe al riconoscimento anche da parte dell’Etiopia (che già un anno fa era in procinto di farlo ma venne stoppata da Erdogan), del Kenya (che non ha protestato contro il riconoscimento) e possibilmente degli USA.

Ma con il riconoscimento gli USA metterebbero in pericolo la propria importante base aeronavale a Gibuti ed è quindi improbabile che lo facciano nel breve periodo visto che, anche nella più rosea delle ipotesi, ci vorrebbero anni per stabilire una base simile a Berbera.

Lo stesso discorso vale per l’Italia che ha un’importante base della Marina Militare a Gibuti e che oltretutto ha un legame storico con la Somalia che non può mettere a repentaglio riconoscendo il Somaliland.

Dalla fine della Guerra Fredda le regole del Grande Gioco nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden sono cambiate e sono comparsi nuovi attori che hanno emarginato progressivamente le potenze occidentali che hanno solo un tenue appiglio a Gibuti.

Il tempo dirà se il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele darà frutti geopolitici o se si rivelerà solo un maldestro passo in un nido di vespe.

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Israele e le ONG a Gaza.
Governare l’aiuto in tempo di guerra

Bruna Soravia

Soravia BrunaLa prima vittima di una guerra non è solo la verità (come sempre ripetuto) ma anche il rispetto delle regole umanitarie di base, più volte violate dalle parti in conflitto.

È quindi giusto e doveroso chiedere, come ha fatto “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, che il governo israeliano rimuova al più presto la sospensione imposta alle attività di 37 ONG che operano nella Striscia di Gaza, nella parte di territorio esterna all’area formalmente occupata da Israele, delimitata dalla “Linea gialla”.

È però anche necessario chiedersi cosa abbia spinto il Governo israeliano a prendere una decisione così tanto costosa sul piano delle relazioni internazionali e dannosa su quello dell’opinione pubblica mondiale.

Iniziamo dalla cronologia dei fatti.

Dal giugno 2007, a conclusione della cosiddetta “guerra civile palestinese”, Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza dopo aver eliminato brutalmente i combattenti di Fatah.

Dal 2007 Israele esercita per ragioni difensive una giurisdizione controversa su Gaza, che non occupa direttamente (cosa che altrimenti implicherebbe obblighi precisi nei confronti della popolazione) ma di cui controlla i confini naturali, gli accessi e le merci in entrata.

Le ONG che operano nella Striscia sono tenute a registrarsi e richiedere un’autorizzazione alle autorità israeliane per garantirsi le condizioni necessarie per svolgere il mandato umanitario, dai visti d’ingresso del personale esterno a quelli necessari per l’accesso dei mezzi materiali, del carburante, delle attrezzature mediche e così via.

Fino al 2024, registrazioni e permessi sono stati erogati in modo abbastanza automatico da enti pubblici civili, in coordinamento con il COGAT (Coordinator of Government Activities in the Territories), che è invece un’articolazione del Ministero della Difesa.

Dalla fine del 2024 la distribuzione dei permessi è svolta dal Ministero per la Diaspora (un organo governativo che dal 2023 ha assunto anche la funzione della lotta all’antisemitismo) lasciando al COGAT la gestione delle problematiche sul campo, legate soprattutto alla sicurezza, che derivano dall’autorizzazione ad operare.

Nel marzo 2025 il Ministero della Diaspora, retto dal “falco” Amichai Chikli, ha imposto alle ONG e alle altre organizzazioni internazionali che intendevano operare nella Striscia nuove regole stringenti, alle quali si sarebbero dovute adeguare entro la fine dell’anno. Tali regole prevedono, fra l’altro, la presentazione degli elenchi del personale, locale e straniero, e informazioni dettagliate sui finanziatori e sulle strutture operative.

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La richiesta è stata accettata da 23 organizzazioni (24 secondo alcuni) fra le quali quelle legate alle Nazioni Unite e alla Croce Rossa, mentre altre 37 ONG hanno rifiutato e sono state sospese (fra queste un caso particolare è quello della Caritas Internationalis che ha dichiarato di non dover chiedere autorizzazione formale dato il protocollo d’intesa fra Israele e la Santa Sede, ma ha comunque bisogno dell’autorizzazione operativa fornita dal COGAT).

Il COGAT ha dichiarato, attraverso i suoi canali ufficiali, che le organizzazioni sospese fornirebbero solo l’1% degli aiuti che entrano a Gaza; i responsabili di queste organizzazioni ribattono che la loro presenza è importante soprattutto per la gestione e distribuzione degli aiuti, che richiedono conoscenza del territorio e familiarità con gli assistiti, e sono ottenute impiegando operatori locali.

La sospensione dei permessi alle 37 ONG, fra le quali figurano alcune fra le maggiori agenzie umanitarie, come Oxfam, Action Aid, Medici senza Frontiere, World Vision e Caritas Internationalis, è sorta in questa intersezione di veti politici e precauzioni sicuritarie, in seguito alle furiose campagne mediatiche che, nel 2024, hanno aperto nel conflitto anche il “fronte della disinformazione”.

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Pressoché tutte le ONG sospese hanno espresso (sia nel corso del conflitto che prima) dure critiche nei confronti dello Stato di Israele accusato in particolare di aver provocato nella Striscia carestia e morte per malnutrizione, accuse respinte dal governo israeliano e non documentate da osservatori imparziali.

Molte di queste ONG hanno aderito alle campagne del BDS (Boycott, Divest, Sanctions) tese alla delegittimazione e all’indebolimento di Israele.

Dall’altro lato, il governo israeliano ha mosso ad alcune grandi ONG, come MSF, e a organizzazioni internazionali come l’UNRWA l’accusa di infiltrazioni terroristiche, sempre respinta e solo raramente documentata.

.In questa situazione di diffidenza e pregiudizio reciproco, l’elemento decisivo torna ad essere lo shibboleth rappresentato dall’accettazione delle regole imposte dal Ministero della Diaspora.

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Un osservatore attento e lucido come il gazawo Ahmed Fouad Al-Khatib ha recentemente descritto i due lati del dissidio: da una parte il lavoro di vitale importanza svolto da ONG e organizzazioni internazionali grazie agli operatori locali, e dall’altra parte il timore giustificato di infiltrazioni di Hamas (“penetrazione, coercizione, abuso e interferenza nel settore umanitario, dei quali gli stessi abitanti di Gaza si lamentano regolarmente”).

Secondo Al-Khatib accettare le regole, come hanno fatto una parte delle organizzazioni internazionali e diverse ONG (fra le quali, apparentemente, anche Emergency, nonostante la sua posizione fortemente critica verso il governo israeliano) non significa ammettere la loro validità morale, bensì “riconoscere semplicemente che una organizzazione umanitaria o senza scopo di lucro è ammessa sotto la supervisione di un attore egemone, temporaneamente responsabile del funzionamento del sistema.”

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La conclusione è che l’unica soluzione possibile per sbloccare lo stallo è il riconoscimento, da parte delle ONG, delle ragioni reali di sicurezza che hanno ispirato le nuove regole; e da parte del governo israeliano, l’ammissione del bisogno altrettanto reale del lavoro che le organizzazioni umanitarie possono svolgere a Gaza, grazie all’esperienza acquisita nei teatri di guerra e alla gestione prudente del personale locale.

 clicca sui collegamenti ipertestuali

 COGAT Statement

 il post di Ahmed Fouad Al-Khatib

 elenco 245 ONG attive in favore della popolazione palestinese

 elenco delle 110 ONG operative nel West Bank e nella Striscia di Gaza

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Elenco 37 ONG sospese dal governo israeliano

  1. Action Against Hunger
  2. Action Aid
  3. Alianza por la Solidaridad
  4. Campaign for the Children of Palestine
  5. CARE
  6. Dan Church Aid
  7. Danish Refugee Council
  8. Handicap International: Humanity & Inclusion
  9. Japan International Volunteer Center
  10. Medecins du Monde France
  11. Medecins du Monde Switzerland
  12. Medecins Sans Frontieres Belgium
  13. Medecins Sans Frontieres France
  14. Medecins Sans Frontieres Nederland
  15. Medecins Sans Frontieres Spain
  16. Medicos del Mundo
  17. Mercy Corps
  18. Norwegian Refugee Council
  19. Oxfam Novib
  20. Premiere Urgence Internationale
  21. Terre des hommes Lausanne
  22. International Rescue Committee
  23. WeWorld-GVC
  24. World Vision International
  25. Relief International
  26. Fondazione AVSI
  27. Movement for Peace-MPDL
  28. American Friends Service Committee
  29. Medico International
  30. Palestine Solidarity Association in Sweden
  31. Defense for Children International
  32. Medical Aid for Palestinians UK
  33. Caritas Internationalis
  34. Caritas Jerusalem
  35. Near East Council of Churches
  36. Oxfam Quebec
  37. War Child Holland

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IN ITALIA

Antonio Scurati merita una replica, educata, ma ferma

Giorgio Gomel

Gomel GiorgioAntonio Scurati ha pubblicato su “La Repubblica” lo scorso 11 gennaio un articolo sconcertante, costruito come recensione al libro “Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza” di Didier Fassin, che si intona con l’indignazione selettiva, l’attenzione univoca, ossessiva nei media e nel dibattito pubblico alla guerra fra Israele e Hamas e alla catastrofe umanitaria che ne è seguita per la gente di Gaza, rispetto ad altre guerre e catastrofi dal Sudan all’Etiopia, dallo Yemen all’Ucraina.

Forse alcune notazioni storiche sono dovute: Israele è vissuto sin dalla nascita in uno stato permanente di guerra guerreggiata interrotto da periodi di tregua, in una ostilità pervicace del mondo arabo circostante.

La non esistenza di uno stato palestinese riflette certo una “colpa” di Israele, ma anche la responsabilità del mondo arabo, delle leadership palestinesi e della comunità internazionale.

Una seconda cautela attiene al principio di realtà.

Gli israeliani non hanno mai vissuto in pace nel quotidiano. Soffrono di un’ostilità che ha assunto storicamente le forme della guerra e quelle infami del terrorismo.

L’attuale, aspro dibattito sulla questione se Israele stia commettendo crimini contro l’umanità o persino genocidio trascura il fatto che se Hamas avesse liberato gli ostaggi nelle sue mani ciò avrebbe da tempo messo fine alla guerra distruttiva in atto e con essa alla devastazione di Gaza e dell’esistenza collettiva di quel popolo.

Israele è sì colpevole delle immani sofferenze imposte ai Gazawi, ma su Hamas grava una responsabilità politica delle stesse. Il 7 ottobre 2023 Hamas sapeva che la risposta israeliana sarebbe stata durissima ed ha scientemente e cinicamente abbandonato ad essa la popolazione della striscia.

Infine – ed è qui il topos più irritante del duo Scurati-Fassin – vi è, come spesso nella retorica corrente, uno slittamento lessicale e filosofico nel vieto stereotipo di vittime e carnefici.

Ciò traduce una concezione essenzialista della storia umana per cui gli israeliani di oggi, tutti indistintamente, in quanto discendenti degli ebrei vittime dello sterminio di massa di 80 anni fa, si sarebbero tramutati da vittime in carnefici.

È una falsità evidente, come dimostra il dibattito sofferto che divide la società israeliana tra correnti d’opinione democratica e altre ad esse opposte segnate da un’ideologia integralista e autoritaria, nonché lo strumento facile di un meccanismo autoassolutorio per l’Europa colpevole per secoli dell’antigiudaismo cristiano e del razzismo antisemita.

Un meccanismo che abbiamo visto operare distintamente soprattutto intorno alla Giornata della Memoria negli ultimi due anni, e che ricorre vistosamente in articoli, sondaggi d’opinione, manifestazioni pubbliche.

Qual è un atteggiamento costruttivo del resto del mondo?

Le masse di israeliani che combattono per la loro democrazia e contro il governo bellicista dovrebbero essere sostenute, non boicottate.

Allo stesso modo, i palestinesi che richiedono un’Autorità palestinese riformata al posto di Hamas dovrebbero essere sostenuti da Israele e dal resto del mondo.

Il principio cui dovremmo ispirarci come parti terze in queste drammatiche circostanze è quello della “doppia lealtà”: invece di attribuire colpe e di infliggere punizioni, il compito che ci spetta è quello di offrire ponti, spingere le parti in lotta al dialogo, riprendere la logica degli accordi di Oslo del 1993 quando il riconoscimento reciproco dei diritti aveva dischiuso uno spiraglio di speranza, ovvero conciliando il diritto alla pace e alla sicurezza per Israele con quello ad uno stato indipendente per i palestinesi.

Soprattutto, è essenziale, come impegno della società civile in sostegno “dal basso” all’attivismo della diplomazia “dall’alto”, affermare l’illiceità della violenza contro i civili, da una parte e dall’altra; rigettare la disumanizzazione del “nemico”; riconoscere pur con fatica le ragioni dell’altro.

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Il 27 gennaio dimenticato

Aurelio Mancuso

Mancuso AurelioLo studio sulla Shoah ha permesso lungo i decenni di comporre un quadro complesso – e tuttora oggetto di approfondimenti storiografici e di riflessioni accademiche – che sollecita ancora un diffuso dibattito politico.

Quello che con più fatica emerge è l’articolazione del programma di distruzione, oltre che degli ebrei ritenuti una “razza inferiore” e pericolosa, di molti altri gruppi sociali, centinaia di migliaia di persone condivisero con gli ebrei la tremenda sorte nei campi di sterminio.

Se non è comparabile la Shoah come ecatombe umana a nessun’altra tragedia della storia, impressiona come nel mondo, sia libero e sia oppresso dalle differenti tipologie di feroci regimi dittatoriali, siano tutt’altro che sconfitte teorizzazioni aberranti.

Insieme agli oltre sei milioni di ebrei, nei campi di sterminio, nei campi di concentramento, nelle carceri, morirono “tzigani”, testimoni di Geova, disabili, omosessuali, oppositori politici, persone ritenute asociali: per la lucida follia dell’ideologia nazista era necessario eliminare dalla faccia della terra tutte quelle “categorie” impure che mettevano a rischio il progetto di un “nuovo mondo” guidato dagli “ariani”.

Soprattutto dagli anni ’80 in poi le ricerche – in gran parte promosse da organizzazioni ebraiche – hanno permesso di svelare l’articolato progetto di eliminazione sistematica di migliaia di persone in ragione della loro appartenenza a determinati gruppi sociali.

Questo ritardo nell’indagare l’intero complesso della strage degli innocenti è dovuto a molti fattori, ma soprattutto al fatto che con la fine della Seconda Guerra Mondiale non cessarono i pregiudizi.

In occidente si sono mantenute legislazioni (superate solo recentemente e non ovunque), che condannavano l’orientamento omosessuale, discriminavano minoranze, limitavano la libertà religiosa non conforme a quella cristiana.

Negli ultimi anni, proprio a causa di un montante e diffuso rigurgito di sentimenti antisemiti, si può comprendere meglio che l’avversione nei confronti di minoranze e gruppi non conformi, può riprendere vigore, assumere forme nuove, ma nella sostanza poggiare su ostilità formatesi lungo molti secoli.

Così accade che l’odio antisemita è tornato a essere un fattore distintivo nelle società democratiche, in particolare tra le fasce giovanili, che prendendo a pretesto il tremendo conflitto in Medio Oriente argomentano il loro sostegno alla causa palestinese anche sulla riproposizione di ben noti cliché e pregiudizi “razziali” e sociali che speravamo estinti.

Accade anche che incredibilmente le élite dei movimenti lgbt, esprimano oggi posizioni apertamente antisioniste e di radicale critica all’esistenza stessa di Israele.

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2026 01 27 dimenticatoL’“omocausto”, termine coniato dagli studiosi per segnalare l’assassinio di migliaia di omosessuali da parte del nazismo, è emerso, come già ricordato, dalla clandestinità della storia, grazie a quegli enti (molti privati) che con grande pazienza e determinazione, hanno superato la censura dei paesi vincitori, i cui governi non gradivano che si raccontasse il dramma dei “depravati”.

Prima dell’avvento del nazismo solo a Berlino esistevano oltre cento luoghi di aggregazione lgbt, così come erano diffusi in altri paesi del nord Europa.

Alla fine del conflitto non solo tutto questo patrimonio era stato distrutto, moltissime persone deportate e uccise, ma non pochi omosessuali che si salvarono dai forni crematori, furono incarcerati e morirono nelle carceri francesi, inglesi, russe.

Tutto questo serve per ricordare che, quando si agisce nell’oggi e si intende essere coerenti con la propria storia, non bisogna mai dimenticare ciò che avvenne, con chi si condivise la tragedia nazista e chi invece appoggiò il nemico.

Se un senso ha ancora il 27 Gennaio, è quello di combattere contro ogni forma di discriminazione, odio, sterminio; omosessuali, e gli altri gruppi sociali, hanno un dovere in più: condannare con limpidezza ogni sopruso, persecuzione, esecuzione capitale, che in tutto il mondo e in particolare in Medio Oriente, si consumano ogni giorno nei confronti dei loro fratelli.

Quel triangolo rosa (a volte sormontante la stella gialla per segnalare la doppia condizione di ebreo e omosessuale) non è un doloroso retaggio del passato, ma una realtà viva.

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L’antisemitismo è una malattia, non una condanna.
E serve un vaccino per curarlo

Flavia Landolfi

2026 01 antisemitismo Flavia Landolfi Alley oop

questa intervista è comparsa l’8 gennaio2025 su
Alley Oop del Sole24Ore

Landolfi Flavia

“È necessario trovare un vaccino perché la malattia diventi meno pericolosa”

 

La malattia è l’antisemitismo e il vaccino va ancora scovato. O forse è già nelle nostre mani ma non lo vediamo, non siamo capaci di utilizzarlo, o lo utilizziamo ma la malattia è ancora troppo forte.

Con Daniela Santus, docente di Geografia all’Università di Torino e una delle massime esperte di questioni medio-orientali, le parole non sono mai buttate lì a caso: c’è un lavoro e una precisione quasi chirurgica nel pesare e soppesare i termini intorno a una questione centrale dei nostri giorni e terreno di scontro politico dopo il massacro del 7 ottobre.

Secondo le ultime rilevazioni della Fondazione Cdec sono 766 gli episodi registrati nei primi 9 mesi del 2025, 82 in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Santus oggi vive in Germania e da lì gode di un osservatorio particolare sul nostro Paese.

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Professoressa, non le sembra che oggi l’antisemitismo sia tornato dicibile, pronunciabile nello spazio pubblico, spesso senza conseguenze?

Santus DanielaBella domanda! Si tratta di un tema che mi fa male perché mi impone di pensare che si potrebbe essere diversi, ma non si vuole.

In che senso?

Nel senso che io, che vivo parte in Germania e parte in Italia, non posso non notare come quello che è possibile in Italia, cioè odiare pubblicamente e senza conseguenze gli ebrei o inneggiare al 7 ottobre negandone gli orrori, sia impossibile in Germania. E la sa la cosa incredibile? In Germania più che di repressione si tratta di educazione, fin dalle scuole dell’infanzia. Poi, ovviamente, c’è anche la repressione.

C’è stato un momento preciso, negli ultimi mesi, in cui la soglia di ciò che è accettabile dire sugli ebrei si è abbassata?

Se mi permette, parlerei di anni. Non di mesi. Vede, nel 2005 venni attaccata dai Collettivi Autonomi, in aula, perché avevo fatto parlare un relatore israeliano. All’uscita, alle mie spalle, qualcuno gridò: «Questi ebrei devono morire tutti sugli autobus». Erano gli anni in cui il terrorismo palestinese, in Israele, faceva esplodere i bus con attacchi kamikaze. Ma quando la frase venne riportata dai quotidiani, ci fu un coro di disdette. Mai, dissero, avevano pronunciato quelle parole. Loro erano antisionisti, non antisemiti.

Dunque quando avviene il cambiamento?

I social all’epoca, in Italia, non c’erano ancora. Quando Facebook, a partire più o meno dal 2008, diviene popolare anche in Italia, c’è un cambio repentino: gli ebrei possono essere odiati pubblicamente, dietro un nickname. E da quel momento è stato un aumento progressivo, senza freni. Fino al 7 ottobre, quando Hamas ha realizzato il sogno di tanti.

Ecco, parliamo del 7 ottobre ma nella narrazione pubblica quella strage è stata in larga parte rimossa. Non le sembra che questa rimozione stia contribuendo a una lettura distorta del conflitto e, in controluce, alla riemersione dell’antisemitismo?

Questo però è colpa vostra, dei giornalisti. Se lei apre un quotidiano tedesco, dal Welt al Bild fino al Süddeutsche Zeitung, sotto ogni articolo che tratta del conflitto a Gaza trova due premesse: la prima è che i dati forniti sono stati dati loro da Hamas e pertanto non da fonti verificabili, la seconda ricorda che quello di cui sta trattando l’articolo è il risultato del pogrom compiuto da Hamas il 7 ottobre che ha causato più di 1.200 morti, oltre ai rapimenti e alle inaudite violenze su donne, uomini, bambini, anziani. Sarà una scelta noiosa e ripetitiva, però è senza dubbio educativa.

 Ma esiste una responsabilità del governo israeliano con una risposta al 7 ottobre giudicata da larga parte della comunità internazionale e dall’opinione pubblica fuori misura?

Non sono una fan di Bibi, ancor meno del suo governo. Tuttavia, pensiamo a cosa accadrebbe se un Paese a noi confinante, dopo aver per anni lanciato missili su Milano, Torino, Genova e compiuto attentati nei ristoranti, sui bus e nei mercati, entrasse in Italia, uccidesse 8mila civili in un giorno, violentasse, seviziasse e rapisse migliaia di persone e dichiarasse di volerlo rifare. Pensa davvero che il governo italiano risponderebbe con operazioni “misurate”? Poi, che Netanyahu sia un problema, questo è chiaro anche alla maggioranza degli israeliani. Non per niente Liebermann ha recentemente dichiarato di temere che Bibi possa far scatenare un’altra guerra per avere la scusa di spostare le elezioni del 2026, perché sa che da tre anni i sondaggi sono stabilmente contro di lui. Ma non è la risposta di Bibi ad aver “liberato” i sentimenti antisemiti mai sopiti.

Quando la parola “sionista” viene usata come insulto, non siamo già oltre la critica politica e dentro una forma aggiornata di antisemitismo?

Se lei vuole sapere se si trova davanti a reale critica politica, le suggerisco un gioco. Chieda alle persone se sanno cosa sia il monte Sion e dove si trova, se con conoscono il significato del termine sionista. Ma, soprattutto, chieda loro quando Israele ha effettuato il completo ritiro dagli insediamenti della Striscia di Gaza e chi era l’allora primo ministro. Chieda da chi era guidato Israele prima che venisse eletto Netanyahu. Mostri una carta del Medioriente e chieda dove si trova Israele e dove si trova la Palestina che vorrebbero libera dal fiume al mare. Non dimentichi di chiedere quale fiume e quale mare. Se non si sa rispondere a queste banali domande non si può essere in grado di esprimere critiche politiche. Dunque cosa resta? L’antisemitismo.

Qualche giorno fa su La Stampa il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha detto che nel mondo proPal bisogna distinguere tra chi difende in buona fede una causa politica e chi è animato da sentimenti antiebraici che si innestano nelle rivendicazioni palestinesi, fino a legittimare il passaggio dalle parole ai fatti. È d’accordo con questa lettura?

Senza dubbio sì. Penso a una nonna che prepara il minestrone davanti alla tv e ascolta La7 quando Di Battista afferma che il passaggio tra il nazionalsocialismo e nazional-sionismo è molto breve e che l’obiettivo di Israele è sterminare il popolo palestinese, cosa dovrebbe pensare questa nonna? Bisogna avere anticorpi molto forti per non venire contagiati. E gli anticorpi sono forniti dall’educazione e dallo studio. I ministri Valditara e Bernini dovrebbero rimettere mano alla formazione dei docenti: non per creare docenti vicini a una sponda piuttosto che a un’altra, ma per creare docenti che sappiano riconoscere l’antisemitismo quando se lo trovano di fronte, capaci di trovare le fonti di una notizia prima di diffonderla tra i banchi di scuola, capaci di non lasciarsi prendere in giro da fake news e, soprattutto, forti abbastanza da non odiare.

Lei ha più volte denunciato sul Foglio un problema di ignoranza diffusa tra gli studenti. Quali sono oggi i segnali concreti, riconoscibili, di questo fenomeno nelle aule?

2026 01 antisemitismo Flavia Landolfi 1Il problema degli studenti è grave, anzi gravissimo. Ma non si tratta solo di ignoranza, a quella si può sempre porre rimedio, se c’è la volontà. Si tratta di disincanto, disinteresse, di indottrinamento grave. Un esempio? Se dopo aver seguito 60 ore di lezione, dopo aver ipoteticamente studiato i testi, dopo aver ricevuto dalla sottoscritta le mappe concettuali di ogni capitolo da studiare, dopo aver sostenuto diversi test di autovalutazione delle conoscenze, dopo aver avuto a disposizione momenti di brainstorming, all’esame viene chiesto qual è la capitale dell’Arabia Saudita e le risposte sono: Palestina, Gerusalemme, Tel Aviv cosa devo pensare? La realtà è che le lezioni non si seguono, i libri non si acquistano né si prendono in biblioteca, neppure li si fotocopia più, le mappe concettuali finiscono nel cestino come un di più non richiesto, i test di autovalutazione non vengono svolti, ai momenti di brainstorming non si presenta nessuno e le domande, per banali ed elementari che siano per un esame universitario, non trovano risposta. Possono questi studenti disquisire di politica estera di Stati di cui sanno nulla? Chiunque potrebbe approfittare di così tanta ingenuità.

 Parliamo della strage di Bondi Beach. Cosa ci dice il fatto che parte dell’opinione pubblica anziché condannare questo massacro lo abbia attribuito alla politica del governo israeliano a centinaia di migliaia di chilometri di distanza?

In Australia sono stati permessi slogan antiebraici in ogni manifestazione per la Palestina. Cosa ci si deve aspettare quando si legittima l’odio e lo si difende in nome della libertà di espressione? Torno a raccontarle un caso che mi è più vicino. Ad Amburgo lo scorso anno, mi pare tra aprile e maggio, si è svolta una manifestazione pro-Palestina in cui gruppi islamici radicali hanno tra l’altro chiesto pubblicamente la creazione di un califfato in Germania e l’introduzione della Shari’a. Sono così immediatamente scattati accertamenti che hanno portato alla chiusura della cosiddetta “moschea blu”, la più importante moschea sciita di Amburgo e allo scioglimento del “Centro Islamico di Amburgo”. Se l’odio antiebraico circola è perché la sua diffusione non è osteggiata. A Brema, gli ultras del Werder Bremen, la scorsa settimana hanno issato cartelloni che recitavano una verità che dovrebbe essere riconosciuta da tutti: “Globalizing the intifada means killing Jews. Solidarity with Sidney”. Globalizzare l’intifada significa uccidere ebrei. Solidarietà con Sidney. Negli stadi italiani è successo qualcosa di simile? No. Chiediamoci il perché.

Dopo questa strage è tornato a riecheggiare il nesso tra antisemitismo e antisionismo. Ci spiega perché accade questo?

Il fatto è che sono due lati della stessa medaglia. Per anni lo stesso Mussolini si definì antisionista e non antisemita. Incredibile, vero? Lo Stato d’Israele non esisteva neppure. Poi, nel 1938, le leggi razziali colpirono gli ebrei, mica il sogno degli ebrei di tornare a Sion. Oggi accade lo stesso. Mi riprometto di non guardare più i social italiani, ma ci ricasco sempre. Così giorni fa mi sono ritrovata a leggere i vari commenti a un articolo che parlava del fatto che gli ebrei italiani non si sentono al sicuro in Italia. Un delirio! Ormai nessuno più si nasconde, i commenti sono pubblici, con nome e cognome e quello che emerge è un antisemitismo classico, quasi ottocentesco.

Agli ebrei italiani si attribuisce la responsabilità collettiva per le azioni del governo israeliano, li si considera stranieri in Italia, li si invita esplicitamente ad andarsene. Chi va in tv a fomentare l’odio, nascondendosi dietro a critica politica, è complice del disastro cognitivo in cui sta sprofondando buona parte degli italiani.

 Edith Bruck ha ragione quando dice che l’antisemitismo rimarrà eterno?

Sì, ha ragione. Ma è necessario trovare un vaccino che non eliminerà la malattia, ma la renderà meno pericolosa. In questi mesi sto lavorando, con la professoressa Cristina Bettin dell’Università Ben Gurion del Negev, a una ricerca sulla “contagiosità spaziale” legata all’antisemitismo. Mi spiego meglio. Stiamo elaborando un quadro teorico che mette in luce come alcuni luoghi nella storia, dai pozzi ai ghetti ai mercati fino alle città e alle piattaforme digitali, non si limitino a ospitare narrazioni antisemite, ma le generino e le amplifichino attivamente. Questa prospettiva va oltre la letteratura esistente sulle metafore del contagio, mostrando come le infrastrutture spaziali stesse funzionino come agenti contagiosi. Ecco, dobbiamo fare in modo di inibire il diffondersi del contagio.

Come?

Con la scuola, ma non quella di oggi che porta in piazza i bimbi al grido di “Free free Palestine”. Una scuola che ritrovi la capacità di educare, mettendo in primo luogo in discussione i saperi. Alimentare l’odio e l’ignoranza, vorrei sottolineare, non colpisce solo gli ebrei, ma non aiuta nemmeno i palestinesi.

Siamo alla fine, professoressa. Qual è l’augurio per il 2026?

Che sul modello della House of One di Berlino – una sinagoga, una moschea e una chiesa sotto lo stesso tetto – il vaccino della convivenza trovi spazio nelle nostre Università. Si riaprano le collaborazioni con Israele e si creino progetti dove, studenti e ricercatori israeliani e palestinesi, possano collaborare insieme.

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Gruppo di lettura su “Lo Stato degli ebrei” di Theodor Herzl

Anna Grattarola

Il 15 gennaio 2026 il Gruppo di lettura dedicato alla letteratura israeliana, promosso e organizzato da Sinistra per Israele di Bologna, ha commentato e discusso “Lo Stato degli ebrei” di Theodor Herzl nella nuova traduzione di Daniele Scalise edita da SetteOttobre, nuova casa editrice. Il libro era stato presentato al Museo ebraico di Bologna, come già riportato nella nostra Newsletter 19.

Invitato speciale al Gruppo, Luca Alessandrini con la generosità consueta ha illustrato temi storici e politici e ha risposto alle tante domande.

Considerato l’interesse per il libro si è fatta un’eccezione rispetto alla consuetudine del Gruppo di leggere e discutere opere letterarie

Segnalo con soddisfazione la partecipazione numerosa – una quarantina di persone che, tutte, avevano letto scrupolosamente con serietà il libro – e vivace, perché ha testimoniato la volontà di conoscere una situazione non facile, studiando i testi e non fermandosi a dichiarazioni ideologiche.

2025 12 BOLOGNA salaL’attenzione del Gruppo per i temi politici e sociali e per le prospettive future ha segnato la riunione: innanzitutto si è sottolineata la nuova traduzione del titolo, Lo Stato degli ebrei, che si stacca dalle precedenti e improprie, Lo Stato ebraico, poi è stato chiesto di approfondire il tema dell’emancipazione degli ebrei e dell’opzione storica dell’assimilazione, infine i rapporti con l’eventuale popolazione araba. Il testo di riferimento, citato a più riprese, è e resta “Il sionismo. Una storia politica e intellettuale (1860-1940)” di George Bensoussan.

Ha colpito del libro di Herzl il linguaggio accessibile, sobrio, il tono non declamatorio, semplice e ragionato, più simile al prodotto di un project manager di un’azienda moderna che a un manifesto di propaganda.

Proporre “Lo Stato degli ebrei” sembrava all’inizio una scelta azzardata, motivata anche dal fatto che dal 7 Ottobre gli editori italiani non pubblicano traduzioni di libri israeliani, quindi i titoli scarseggiano; ma si è rivelata una buona scelta che ha intercettato l’interesse per la politica nelle sue ragioni ideali.

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I prossimi incontri saranno dedicati a due libri importanti:

  • Lettere a Camondo di Edmund De Waal, esplorando anche il tema del mecenatismo ebraismo e del collezionismo
  • Idromania di Assaf Gavron, romanzo distopico su un futuro imprevedibile, un capolavoro, da non perdere.

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Antisemitismo, passato e presente del pregiudizio antiebraico

Samuele Vianello

Vianello samueleLa prima iniziativa della sezione veneta di “Sinistra per Israele -Due Popoli Due Stati” del 2026 è stata dedicata al tema che tutti gli altri condiziona: antisemitismo, passato e presente del pregiudizio antiebraico.

L’elefante nella stanza che in troppi ignorano e che, più o meno consapevolmente, nutrono e tentano di cavalcare, non rendendosi conto che loro stessi verrebbero disarcionati.

È proprio questo il punto: l’antisemitismo non riguarda solo gli ebrei o le persone e istituzioni percepite come vicine al mondo ebraico, riguarda invece la società nella sua interezza. L’odio, una volta scatenato, non guarda in faccia nessuno, prende una china tragica che tutti travolge con impeto inarrestabile. L’odio, come la violenza, non ha colore politico, non si distingue in base alla matrice e non discrimina: attacca una categoria per poi volgersi verso altre, sempre alla ricerca di qualcuno di nuovo da aggredire.

2026 01 VENEZIA locandinaL’antisemitismo contemporaneo avvelena il dibattito pubblico, conculca le facoltà mentali e strazia il pensiero critico, il fondamento stesso della nostra civiltà.

Le radici di parte della retorica contemporanea, che maschera l’antisemitismo con l’antisionismo, sono però relativamente recenti. Derivano direttamente dalla propaganda sovietica e dal tentativo esplicito e preciso di attaccare Israele e gli ebrei. Le accuse di genocidio, di colonialismo, di apartheid, sono tutte rintracciabili nei giornali di regime, col fine di destabilizzare, appunto, le democrazie.

Questa è la premessa del lungo dibattito tenutosi a Venezia il 10 gennaio – di cui riproponiamo qui la videoregistrazione integrale – un confronto plurale, democratico, aperto, con Gadi Luzzatto Voghera presidente del CDEC, Emanuele Fiano presidente di SxI-2p2s, Luigi Viola di NES, Giorgia Villa, SxI-2p2s sezione Veneto.

La sala era al massimo della capienza – anche oltre, ma non diciamolo ad alta voce, altrimenti il Comune ci redarguisce. 60 persone pronte al confronto e all’ascolto. Con queste poche righe vi invito a recuperare gli importanti interventi dei relatori, parole che dobbiamo assolutamente valorizzare, divulgare, fare nostre per questa battaglia. L’odio infatti preclude qualsiasi percorso verso la pace.

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Saul Meghnagi

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.

Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

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Hannah Arendt. Dopo cinquant’anni

I lavori di Hannah Arendt (1906 -1975) riproposti di recente – in ragione della ricorrenza dei cinquant’anni dalla morte – sono, in genere, quelli più noti, pubblicati dopo la Seconda Guerra Mondiale:

  • Le origini del totalitarismo
    Einaudi, Torino, 2009 [ed originale 1951]
  • Rahel Vernhagen. Storia di un’ebrea
    Il saggiatore, Milano 2016 [ed originale 1957]
  • Vita activa. La condizione umana
    Bompiani, Milano, 2017 [ed originale 1958]
  • La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme
    Feltrinelli 2023 [ed originale 1963]).

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Minore è la presenza di testi anteriori. Questi ultimi, peraltro, rivestono un particolare rilievo ai fini delle considerazioni attuali sull’ebraismo, sul sionismo e su Israele.

Su questi temi si registra, da parte della studiosa, una evoluzione nel corso del tempo, in ragione degli eventi e dell’analisi sempre più raffinata, significativa e interessante da ripercorrere.

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In prima istanza, appare utile menzionare l’articolo, non lunghissimo, We refugees, pubblicato nel 1943 in “The Menorah Journal” di New York: la Arendt era approdata negli Stati Uniti, come profuga, dopo una breve prigionia in Germania, la fuga in Francia, il successivo internamento a Parigi, la nuova fuga nel paese dove sarebbe vissuta, dopo l’acquisizione, attesa a lungo, della cittadinanza.

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Ristampato in varie sedi – tra le quali il volume, di G Marramao (a cura di), Ebraismo e modernità, Feltrinelli, Milano, 1996, pp 23 -32) – questo scritto evidenzia la particolare sensibilità per la condizione di rifugiato caratterizzata da più elementi: la perdita non solo della casa e del lavoro, ma lo status giuridico che nel Novecento definisce, con la cittadinanza, la pienezza dei diritti; la richiesta, fatta in genere al rifugiato stesso nel suo paese d’arrivo, di “adattarsi”, cancellando il proprio passato e “auto – negando” la propria origine; la richiesta, più o meno esplicita, di mostrarsi riconoscente verso chi lo accoglie, senza evidenziare la propria precarietà e, a volte, umiliazione; la fragilità di chi, non “appartenendo” allo Stato è inerme di fronte a soprusi e sopraffazioni.

Tali condizioni evidenziano, secondo la Arendt, come – data la natura, la cultura e la configurazione giuridica degli Stati nazionali – l’appartenenza a una comunità politica sia una condizione ineludibile per avere dei diritti.

Questi elementi sono uno sfondo intuibile nella lettura di contributi successivi, tra i quali gli articoli raccolti in M. L. Knott (a cura di), Hannah Arendt. Antisemitismo e identità ebraica. Scritti 1941 -1945, Einaudi, Torino, 2025 (ed originale 2000).

Volumi 2026 01 ARENDT 2

In quest’ambito, tra altri, troviamo un testo (del 14 novembre 1941) dal titolo significativo, L’esercito ebraico – L’inizio di una politica ebraica? (pp. 8 -11). Nello scritto, la Arendt assume una decisa posizione a favore della richiesta, fatta agli Alleati dalle organizzazioni sioniste d’America, per la costituzione di un esercito ebraico per la difesa della Palestina. Questa proposta, sostiene, è “parte della battaglia per la libertà del popolo ebraico…” (p.9) e aggiunge “La libertà non è un articolo da regalo…La libertà non è nemmeno un premio per i dolori sopportati. Una verità sconosciuta al popolo ebraico …è che ci si può difendere solo tenendo conto della veste in cui si viene attaccati(p.10).

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Per questo, la filosofa ritiene importante – nel processo di definizione identitaria di una collettività non riconosciuta come popolo – essere socialmente presente attraverso uno degli organismi propri di ogni nazione, l’esercito appunto, di fronte al nemico nazista che più di chiunque altro nega agli ebrei lo stesso diritto di esistere come esseri umani. Il testo appena richiamato – come altri di quel periodo – è emblematico nel descrivere un impegno militante, fatto di riflessioni e di azioni concrete, in anni nei quali la Arendt lavora presso istituzioni ebraiche e scrive, in inglese e in tedesco, in giornali legati a tali organizzazioni.

Aiutano inoltre a capire come si sviluppi un pensiero che presenta due caratteristiche complementari: l’impegno sul campo rispetto alle proprie condizioni di vita, a cominciare da quella di rifugiata, prima e dopo essere diventata cittadina americana a pieno titolo; la ricerca e lo sviluppo di una dimensione universalistica del pensiero tale, peraltro, da non escludere quanto di più particolare possa sussistere nella propria esperienza concreta.

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Tale ricerca la porterà, in ambito ebraico, a discussioni vivaci con diversi interlocutori nel cercare di stabilire su quale debba essere il legame tra identità specifica ebraica e apertura totale verso l’altro: la Studiosa afferma di pensare e agire per una comune giustizia e – come afferma con una formula lucida e chiara – per il riconoscimento assoluto del “diritto di avere dei diritti”.

Il suo articolo del 1945, Il sionismo riconsiderato – ora in J. Kohn e R. H. Feldman (a cura di),  “Scritti ebraici”, Torino, Einaudi 2009, pp. 293 -318, a cui si rinvia anche per le discussioni menzionate – è il testo che, rispetto all’ebraismo, al sionismo, a Israele, offre un quadro importante per una riflessione anche sulle dinamiche odierne.

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La Arendt scrive che il sionismo – come veniva configurandosi nelle politiche del tempo, man mano che si conosceva cosa fosse stata la Shoah – rischiava di dare vita a uno Stato basato su criteri etnici e nazionalistici, escludendo altri popoli e realtà culturali presenti nel territorio di riferimento.

Era per questo necessario ricercare delle soluzioni alternative che garantissero la tutela della identità degli ebrei come popolo senza escludere la stessa possibilità ad altri popoli.

Il testo, di fatto, rileggeva il sionismo alla luce dei diritti umani universali: questo nesso non Le appariva contraddittorio, nel momento in cui avesse legato l’antisemitismo e la tragedia della Shoah a una politica basata su pluralismo, uguaglianza, giustizia e non su un nazionalismo etnico.

Il concetto centrale risultava quello di legare memoria storica e responsabilità politica.

Oggi la conseguente proposta della Arendt a favore di uno Stato binazionale va certamente rivista alla luce degli anni passati e delle dinamiche più recenti, ma le premesse appaiono importanti per un ragionamento sul futuro del Medioriente.

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VOLUME ARENDT - Una vita filosoficaLa rilettura e la disamina del dibattito che ha visto la Studiosa costruire idee e proposte significative per evitare un conflitto che, purtroppo, si è verificato e reiterato nel tempo, è parte costitutiva di un recentissimo volume, – T. Meyer (a cura di), Hannah Arendt. Una vita filosofica, Feltrinelli, Milano. 2025 (ed originale 2023) dove leggiamo che, subito dopo la Shoah, la Arendt viveva in un mondo che era anche un “post – mondo, reduce dalla recente catastrofe – che tale rimaneva anche a New York.

I suoi amici e conoscenti americani potevano in qualche modo scendere a patti con la realtà così com’era; Arendt no.

A prima vista, ciò dipendeva dall’esperienza dell’emigrazione, dalla fuga e dall’internamento, dalla persistente apolidia, com’è ovvio dal fatto che il mondo ebraico nell’Europa orientale e occidentale era stato distrutto senza rimedio.

Si trattava di circostanze concretamente vissute dalle quali lei non poteva prescindere per qualunque progetto futuro.

Secondo Arendt, a prescindere dal destino dell’ebraismo, per comprendere la situazione dal punto di vista politico occorreva fare due cose: assumersi la responsabilità, il che significava mettersi al servizio della causa ebraica, e allo stesso tempo promuovere una riflessione per evitare il ripetersi di simili tragedie.

E questo, a sua volta, significava riflettere – a partire dalle condizioni presenti – sulle questioni relative all’idea si stato, di nazione così come sulla condizione dell’esilio e su quello della cittadinanza” (p. 228).

Forse, anche oggi, bisogna ripartire da queste parole, cardine di problemi ancora da risolvere, per gli ebrei e per i non ebrei.

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Simone Santucci

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Redazione 2026 SxI2p2s gennaio

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