Israele e le ONG a Gaza. Governare l’aiuto in tempo di guerra

dalla Newsletter n°20 – Gennaio 2026
Bruna Soravia

Soravia BrunaLa prima vittima di una guerra non è solo la verità (come sempre ripetuto) ma anche il rispetto delle regole umanitarie di base, più volte violate dalle parti in conflitto.

È quindi giusto e doveroso chiedere, come ha fatto “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”, che il governo israeliano rimuova al più presto la sospensione imposta alle attività di 37 ONG che operano nella Striscia di Gaza, nella parte di territorio esterna all’area formalmente occupata da Israele, delimitata dalla “Linea gialla”.

È però anche necessario chiedersi cosa abbia spinto il Governo israeliano a prendere una decisione così tanto costosa sul piano delle relazioni internazionali e dannosa su quello dell’opinione pubblica mondiale.

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Iniziamo dalla cronologia dei fatti.

Dal giugno 2007, a conclusione della cosiddetta “guerra civile palestinese”, Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza dopo aver eliminato brutalmente i combattenti di Fatah.

Dal 2007 Israele esercita per ragioni difensive una giurisdizione controversa su Gaza, che non occupa direttamente (cosa che altrimenti implicherebbe obblighi precisi nei confronti della popolazione) ma di cui controlla i confini naturali, gli accessi e le merci in entrata.

Le ONG che operano nella Striscia sono tenute a registrarsi e richiedere un’autorizzazione alle autorità israeliane per garantirsi le condizioni necessarie per svolgere il mandato umanitario, dai visti d’ingresso del personale esterno a quelli necessari per l’accesso dei mezzi materiali, del carburante, delle attrezzature mediche e così via.

Fino al 2024, registrazioni e permessi sono stati erogati in modo abbastanza automatico da enti pubblici civili, in coordinamento con il COGAT (Coordinator of Government Activities in the Territories), che è invece un’articolazione del Ministero della Difesa.

Dalla fine del 2024 la distribuzione dei permessi è svolta dal Ministero per la Diaspora (un organo governativo che dal 2023 ha assunto anche la funzione della lotta all’antisemitismo) lasciando al COGAT la gestione delle problematiche sul campo, legate soprattutto alla sicurezza, che derivano dall’autorizzazione ad operare.

Nel marzo 2025 il Ministero della Diaspora, retto dal “falco” Amichai Chikli, ha imposto alle ONG e alle altre organizzazioni internazionali che intendevano operare nella Striscia nuove regole stringenti, alle quali si sarebbero dovute adeguare entro la fine dell’anno. Tali regole prevedono, fra l’altro, la presentazione degli elenchi del personale, locale e straniero, e informazioni dettagliate sui finanziatori e sulle strutture operative.

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La richiesta è stata accettata da 23 organizzazioni (24 secondo alcuni) fra le quali quelle legate alle Nazioni Unite e alla Croce Rossa, mentre altre 37 ONG hanno rifiutato e sono state sospese (fra queste un caso particolare è quello della Caritas Internationalis che ha dichiarato di non dover chiedere autorizzazione formale dato il protocollo d’intesa fra Israele e la Santa Sede, ma ha comunque bisogno dell’autorizzazione operativa fornita dal COGAT).

Il COGAT ha dichiarato, attraverso i suoi canali ufficiali, che le organizzazioni sospese fornirebbero solo l’1% degli aiuti che entrano a Gaza; i responsabili di queste organizzazioni ribattono che la loro presenza è importante soprattutto per la gestione e distribuzione degli aiuti, che richiedono conoscenza del territorio e familiarità con gli assistiti, e sono ottenute impiegando operatori locali.

La sospensione dei permessi alle 37 ONG, fra le quali figurano alcune fra le maggiori agenzie umanitarie, come Oxfam, Action Aid, Medici senza Frontiere, World Vision e Caritas Internationalis, è sorta in questa intersezione di veti politici e precauzioni sicuritarie, in seguito alle furiose campagne mediatiche che, nel 2024, hanno aperto nel conflitto anche il “fronte della disinformazione”.

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Pressoché tutte le ONG sospese hanno espresso (sia nel corso del conflitto che prima) dure critiche nei confronti dello Stato di Israele accusato in particolare di aver provocato nella Striscia carestia e morte per malnutrizione, accuse respinte dal governo israeliano e non documentate da osservatori imparziali.

Molte di queste ONG hanno aderito alle campagne del BDS (Boycott, Divest, Sanctions) tese alla delegittimazione e all’indebolimento di Israele.

Dall’altro lato, il governo israeliano ha mosso ad alcune grandi ONG, come MSF, e a organizzazioni internazionali come l’UNRWA l’accusa di infiltrazioni terroristiche, sempre respinta e solo raramente documentata.

.In questa situazione di diffidenza e pregiudizio reciproco, l’elemento decisivo torna ad essere lo shibboleth rappresentato dall’accettazione delle regole imposte dal Ministero della Diaspora.

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Un osservatore attento e lucido come il gazawo Ahmed Fouad Al-Khatib ha recentemente descritto i due lati del dissidio: da una parte il lavoro di vitale importanza svolto da ONG e organizzazioni internazionali grazie agli operatori locali, e dall’altra parte il timore giustificato di infiltrazioni di Hamas (“penetrazione, coercizione, abuso e interferenza nel settore umanitario, dei quali gli stessi abitanti di Gaza si lamentano regolarmente”).

Secondo Al-Khatib accettare le regole, come hanno fatto una parte delle organizzazioni internazionali e diverse ONG (fra le quali, apparentemente, anche Emergency, nonostante la sua posizione fortemente critica verso il governo israeliano) non significa ammettere la loro validità morale, bensì “riconoscere semplicemente che una organizzazione umanitaria o senza scopo di lucro è ammessa sotto la supervisione di un attore egemone, temporaneamente responsabile del funzionamento del sistema.”

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La conclusione è che l’unica soluzione possibile per sbloccare lo stallo è il riconoscimento, da parte delle ONG, delle ragioni reali di sicurezza che hanno ispirato le nuove regole; e da parte del governo israeliano, l’ammissione del bisogno altrettanto reale del lavoro che le organizzazioni umanitarie possono svolgere a Gaza, grazie all’esperienza acquisita nei teatri di guerra e alla gestione prudente del personale locale.

 clicca sui collegamenti ipertestuali

 COGAT Statement

 il post di Ahmed Fouad Al-Khatib

 elenco 245 ONG attive in favore della popolazione palestinese

 elenco delle 110 ONG operative nel West Bank e nella Striscia di Gaza

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Elenco 37 ONG sospese dal governo israeliano

  1. Action Against Hunger
  2. Action Aid
  3. Alianza por la Solidaridad
  4. Campaign for the Children of Palestine
  5. CARE
  6. Dan Church Aid
  7. Danish Refugee Council
  8. Handicap International: Humanity & Inclusion
  9. Japan International Volunteer Center
  10. Medecins du Monde France
  11. Medecins du Monde Switzerland
  12. Medecins Sans Frontieres Belgium
  13. Medecins Sans Frontieres France
  14. Medecins Sans Frontieres Nederland
  15. Medecins Sans Frontieres Spain
  16. Medicos del Mundo
  17. Mercy Corps
  18. Norwegian Refugee Council
  19. Oxfam Novib
  20. Premiere Urgence Internationale
  21. Terre des hommes Lausanne
  22. International Rescue Committee
  23. WeWorld-GVC
  24. World Vision International
  25. Relief International
  26. Fondazione AVSI
  27. Movement for Peace-MPDL
  28. American Friends Service Committee
  29. Medico International
  30. Palestine Solidarity Association in Sweden
  31. Defense for Children International
  32. Medical Aid for Palestinians UK
  33. Caritas Internationalis
  34. Caritas Jerusalem
  35. Near East Council of Churches
  36. Oxfam Quebec
  37. War Child Holland