dalla Newsletter n°20 – Gennaio 2026
Guido Ambroso
Esperto di questioni internazionali e umanitarie,
PhD alla University College London
ha lavorato per 34 anni per l’UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati,
in Africa orientale, nel Sud Caucaso e a Ginevra.
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Il riconoscimento da parte di Israele il 26 dicembre 2025 del Somaliland (dove ho lavorato con l’UNHCR fra il 1997 e il 1999) e la visita ufficiale del Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar il 6 gennaio 2026 rappresentano una svolta significativa per la geopolitica nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa e quindi per il “Mediterraneo allargato” di cui fanno pare sia l’Italia che Israele.
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Come conseguenza di questa decisione e del fatto che Israele sia il primo Paese al mondo a riconoscere ufficialmente il Somaliland, la “capitale” Hargheisa è stata teatro di manifestazioni di giubilo popolare con tanto di sventolamento di bandiere israeliane in strada, una scena rarissima in una città a grande maggioranza mussulmana (un’altra fu a Baku nel 2021 dopo il primo anniversario della vittoria sull’Armenia nella seconda guerra del Nagorno-Karabakh grazie all’appoggio militare dato da Israele all’ Azerbaijan).
Per Israele la decisione è un azzardo che presenta delle indubbie opportunità ma anche delle incognite significative. Ma prima di analizzare opportunità e potenziali pericoli per Israele occorre fare un riassunto della breve storia del Somaliland e del suo c
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Il Somaliland (o Somalia nord-occidentale) era un protettorato britannico, mentre la Somalia vera e propria era una colonia italiana. Per l’impero britannico il territorio, e in particolare il porto di Berbera, era strategico in quanto era dirimpettaio del porto di Aden, un’importante base britannica sulla rotta per l’India, e confinante con Gibuti, all’imboccatura del Mar Rosso, che invece era una colonia dei rivali francesi. Un’importanza geopolitica aumentata con l’apertura del Canale di Suez nel 1869 e rilevante ancora ai nostri giorni.
Con la fine dell’amministrazione mandataria italiana in Somalia (1° luglio 1960) e del protettorato britannico in Somaliland (26 giugno 1960), i due Paesi divennero indipendenti separatamente, in linea con la politica dei nascenti stati africani post-coloniali di rispettare i confini coloniali per evitare dispute di frontiera.
Ma già il primo luglio il Somaliland chiese di unirsi alla repubblica somala e formare uno stato unitario che durerà per circa trent’anni. Erano gli anni del nazionalismo pan-somalo (che comprendeva anche Gibuti, una parte dell’Etiopia e una parte del Kenya).
Negli anni ’60 Israele nel Corno d’Africa aveva degli ottimi rapporti con l’Etiopia dell’imperatore Haile Selassiè, appartenente a una dinastia che si dichiarava discendente dal re Salomone e la regina di Saba e con una chiesa ortodossa orientale che conservava molte tradizioni dell’Antico Testamento, come la venerazione per l’Arca dell’Alleanza, la circoncisione l’ottavo giorno, e consuetudini alimentari molto simili a quelle ebraiche.
Nel 1974 Haile Selassiè venne deposto da una feroce dittatura militare di ispirazione comunista sostenuta dall’URSS, guidata da Menghistu Hailemariam, un ufficiale dell’esercito etiope.
Durante il regime di Menghistu il rapporto privilegiato che Israele aveva con l’Etiopia di Haile Selassiè si degradò anche se non cessò mai del tutto.
Nel 1976 In Somalia si era imposto Siad Barre, un altro militare, un colonnello con una formazione nei carabinieri italiani, che con un misto di populismo e socialismo sembrava essere riuscito a mettere un coperchio sulle divisioni fra clan e sotto-clan che da sempre ribollivano nel calderone somalo. Nel 1974 la Somalia, anch’essa appoggiata dall’URSS, divenne il primo ed unico stato non arabo a far parte della Lega Araba.
Ma nel 1977 la Somalia cercò di annettersi la regione dell’Ogaden (appartenente all’Etiopia ma etnicamente somala), ma venne sconfitta dall’esercito etiope grazie all’aiuto di militari cubani e consiglieri sovietici.
La fine della Guerra Fredda contribuì alla caduta di entrambi i regimi nel 1991, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro.
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Prima conseguenza di questo terremoto geopolitico fu la nascita dell’Eritrea, riconosciuta come stato indipendente nel 1993, la seconda conseguenza fu la nascita di un nuovo equilibrio etnopolitico in Etiopia, e la terza fu il riaffiorare degli atavici conflitti clanici in Somalia.
Uno di questi conflitti, nato negli ultimi anni del regime di Siad Barre, era focalizzato contro il clan degli Isaq, il più numeroso della Somalia nord-occidentale, che si sentiva discriminato e stava cominciando a reclamare l’indipendenza dalla Somalia del vecchio protettorato britannico.
Nel 1988 l’esercito somalo bombardò e rase al suolo Hargheisa causando migliaia di morti civili e centinaia di migliaia di profughi, acuendo il sentimento nazionalistico degli Isaq.
Nel gennaio 1991 dopo la fuga di Siad Barre da Mogadiscio, in Somalia si aprì una fase di instabilità caratterizzata da molteplici conflitti clanici a cui si sommarono movimenti terroristici di ispirazione qaedista quale Al Shabaab.
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Nonostante gli sforzi di stabilizzazione da parte della comunità internazionale, da oltre trent’anni la Somalia rimane il tipico esempio di “stato fallito”.
Invece il Somaliland sfruttò l’opportunità data dal collasso della Somalia per dichiarare la propria indipendenza e intraprendere un percorso diverso.
Nonostante alcune difficoltà iniziali, la leadership del Somaliland riuscì a stabilire un sistema relativamente democratico con una camera eletta a suffragio universale e una dagli anziani dei clan principali, organizzando delle forze di polizia che garantiscono una sicurezza migliore (incluso il controllo di movimenti jihadisti) non solo della Somalia, ma anche di molti altri stati africani, e a coniare una moneta propria.
Ma bisogna anche riconoscere che il governo del Somaliland ha delle difficoltà a imporre la sua autorità nelle regioni orientali abitate da clan Darod con forti legami con la Somalia vera e propria e molto più tiepidi sulla questione indipendenza dei membri del clan Isaq.
Nonostante il Somaliland dimostri di possedere attributi statuali più solidi di molti stati africani riconosciuti (Somalia, Sudan, Congo, per citarne solo alcuni) esso non è mai stato riconosciuto de jure da alcuno Stato anche se in pratica l’Etiopia aveva un collegamento aereo diretto con Hargheisa con la compagnia di bandiera Ethiopian Airlines e una rappresentanza consolare.
Le principali ragioni per il mancato riconoscimento sono tre:
– la convinzione che questo riconoscimento sia in violazione del principio dell’integrità territoriale degli Stati post-coloniali, integrità paradossalmente derivante dal rispetto delle frontiere coloniali, anche se nel periodo coloniale il Somaliland è stato amministrato dai britannici, invece che dagli italiani come la Somalia vera e propria
– il timore che il riconoscimento del Somaliland possa costituire un precedente per le aspirazioni secessioniste di altri gruppi etnici o tribali aprendo il vaso di Pandora di conflitti etno-nazionalisti
– la probabile “vergogna” di alcuni Stati africani, “riconosciuti” sì, ma dagli attributi statuali più gracili di uno Stato non riconosciuto.
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Per comprendere fino in fondo tutte le dinamiche e gli interessi di carattere geopolitico dall’area, bisogna tenere in considerazione tre elementi strategici
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1 – PORTI, ROTTE, CHOKE POINT E NUOVI ATTORI
Dopo la fine della Guerra Fredda il Golfo di Aden e il Mar Rosso sono diventate zone sempre più contestate non solo da attori “classici”, come le potenze coloniali europee, USA e URSS/Russia, ma anche da nuovi attori come Cina, Turchia, Egitto, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, a volte in competizione fra loro.
Una tensione acuita dagli attacchi degli Houti ai traffici marittimi e dall’ instabilità geopolitica della regione.
A Gibuti, tradizionale protettorato francese strategicamente situato all’imboccatura del Mar Rosso, sono presenti l’aeronautica e marina militare francese e le marine di USA, Italia, Giappone (prima base all’estero), Cina, e piccoli distaccamenti di Spagna e Germania.
Basi che inizialmente erano sorte per contrastare la pirateria e il terrorismo islamico ma che ora hanno un ruolo geopolitico più ampio per il controllo di un “choke point” (“collo di bottiglia”) delle rotte petrolifere.
In Sudan, dove è in corso una guerra civile, vi sono trattative per l’allestimento di una base navale russa che fino ad ora è stata negata a Gibuti.
2 – ACQUA, ENERGIA, DEMOGRAFIA
Nel 2023 l’Etiopia ha inaugurato la “Grand Ethiopian Renaissance Dam”, gigantesca diga sul Nilo Azzurro, il cui bacino potrebbe impiegare da 5 a 15 anni per riempirsi d’acqua, e la più grande fonte di energia idroelettrica di tutta l’Africa: per l’Etiopia, in forte crescita economica e demografica e senza idrocarburi, la diga è un’opera di importanza strategica primaria.
Ma l’Egitto la considera una minaccia esistenziale perché oltre l’80% delle acque del Nilo che lo raggiungono sono portate dal Nilo Azzurro che proviene dal lago Tana in Etiopia (mentre meno del 20% dal Nilo Bianco che fluisce dal lago Vittoria condiviso da Uganda, Kenya e Tanzania), anche se fino ad ora non ha subito sostanziali conseguenze negative.
Ma quanto basta per fare salire la tensione fra due dei tre stati più popolosi d’Africa (il terzo è la Nigeria) con dichiarazioni minacciose da parte dell’Egitto, l’installazione di batterie missilistiche antiaeree intorno alla diga da parte dell’Etiopia, e il rischio di proxy wars al confine fra Etiopia e Somalia da un lato, ed Eritrea dall’altro.
Il Sudan, sconvolto dalla guerra civile, ha avuto una reazione più cauta ma comunque preoccupata.
3 – SBOCCO AL MARE, CONTROLLO DEL CANALE
Con l’indipendenza dell’Eritrea nel 1993, l’Etiopia ha perso il suo sbocco al mare.
Una limitazione peggiorata dalla guerra di confine fra Etiopia ed Eritrea del 1998-2000 e non risolta dal miglioramento delle relazioni che valse ai presidenti dei due Paesi il Premio Nobel per la Pace nel 2018.
Come conseguenza della perdita dello sbocco al mare l’Etiopia si deve affidare quasi totalmente al porto di Gibuti per le importazioni tramite il trasporto marittimo.
Per diversificare i canali di importazione e per stabilire anche una base navale, il primo gennaio 2024 il primo ministro dell’Etiopia Abiyi Ahmed e il presidente del Somaliland Musa Bihi Ahmed firmarono una lettera d’intesa per la locazione da parte dell’Etiopia di 19 km di costa del Somaliland in cambio del riconoscimento ufficiale dell’indipendenza di quest’ultimo.
Ma la reazione fortemente negativa della stragrande maggioranza degli Stati africani e mediorientali e della Turchia (che ha un ruolo politico ed economico importante sia in Somalia che in Etiopia) ha fatto desistere l’Etiopia che l’11 dicembre 2024 ha accettato una mediazione turca che metteva fine all’accordo con il Somaliland.
Dall’apertura del Canale di Suez nel 1869 gli Stati che si affacciano sul Golfo di Aden all’imboccatura del Mar Rosso (Bab el-Mandeb) hanno avuto una rilevanza strategica. Durante la Guerra Fredda il porto di Berbera nel Somaliland, dirimpettaio di quello di Aden, ospitava una base aeronavale sovietica con una pista di atterraggio così lunga da essere considerata un possibile atterraggio di emergenza per lo Shuttle della NASA.
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Dalla caduta di Haile Selassiè in Etiopia nel 1975 Israele non ha più alleati solidi nella regione. È quindi comprensibile da un punto di vista geopolitico che abbia un interesse a stabilire rapporti diplomatici con il Somaliland in cambio di un riconoscimento tanto agognato dalla maggioranza della sua popolazione.
Ma se al riconoscimento formale-simbolico seguiranno passi sostanziali come l’allestimento di una base militare israeliana (o l’eventualità smentita dalle autorità del Somaliland dell’allestimento di campi di reinsediamento per i palestinesi di Gaza), ci sarebbe sicuramente un’escalation a livello regionale. Alcuni siti web danno già per attivi operatori israeliani che starebbero collaborando con le autorità locali per sviluppare le installazioni aereoportuali di Berbera.

Da un punto di vista politico, la mossa israeliana ha già causato una levata di scudi da parte dell’Unione Africana, la Lega Araba e molti Stati della regione, fra cui la Somalia, Gibuti, Egitto, Turchia, Nigeria, Arabia Saudita, Qatar, Yemen, Sudan e Iran.
In Somalia, dove operano da tempo movimenti qaedisti come Al Shabaab, le manifestazioni popolari attualmente in corso contro il Somaliland potrebbero sfociare in jihad contro gli apostati. I rapporti fra il Somaliland e Gibuti sono già deteriorati al punto di avere interrotto i collegamenti aerei.
Infine il Somaliland non è così solido come sembra, sebbene rispetto alla Somalia appaia come un baluardo di stabilità.
I membri del clan egemone Isaq, che rappresenta poco più del 50% della popolazione, sono sicuramente estasiati da questo riconoscimento che per loro rappresenta una profonda questione identitaria.
Ma gli altri clan del Somaliland, in particolare i Darod a est che hanno forti legami con il resto della Somalia, e gli Issa ad ovest che hanno forti legami con Gibuti, sono molto meno entusiasti sia dell’indipendenza che del riconoscimento da parte d’Israele.
Secondo un quotidiano di Mogadiscio, membri del clan Issa hanno già avuto degli scontri con clan filogovernativi ad ovest mentre ad est ci sono già da tempo conflitti con i clan locali Darod che potrebbero essere ulteriormente armati da altri attori mediorientali.
Il rischio è l’ulteriore destabilizzazione degli equilibri clanici e l’intensificarsi di conflitti locali. A quel punto il Somaliland diventerebbe solo un’enclave degli Isaq al centro, senza il controllo dei territori sulle ali ad est e ovest, perdendo così un attributo della sua statualità.
D’altra parte Israele e il Somaliland sperano che il riconoscimento reciproco sia solo un primo passo di una nuova dinamica nella regione che porterebbe al riconoscimento anche da parte dell’Etiopia (che già un anno fa era in procinto di farlo ma venne stoppata da Erdogan), del Kenya (che non ha protestato contro il riconoscimento) e possibilmente degli USA.
Ma con il riconoscimento gli USA metterebbero in pericolo la propria importante base aeronavale a Gibuti ed è quindi improbabile che lo facciano nel breve periodo visto che, anche nella più rosea delle ipotesi, ci vorrebbero anni per stabilire una base simile a Berbera.
Lo stesso discorso vale per l’Italia che ha un’importante base della Marina Militare a Gibuti e che oltretutto ha un legame storico con la Somalia che non può mettere a repentaglio riconoscendo il Somaliland.
Dalla fine della Guerra Fredda le regole del Grande Gioco nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden sono cambiate e sono comparsi nuovi attori che hanno emarginato progressivamente le potenze occidentali che hanno solo un tenue appiglio a Gibuti.
Il tempo dirà se il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele darà frutti geopolitici o se si rivelerà solo un maldestro passo in un nido di vespe.
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