Newsletter n.22 di Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati (Marzo 2026)

SxI Newsletter 22 - 2026 marzo COVER

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    Cosa trattiamo in questo numero
    Victor Magiar

Prima pagina

    La migliore garanzia per la sicurezza di un Paese è la politica,
    non la guerra; la mediazione, non la violenza

    Sinistra per Israele Due Popoli Due Stati

    La pena di morte è un colpo gravissimo allo stato di diritto
    Sinistra per Israele Due Popoli Due Stati

    Il vuoto politico del nostro tempo
    Emanuele Fiano

Analisi e commenti

SCENARIO INTERNAZIONALE

  Chi pensa ai ragazzi di Teheran?
    Piero Fassino

    Yair Golan, un uomo coraggioso che fa ciò che dovrebbe fare uno statista
    Fernando Liuzzi

    Senza una strategia, in Libano si prospetta un pantano
    Yair Golan

    I drusi e Israele, mai così vicini
    Bruna Soravia

    Barefoot Walk: Mothers’ Call for Peace
    Donatella Capirchio

LA SINISTRA ITALIANA E IL CONFLITTO

    “Non una di meno”?    Sono troppe quelle “di meno”
    Antonella Marazzi

    Il doppio standard e la stella gialla
    Ivan Scalfarotto

    Davide, discolpati … ancora!
    Valerio Sanzotta

Dall’Associazione

Roma      Voci di libertà: dall’Iran all’8 marzo
               Valentina Caracciolo

Torino      Questione ebraica e antisemitismo di sinistra 
               David Sorani

Torino      Saving Children, La Medicina Al Servizio Della Pace: Passato, Presente, Futuro
               Maria Ludovica Chiambretto

Letture e Riletture

    Le donne scrivono la speranza
    Saul Meghnagi

Rassegna stampa

Selezione di articoli della stampa nazionale e internazionale
    Simone Santucci

Redazione

Contatti

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Victor Magiar

È sempre difficile chiudere con puntualità la nostra newsletter: l’entropia mediorientale sembra non avere fine e genera notizie scioccanti giorno dopo giorno.

Chiudiamo questo numero, anzi, apriamo questo numero con una nostra dichiarazione sull’approvazione della scellerata legge che introduce in Israele la pena di morte per chi abbia “causato intenzionalmente la morte, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra “.

E pensare che Israele era stato il primo Paese al mondo ad abolire nel 1954 la pena di morte (ereditata dal sistema giuridico britannico) sebbene mantenendola solo per casi eccezionali (“crimini contro l’umanità” ed alcuni specifici crimini “militari”) applicandola infatti soltanto due volte in 78 anni: nel 1948 per un presunto traditore e nel 1962 per il nazista Adolf Eichmann.

Per giorni diverse cancellerie Europee sono intervenute sul governo Nethanyahu per chiedere di bloccare la legge sulla pena di morte e, poi ancora, per protestare per “l’incidente” della Domenica delle Palme con il Cardinale Pierbattista Pizzaballa e padre Francesco Ielpo, custode del Santo Sepolcro.

E mentre in Medio Oriente l’entropia del sistema continua a non avere limiti, a casa nostra, in Occidente, a non avere limiti sono le letture superficiali, manichee e selettive delle società mediorientali e delle vicende drammatiche che le stanno attraversando.

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Come sempre, tentiamo di porre attenzione e di approfondire fatti ed aspetti solitamente non considerati o sottovalutati o, peggio, “dimenticati”.

Lo proviamo a fare con realismo e senza cedere a false speranze con

– un articolo di Piero Fassino dedicato ai giovani in Iran, già dimenticati, che rischiano un sempre maggiore isolamento e nuove persecuzioni

– due articoli di Antonella Marazzi e Valentina Caracciolo dedicati alle donne iraniane qui in Italia, che vengono emarginate se non boicottate

– due nostri documenti sulla legge sulla pena di morte e sull’escalation della guerra in corso, che appare sempre più senza obbiettivi chiari

– uno scritto di Emanuele Fiano sul vuoto della politica e sulla povertà dell’analisi in un mondo che (da tempo!) non è più definito e ordinato, anche legalmente, dagli equilibri nati alla fine della Seconda Guerra Mondiale

– con tre articoli, di Ivan Scalafarotto, Valerio Sanzotta e David Sorani, sull’antisemitismo di Sinistra, sulle proposte indecenti di certa Sinistra rivolte al mondo ebraico per il 25 Aprile, e alla sempre verde richiesta “Davide discolpati!”

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Ma diamo spazio anche a voci diverse, di persone con i piedi a terra, che danno argomenti per la nostra speranza e ci fanno capire qualcosa in più. Lo facciamo con

– l’importante dichiarazione di Yair Golan che, con una visione concreta, da statista, spiega quanto sia sbagliata la linea seguita dal governo Netanyahu

– la prima parte di un’importante intervista a uno dei principali esponenti della comunità drusa in Israele, che ci spiega come “dopo il 7 Ottobre, il rapporto fra drusi ed ebrei abbia raggiunto un livello di intimità senza precedenti

– un articolo sulle donne israeliane e palestinesi della Mothers’ call for Peace che marciano insieme e a piedi nudi per dire “basta!” al ciclo di spargimento di sangue e che chiedono ai leader di entrambi i popoli di tornare al tavolo delle trattative con un impegno risoluto per una soluzione politica entro tempi certi.

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Dedichiamo la nostra copertina a queste donne, che per necessità, realismo e umanità, non si arrendono mai, che non si perdono in pindariche analisi geopolitiche, che non lanciano slogan divisivi o faziosi, ma praticano tutti i giorni il loro obiettivo, che è anche il nostro obiettivo: la convivenza.

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 *2*

PRIMA PAGINA

La migliore garanzia per la sicurezza di un Paese è la politica, non la guerra; la mediazione, non la violenza

LOGO-Sinisra-per-Israele-2-Popoli-2-Stati-PICCOLO

Per Sinistra per Israele – Due popoli due Stati, la migliore garanzia per la sicurezza di un Paese è la politica, non la guerra; la mediazione, non la violenza.

Lo abbiamo affermato di fronte agli esiti drammatici della guerra del 7 Ottobre e di Gaza e lo ribadiamo oggi davanti all’escalation che coinvolge Stati Uniti, Israele, Iran, Libano e Paesi del Golfo, senza mai dimenticare il diritto all’autodifesa di ogni Stato.

Da decenni, il regime degli ayatollah – liberticida, aggressivo e super armato – alimenta una strategia di accerchiamento attraverso i suoi proxy (in Libano, Iraq, Siria, Yemen, Gaza) e pone apertamente la distruzione di Israele come proprio obiettivo storico.

Sarebbe ipocrita fingere che questa minaccia non esista. Non abbiamo mai rimosso, né rimuoviamo oggi, il pericolo reale che l’Iran rappresenta per Israele e per i suoi cittadini.

La nostra solidarietà va al popolo iraniano che da decenni è ostaggio di un regime che ha assassinato migliaia di dissidenti, rese invisibili milioni di donne, torturato e impiccato oppositori, represso ogni diritto civile.

Proprio per questo avvertiamo che la liberazione di un popolo non possa avvenire senza una prospettiva politica dell’azione militare avviata in questi giorni da Israele e dagli Stati Uniti.

Avviato in nome del diritto all’autodifesa, questo intervento militare rischia di trasformarsi in una nuova spirale di devastazione, vittime civili e instabilità regionale.

Inoltre, il diritto all’autodifesa sancito dalla Carta dell’ONU non è un diritto senza misura.

Purtroppo, oggi l’ONU e le istituzioni internazionali hanno di fatto perduto credibilità, sia per propria grave responsabilità, sia per l’azione di delegittimazione portata avanti da diverse potenze e attori internazionali.

Ciò non deve condurre a posizioni rinunciatarie circa il ruolo delle organizzazioni internazionali: al contrario, esse vanno riformate affinché sia riaffermata la loro funzione di governo e mediazione dei conflitti.

Esiste oggi un vuoto politico internazionale sotto gli occhi di tutti, un vuoto che non può essere accettato e che la politica deve colmare. Da questo vuoto non si esce con l’arbitrio delle potenze né con slogan ideologici.

Come insegna anche la vicenda ucraina, l’uso della forza è necessario per difendere stati e popolazioni e per fermare o disarmare una potenza come la Russia che ha invaso uno Stato sovrano, ma non può, di per sé, costruire una soluzione di pace con le controparti in causa.

L’attuale escalation militare, che sembra priva di una chiara prospettiva politica, rischia di allargare ulteriormente il conflitto nella regione e non sembra offrire una soluzione definitiva alla minaccia che il regime iraniano rappresenta per Israele e per il mondo.

Occorrono il ritorno della politica e di una iniziativa diplomatica credibile per la sicurezza e la libertà dei popoli della regione: israeliani, palestinesi, libanesi, iraniani e arabi.

Cancellare il diritto di uno solo di questi popoli significa mettere a rischio anche gli altri. Anche per questo riteniamo che una possibile soluzione globale del conflitto mediorientale non possa eludere il nodo israelo-palestinese, la cui unica soluzione realistica continua a essere quella di “due popoli, due Stati”, nella reciproca sicurezza e dignità.

Pertanto, nella piena tutela della sicurezza dello Stato d’Israele, ribadiamo la necessità della fine dell’occupazione dei territori palestinesi, della fine immediata delle violenze dei coloni e dell’espulsione della popolazione palestinese e del contestuale avvio di una iniziativa politica internazionale che renda finalmente possibile una soluzione globale del conflitto mediorientale, che veda coinvolti tutti i Paesi della regione.

Non ci sono scorciatoie per la pace: c’è solo la strada dell’accordo internazionale.

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La pena di morte è un colpo gravissimo allo stato di diritto

LOGO-Sinisra-per-Israele-2-Popoli-2-Stati-PICCOLOLa pena di morte è un colpo gravissimo allo stato di diritto.
L’approvazione definitiva della legge sulla pena di morte alla Knesset è un colpo gravissimo allo stato di diritto e ai principi liberal-democratici e umanitari in Israele, che introduce inaccettabili elementi razzisti di differenziazione etnica.

Ci uniamo alla voce dell’opposizione israeliana, dello stesso National Security Council e dei governi europei nel denunciare la gravità di questo voto, che rappresenta un’onta che pesa sullo spirito democratico della Dichiarazione d’indipendenza del 1948, che affermava l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

Il governo di Netanyahu e dei suoi alleati criminali e razzisti si dimostra ancora una volta nemico dello Stato di Israele, oltre che dei palestinesi.

Ci uniamo a tutte le forze democratiche israeliane nel sostegno alla loro battaglia legale contro questa legge e confidiamo che la Corte Suprema israeliana possa intervenire per annullarla.

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Golan YairYair Golan
La legge sulla pena di morte per i terroristi è una legge inutile, concepita per aumentare la popolarità di Ben Gvir, e non contribuisce minimamente alla sicurezza di Israele.

A causa della follia di Netanyahu, Ben Gvir e degli estremisti, stiamo correndo verso sanzioni internazionali che danneggeranno l’economia, la scienza e l’intero Paese.

Questo governo fallimentare è pronto a sacrificare ancora una volta l’Israele progressista, che serve e lavora solo per la sopravvivenza politica. Slogan e sopravvivenza al posto della sicurezza.

Torneremo al potere e abrogheremo tutte le leggi delle tenebre e del populismo, e riporteremo la sanità mentale e la prosperità in Israele. Orgogliosi del nostro deputato, @KarivGilad per la sua tenace lotta contro la legge e per il bene dello Stato di Israele.

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Lapid Yair portraitYair Lapid
Ciò che viene presentato alla Knesset non è una legge.

Si tratta di una distorta operazione di comunicazione, di relazioni pubbliche, che sfrutta cinicamente il dolore e la rabbia giustificati dei cittadini israeliani per fini politici.

Questa legge non include la Nukhba.
Vi hanno ingannato.
Mi oppongo a questa legge specifica perché rappresenta una resa ad Hamas.

Questa legge è il sogno di Hamas.
Questa legge è ciò che Hamas voleva quando ha invaso Israele il 7 Ottobre.

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UE quadraDichiarazione del Portavoce per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione Europea

Il Disegno di legge sulla pena di morte approvato dalla commissione sicurezza del Parlamento israeliano è motivo di profonda preoccupazione. L’UE si oppone alla pena capitale in tutti i casi e in tutte le circostanze. La pena di morte viola il diritto alla vita e non può essere eseguita senza violare il diritto assoluto di essere liberi dalla tortura e da altri maltrattamenti. La pena capitale non ha inoltre dimostrato di avere un effetto deterrente e rende irreversibili eventuali errori giudiziari.

Israele ha a lungo mantenuto una moratoria di fatto sia sulle esecuzioni che sulle condanne a morte, fungendo così da esempio nella regione nonostante un contesto di sicurezza complesso. L’approvazione di questa legge rappresenterebbe un grave passo indietro rispetto a questa importante pratica e alle posizioni che Israele stesso ha espresso in passato. L’Unione incoraggia Israele a rispettare la sua precedente posizione di principio, i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale, nonché il suo impegno per i principi democratici, come si evince anche dalle disposizioni dell’accordo di associazione UE-Israele.

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 *4*

Il vuoto politico del nostro tempo

Emanuele Fiano

Secondo me non basta, a sinistra come a destra, dire oggi, “no alla guerra”, valore di per sé completamente giusto ma, come mostra la storia, insufficiente.

Ho l’impressione che nell’equilibrio internazionale assestatosi dopo la guerra fredda e oggi completamente saltato, e in questa fase di drammatica instabilità strutturale, più che di slogan e semplificazioni noi abbiamo bisogno di affinare l’analisi.

Lo scenario di guerra che il Medio Oriente e anche il Golfo Persico, e tutto il mondo di riflesso, stanno vivendo ormai dal 7 Ottobre 2023, induce infatti, oltre che preoccupazione, paura e pena per le popolazioni civili coinvolte e straziate, anche la percezione di una complessità spesso contraddittoria, in cui le vecchie categorie di giudizio risultano insufficienti.

Io ho sempre pensato, e lo confermo, che alla fine la migliore garanzia per la sicurezza delle nazioni, sia la politica e non la guerra, anche nei peggiori scenari internazionali come è l’attuale guerra in corso. Ma che contemporaneamente, e in parte all’opposto, il diritto all’autodifesa, per esempio di Israele, non possa essere dimenticato, come spesso accade.

Questo basta per dare un giudizio su ciò che sta accadendo?

No, non basta, ma è una base di partenza necessaria per cogliere la complessità.

Tiene insieme due valori apparentemente contrastanti, il diritto all’autodifesa, e la scelta di preferire sempre la politica al posto della guerra, il che apre un dibattito che istintivamente rifiutiamo e cioè se esistano guerre giuste o meno, dimenticandoci che per la nascita delle democrazie europee del dopoguerra, proprio la guerra degli alleati e la resistenza dobbiamo sicuramente ringraziare.

Questo ci fa dire “viva la guerra” perché è stata eliminata una guida sanguinaria che ha eliminato decine di migliaia di oppositori in pochi giorni, come Khamenei?

No, ma ci rende consapevoli di come la guerra appaia veramente il teatro delle contraddizioni, e non sempre del bene contro il male e basta.

È dentro questo vuoto di ordine internazionale che si colloca il ruolo di Donald Trump.

Non c’è dubbio che sia lui il protagonista più forte e decisivo nell’attuale contesto mondiale, la sua visione sembra essere ormai consolidata, con l’indirizzo di piegare a sé, anche con le armi, i paesi decisivi sotto il profilo strategico, sia per il loro posizionamento geografico sia per la loro ricchezza di materie prime; Venezuela, Groenlandia, Iran adesso Cuba, in evidente contrasto all’asse Russia/Cina, con nessuna attenzione alla libertà dei popoli oppressi dai regimi precedentemente al potere, come nel caso del Venezuela, ma invece operando per un cambio di regime semplicemente sottomesso alla volontà strategica e commerciale degli USA ed ai propri approvvigionamenti.

Il tutto in spregio a qualsiasi nozione del diritto internazionale e a qualsiasi concertazione multinazionale con gli alleati.

Se questo non si può accettare sotto il profilo morale ancora prima che politico, ciò rende assolutamente incerti anche gli esiti delle sue azioni, perché il fine appare in contrasto con quanto si dichiara.

L’attuale attacco all’Iran, diretto contro un regime liberticida, sanguinario e potenzialmente provvisto di armi nucleari, concentrato con i suoi proxy sulla volontà di distruzione dello Stato di Israele, nonché nemico storico degli USA, non mostra infatti al momento nessuna chiara strategia di conclusione, che rimuova la minaccia iraniana, per rafforzare la sicurezza a lungo termine di Israele e del Medio Oriente.

Non appare chiara affatto la possibilità che i bombardamenti congiunti di Usa e Israele possano portare alla caduta del regime, e se quello sia effettivamente lo scopo; pur se la guida suprema Khamenei è stata eliminata, non appare chiaro se vi sia una classe dirigente democratica che possa prenderne il posto e se le gloriose manifestazioni per la libertà, di centinaia di migliaia di iraniani delle settimane scorse, sedate nel sangue dai Pasdaran con decine di migliaia di morti, produrranno dall’interno, magari insieme alle minoranze etniche come i Curdi, la caduta del regime.

Certamente la caduta di quel regime produrrebbe un effetto benefico su decine di milioni di iraniani che vivono da quasi cinquanta anni privi di elementari diritti di libertà, e i cui parenti esuli manifestano insieme a noi nelle nostre piazze, e altrettanto la caduta degli Ayatollah, cambierebbe in senso positivo l’equilibrio nel mondo arabo e del Medio Oriente, come per altro dimostra il sempre più marcato schieramento dei paesi del golfo, attaccati dall’Iran, a fianco degli Usa e in parte con Israele, ma è questo che realmente vuole Trump? Questo può accadere con i bombardamenti dei missili israeliani e americani?

Tutti noi, spero, ci sentiamo orfani di un’Organizzazione delle Nazioni Unite capace realmente di esprimere una democratica regia della risoluzione dei conflitti del mondo, così come era stata pensata all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, ma altrettanto siamo contrari a pensare che in sua assenza questa regia possa essere affidata all’egocentrismo pericoloso del Presidente degli Stati Uniti, come nel caso del Board of Peace, e alle sue manie di grandezza, molto interessate a mantenere il proprio potere e la propria ricchezza, più che al bene del mondo.

Allo stesso modo possiamo essere sicuri dei calcoli sulla propria sopravvivenza politica che fa Bibi Netanyahu, anche in questa guerra, in vista delle vicine elezioni politiche interne, in spregio alle proprie responsabilità per quanto successo il 7 Ottobre, per quanto poi avvenuto a Gaza, per le violenze dei coloni in Cisgiordania, per il disegno di riduzione della democrazia in Israele come avviato con la proposta di riforma della giustizia e con i molti altri episodi in quella direzione; tutto questo non toglie che non possa essere dimenticato il diritto all’autodifesa di Israele e di ogni altro paese.

Domanda: i missili balistici puntati dall’Iran verso Israele da anni, da parte di un paese che ha continuamente definito Israele un demone da cancellare dalla carta geografica, e che ha armato e finanziato altri nemici più contigui a Israele come Hamas, Hezbollah, Jihad e milizie sciite in Siria, costituiscono o no una minaccia armata reale per Israele? La risposta onesta può essere solo sì.

E dunque il diritto all’autodifesa, previsto dalla Carta dell’ONU, può essere esercitato o no? Quella dell’Iran e dei suoi proxy è stata, come si definisce, una minaccia imminente che giustifica, secondo la giurisprudenza, una anticipatory self-defence?

E nell’azione di Israele, c’è una proporzionalità corrispondente alla minaccia come sempre l’ONU stabilisce?

Io penso di no su questo punto, cioè che il diritto all’autodifesa esista ma che deve avere una misura, una proporzione, e sono queste le domande difficili e necessarie se vogliamo resistere alla sola onda emotiva.

La verità è che non ci sarà mai una risposta definitiva, che non esiste più un organo comune nel mondo, capace di creare accordo su questi giudizi.

Questo è il vero vuoto politico del nostro tempo.

Siamo quasi tutti contrari alle guerre che osserviamo da lontano.

Ma raramente viviamo la condizione di chi sente su di sé una minaccia esistenziale concreta e dichiarata.

È da questa distanza tra percezione e realtà che nascono spesso giudizi troppo semplici su conflitti che semplici non sono.

E dunque il diritto all’autodifesa che produce una guerra, pur con le necessarie critiche alla sua proporzionalità, viene comprensibilmente cancellato dall’analisi degli effetti nefasti e drammatici che ogni guerra porta con sé, in termini di morti innocenti, di distruzioni e di migrazioni di popolazione.

Nessuno, a partire dalla missione Unifil 2 nel sud del Libano ha impedito il riarmo di Hezbollah, tra il 2006 e il 2023, nessuno lo ha impedito adesso, dopo il cessate il fuoco dell’anno scorso, e dunque Hezbollah si è riarmato e riposizionato, ed il giorno dopo l’inizio dei bombardamenti su Teheran, il 2 Marzo, ha ripreso i lanci di missili su Israele.

Questo autorizza una risposta di Israele secondo il diritto internazionale? Oppure la risposta in questo caso è sempre no? E per coloro che come me pensano che Israele abbia diritto di difendersi, ci impedisce forse di giudicare della proporzionalità della reazione? Certo che no, ma il mondo e qui da noi la sinistra vedono in genere solo la risposta israeliana e non le motivazioni.

Questo elemento va chiarito prima di entrare nel merito di cosa pensiamo noi del governo Netanyahu, e ne pensiamo malissimo sicuramente.

Perché qui, in Italia, è sacrosanto parlare dei diritti nazionali del popolo palestinese che devono confluire nella creazione di uno Stato Palestinese, è sacrosanto condannare l’occupazione israeliana di quei territori dal 1967, e condannare le violenze inaccettabili e razziste dei coloni in Cisgiordania, ed il loro progetto di pulizia etnica in quel territorio, ma altrettanto bisognerebbe citare sempre il fatto che 10 milioni di israeliani vivono costantemente e dalla fondazione del loro Stato, circondati da un pericolo esistenziale reale e conclamato, come dimostrano non solo il 7 Ottobre e i missili iraniani, ma anche decenni di lanci di decine di migliaia di razzi e di missili dal Libano e da Gaza e anche dall’Iran oltre che di centinaia di attentati terroristici.

Rimango dell’idea che solo la politica alla fine porterà pace e sicurezza, ma non cancello le altre considerazioni.

Altra domanda, i regimi totalitari si abbattono con le guerre? Questa domanda ci interessa? L’occidente ha risposte su questo? E l’Europa, oltre ad aver attuato sanzioni che si sono rivelate per nulla efficaci con l’Iran, ha mai realizzato atti concreti per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, o per la libertà dell’Iran?

La nuova guerra porta con sé tutti questi elementi e queste domande inevase insieme.

Reca con sé la memoria, che sono rari i casi in cui regimi totalitari siano stati abbattuti con la guerra, come nel caso di Saddam Hussein, ma che altre volte è successo che poi a quelle guerre siano succedute instabilità prolungata o nuove forme di autoritarismo; rovesciare un regime dall’esterno è più difficile di quanto Trump e il suo entourage pensino, soprattutto in paesi con forte identità nazionali come l’Iran.

Non abbiamo la sfera di cristallo, nessuno può immaginare cosa succederà e nessuno vorrebbe la guerra, o vorrebbe vedere innalzarsi continuamente il numero di vittime civili, ma intanto nessuno rimpiange Khamenei; ma se la guerra non è una soluzione, e la politica ed il diritto internazionale non funzionano più, allora cosa resta?

Il mondo è entrato in una fase di disordine internazionale in cui le vecchie categorie morali e politiche non bastano più, ma le nuove non esistono ancora. Il che, come insegnerebbe Gramsci, sono queste le fasi più pericolose per tutti noi.

Io ho sempre amato più l’Ulisse dantesco che quello di Omero, l’Ulisse che narra a Dante e Virgilio dalla bolgia in cui è avvolto da fiamma perenne, che dopo i pericoli che aveva attraversato con i suoi marinai, come il Polifemo e le Sirene e la maga Circe, convince i suoi non a tornare indietro verso ciò che già conoscevano, come la sua famiglia ed il suo regno a Itaca, come fa l’Ulisse di Omero, ma verso ciò che non conoscevano, “fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza” e aggiunge “ma misi me per l’alto mare aperto” aperto, come sinonimo di progresso, di futuro, di ciò che necessita di nuove interpretazioni, non della nostalgia verso ciò che già conosciamo, con il quale ci appare semplice spiegare; e insieme ai suoi marinai sceglierà l’ignoto oltre le colonne d’Ercole, oltre ciò che ci appare difficile, incognito, ancora da capire ma portatore del fascino del futuro da costruire.

Tutti noi abbiamo una grande assenza, la politica, la capacità di far crescere classi dirigenti politiche, che abbiano in mente la complessità della storia e dirigano le scelte, anche le più difficili, non verso la semplificazione, ma avanti: con il coraggio della risoluzione della complessità, che ci fa paura, ma che è esattamente il mare pericoloso nel quale dobbiamo navigare.

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SCENARIO INTERNAZIONALE

Chi pensa ai ragazzi di Teheran?

Piero Fassino

Come molti analisti – in primo luogo americani – avevano previsto la guerra in Iran non poteva essere risolta in pochi giorni.

L’Iran è un Paese con una storia secolare, con più della metà della popolazione inferiore ai 30 anni, con una classe dirigente diffusa – dagli ingegneri ai letterati – e un orgoglio identitario che manifesta con determinazione.

E se è vero che dalle Università ai bazar l’avversità al regime è diffusa e crescente, altrettanto vero è che anni e anni di indottrinamento fanatico unito ad apparati di polizia e militari potenti hanno fin qui assicurato agli Ayatollah il controllo del Paese.

Tant’è che un “regime change” provocato da una rivolta popolare interna appare a molti analisti improbabile.

Di fronte ad una guerra dall’esito tutt’altro che scontato, dagli esiti imprevedibili su scala regionale e da impatti pesanti sull’economia mondiale – a partire dall’aumento dei prezzi di gas e petrolio – molte cancellerie moltiplicano richieste di interruzione dei bombardamenti e di ripresa di negoziati volti ad una soluzione sul nucleare militare.

Ora che si liberi il mondo da un’ipoteca nucleare iraniana è certamente indispensabile per la sicurezza di Israele e del pianeta intero. Così come è indispensabile garantire gli approvvigionamenti energetici necessari alla vita economica di ogni nazione.

2026 01 iran smokingColpisce, tuttavia, che a quelle due richieste non si accompagnino anche le richieste di liberare tutti i prigionieri politici detenuti nelle carceri iraniane e di sospendere le esecuzioni capitali.

Anzi, è passata quasi sotto silenzio la esecuzione di condanna a morte di uno scienziato svedese – per la cui salvezza da anni sono stati rivolti appelli mai accolti – e che in queste stesse settimane siano stati avviati processi, con eventualità di condanna a morte, contro chi ha partecipato alle manifestazioni contro gli ayatollah.

Peraltro il regime ha annunciato l’arresto di centinaia di persone accusate di essere spie di Israele e si può ben immaginare come ad un’accusa così grave seguirà ogni forma di tortura.

Di tutto questo la comunità internazionale pare non occuparsi.

E chi ha avuto in queste settimane contatti con iraniani ha potuto constatare la frustrazione di quanti speravano che la comunità internazionale agisse per liberare il paese da una dittatura feroce e sanguinaria.

Se invece l’esito finale della guerra fosse un accordo che lascia inalterato il potere degli ayatollah, quella frustrazione si trasformerebbe nella convinzione di essere stati sacrificati alla realpolitik e agli interessi dell’occidente.

E dunque mentre discute di come uscire da una guerra, il mondo ha il dovere di non eludere una questione cruciale: come rispondere alla domanda di libertà’ delle ragazze e dei ragazzi di Teheran? È un dovere non solo politico, ma morale.

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 *6*

Yair Golan, un uomo coraggioso che fa ciò che dovrebbe fare uno statista

Fernando Liuzzi

Yair Golan è un uomo coraggioso. E’ cioè non solo un militare coraggioso, ma un leader politico coraggioso.

Della prima qualità, lo stesso Golan è consapevole, e in qualche modo la rivendica quando, dopo aver affermato che “il Libano è dentro di me”, ricorda che lì ha combattuto e lì è stato ferito.

La seconda qualità, invece, dimostra di averla quando firma un testo come quello pubblicato qui a fianco. Un testo breve, ma denso di contenuti, con cui non cerca il consenso facile di un ipotetico lettore israeliano, ma fa ciò che dovrebbe fare uno statista: espone le sue idee su ciò che il Governo dello Stato di cui è cittadino deve o non deve fare per perseguire il bene del suo Paese.

Il caso specifico affrontato da Golan in questo articolo, datato 20 marzo, è quello della guerra attualmente condotta da Israele in Libano contro Hizbollah. Per spiegare dove l’attuale Governo israeliano sta sbagliando, Golan ricorda che, per decenni, agli ufficiali israeliani è stato insegnato che una guerra, per essere utile alla sicurezza nazionale, deve essere breve e deve concludersi con un accordo volto a ottenere una almeno relativa stabilità. Ma non pare, dice Golan, che i leader dell’attuale Governo di Israele abbiano assorbito questa dottrina.

Al contrario, per ciò che riguarda l’attuale iniziativa militare in Libano, il Governo cerca di “vendere” all’opinione pubblica una “pericolosa illusione”: quella che la forza militare possa smantellare da sola Hizbollah e garantire sicurezza alla parte settentrionale di Israele. Ma, avverte Golan, esercitare la forza senza partire da una strategia non porta alla vittoria. Porta a un fallimento politico.

Con questo intervento di Golan, ci troviamo insomma davanti a un militare di carriera che, proprio in quanto militare, ancorché trasformatosi recentemente in leader politico, rivendica la primazia della strategia politica sul puro esercizio della forza militare. Per sconfiggere Hizbollah, Israele deve dunque innanzitutto capire di avere “un interesse comune con lo Stato libanese”. Sono parole forse inattese, ma certo pensate da una mente particolarmente lucida.

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 *7*

Senza una strategia, in Libano si prospetta un pantano

Yair Golan

leader del partito dei Democratici
ex Vicecapo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa d’Israele

 

Il Libano è dentro di me. Ho comandato il settore settentrionale della zona di sicurezza, la Divisione della Galilea, e ho servito come generale del Comando Settentrionale delle Forze di Difesa Israeliane. Lì ho combattuto. Lì sono stato ferito. Ho visto da vicino cosa il fango libanese fa ai soldati, alle famiglie e a una Nazione che si convince che una sufficiente potenza di fuoco sia la stessa cosa di una strategia. Ma non lo è.

E mentre Israele valuta un’avanzata più profonda in territorio libanese, mi sento in dovere di dirlo chiaramente, prima che ripeta un errore che ha già pagato a caro prezzo in termini di sangue e di risorse.

Una manovra militare effettuata in profondità all’interno del Libano, senza un chiaro obiettivo politico, trascinerà di nuovo Israele in quel pantano. Non porterà una vera sicurezza al suo confine settentrionale.

Un’occupazione del territorio libanese deve essere tattica, e a tempo determinato: un mezzo per colpire Hizbollah, proteggere le comunità del Nord e creare una leva per una soluzione negoziata.

Nel momento in cui tale occupazione diventasse un fine in sé, Israele avrebbe già perso da un punto di vista strategico, quali che siano i vantaggi operativi.

Per capire il perché, è utile ricordare chi sono gli israeliani e cosa li ha effettivamente protetti.

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Per decenni, i principi della sicurezza nazionale israeliana sono stati insegnati a ogni ufficiale che abbia frequentato le accademie militari: guerre brevi e decisive che si concludono con accordi diplomatici; accordi basati su successi militari volti a garantire la sicurezza di Israele a lungo termine, rimandando la guerra a un futuro lontano.

Questa dottrina ha reso un buon servizio alla Nazione. Nonostante l’incessante pressione relativa alla sicurezza, il suo popolo ha costruito nel Medio Oriente un fiorente miracolo democratico.

La Guerra d’Indipendenza si concluse nel 1948 con accordi di armistizio che diedero al giovane Israele il tempo necessario per costruire uno Stato, assorbire l’immigrazione e dirottare le risorse dagli armamenti verso scuole e strade.

La guerra di Suez del 1956 si concluse con un Sinai smilitarizzato e una forza ONU per mantenere la pace. Nel decennio di relativa tranquillità che seguì, il miracolo dello Stato israeliano si consolidò in ogni sua dimensione.

Nel 1973, la guerra dello Yom Kippur si concluse con accordi sulla separazione delle forze e, in definitiva, con un trattato di pace con l’Egitto, la risorsa strategica più importante di Israele fino ad oggi, nonché la fonte della sua frontiera più tranquilla negli ultimi cinquant’anni.

E il controesempio.

Israele non seppe consolidare la vittoria della Guerra dei Sei Giorni del 1967 in un accordo politico.
Il risultato fu una sicurezza minore, non maggiore. Senza accordi, ci siamo ritrovati dentro a una guerra di logoramento nel sud, con atti di terrore implacabili da est e con un conflitto irrisolto con i Palestinesi, confine col Libano compreso. La lezione è chiara: occorre porre fine alle guerre con un accordo.

Trasformare i successi ottenuti sul campo di battaglia in stabilità a lungo termine.
Questa non è debolezza.
Questa è statura politica.

Il che mi riporta al Libano e a ciò che si sta sprecando in questo momento.

Negli ultimi due anni, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno colpito Hizbollah con una forza senza precedenti. I successi militari sono immensi, frutto del coraggio e del sacrificio dei soldati israeliani, sostenuti dalla determinazione del fronte interno. Ma il Governo sta vendendo all’opinione pubblica una pericolosa illusione: che la forza militare, da sola, possa smantellare Hizbollah e garantire la sicurezza del Nord di Israele.
Ma esercitare la forza senza una strategia non è una vittoria, è un fallimento politico.

Ciò che rende la situazione così dolorosa è che si è aperta una vera e propria finestra di opportunità.

Hizbollah è in una situazione di estrema debolezza, militarmente, politicamente ed economicamente. All’interno del Libano, l’opposizione all’organizzazione che ha portato il Paese alla distruzione sta crescendo.

Il Governo libanese vede oggi Israele come un potenziale partner e Hizbollah come una forza illegittima.

Mentre Israele condivide, in questo momento, un interesse comune con lo Stato libanese: indebolire e isolare Hizbollah, tagliare i canali di approvvigionamento iraniani che lo alimentano e separare definitivamente l’organizzazione dalle Istituzioni della sovranità libanese.

Ciò significa collaborare con gli Stati Uniti, con i partner europei e con ogni fazione libanese che comprenda gli effetti devastanti del progetto iraniano sul loro Paese.

Questa opportunità non può attendere.

Se Israele non agirà per rafforzare il governo libanese e la sua lotta contro Hizbollah, se sprecherà questo momento in un’azione militare priva di un orizzonte politico, nel giro di pochi mesi ci ritroveremo esattamente nella stessa situazione.

Sentiremo le stesse vuote promesse di schiacciare e smantellare Hizbollah, e poi ci sarà un altro round. E un altro ancora.

Ci abbiamo già provato. Siamo rimasti lì per 18 anni, e ciò che la maggior parte degli israeliani ricorda di quel periodo non sono i successi tattici. Sono il sangue e il fango.

Ciò che ogni comandante e ogni soldato impara sul campo – e che i leader dell’attuale Governo israeliano sembrano non aver mai compreso – è che le guerre non si vincono guardando solo attraverso il mirino di un fucile.

Israele ha dimostrato, nei suoi momenti migliori, di saper combattere e di saper fare la pace.
È tempo di fare di nuovo entrambe le cose.

Un buon esercito vince le guerre.
Un buon governo prende quel successo militare e lo trasforma in una realtà di sicurezza, migliore e più certa, una realtà che gli permetta di investire di meno in fucili e di più nel futuro che i suoi cittadini meritano.

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I drusi e Israele, mai così vicini

Bruna Soravia

SORAVIA Bruna quadraPubblichiamo in questo numero la prima parte di una interessante intervista a Reda Mansour, ex ambasciatore israeliano, importante esponente della comunità drusa d’Israele.

Scrittore, poeta, opinionista del Times of Israel Reda Mansour è oggi capo delle relazioni internazionali per il Technion di Haifa, la principale università tecnica israeliana (riconosciuta come leader a livello mondiale e classificata al 1° posto in Europa in indici specifici di informatica).

La lunga intervista a Reda Mansour si articola su tre grandi temi:

  • l’esperienza di un ambasciatore israeliano in paesi e momenti difficili
  • la difficoltà di rappresentare e promuovere una grande università israeliana in un contesto di turbolente relazioni internazionali
  • la storia della comunità drusa e dei suoi rapporti con Israele.

Abbiamo deciso di iniziare dalla sua presentazione della storia della comunità drusa e dei suoi rapporti con lo Stato di Israele e con le altre comunità del Paese: un affresco importante che ci permetterà di comprendere meglio le implicazioni e i sottintesi dei successivi due temi.

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2026 03 Drusi Israel Reda Mansour 03

Può spiegarci chi sono i drusi, e se si identificano come arabi e come musulmani?

Sono concetti complessi, la risposta dipende da chi lo chiede. Iniziamo col dire che la maggior parte dei drusi vivono in Medio Oriente e che parlano arabo. Quindi, se essere arabo è definito dalla lingua, allora i drusi sono arabi.

Non lo sono tuttavia nel significato politico del termine, perché quando si parla di “nazione araba” s’intende un concetto politico.

Per esempio, gli ebrei vivevano nei paesi arabi e parlavano arabo, ma dobbiamo per questo dire che erano arabi? No, erano diversi, avevano una religione diversa che non era l’Islam.

Torniamo ai drusi: alcuni dicono che sono parte dell’Islam perché l’Islam ortodosso afferma che in Medio Oriente possono esserci religioni precedenti all’Islam, come il giudaismo e il cristianesimo: il tuo status di ebreo o cristiano sarà inferiore, avrai meno diritti, ma sarai comunque accettato perché la tua religione è venuta prima dell’Islam.

L’Islam ortodosso non accetta nuove religioni dopo la rivelazione islamica, chi ne fa parte è considerato eretico. È quello che abbiamo visto negli attacchi contro i drusi nel luglio dell’anno scorso in Siria, che sono stati carichi di odio religioso.

2026 03 Drusi Israel 01È così contro i drusi, gli alawiti, gli ismailiti, gli yazidi: tutti gruppi considerati eretici, soprattutto dai Fratelli musulmani.

Il credo druso nacque nei primi secoli dell’Islam da uno scisma all’interno della comunità sciita, per la quale la successione profetica è invece ammissibile. Per questo, i drusi hanno di base due racconti fondativi: uno dice che ci siamo separati dallo sciismo ismailita nel secolo XI. A questo riguardo, bisogna dire che gli studiosi discutono perfino se l’ismailismo possa essere considerato parte dello sciismo: molti pensano che si tratti di una terza branca islamica, dopo i sunniti e gli sciiti, perché l’ismailismo è molto diverso dallo sciismo.

I drusi si separarono quindi nel secolo XI, in Egitto, e crearono un dogma completamente diverso all’interno dei monoteismi, un dogma fondato sulla filosofia greca.

Ora, è davvero inaudito che una setta islamica, o qualsiasi altra confessione monoteistica, abbia potuto fare una cosa del genere, ridefinire il monoteismo in termini filosofici.

Per questo, quando noi drusi parliamo di Dio, parliamo della “Mente Universale”.

2026 03 Drusi Israel 04È un discorso molto influenzato dai neopitagorici, molti aspetti della dottrina drusa sono derivati dalla filosofia neopitagorica: per esempio, uno dei nostri simboli più famosi, la stella a cinque punte, è di fatto il pentagramma neopitagorico, che allude alle cinque basi dell’universo.

Insomma, i drusi hanno una fede molto insolita per la quale fin dall’inizio sono stati perseguitati e hanno dovuto nascondere la loro religione, anche pretendendo di essere musulmani.

Per questo in Siria e in Libano i drusi oggi si definiscono la comunità “drusa islamica”.

Israele è invece il primo paese mediorientale a riconoscere i drusi come una distinta comunità religiosa secondo la legge israeliana, e questo fin dagli anni ’50 del secolo scorso.

Per questo, i drusi in Israele sono molto più liberi di parlare pubblicamente della loro identità e religione, mentre nei paesi arabi sono necessariamente più riservati, anche perché nel contesto di ignoranza e povertà che è comune in gran parte del mondo arabo diventa molto pericoloso mostrare la propria fede.

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La religione è ancora così importante per la coesione della comunità drusa?

[NdR: le autorità religiose sono persone comuni investite della missione di rappresentare la fede, e definiti uqqal, ovvero “dotati di intelletto/iniziati”, contrapposti ai juhhal, “ignoranti/non iniziati”].

Ricordiamo innanzitutto che non si può essere considerati drusi se non si hanno padre e madre drusi, quindi sì, la religione è molto importante. In Siria e Libano esiste una piccola percentuale di matrimoni misti, in Israele ancor meno: direi che il 98-99% sono drusi e basta. Non c’è nessun modo di entrare nella comunità, nemmeno dopo un lungo processo di conversione come quello ammesso per il giudaismo.

Prima di abbandonare l’Egitto, all’inizio delle persecuzioni dell’XI secolo, le autorità religiose druse dichiararono che la “porta della dottrina” era chiusa. Questo comporta che oggi, in una società moderna, esiste il problema di modificare questa dottrina ma ciò è molto difficile, perché i nostri leader religiosi non sono abbastanza autorevoli da introdurre cambiamenti. Così, la religione resta cruciale.

I drusi hanno creato una miscela culturale etno-religiosa molto ricca e interessante, che contribuisce alla loro forte identità, un po’ come avviene per i curdi di montagna. Anche noi siamo un popolo di montagna e un popolo guerriero, e anche questi aspetti contribuiscono alla costruzione dell’identità drusa.

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Come descriverebbe la relazione fra le comunità druse e lo stato israeliano, a che livello si sviluppa?

2026 03 Drusi Israel 02Credo che, soprattutto dopo il 7 Ottobre, il rapporto fra drusi ed ebrei abbia raggiunto un livello di intimità senza precedenti quando gli israeliani si sono resi conto del grande sacrificio che i drusi stanno facendo per difendere lo Stato di Israele. Non ci sono stati drusi fra le vittime del 7 Ottobre ma nel corso del mese, la percentuale di soldati drusi caduti ha raggiunto il 10%, rispetto all’essere l’1,5% della popolazione.

Per questo oggi in Israele essere druso è quasi più popolare che essere ebreo.

Oggi, grazie ai social media, il sacrificio dei drusi è diventato ben noto fra gli ebrei in Israele e nel mondo, per cui oggi le comunità druse ricevono grande sostegno economico dal filantropismo ebraico, che finanzia scuole e organizzazioni educative e sostiene le famiglie dei soldati.

Naturalmente, non sono tutte rose e fiori.
I drusi si lamentano abitualmente della loro situazione in Israele, degli scarsi investimenti governativi nelle loro città e villaggi.

Questo è in parte comprensibile perché i drusi vivono soprattutto in periferia – in Israele la popolazione è concentrata nel centro del paese, mentre i drusi abitano soprattutto nel nord, ed è comune che la periferia riceva investimenti minori. Tuttavia, credo che, anche per questo, le aspettative della comunità drusa sono molto alte: ci si aspetta che lo stato riconosca il sacrificio compiuto, anche perché in Israele oggi, in media, solo il 50-55% dei diciottenni fanno il servizio militare ma fra i drusi si raggiunge, credo, l’88%.

Insomma, i drusi ritengono di dare più di quello che ricevono e si aspettano quindi più attenzione da parte del governo, e questo è ancora più vero fra le giovani generazioni.

Siamo ormai alla terza o quarta generazione di drusi israeliani e la comunità è stanca di promesse di investimenti che non si materializzano. In realtà, le prime due generazioni erano qui prima che ci fosse Israele.

Mio nonno era nato nell’impero ottomano all’inizio del secolo scorso: ha visto l’arrivo degli Inglesi e la nascita di Israele nel 1948. Ho scritto in un articolo di come mio nonno abbia vissuto in tre diversi paesi senza essersi mai mosso!

Ha combattuto a fianco di Israele nel 1948 ed era entusiasta di Israele perché prima i drusi avevano sofferto molto. Gli ottomani erano crudeli, opprimevano le minoranze; sotto il mandato britannico, si soffriva meno ma c’erano anche meno opportunità.

Con Israele tutto è cambiato: lo stato ha aperto scuole in ogni villaggio e ha portato acqua ed elettricità, per cui le prime generazioni hanno conosciuto grandi miglioramenti. Le generazioni successive danno questo per scontato e vogliono di più, vogliono essere come quelli che vivono a Tel Aviv o a Gerusalemme, non vogliono vedere strade rotte o consigli municipali senza soldi per fare cose. Per questo, sono più delusi di quelli che li hanno preceduti.

2026 03 Drusi Israel 08 Gadal Kamal-Mreeh
Gadal Kamal-Mreeh, drusa eletta come membro della Knesset con il partito Blu-Bianco

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Come sono i rapporti con le comunità druse in Libano e in Siria? Io ricordo, come altri credo, un film che ne parlava, “La sposa siriana”, forse il mio primo incontro con i drusi di oggi.

2026 03 Drusi Israel 05All’inizio, dopo la nascita di Israele, nessuno si curava di avere relazioni con gli altri stati arabi vicini e così, dopo il 1948 e per molti anni, si sono interrotti anche i nostri rapporti con i drusi siriani e libanesi. Non potevamo incontrarci, anche perché, dal lato arabo, incontrare drusi israeliani equivaleva a collaborare con il nemico. Quindi, la situazione era che, se ci si sposava oltre il confine, la sposa sapeva che non avrebbe rivisto più la sua famiglia. La situazione era, ed è ancora, tragica, siamo, si può dire, la sola comunità mediorientale che non può comunicare oltre le frontiere, più ancora dei curdi, che possono in realtà spostarsi fra la Turchia, la Siria e l’Iraq.

Noi, invece, non possiamo andare in Libano né in Siria dal 1948 ma, essendo poco numerosi, nessuno ci ha fatto caso e nemmeno noi abbiamo fatto storie.

Ogni tanto, sulla stampa chiedo che ci sia permesso di incontrare le nostre comunità oltreconfine. La tragedia è che, dato il patriottismo dei drusi, in ogni guerra con Israele ci sono drusi da una parte e dall’altra, perché i drusi combattono anche negli eserciti siriano e libanese.

Tutto però è cambiato con la guerra civile siriana, quando i drusi israeliani hanno iniziato a sostenere finanziariamente e in altri modi quelli siriani, che erano attaccati dall’Isis e da al-Qaeda.

All’inizio della guerra, una grande comunità drusa nel nord della Siria, nella regione di Idlib al confine con la Turchia, fu conquistata dall’Isis e alcuni dovettero convertirsi, mentre altri lasciarono il paese: vi fu un massacro dove fu coinvolta l’organizzazione di al-Julani/Ahmad al-Shara’a, attuale presidente siriano.

Fu allora che da Israele iniziammo a sostenere i drusi in Siria e, grazie anche ai social media, abbiamo iniziato a conoscerci meglio. I drusi siriani erano meravigliati della forza dell’identità drusa in Israele, pensavano evidentemente che fossimo ormai del tutto assimilati agli ebrei, e invece hanno capito che la nostra identità è oggi la più forte in Medioriente.

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Si potrebbe dire che Israele stia riproducendo l’assetto multi-comunitario tipico del Medioriente fino alla metà del secolo scorso, accogliendo le comunità etno-religiose espulse dal nazionalismo arabo?

Io credo che si sia fatta una cosa simile fin dall’inizio, perlopiù senza dirlo.

Israele ha un rapporto molto forte con i curdi, sia in Iraq che in Siria, come pure con i maroniti libanesi, che sono cristiani, e ora stiamo rafforzando il rapporto con i drusi siriani.

Quindi sì, Israele ha sempre avuta una connessione con le minoranze, anzi, questo aspetto ha fatto parte dell’ideologia di alcuni dei padri fondatori, per esempio di Moshe Sharett, che è stato l’ideatore del cosiddetto “patto delle minoranze”.

Sharett iniziò a parlarne negli anni ’40, dicendo che Israele, dovendo fronteggiare i grandi stati arabi, doveva avvicinarsi ai turchi, agli iraniani e alle altre comunità non arabe e non sunnite.

2026 03 Drusi Israel 03Quindi, si può dire che sostenere le minoranze rientri nell’ideologia politica israeliana.

Penso anche che, alla fin fine, gli ebrei stessi sono una minoranza in Medio Oriente ma che Israele sia la sola minoranza etnica che è riuscita a formare uno stato.

Per questo, mi sembra che abbia senso, strategicamente, che Israele aiuti le altre minoranze ad ottenere, se non uno stato indipendente, almeno autonomia o forme di governo decentralizzato.

Se prendiamo, per esempio, le minoranze siriane, vedremo che oggi non c’è niente che le colleghi al governo centrale di Damasco: cosa hanno a che fare drusi, cristiani, alawiti, nestoriani con un governo jihadista, la cui ideologia è quella della supremazia islamica sunnita? Il cui messaggio è che gli altri non fanno parte, che sono ospiti nel paese, anche se in realtà c’erano dapprima dell’Islam?

Perché, non dimentichiamolo, i cristiani erano in Siria da prima, e quindi i musulmani sono i nuovi arrivati, non gli altri, sono loro i colonizzatori.

L’ Islam è arrivato dall’Arabia meridionale, e tutto il resto è stato colonizzato.

È interessante che in questo momento questo dibattito sia in corso sui social media in tutto il Medio Oriente.

Le minoranze stanno ricordando ai jihadisti che gli ospiti sono i musulmani, non loro, e che per questo reclamano i loro diritti.

Siamo comunità antiche e la nostra cultura deve essere rispettata: se vogliono istituire stati non democratici fondati sull’identità sunnita, che almeno vengano riconosciuti alle minoranze autonomia o governo decentralizzato.

Non vogliamo essere controllati, spero che questo sia chiaro.

2026 03 Drusi Israel 12 Ibtisam Mara'ana-Menuhin
Mara’ana-Menuhin, film director e producer, già eletta alla Knesset nelle file del Labor Party (2021 to 2022)

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Barefoot Walk: Mothers’ Call for Peace

Donatella Capirchio

A Roma il 24 marzo scorso è stata lanciata una “camminata di solidarietà a piedi nudi” – Barefoot Solidarity Walk con l’iniziativa Mothers’ call for Peace promossa da donne israeliane e palestinesi che intendono diffondere un movimento globale per la pace in Medio Oriente camminando fianco a fianco, a piedi nudi, per rispetto della terra su cui è stato versato il sangue dei figli, dei fratelli uccisi, insieme per onorare ogni madre che ha perso un figlio a causa della violenza e per affermare con forza che nessun figlio dovrebbe crescere per uccidere o per essere ucciso.

Patrocinata dal Comune di Roma, ha avuto l’adesione di tante associazioni : Allmep-Alliance for Middle East Peace, Pace in MO, Federazione delle donne per la pace nel mondo, Women Press Freedom, Best of Hope, Rondine, Peace Walk, Noa’a Ark Foundation, Woman Champion For Change, JCALL, Fondazione Rut, Federazione donne evangeliche in Italia, ANED, FIAP, UnXeptable, Beth Illel Roma-Federazione Comunità Ebraiche Progressive, International Council of Jewish Women, Kaleidoscope, oltre a Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati.

2026 03 24 Mothers Call for Peace 00Mothers’ call for peace è una iniziativa nata dalla collaborazione tra i movimenti Women of the Sun (Palestina) e Women Wage Peace (Israele) che ha avuto il supporto dell’organizzazione internazionale Vital Voices Global Partnership, una associazione fondata sull’idea che le nazioni e le comunità non possano progredire nella costruzione della pace, nei diritti umani e nella sicurezza internazionale senza la voce delle donne in posizioni di leadership.

A questo seguiranno altri appuntamenti in tanti altri paesi, dal Canada agli Stati Uniti, dall’Australia, passando dal Kenya e Israele, in Giappone e in tante città d’Europa, con l’intento di affermare una nuova visione e una nuova narrazione del conflitto, con una campagna globale per proteggere il futuro delle nuove generazioni.

Una loro delegazione, guidata da Yael Admi e Reem Al-Hajajreh è stata ricevuta dalla Commissione per i Diritti umani del Senato portando la propria testimonianza.

Donne palestinesi con una vita nel terrore quotidiano e con il rischio della radicalizzazione dei propri figli; donne israeliane unite nel dolore dei lutti in famiglia e daI desiderio di vivere in pace e in sicurezza, in un confronto e un dialogo di pace tra le parti dove anche le donne possano avere un posto nei tavoli decisionali. Il fragile cessate il fuoco nel conflitto israelo-palestinese apre uno spiraglio di speranza.

2026 03 24 Mothers Call for Peace 07bNel loro appello globale invitano madri e cittadini di tutto il mondo a sostenere l’iniziativa dichiarando in modo congiunto: l’impegno per la fine permanente della violenza, per un impegno concreto verso una pace duratura, per l’inclusione delle donne nelle rappresentanze nei processi di pace.

La manifestazione romana, con una delegazione di Mothers’ call for Peace in udienza dal Papa il giorno successivo, è partita dall’Ara Pacis e da via del Corso si è conclusa alla terrazza del Pincio con un canto della pace coinvolgendo più di mille persone.

Sinistra per Israele -Due popoli Due Stati ha aderito con convinzione condividendo il messaggio dell’iniziativa alla quale hanno partecipato iscritti della sezione di Roma e di Milano.

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2026 03 24 Mothers Call for Peace 01Le due leader che hanno guidato la marcia a piedi nudi simboleggiando la vulnerabilità e la connessione diretta con la terra, unite in un grido di dolore e speranza, rappresentano una alleanza che unisce migliaia di donne, impegnate a costruire ponti nonostante la guerra e i traumi personali. Insieme hanno attirato l’attenzione globale: tra i riconoscimenti principali la nomina al Premio Nobel per la Pace per due anni consecutivi, la partecipazione come finaliste per il Premio Sakharov del Parlamento Europeo e l’inserimento delle leader tra le “Women of the Year” di TIME Magazine nel 2024

Reem Al-Hajajreh (palestinese) è una madre palestinese che vive in un campo profughi vicino a Betlemme, è fondatrice del movimento “Women of the Sun” che si dedica a dare voce alle donne palestinesi, promuovendo il dialogo non violento per difendere i diritti dei propri figli e il futuro della comunità.

Yael Admi (israeliana) è leader e co-fondatrice di “Women Wage Peace”, il più grande movimento di base per la pace in Israele, sorto dopo la guerra di Gaza del 2014, e oggi è il più grande movimento pacifista del paese. Yael ha condiviso il dolore della sua famiglia per la perdita del fratello maggiore in guerra, un lutto che ha descritto come una ferita profonda che la spinge a impedire ad altre madri di seppellire i propri figli.  Crede fermamente nella necessità di una soluzione politica e nel potere delle donne di cambiare il paradigma di sicurezza, spostandolo dal controllo militare alla sicurezza umana.

Entrambe sostengono che le donne devono essere parte integrante dei tavoli negoziali per la pace, rifiutando che la vita dei figli venga sacrificata per la guerra.  Mothers’ call for peace uno dei progetti più significativi e coraggiosi nel panorama attuale in Medio Oriente.

Non è solo una petizione, ma un manifesto politico e umano nato dalla volontà di madri israeliane e palestinesi di dire “basta!” al ciclo di spargimento di sangue. Insieme, hanno redatto l’Appello delle Madri (Mothers’ Call), un documento che chiede ai leader di entrambi i popoli di tornare al tavolo delle trattative con un impegno risoluto per una soluzione politica entro tempi certi, sottoscritto anche da Papa Francesco.

2026 03 24 Mothers Call for Peace 04L’iniziativa si fonda sulla ferma convinzione che le donne non debbano essere viste solo come vittime del conflitto, ma come “architetti della pace”.

In quanto madri, queste donne condividono lo stesso dolore per la perdita dei figli e lo stesso desiderio di garantire un futuro di sicurezza e dignità alle prossime generazioni: una “maternità politica” che trasforma il lutto individuale in un’azione collettiva potente. Inoltre, richiama esplicitamente la risoluzione delle Nazioni Unite che sancisce il diritto e la necessità delle donne di partecipare a tutti i livelli dei processi negoziali.
Attraverso programmi specifici come “Women Building Bridges”, il progetto forma ambasciatrici di pace che lavorano su temi comuni come ambiente e religione, creando reti di solidarietà che superano le barriere ideologiche e geografiche.

Da qui l’appello finale, un grido comune: “Noi, donne palestinesi e israeliane di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza e sicurezza per i nostri figli. Chiediamo ai nostri leader di mostrare coraggio e visione per portare questo cambiamento storico”.

Mothers’ Call dimostra che la pace non è un’utopia astratta, ma un processo faticoso e quotidiano di riconnessione umana.

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LA SINISTRA ITALIANA E IL CONFLITTO

“Non una di meno”?  Sono troppe quelle “di meno”

Marazzi AntonellaSi sta verificando, e non da oggi, un fenomeno a mio avviso molto pericoloso nel neofemminismo odierno, che ormai lo sta caratterizzando globalmente soprattutto in Occidente.

Si è operata una sorta di cesura, anzi di vera e propria censura nella mente e nell’agire concreto di queste femministe moderne: per loro le donne non sono più tutte uguali, tutte ugualmente oppresse e degne, dunque, di essere sostenute e difese.

Ci sono quelle “buone” e quelle “cattive”, quelle degne di essere difese e quelle non meritevoli di attenzione, non degne di essere sostenute. Mai nella storia del femminismo si era verificata una simile differenza!

Ai miei tempi, negli anni Settanta del secolo scorso, noi donne eravamo tutte diverse nella nostra individualità di persone, ma tutte assolutamente uguali nel nostro essere appartenenti al cosiddetto “secondo sesso”, al sesso giudicato inferiore e debole dalla cultura patriarcale dominante, tutte assolutamente degne di lottare per i nostri diritti su un piano di totale parità tra noi e nei confronti del maschilismo che tanto ci opprimeva sul piano sia privato che pubblico.

Esercitavamo il nostro sacrosanto diritto al separatismo nei confronti degli uomini, che ci permetteva di confrontarci tra noi in totale libertà fuori da ingerenze maschili.

Oggi, invece, una sorta di separatismo viene applicato verso alcuni gruppi di donne con una tale violenza e intransigenza che appaiono ai miei occhi al tempo stesso tragiche e paradossali, e che rappresentano una specie di tragicommedia purtroppo molto reale e concreta.

2026 03 08 Iran donne C

Rimaniamo nell’ambito del panorama italiano, ma ripeto, il fenomeno è purtroppo più ampio. Qui si assiste da vari anni – in particolare dal 7 Ottobre 2023, cioè dal pogrom messo in atto dal feroce e cinico fondamentalismo islamico di Hamas – da parte soprattutto del movimento “Non una di meno” che si autodefinisce femminista, al concretizzarsi di lotte a difesa delle donne gazawi e in generale di tutta la popolazione omonima (ci riferiamo al cosiddetto movimento proPal).

Si denunciano le aggressioni militari attuate dal governo di destra israeliano senza nominare mai gli stupri e gli oltraggi mortali ai corpi delle donne israeliane indifese, barbaramente trucidate nel pogrom.

No, le donne israeliane morte non hanno il diritto di essere ricordate e difese, non ne sono degne. Forse perché sono ebree?

E ancora, le donne iraniane. Quelle stesse donne arrestate, torturate, impiccate per aver gridato il loro diritto alla libertà di rifiutare il burka, di non coprirsi il capo col velo. Non sono degne di essere difese, sostenute, portate a esempio, osannate per la loro tragica coerenza?

E ancora le donne iraniane che nel gennaio scorso si sono opposte al brutale e barbaro regime dittatoriale degli ayatollah insieme a molta parte della popolazione soprattutto giovanile, tutte e tutti tragicamente uccisi con lucido cinismo dal criminale fondamentalismo religioso. Non hanno nessun diritto al ricordo, al cordoglio, al rimpianto, alla pietas?

2026 03 08 Iran donne A

Che significato dunque dare a quel nome: “Non una di meno”? Evidentemente non una di meno tra quelle che piacciono a loro, che sono politicamente corrette, quelle in pratica che sono nate in terra palestinese. Evidentemente solo a loro viene assegnato oggi il diritto alla dignità femminile e alla loro difesa. Domani…  chissà…

Certo, è giustissimo ricordare le povere donne gazawi uccise dalle bombe e dai missili israeliani, nella tragica illusione del governo di Netanyahu di distruggere in questo modo completamente e definitivamente Hamas! Ed è giusto ricordare e dolersi per tutto il popolo gazawi, compresi uomini, vecchi e vecchie, bambine e bambini usati in realtà come scudo umano dai terroristi di Hamas che si sono nascosti e ancora si nascondono tra la popolazione civile, nelle case, nelle scuole, addirittura negli ospedali!

Quanto oggi le cose siano cambiate ce lo sta ricordando di continuo una giornalista italo-israeliana, Deborah Fait che in un suo articolo particolarmente pregnante e significativo, Le iraniane cacciate dalle femministe di “non una di meno” descrive correttamente quella che appare come una reale degenerazione che sta colpendo l’attuale neofemminismo, purtroppo non solo in Italia.

Deborah è nata a Trieste nel 1941. Alcuni membri della sua famiglia nel 1943 furono catturati dai nazisti e poi deportati e uccisi ad Auschwitz. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso ha militato nel movimento per i diritti civili e contro la guerra in Vietnam prima negli Usa e poi in Italia, divenendo una convinta militante femminista.

Il femminismo storico si sarebbe mobilitato per tutte le donne oppresse, stuprate, torturate, straziate, uccise, senza alcuna distinzione.

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Il doppio standard e la stella gialla

Ivan Scalfarotto

Solo pochi giorni fa il Senato, con il voto di astensione di gran parte del PD e il voto contrario di AVS e del M5S, ha approvato una legge contro l’antisemitismo. Molti hanno chiesto a che servisse questa legge, se non fosse un modo come un altro per impedire la legittima critica politica al governo di destra di Netanyahu.

Non è così: quella legge non contiene né divieti, né pene: è una legge che serve solo a dirci cosa sia, l’antisemitismo, posto che con esso conviviamo da secoli in questo Paese e che la nostra cultura ne è talmente imbevuta e intrisa che – se non siamo ebrei – nemmeno più ce ne rendiamo conto. È un po’ come lo smog. Fa molto male, ma sta dentro l’aria che respiri e lo respiri senza nemmeno accorgertene.

Per fortuna in molti casi sono le cose che accadono a spiegarci la realtà, con una forza a cui nessun discorso e nessuna spiegazione potrebbero nemmeno avvicinarsi.

E così a Milano ci si sono messi con impegno Paolo Romano e Maso Notarianni a dimostrarci nella pratica quanto quella legge serva, posto che persone dabbene e sinceri democratici come loro non possono aver inanellato una serie di affermazioni talmente gravi – se non per leggerezza o mancanza di consapevolezza – da far accapponare la pelle.

Si parla del 25 aprile, la Festa della Liberazione dal nazifascismo, la celebrazione del giorno in cui gli italiani riconquistarono la propria libertà. Tutti gli italiani, che avevano sofferto la dittatura, e tra questi anche gli italiani ebrei. Italiani che avevano vissuto per due millenni nel Paese ma che avevano ottenuto la cittadinanza dei regni preunitari solo pochi decenni prima. Nel 1938, alle sofferenze di tutti gli italiani – e nella maggior parte dei casi nell’indifferenza degli stessi – aggiunsero alla generica mestizia di chi viveva la propria vita sotto il fascismo l’espulsione dalle scuole, dai loro mestieri e dalla dignità di esseri umani.

Basterebbe questo per dire che gli ebrei dovrebbero stare in prima fila alla parata del 25 aprile. Sarebbe il doveroso tentativo di chiedere loro scusa per una vergogna di cui non ci libereremo nemmeno tra mille parate, quella del 25 aprile del 3026.

Anche in quel lontano giorno del prossimo millennio l’infamia delle leggi razziali, delle deportazioni e dello sterminio a cui il governo italiano dell’epoca attivamente partecipò, non sarà stata cancellata.

E invece a Milano ogni anno, qualche settimana prima del 25 aprile, comincia il dibattito per stabilire chi abbia diritto di scendere in piazza per celebrare la liberazione e chi invece non possa farlo. E parte della discussione riguarda la collocazione nel corteo, perché se qualcuno decide che non sei degno di partecipare e quel qualcuno viene collocato prima o dopo di te nella sfilata, messo lì nelle vicinanze, è possibile anche che si ritorni a casa con un occhio nero o con uno striscione preso a coltellate.

2026 03 La-brigata-ebraica-a-Roma

E quelli che ovviamente non hanno diritto di partecipare sono gli ebrei. Attenzione: può partecipare la Brigata Ebraica, e cioè quegli ebrei che si sono guadagnati qualche forma di rispetto (che non li mette comunque al riparo dalle contestazioni) rischiando la vita per liberare l’Italia.

Ma l’ebreo normale, quello i cui nonni miracolosamente scamparono al massacro ed ebbero quindi la sorte di continuare la storia della famiglia, quelli non sono previsti. Devi essere stato partigiano: bisogna farsi perdonare l’ebraismo con l’eroismo.

Questo è il cuore dei messaggi di Romano e Notarianni. Benvenuta la Brigata Ebraica, ma mi raccomando: senza bandiere di Israele.

Dice Paolo Romano che la bandiera di Israele non si può vedere perché Israele ha commesso un genocidio. Eppure nel mondo di oggi non mancano i candidati alle cure di Romano. La Russia ha raso al suolo Grozny due volte, con decine di migliaia di civili morti sotto le bombe. La Turchia conduce da decenni operazioni militari contro le popolazioni curde, dentro e fuori i propri confini.

La Cina ha rinchiuso un milione di uiguri nei campi di rieducazione, cancellando sistematicamente una cultura. L’Arabia Saudita e la sua coalizione hanno bombardato ospedali e mercati nello Yemen per anni.

Eppure nessuna di queste bandiere dà fastidio a Romano. Nessuna è incompatibile con i valori della Liberazione. Solo quella israeliana lo è. Ecco il doppio standard, nella sua forma più pura. E il doppio standard applicato a Israele – solo a Israele – è una delle forme che l’antisemitismo assume quando non vuole riconoscersi come tale.

E come dovrebbero dunque sfilare gli ebrei milanesi, se non possono farlo con la stella di David? Semplice, ce lo dice Maso Notarianni: “La loro stella gialla è parte integrante della nostra resistenza”.

2026 03 14 stella giallaEcco l’idea geniale: come fossimo nel Ghetto di Varsavia del 1943 e non a Milano nel 2026, il Presidente dell’Arci suggerisce che gli ebrei milanesi sfilino alla parata del 25 aprile con la stella gialla cucita sul cappotto.

A Notarianni sfugge che lo Stato di Israele è stato fondato proprio perché non potesse mai più succedere agli ebrei di essere costretti a indossare stelle gialle come marchi sui vestiti.

Il governo israeliano si può criticare. Si può essere in disaccordo con le sue scelte militari. Si può esigere che i civili palestinesi siano protetti dalla guerra, che gli aiuti umanitari entrino senza ostacoli, che ci sia una prospettiva politica radicalmente diversa. Io ho posizioni estremamente critiche sul governo Netanyahu e trovo che alcuni dei suoi alleati siano tra i peggiori e più orribili figuri della politica mondiale.

Ma altra cosa è negare a Israele il diritto di esistere e di difendersi, dai pogrom come quello del 7 Ottobre e anche da chi vorrebbe cancellare quel Paese dalla carta geografica. Altra cosa è usare il 25 aprile – la Festa della Liberazione, della Liberazione di tutti – per dire agli ebrei italiani che la loro bandiera non è la benvenuta.

Che possono venire, sì, ma con la stella gialla.

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Davide, discolpati… ancora!

Valerio Sanzotta

Sanzotta ValerioLo scorso 16 marzo la Procura di Roma ha annunciato la chiusura delle indagini nei confronti di quattro terroristi palestinesi ritenuti responsabili dell’attentato alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982 insieme con Osama Abdel al-Zomar, condannato in contumacia nel 1991, e collegati alla strage al ristorante ebraico Jo Goldenberg di Parigi del 9 agosto 1982.

Pur non avendo relazioni dirette con l’ondata di ostilità antiebraica che attraversò l’Italia nell’estate del 1982 a séguito dell’invasione israeliana del Libano, l’azione terroristica ne sancì in qualche modo il culmine e costrinse a riflettere, retrospettivamente, sugli eccessi di quel clima.

Ripercorriamo i fatti del 1982: il 6 giugno, due giorni dopo l’avvio delle operazioni militari, il quotidiano “Il Manifesto” titolava in prima pagina Israele tenta il genocidio”.

2026 03 Attentato Sinagoga davide-dicolpatiDa lì in poi fu una pioggia ininterrotta, nelle piazze e sulla stampa, di “parole malate”, come le definì Rosellina Balbi in un memorabile articolo dal titolo “Davide, discolpati!” apparso su “La Repubblica” il 6 luglio 1982: il genocidio, appunto, l’inversione della Shoah, la richiesta agli ebrei italiani di dissociarsi dal governo di Begin, tutte riedizioni di slogan e fenomeni già diffusi nella sinistra extraparlamentare degli anni Settanta.

Un fatto particolarmente grave si ebbe nel corteo sindacale del 25 giugno, quando alcuni manifestanti depositarono una bara presso la sinagoga di Roma dinanzi alle lapidi che ricordavano l’eccidio delle Fosse Ardeatine

Il gesto, anziché suscitare esecrazione, fu in qualche modo giustificato da Luciano Lama, nel suo intervento apparso su “Il Manifesto” del 3 luglio, di fronte alla “spaventosa ipotesi di un vero e proprio genocidio”.

Si moltiplicavano nel frattempo, tra la minimizzazione generale, le minacce e le aggressioni contro gli ebrei, particolarmente intense dopo il massacro di Sabra e Chatila, avvenuto tra il 16 e il 18 settembre da parte dei falangisti maroniti protetti da Sharon.

Fu in questo contesto che, preceduto dai sanguinosi attentati a Vienna (29 agosto 1981) e a Parigi (9 agosto 1982), si giunse dopo poche settimane all’attentato alla Sinagoga di Roma, il più grave atto antisemita avvenuto in Italia dalla fine della guerra.

2026 03 Attentato Sinagoga 4 . 2026 03 Attentato Sinagoga 2c

La mattina di sabato 9 ottobre, giorno della festa ebraica di Sheminì Atzeret, in un tempio gremito di bambini ai quali doveva essere impartita la benedizione, alcuni uomini legati ad Abu Nidal lanciarono bombe a mano contro la folla, poi investita da raffiche di mitra.

Mentre i terroristi si dileguavano, trentanove persone rimasero ferite e un bimbo di due anni, Stefano Gaj Tachè, perse la vita.

Se unanime fu la condanna del mondo politico, molto ambigua fu invece la manifestazione sindacale di due giorni dopo, accompagnata dalla consueta simbologia della nazificazione di Israele, e deludente il discorso di Lama, tutto basato sull’equiparazione autoassolutoria tra antisemitismo e fascismo, a testimonianza della poca propensione della sinistra ad avviare, in quel momento, una riflessione critica sulle proprie responsabilità (Silvia Berti, docente universitaria e nipote di Giuseppe Di Vittorio, lo denunciò sul “Corriere della Sera” del successivo 17 Ottobre).

2026 03 Attentato Sinagoga 9Quel tragico episodio segnò uno dei momenti di maggiore crisi nel rapporto tra il mondo ebraico e la sinistra italiana, già compromesso dalla svolta antisionista dell’URSS all’inizio degli anni ’50 e ormai ai minimi termini dal 1967.

Di contro, l’attentato alla sinagoga contribuì, a distanza di qualche anno, a una presa di coscienza soprattutto da parte del PCI, parallelamente alle nuove relazioni intessute con la sinistra israeliana e in contrasto con lo slittamento del PSI su posizioni sempre più filoarabe.

Significativo fu l’impegno di Giorgina Arian Levi, di Giorgio Napolitano o ancora di Piero Fassino, tra i principali sostenitori, in seno al PCI, delle ragioni di Israele. La caduta del Muro liberò finalmente la sinistra italiana da ogni residua ipoteca antiebraica e le permise di diventare protagonista di una stagione fondata su un rinnovato patto di cittadinanza.

Chiunque conservi memoria di quanto avvenne in Italia in quei mesi del 1982 resterà sconcertato dalle analogie con la degenerazione, in questi ultimi due anni, del giusto sdegno per la tragedia di Gaza, presto scivolato verso posizioni radicalmente antisioniste e spesso francamente antisemite.

Resta dunque la domanda di quale lezione si possa trarre oggi, con larga parte della sinistra politica e del sistema mediatico-culturale progressista che sembra nuovamente ricaduta nei suoi antichi travisamenti ideologici.

Forse, ancora una volta, saper guarire le parole, un compito che la memoria e la coscienza ci impongono. “Guarire le parole”, concludeva Rosellina Balbi, “[…] è un modo serio per cercar di “guarire” le cose. Di guarire questa ferita profonda, dalla quale è già sgorgato tanto sangue. Di far sì, soprattutto, che questo sangue non sia sgorgato inutilmente”.

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Voci di libertà: dall’Iran all’8 marzo

Valentina Caracciolo

Un 8 marzo da ricordare
Al fianco di Donna Vita e Libertà, al fianco delle donne iraniane

Un 8 marzo straordinario, per Sinistra per Israele Due Popoli Due Stati, Fiap e per le donne che ancora – come nelle parole di Bianca Cimiotta Lami – non hanno voce e alle quali vogliamo dare la nostra voce.

Una iniziativa nel giorno dell’anniversario di quel 10 marzo 1946 in cui diventò realtà il voto per le donne italiane. “Voci di libertà: dall’Iran all’8 marzo”, l’incontro promosso da Sinistra per Israele-Due Popoli Due Stati e Fiap, insieme ad Aned, ANPC, Circolo Bosio e Irsifar, ha celebrato l’8 marzo in un modo non usuale, non stereotipato.

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2026 03 10 Iran Fiap 2bLa straordinaria testimonianza di Rayhane Tabrizi, attivista iraniana, voce appassionata della Associazione Donna Vita Libertà, ci ha raccontato cosa vuol dire ascoltare i messaggi dei propri familiari sotto le bombe in Iran combattuti tra la paura di restare uccisi e il desiderio di cogliere la guerra come occasione per liberarsi da quello che Rayhane definisce a ragione “regime islamo-fascista”; il sostegno alla propria battaglia da parte di tanti europei, e allo stesso tempo gli insulti, “sionista”, “agente del Mossad”; la difficoltà di inserirsi in un movimento femminile che allontana le donne iraniane dai cortei perché rappresentanti della “guerra” e il silenzio totale sulle donne afghane.

Ma anche la volontà, celebrando l’8 marzo, di parlare e auspicare non solo la solidarietà, ma anzi la sorellanza come speranza di unire le voci di tutte le donne non solo contro i soprusi ma soprattutto per la loro piena libertà.

La voce di Rayhane è quella che ci racconta della professoressa rientrata nel suo paese dopo la Rivoluzione, privata del suo diritto di insegnare, sospesa dall’Università, che si dà fuoco sulla più grande piazza di Teheran gridando “Libertà”.

È il racconto delle donne che l’8 marzo del 1979 scesero in piazza in una delle più grandi manifestazioni che la storia dell’Iran ricordi, protestando contro l’imposizione del velo.

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È la storia delle studentesse che insieme ai loro compagni hanno manifestato nelle ultime settimane prima della guerra, uccise e uccisi a decine di migliaia, che tuttavia non trovano spazio a sufficienza nella cronaca dei media occidentali e nella politica; ma è anche la storia dei loro padri e madri che, di nascosto da un regime violento e armato fino ai denti, hanno spinto le loro figlie a studiare e a lavorare per trovare il loro posto nel mondo.

Perché hanno capito che se i diritti delle loro figlie non verranno rispettati, anche i diritti degli uomini e della collettività saranno calpestati. Uno spaccato di realtà probabilmente sconosciuto ai più tra gli occidentali, una sorta di complicità, come ha spiegato Rayhane Tabrizi, tra donne e uomini che è un miracolo di speranza nelle tenebre della violenza e della dittatura religiosa.

L’incontro, sapientemente guidato da Alessandra Tarquini, storica dell’Università Sapienza, è stato introdotto dalle parole lungimiranti di Bianca Cimiotti Lami, presidente Fiap Lazio e vicepresidente Fiap nazionale, e di Luca Aniasi, presidente nazionale Fiap.

Significativo l’intervento della professoressa Claudia Mancina che ha approfondito il tema del femminismo e delle sue contraddizioni proprie e nell’ambito della sinistra, ed infine le conclusioni di Aurelio Mancuso, coordinatore di SxI Roma.

2026 03 10 Iran Fiap 3Tutto l’incontro è stato una boccata d’aria fresca nel buio di un approccio culturale odierno ideologicamente schiacciato su argomenti e su alcune battaglie, in cui le voci ‘altre’ non solo non emergono ma non sono proprio prese in considerazione.

Uno spaccato di mondo che spesso non riusciamo a vedere né a capire, immaginandolo come un monolite (come nel caso dell’Iran) senza alcuna speranza di riscossa o, peggio ancora, strumentalizzato per portare avanti un antioccidentalismo che alla fine trascina via il cattivo che c’è nelle azioni di Trump e Nethanyahu, ma anche il buono della lotta delle donne iraniane.

Chi scrive, insieme alle donne di SxI, sarà sempre al fianco delle sorelle come Rayhane Tabrizi.
Senza distinguo, con passione.

Per vedere la videoregistrazione dell’incontro clicca qui
o vai su Radio Radicale o sulla pagina FaceBook della Fiap Nazionale.

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SEZIONE TORINO

Questione ebraica e antisemitismo di sinistra

David Sorani

Sorani DavidL’Associazione culturale ebraica torinese Anavim ha scelto di affrontare un tema spinoso e ultimamente assai divisivo, quello dell’evidente, progressivo allontanamento di buona parte della sinistra italiana da Israele e di fatto dal mondo ebraico; una presa di distanza divenuta sempre più evidente dopo il pogrom del 7 Ottobre nei kibbutzim israeliani e la dura risposta delle Idf nella Striscia di Gaza, una opposizione trasformatasi ormai in un antisionismo che appare il nuovo volto dell’antisemitismo.

Questo antiebraismo di sinistra, spesso negato ma evidente, crea lacerazioni e senso di isolamento anche all’interno delle comunità ebraiche, abituate a scorgere nella destra il potenziale pericolo per la propria libertà e sicurezza.

La crescita esponenziale degli episodi di aperto antisemitismo nel mondo e anche in Italia, il conseguente tentativo di costruire un testo di legge volto a cogliere e ad affrontare un fenomeno di odio antico e irriducibile alle altre forme di razzismo, gli ostacoli che spesso da sinistra si sono frapposti alle iniziative parlamentari in questa direzione hanno accentuato l’esigenza di analizzare le origini e il senso di un atteggiamento in espansione.

2026 03 18 Torino Questione ebraica e antisemitismo di sinistra LocandinaPer cercare risposte Anavim ha interpellato, nel corso di un’interessante incontro webinar svoltosi mercoledì 18 marzo, Manuel Disegni – docente all’Università di Torino e recente autore di un bel libro su Marx e la questione ebraica, e due esponenti del Pd molto vicini al mondo ebraico come Piero Fassino, anima storica di Sinistra per Israele, e Graziano Delrio, tra i promotori di un Ddl contro l’antisemitismo.

L’esame del complesso problema, seguito in collegamento da più di cento persone, è stato intenso, coraggioso, anche se alcuni aspetti di fondo sono rimasti nell’ombra.

Tralasciando le radici storiche marxiane della Judenfrage, Disegni ha fornito la sua interpretazione della situazione attuale: il capitalismo/imperialismo globalizzato di oggi genera l’antisemitismo come suo prodotto naturale.

Una visione discutibile e molto ideologizzata della realtà politico-economica contemporanea, che comunque non coglie alcuna ragione interna nello specifico emergere di un antisemitismo di sinistra, vedendolo di fatto solo come una conseguenza inevitabile, un frutto marcio delle politiche aggressive del governo Netanyahu e dell’amministrazione Trump.

Delrio e Fassino, con argomentazioni diverse ma parallele, hanno entrambi criticato questa interpretazione strutturale, focalizzandosi invece sulla situazione politica e sociale italiana.

Delrio, denunciando i soprusi, le esclusioni nei confronti di tanti israeliani nel nostro paese e l’isolamento crescente degli studenti ebrei italiani nelle nostre università, si è fatto coraggioso sostenitore dei diritti delle minoranze, che restano puntello indispensabile di ogni società democratica.

Le offese, financo le minacce ricevute da ambienti di sinistra per la scelta di impegnarsi in Parlamento contro l’antisemitismo – da lui ricordate en passant – rivelano il clima tossico nel quale siamo immersi.

Fassino, molto attento a distinguere tra una condivisibile critica politica all’attuale governo e una colpevole demonizzazione dell’intera società israeliana, ha ripercorso con lucidità le varie fasi del rapporto sinistra italiana/Israele, incrinatosi gravemente dopo la Guerra dei Sei giorni (1967) e del Kippur (1973) per l’irrisolta questione dei Territori occupati, ma poi rinsaldato dalle aspettative di pace nell’epoca dei Trattati di Oslo, per poi entrare stabilmente in crisi con l’assassinio di Rabin e l’ascesa di Netanyahu.

Gli accordi di pace naufragavano, l’Israele di ispirazione socialista stava ormai definitivamente tramontando, emergeva il movimento nazionale palestinese (spesso nella forma del terrorismo) e la sinistra italiana non riconosceva nella linea del Likud la spinta ideale nella quale si era in parte identificata.

È molto significativo che, considerando il ruolo del precedente legame, i due big dissidenti del Pd abbiano preso nettamente le distanze dall’indirizzo attuale del partito e di buona parte della sinistra nei confronti di Israele e dell’ebraismo italiano nel suo complesso, atteggiamento giudicato ingiusto e pericoloso non solo per la comunità ebraica ma per l’intera società.

Tuttavia non si può non rilevare che il discorso è rimasto in qualche modo a metà; è mancata di fatto l’analisi delle attuali dinamiche interne che portano la sinistra a sposare un antisionismo becero e impreparato, versione attuale dell’antisemitismo.

Assieme alle trasformazioni storiche, geopolitiche, ideali di Israele e dell’intero Medio Oriente; assieme al tramonto delle ideologie, credo che a causare l’involuzione antisraeliana e antiebraica della sinistra sia stata da un lato una basilare carenza interna di idee e programmi, dall’altro una troppo facile ricerca del consenso unitario di base (diretta anche ai movimenti proPal) in funzione elettorale.

Ma forse era eccessivo aspettarsi che anche questo emergesse dall’importante incontro dell’altra sera.

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SEZIONE TORINO

Saving Children, La Medicina Al Servizio Della Pace: Passato, Presente, Futuro

Maria Ludovica Chiambretto

Chiambretto Maria LudovicaMalgrado le nostre differenze, noi possiamo costruire la pace, non solo negoziarla.
Possiamo costruire il nostro proprio contesto
e non solo essere vittime del contesto che abbiamo ricevuto.
Shimon Peres 1923-2016

In seguito agli accordi di Oslo e al Nobel per la pace conferitogli insieme a Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, nel 1996, Shimon Peres diede vita al Peres Center for Peace and Innovation di Tel Aviv- Jaffa, al fine di realizzare collaborazioni e infrastrutture congiunte fra israeliani e palestinesi. In tale ottica e contesto nacque e fu concepito anche il progetto di “Medicina al servizio della pace”.

Obiettivo del progetto è contribuire alla creazione di un sistema sanitario palestinese autonomo, irrealizzabile senza forme di collaborazioni regionali a lungo termine col sistema israeliano, fino al 1994 unico operativo.

Asse portante del progetto è il “Training doctors”, formazione di medici palestinesi specializzati in ospedali Israeliani, che al suo interno prevede anche un percorso a breve termine “Medi-Link”. Oltre a fornire ai tirocinanti capacità e conoscenze pratiche, il programma rafforza i rapporti sociali fra palestinesi ed israeliani.

2026 03 10 Saving children Peres Center LOCANDINAIl Training doctors, ricopre un valore strategico fondamentale. Dall’inizio il programma è stato sostenuto principalmente dalla Danimarca e dall’Unione Europea, ultimamente tali supporti sono venuti meno e, com’è noto, con l’attuale amministrazione Trump sono stati revocati anche gli USAID.

Sempre nell’ambito del programma sanitario, dal 2003 è operativo Saving children, che prevede la cura di bambini indigenti, affetti da patologie non curabili in Palestina, ma che possono trovare una risposta in ospedali israeliani.

In Italia, inizialmente, il progetto fu sostenuto dalla Regione Toscana, fecero seguito altre Regioni, tra cui l’Emilia-Romagna, l’Umbria a altre.

Costituitosi a Torino nel 2005, con lo scopo di far aderire la Regione Piemonte all’iniziativa, il “Comitato amici del Centro Peres per la pace per i bambini palestinesi” (Rita Levi Montalcini presidente onoraria) ottenne dall’ Amministrazione regionale guidata da Mercedes Bresso un sostegno per 4 anni consecutivi e iniziò un’attività di sensibilizzazione e raccolta fondi tra varie istituzioni e privati cittadini.

Dalla fondazione, in vent’anni, sono stati raccolti un milione di euro contribuendo a curare più di 130 bambini.

Complessivamente, nel corso del tempo, tramite il Saving Children, dal Centro Peres sono stati curati 12.500 bambini.

Per far conoscere i risultati conseguiti fino ad oggi e per discutere delle prospettive future, il 10 marzo alle 21, si è svolto on line l’incontro Saving Children, La Medicina Al Servizio Della Pace: Passato, Presente, Futuro, organizzato dal Comitato amici del Centro Peres di Torino e dal gruppo locale di Sinistra per Israele due popoli e due stati. (locandina).

2026 03 10 Saving children Peres Center pieghevole

All’iniziativa hanno aderito la Comunità ebraica, il Gruppo di studi ebraici, e il Polo Cittattiva astigiano albese di Cisterna d’Asti.

Al dibattito, moderato dalla giornalista Ada Treves, hanno partecipato in collegamento da Israele, Tzvia Peres Walden, psicolinguista e docente universitaria, figlia dello statista israeliano, Manuela Dviri, giornalista scrittrice e attivista e Rachel Hadari responsabile del progetto di medicina.

Tra le relatrici Ludovica De Benedetti coordinatrice di Sinistra per Israele, Maria Ludovica Chiambretto del Comitato Amici del Centro Peres e Mercedes Bresso già presidente della Regione Piemonte ed eurodeputata.

Considerata l’attuale situazione di guerra, fino all’ultimo non si aveva certezza di poter realizzare l’incontro, per questo motivo si è preferito dare soprattutto spazio alle relatrici israeliane, così sono stati forniti dati e informazioni ai numerosi partecipanti (più di 100).

Nel corso dell’incontro sono stati forniti dalle amiche israeliane particolari importanti e interessanti sul progetto. La formazione del personale medico richiede molti anni, il Peres Center svolge un ruolo di start up, soprattutto nel primo anno.

Una volta completato l’addestramento è previsto che i tirocinanti ritornino negli ospedali palestinesi e partecipino al sistema sanitario palestinese, anche se i contatti stabiliti e le forme di collaborazione continuano nel tempo e sono previsti momenti di aggiornamento successivi. Duecentosettanta sono i medici formati ad oggi. Attualmente sono in formazione circa dieci dottori.

Fino al 7 Ottobre 2023 la collaborazione era, sia con Gaza, sia con la Cisgiordania, in seguito i contatti sono continuati unicamente con la Cisgiordania. Nel periodo 2024/25, il Saving ha curato quarantotto bambini.

Il futuro è tutto da ripensare e ricostruire. Molto, quasi tutto, dipende principalmente dalle risorse disponibili, di cui c’è sempre bisogno e urgenza, per questo, anche se servirebbe molto di più, l’esistenza del Comitato torinese, Ente iscritto al registro nazionale del terzo settore, in Italia è un punto di riferimento per loro fondamentale per essere informati e per sostenere il progetto.

Alle 22,38 Manuela Dviri avverte che c’è un segnale di preallarme, l’incontro si conclude di lì a poco, ognuna di noi e anche le persone collegate sentono l’importanza di parlare di queste iniziative e di fare qualcosa di concreto, perché verrà il momento della fine delle ostilità e i fili per ricominciare continuano ad essere tessuti anche nella guerra più tremenda.

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Saul Meghnagi

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.

Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

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Le donne scrivono la speranza

“Le donne scrivono la speranza” è il titolo del bel libro di Dror Rubin (editor), “Women Write Hope – Life Stories of Jewish and Arab Women Waging Peace amidst War, Israel 2025 (ed originale 2024) nato da un progetto – promosso da Dror Rubin e Gadir Hani – che vuole dare voce alle esperienze di donne israeliane e palestinesi impegnate nella ricerca e nella costruzione della pace.

VOLUME - Women Write HopeL’auspicata pubblicazione del volume – attualmente in traduzione – anche in Italia, può dare un significativo contributo a una riflessione pacata, nell’ambito di un dibattito pubblico sempre più polarizzato, fondato su sterili dicotomie dove gli schieramenti sovrastano l’analisi e la ricerca di possibili vie di uscita da un conflitto tragico per tutti i contendenti.

L’instancabile lavoro di israeliane e palestinesi – continuato, anche dopo il 7 Ottobre 2023, nonostante le censura, il pericolo, la disapprovazione e, in alcuni casi, la delegittimazione – si muove in questa direzione ed è documentato dal volume con il quale si dà conto di una riflessione fondata sulla parità dei diritti e sulla giustizia per entrambi i popoli.

Da questo una domanda: in un momento così complesso, le donne possono essere artefici e protagoniste di analisi, attenzione, ascolto reciproco, confronto, anche duro, ma teso a chiarire e trovare un compromesso che consenta di uscire da una violenza che, in caso contrario, è destinata a perdurare nel tempo, senza soluzione di continuità?

Il dibattito politico, la presa di posizione, l’evoluzione del conflitto militare, tuttora in corso e sempre più esteso, sembra negare la possibilità di una composizione tra le parti. Il libro – che non affronta in modo diretto le questioni geopolitiche e non entra nel merito delle dinamiche socioeconomiche di quanto sta avvenendo – apre invece degli spiragli, non ampi ma sicuri, di indirizzo e di possibilità: lo fa ponendo al centro e contrastando – con il racconto e con i fatti – le modalità di ragionamento, le mentalità, le paure con le quali il fondamentalismo cerca di affermarsi e di prevalere nello spazio pubblico, determinando la disumanizzazione del nemico e un’idea dell’inevitabilità della sua eliminazione.

VOLUMI - ILLOUZ EVATale approccio è coerente con la costante disamina, da parte di Eva Illouz, la sociologa che abbiamo avuto modo di apprezzare anche in Italia, grazie a sue pubblicazioni recenti (“Emozioni antidemocratiche”, Castelvecchi, Roma 2024 ed originale 2023 e “Modernità esplosiva”, Einaudi, Torino 2025, ed originale 2024) e che ci ha offerto con una serie di articoli, tra l’altro sul quotidiano francese Le Monde, un’analisi costante dei processi in atto nel Medio Oriente.

Tra questi, un’immediata valutazione dell’impatto della strage del 7 Ottobre sul popolo israeliano. L’attacco, osservava la Studiosa (Après les attaques terroristes, pour la sociètè israèlienne, le Hamas est devenu l’équivalent de nazis, in “Le Monde”, 18 ottobre 2023 e, anche Le 7 octobre a boulversé la coscience morale israélienne, in “Le Monde”, Tribune, 2023), nel rompere l’idea di un Israele sempre vittorioso, dava un colpo terribile alla rappresentazione di sé degli israeliani; inoltre avrebbe avuto implicazioni emotive inedite e, soprattutto, avrebbe rafforzato l’idea che l’unica risposta possibile sarebbe stata la forza, assumendo l’impossibilità di compromessi con la realtà palestinese.

La Illouz evidenziava, allo stesso tempo come, sin da allora, molta parte dell’opinione pubblica internazionale non avesse colto la profondità del trauma che attraversava Israele e che coinvolgeva il mondo ebraico.

Un anno dopo, sullo stesso giornale avrebbe constatato il persistere di tale incomprensione (Le 8-Octobre, généalogie d’une haine virtueuse, in “Le Monde”, 9 octobre 2024 e Israel – Palestine: la gauche face à son aveuglement moral, in “Le Monde” novembre 2023) e sostenuto, in modo specifico, che una parte della sinistra ha ignorato o minimizzato alcune violenze, tra le quali stupri e abusi nei confronti di donne e adolescenti israeliani, maschi e femmine.

Quando tutto viene letto in chiave “coloniale o “geopolitica”, scriveva, le vittime in carne e ossa, in particolare le donne, non hanno una collocazione adeguata nel trauma e nella sua riconoscibilità, mentre il discorso morale passa in secondo piano.

VOLUMI - MAZZONE Nussbaum SABBADINI

Stefania Mazzone, in un recente libro (“Genealogia della cura. Donne, corpi, politica del vivente”, Rubbettino, Soveria Mannelli, Catania, 2026) si interroga sulla “possibilità di pensare una politica che non nasca dalla sovranità, dalla forza o dal dominio, ma dal corpo e dalla relazione” (p. 5) con una riflessione che porta a chiedersi come ragionare in base a questi ultimi, non considerandoli “prettamente femminili (p.235) ma come chiave di lettura della realtà.

La Studiosa, al pari della Illouz, riprende tematiche introdotte con grande lucidità ed efficacia, da oltre un decennio, da Martha Nussbaum (“Emozioni politiche. Perché l’amore conta per la giustizia”, Il Mulino, Bologna 2014, ed originale 2013).

Lo stesso approccio si trova nel recente lavoro di Linda Laura Sabbadini che, partendo da una diversa impostazione disciplinare, osserva (“Il paese che conta”, Marsilio, Venezia 2025) che le politiche legate alla condizione femminile non sono di settore ma riguardano lo sviluppo del Paese e che, in particolare, la violenza non è un fatto contingente ma un fenomeno strutturale.

Per l’insieme di questi motivi e di tali puntuali analisi, il testo inizialmente proposto riveste una particolare importanza per contrastare posizioni che – in relazione al 7 Ottobre e alle violenze subite dalle donne – hanno subordinato il giudizio di merito alla valutazione del contesto e di eventi passati, così tradendo uno degli assioni stessi del femminismo, che non concedeva allo stupro nessun alibi o giustificazione.

Il testo si colloca inoltre, al pari di altri studi sui conflitti che ragionano sulle emozioni collettive, sulla relazione tra traumi e memoria, sul rapporto tra morale e politica.

2026 03 24 Mothers Call for Peace 04Questo appare essenziale per fare fronte alle difficoltà del momento e a quelle specifiche di una contrapposizione che sembra avere creato- sia nel conflitto in atto sia nella sua analisi – posizioni ideologiche, univoche, radicali e autoreferenziali.

È per questo urgente dare vita a spazi di confronto – come è avvenuto, recentemente, con la Marcia delle donne israeliane e palestinesi a Roma il 24 marzo – capace di restituire complessità, umanità e ascolto, necessari per un’evoluzione democratica dei processi in corso.

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Simone Santucci
Radio Radicale Ringraziamento

Redazione 2026 SxI2p2s gennaio

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