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Cosa trattiamo in questo numero
Victor Magiar
Prima pagina
Il 25 Aprile deturpato
Aurelio Mancuso
Analisi e commenti
IN MEDIO ORIENTE
The Joint Israeli Palestinian Memorial Day
Victor Magiar
Il sangue genera solo sangue: perché queste famiglie in lutto del 7 Ottobre scelgono ancora la coesistenza?
Omer Sharvit
People’s Peace Summit
Francesco Barbetta
I drusi e Israele, mai così vicini – seconda parte
Bruna Soravia
Medio Oriente. Pressione americana e longa manus saudita
Janiki Cingoli
Negoziato e rispetto dei diritti unica via di uscita
Piero Fassino
IN ITALIA
Perché a Milano serve il gemellaggio con Tel Aviv
Marco Pierini
Una ferita aperta nella festa di tutti
FIAP – Federazine Italiana Associazioni Partigiane
Lo Shabbat e il prossimo 25 Aprile
Rav Roberto Della Rocca
I silenzi del Pd: parla Fabiana Di Segni
Arturo Belluardo
Fumagalli, Maligot, Meghnagi, Zuppi: le forme dell’antisemitismo
Adam Smulevich
Letture e Riletture
Assumere un nuovo paradigma?
Saul Meghnagi
Rassegna stampa
Selezione di articoli della stampa nazionale e internazionale
Simone Santucci
Redazione
Contatti
*1*
Victor Magiar
Mentre chiudiamo questo numero della nostra newsletter, a Tel Aviv si sta svolgendo la terza edizione del People’s Peace Summit, il più grande raduno del movimento pacifista israeliano e palestinese.
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L’iniziativa è stata promossa da It’s Time, una coalizione di oltre 80 organizzazioni della società civile che da due anni lavora per porre fine al conflitto attraverso un accordo politico fondato sull’autodeterminazione di entrambi i popoli.
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Un’iniziativa importante (che raccontiamo in un successivo articolo) di cui nessuno in Italia se n’è curato, perché in Italia il pacifismo non esiste più: nell’indifferenza dei partiti e delle grandi associazioni nazionali.
In 30 mesi di guerra le poche iniziative con israeliani e palestinesi in Italia sono state organizzate solo da “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati” e da poche altre associazioni minori.
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A quanto pare, la ricerca della pace nel nostro Paese non riscuote l’interesse dei partiti indifferenti a quanto succede nelle società israeliana e palestinese.
Ne parleremo con sei articoli
- Se il sangue genera solo sangue, perché queste famiglie in lutto del 7 Ottobre scelgono ancora la coesistenza? di Omer Sharvit
- The Joint Israeli Palestinian Memorial Day, di Victor Magiar
- People’s Peace Summit, di Francesco Barbetta
- I drusi e Israele, mai così vicini, di Bruna Soravia
- Medio Oriente. Pressione americana e longa manus saudita, di Janiki Cingoli
- Negoziato e rispetto dei diritti unica via di uscita, di Piero Fassino
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A quanto pare, nel nostro Paese oggi i conflitti hanno una funzione politica diversa, come dimostrato il 25 Aprile scorso in diverse città con la cacciata dai cortei delle persone con portavano le bandiere ucraine, della resistenza iraniana, della Brigata Ebraica: ben accette invece le bandiere di Hamas, Hizbollah, Iran e di altre entità umanitarie mediorientali.
A Roma, nel luogo simbolo di Porta San Paolo, da un palchetto non tanto improvvisato e con apposte la bandiera iraniana e quella palestinese, una mattinata segnata da discorsi, tanto veementi quanto caricaturali, contro Israele, il sionismo, l’imperialismo, il colonialismo… e in favore de “l’Iran che resiste”.
(vedere per credere: https://www.facebook.com/reel/1164137695797746)
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In questo numero ragioneremo su cosa succede in Italia e sul 25 Aprile segnato dallo squadrismo dei soliti gruppi organizzati (altro che spontanei!), dalle stravaganti (se non oscene) dichiarazioni di rappresentanti di entità che dovrebbero essere democratiche e unitarie, dal gesto criminale di un giovane vulnerabile, e soprattutto dalla narrazione proposta dai media ormai in cerca solo di audience a basso costo.
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Lo facciamo con sei pezzi importanti:
- Le forme dell’antisemitismo, conferenza col presidente CEI Matteo Zuppi, di Adam Smulevich
- Una ferita aperta nella festa di tutti, comunicato della Federazione Italiana Associazioni Partigiane
- Lo Shabbat e il prossimo 25 Aprile, riflessione di Rav Roberto Della Rocca
- Il 25 Aprile deturpato, analisi di Aurelio Mancuso
- Il gemellaggio Milano-Tel Aviv, di Marco Pierini
- I silenzi del Pd: parla Fabiana Di Segni, di Arturo Belluardo
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*2*

Il 25 Aprile deturpato
Aurelio Mancuso
Nei giorni precedenti la data ufficiale del 25 Aprile le avvisaglie che anche quest’anno sarebbe stato difficile onorare la festa di tutti gli antifascisti e democratici italiani c’erano tutte.
Dichiarazioni improvvide di questa o quella sigla organizzatrice annunciavano divieti, scomuniche preventive, interdizioni.
Tutte erano tese a intimare ai cittadini italiani ebrei a comportarsi “bene”, a sfilare nei cortei delle grandi città italiane, senza simboli ritenuti offensivi per i democratici antisionisti ormai maggioritari nella variegata sinistra italiana, da quella doppiopettista a quella barricadera antagonista.
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Il risultato è stato evidente: per la prima volta nella storia della manifestazione nazionale di Milano, la Brigata Ebraica e tutte le organizzazioni simili o sostenitrici, hanno dovuto abbandonare il corteo, scortate da un cordone vigoroso di forze dell’ordine.
Ho ascoltato con sgomento le urla, non di un esiguo gruppetto di esagitati, ma di migliaia di buoni militanti delle sinistre, indirizzate allo spezzone che inutilmente ha tentato di sfilare.
Anche chi non gridava, “fascisti, sionisti, assassini, nazisti”, e così via, annuiva, sosteneva, incitava. Insomma, un sabba di chiara matrice antisemita ammantato dal ben più edificante antisionismo gauchista.
A Roma, invece, è accaduto che un ragazzo della comunità ebraica, ha sparato proiettili di gomma alla direzione di due persone iscritte all’Anpi che stavano partecipando alla giornata del 25 Aprile organizzata nei pressi della Basilica di San Paolo fuori le mura, che sono state ferite.
Nella capitale da anni per semplice sottrazione preventiva dello scontro, le insegne ebraiche non sfilano nel corteo, al limite onorano la mattina presto la lapide a Porta San Paolo la resistenza capitolina, e al netto di insulti reciproci con gruppi antagonisti, il tutto si risolveva con una divisione ormai conclamata. Agli inquirenti il compito di verificare i fatti, a noi però spetta di chiarire che ogni gesto di violenza ogni tentativo di alzare il livello della tensione deve essere respinto.
La ferma condanna di ciò che accaduto, la solidarietà alle persone colpite e ai partecipanti della manifestazione organizzata dell’Anpi, ci deve spingere a chiedere di più, ovvero un vero impegno ad abbassare i toni, affinché estremisti e violenti di tutte le parti siano isolati.
Anche in altre città si sono verificati episodi di provocazione e insulto alla memoria di chi ha pagato un tributo immane di vite e contribuito alla Liberazione d’Italia.
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La prima domanda da porre a chi oggi pensa di essere l’esclusivo erede della Resistenza e della Liberazione del nostro paese è: tutto questo è tollerabile, o si tradisce la natura stessa della ricorrenza?
Tra un presidente Anpi nazionale Pagliarulo che non vuole le bandiere americane nel corteo (anche un comunista minoritario come lui dovrebbe vergognarsi di tali affermazioni), e un esponente dei Giovani Democratici che paragona la dittatura cubana alla Resistenza italiana, si è ormai tracimati verso gli abissi del revisionismo storico.
È del tutto stato derubricato il contributo di centinaia di migliaia di partigiani cattolici, autonomi, azionisti, comunisti, socialisti, gli Alleati, porzioni importanti dell’esercito e delle forze di polizia italiane, preti e suore, organizzazioni clandestine e istituti tollerati dal fascismo che operarono in clandestinità.
La Resistenza non è stata un fenomeno monocolore e, chi sta cercando di trasformarla in una giornata del comunismo che fu (assai differente dalle frange odierne che si richiamano a quella tradizione), ne sfregia il volto e quindi deturpa la Liberazione.
Una responsabilità enorme, di cui oggi, chi accredita il proprio diritto ad egemonizzare le manifestazioni del 25 Aprile perché erede dei partigiani, porta tutto il peso, condiviso con i partiti del campo largo, che al netto di diverse prese di distanza e ferme condanne, brilla per la sua ignavia e la accondiscendenza nei confronti di chi oggi spadroneggia nelle manifestazioni: gli estremisti e antagonisti di tutte le risme.
Allo stesso modo chi crede di poter strumentalizzare la storia dolorosa degli ebrei italiani o di utilizzare impunemente sigle come quella della Brigata Ebraica, per giustificare azioni violente, deve essere isolato e, se comprovati i fatti imputati, condannato.
Nessuna reticenza è possibile rispetto a ciò che è avvenuto in questi tre anni in Medio Oriente, tra queste la condanna nei confronti del governo israeliano e del suo premier, indagato per crimini contro l’umanità, l’orrore per la strage e la distruzione agite a Gaza, le continue violazioni dei coloni in Cisgiordania, la condizione umanitaria di migliaia di palestinesi.
Ma proprio nello spirito che anima il 25 Aprile, che vuole mantenere vivi i valori della Resistenza ai soprusi e la necessità di liberazione degli oppressi, della possibilità di poter vivere in sistemi concretamente democratici, dove sono state le associazioni partigiane e i partiti della sinistra, invece di aiutare le reti palestinesi che si oppongono alla dittatura feroce di Hamas?

Una banda di migliaia di terroristi finanziati dall’Iran, che in questi anni ha lanciato migliaia di missili contro Israele, organizzato l’eccidio del 7 Ottobre, assassinato migliaia di dissidenti, e cancellato diritti umani e civili.
Su quale sostegno hanno potuto contare le forze democratiche e progressiste israeliane che da anni contrastano il governo più reazionario, al cui interno operano ministri razzisti e fascisti? Nessuno.
Tutto questo ha permesso un progressivo e ormai impetuoso vetero internazionalismo d’antan, dove le categorie sono tutte state decise: da una parte Israele, Stato criminale e imperialista da abbattere: dall’altra la Palestina, di cui Hamas rappresenta non un’organizzazione terrorista e che opprime i palestinesi, ma un fulgido esercito di liberazione.
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Certamente molte persone di sinistra assennate non si riconoscono in questa sempliciotta rappresentazione, ma nella piazza, sui social, nell’umore che serpeggia nelle organizzazioni territoriali della sinistra istituzionale, questa è la narrazione che ha per ora vinto
Come Sinistra per Israele – Due Popoli e Due Stati, pur in un quadro sempre più polarizzato non arretreremo: solo il dialogo, solo la riflessione comune, solo le occasioni di incontro tra persone e organizzazioni differenti si può costruire il difficile percorso di pace.
Il problema è convincere la sinistra politica che questo dovrebbe essere il suo dovere, che alimentare narrazioni unilaterali, potrà forse portare consenso, ma le immani crisi del nostro tempo si governano unendo umanità, razionalità, giustizia per tutti.
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*3*

IN MEDIO ORIENTE
The Joint Israeli Palestinian Memorial Day
Victor Magiar
Il mondo
La 21ª cerimonia alternativa per la Giornata Congiunta della Memoria israelo-palestinese si è svolta il 20 Aprile a Tel Aviv-Giaffa e a Gerico, in concomitanza con le cerimonie ufficiali di Stato israeliane: israeliani e palestinesi in lutto hanno condiviso le loro storie di perdita a causa del 7 Ottobre, della guerra di Gaza e delle violenze in Cisgiordania.
Due città perché i palestinesi che non hanno potuto raggiungere Tel Aviv-Giaffa a causa del diniego dei permessi d’ingresso da parte delle autorità israeliane si sono riuniti a Gerico, in Cisgiordania, mentre l’ubicazione della cerimonia a Tel Aviv non è stata resa pubblica in anticipo ai partecipanti per motivi di sicurezza, soprattutto dopo che lo scorso anno una folla di estremisti di destra aveva attaccato una sinagoga a Ra’anana che ospitava la proiezione dell’evento lanciando pietre, urlando slogan razzisti, sputando sui partecipanti.
La cerimonia, svoltasi sia in ebraico che in arabo, ha visto la partecipazione di israeliani e palestinesi che hanno perso i propri cari nel conflitto più ampio, tra cui il massacro del 7 Ottobre 2023 perpetrato da Hamas in Israele, la guerra a Gaza e le violenze dei coloni in Cisgiordania.
L’organizzazione di Standing Together, che ha organizzato le proiezioni dell’evento, ha dichiarato in un comunicato di aver ricevuto minacce di boicottaggio da parte di “gruppi estremisti” e di aver fatto appello alla polizia per garantire la sicurezza dei partecipanti.
“Non cederemo alle minacce. La straordinaria risposta alle proiezioni dimostra che c’è speranza. Migliaia di persone desiderano la pace e una vita condivisa, e rifiutano altre guerre, altro odio e altri lutti”, ha affermato Irit Lebanon di Standing Together.
La cerimonia, che si tiene annualmente da due decenni, è organizzata da Combatants for Peace e da Parents Circle – Families Forum, un’organizzazione di base composta da israeliani e palestinesi che hanno perso familiari a causa del conflitto.
Tra i relatori figurava Liora Eilon, una sopravvissuta al massacro del 7 Ottobre nel kibbutz Kfar Aza, il cui figlio Tal comandava la squadra di pronto intervento del kibbutz: “Sono qui oggi perché questo è un luogo di speranza. Questo è un luogo che mi dà la forza di credere che un giorno parleremo e tutto questo finirà”.
In un video preregistrato, Kholoud Hushiah di Jenin ha parlato della perdita del figlio Mohammed, ucciso dal fuoco dell’IDF nel 2023, evento che l’ha spinta ad aderire a Parents Circle: “nonostante tutto questo dolore, sono qui oggi per dire: abbiamo scelto la via della pace, nonostante tutte le perdite, perché crediamo che il sangue generi solo altro sangue e che la morte e il lutto non permetteranno mai a noi, né ai nostri figli, di vivere in pace”.
Nahil Jamil Hanouna, una fotografa di Gaza che ha perso i fratelli e altri familiari nella guerra a Gaza, ha dichiarato in un video preregistrato che “noi palestinesi siamo esseri umani come tutti gli altri, vogliamo vivere liberi e in pace, siamo stati creati per costruire questo mondo, non per distruggerlo”.
Comunque dei manifestanti di estrema destra hanno tentato di interrompere l’evento, urlando nei megafoni e cercando di entrare, venendo però bloccati dalla sicurezza volontaria e dalla polizia.
Proponiamo un resoconto più dettagliato nel successivo articolo che ripropone stralci di un ampio reportage del quotidiano Times of Israel dall’eloquente titolo “Il sangue genera solo sangue: perché queste famiglie in lutto del 7 Ottobre scelgono ancora la coesistenza?”.
*4*

Il sangue genera solo sangue:
perché queste famiglie in lutto del 7 Ottobre scelgono ancora la coesistenza?
Omer Sharvit
Qui di seguito alcuni stralci dell’articolo di Omer Sharvit
cortesemente concesso da The Times of Israel.
cliccando qui è possibile leggere a versione originale integrale
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Nonostante l’atmosfera ostile che si respira nell’opinione pubblica,
alcuni parenti delle vittime di Hamas lottano al fianco degli attivisti palestinesi per la pace
per un cambiamento politico, trovando conforto nel dialogo.
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Lunedì sera si è svolta la 21esima Joint Memorial Ceremony, una cerimonia commemorativa congiunta organizzata dal Parents Circle-Families Forum (PCFF) e dal movimento Combatants for Peace.

Tra i familiari israeliani presenti c’era Ayala Metzger, nuora di Yoram Metzger, rapito dal kibbutz Nir Oz il 7 Ottobre 2023 e successivamente ucciso in prigionia da Hamas a Gaza.
“Da questa devastazione, ho preso una decisione: affinché la sua morte non sia vana, lotterò per creare qui una realtà che permetta a tutti di vivere in sicurezza”.
“Ho scelto di unirmi al PCFF perché desidero che nessuno debba provare il dolore che abbiamo provato noi, e nella consapevolezza che la collaborazione è la risposta al discorso violento e all’odio che ci circonda”.
“Immagino che in questa terra, dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano, ragazzi e ragazze di entrambe le nazioni cresceranno sani, felici, liberi e al sicuro, rispettando ogni essere umano per quello che è”, ha continuato. “Non si tratta di una fantasia lontana, ma di un obiettivo raggiungibile, e ognuno di noi ha il potere di realizzarlo”.
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In un video preregistrato, Kholoud Hushiah di Jenin ha parlato della perdita del figlio Mohammed, ucciso dal fuoco delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) nel 2023, evento che l’ha spinta ad aderire al Circolo dei Genitori.
“Nonostante tutto questo dolore, sono qui oggi per dire: abbiamo scelto la via della pace, nonostante tutte le perdite, perché crediamo che il sangue generi solo altro sangue e che la morte e il lutto non permetteranno mai a noi, né ai nostri figli, di vivere in pace“, ha affermato Hushiah.
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Nahil Jamil Hanouna, una fotografa di Gaza che ha perso i fratelli e altri parenti nella guerra contro il gruppo terroristico Hamas a Gaza, ha dichiarato in un video preregistrato: “Noi palestinesi siamo esseri umani come tutti gli altri. Vogliamo vivere liberi e in pace. Siamo stati creati per costruire questo mondo, non per distruggerlo“.
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“Devo sistemare le cose”. Liora Eilon, 73 anni, ha scelto di partecipare al forum binazionale di sostegno al lutto lo scorso anno. Suo figlio, Tal Eilon, è stato ucciso la mattina del 7 Ottobre 2023, mentre comandava la squadra di pronto intervento nel kibbutz Kfar Aza. Lei stessa è rimasta intrappolata nella sua stanza blindata fino al pomeriggio successivo, quando la comunità è stata finalmente ripulita dalla strage compiuta da circa 250 terroristi. La vedova di Tal e i loro tre figli sono tornati a Kfar Aza, insieme a circa 40 residenti.
Altri cento residenti si trovano a Shefayim e circa 500 a Ruhama, tra cui la stessa Eilon. La sua casa è stata completamente distrutta e ora è in fase di ricostruzione; i lavori dovrebbero essere completati entro la fine dell’anno.
“Quando mi hanno tirata fuori dalla stanza di sicurezza dopo 35 ore, ho iniziato a capire cosa stesse succedendo intorno a me quando ho visto altre persone che erano state salvate da Kfar Aza più o meno nello stesso momento in cui ero stata salvata io, domenica intorno alle 16:00. Siamo saliti su un autobus che ci ha portato in un hotel a Shefayim e ricordo che durante il tragitto sapevo con assoluta certezza due cose: che il mondo intero intorno a me era cambiato e che non avrei permesso al mondo di cambiare me”.
“Prima di allora ero un’attivista per la pace”, aggiunge. “Ho partecipato al programma Road to Recovery, ho accompagnato dei palestinesi a ricevere cure mediche e ho preso parte alle riunioni del Forum delle Famiglie in Lutto. All’epoca non ne facevo parte perché non ero in lutto, e già durante la shiva [il periodo di lutto di sette giorni], quando i membri dell’organizzazione venivano a trovarmi, dicevo loro che ero con loro. Questo mi era chiaro fin dall’inizio.”
L’organizzazione Road to Recovery è stata profondamente colpita il 7 Ottobre, con diversi dei suoi volontari più anziani e di spicco uccisi o presi in ostaggio a Gaza, il che rende ancora più evidente la costante dedizione di Eilon alla pace.
“Nel corso degli ultimi due anni e mezzo”, ha affermato, “mi è diventato sempre più chiaro che lo Stato si trova in condizioni così terribili che mi dico che Tal non è stato ucciso per questo Paese, non per come si presenta ora, e che devo cambiare le cose. Per me, cambiare le cose significa, da un lato, chiedere la sostituzione di un governo che non si cura minimamente dei suoi cittadini e, dall’altro, chiedere al governo di raggiungere un accordo politico e porre fine a queste guerre senza fine”.
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“Il lutto non è una questione privata”, conclude Harel. “In realtà, viene sfruttato dallo Stato per i propri scopi, per continuare la guerra, ed è proprio questo che vorremmo cambiare”.

In questa Giornata della Memoria, Israele è ancora scosso e in lutto per coloro che sono stati uccisi il 7 Ottobre 2023 e per coloro che sono caduti nelle guerre successive. Attraverso la sua partecipazione al dialogo con i palestinesi, tuttavia, il regista Troen spera di creare un dibattito nazionale più articolato: “Israele sarà in una situazione migliore e più sana se le persone saranno in grado di affrontare la complessità … Dobbiamo trovare un modo per trasmettere questo messaggio”, sostiene. “Capisco la reazione di fronte a ciò che sembra un atto di autocommiserazione o di eccessiva indulgenza, ma allo stesso tempo dobbiamo lottare per la nostra anima e la nostra umanità”.
L’iscrizione nella foto recita, sia in ebraico che in arabo:
“noi, che abbiamo perso i nostri più cari, scegliamo di restare uniti nel dolore e nel ricordo. E come facciamo ogni anno, chiediamo la fine della violenza e la ricerca di una soluzione diplomatica che garantisca libertà, giustizia e sicurezza per tutti”.
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People’s Peace Summit
Francesco Barbetta
Il People’s Peace Summit di ieri, all’Expo di Tel Aviv, è stato il primo grande raduno del campo della pace in Israele dalla tregua con Iran e Libano.
L’evento è stato promosso da It’s Time, una coalizione di oltre 80 organizzazioni della società civile (arabe ed abraiche) che da due anni lavora per porre fine al conflitto attraverso un accordo politico fondato sull’autodeterminazione di entrambi i popoli.
(Video integrale, su youtube o sul sito https://www.timeisnow.co.il/english )
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Nel corso della giornata si sono svolti dibattiti, incontri e dialoghi tra membri della Knesset, diplomatici, attivisti per la pace e cittadini incentrati sulla domanda centrale se, dopo questi duri anni di guerra, la società israeliana sia pronta a tornare a parlare di una soluzione politica.
Tra i partecipanti figurano politici come il leader dei sionisti socialisti dei Democratici Yair Golan, che ha inviato un video per l’evento, e altri parlamentari israeliani (ebrei e arabi) Gilad Kariv, Naama Lazimi, Ahmad Tibi e Ayman Odeh.
E poi ancora l’ambasciatrice canadese in Israele Leslie Scanlon, l’ambasciatore UE in Israele Michael Mann, il console generale di Francia Nicolas Kassianides, nonché figure della società civile come l’ex ostaggio Elizabeth Tsurkov, Ayala Metzger e Merav Svirsky, i cui familiari sono stati uccisi il 7 Ottobre.
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Durante la conferenza il deputato sionista socialista Gilad Kariv si è impegnato pubblicamente a costituire un fronte di lotta contro l’annessione e la violenza nei territori palestinesi, dichiarando che porterà al tavolo delle future trattative con le altre forze dell’opposizione richieste per annullare le misure di annessione, evacuare gli avamposti e rinnovare il dialogo con l’Autorità nazionale palestinese.
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La coalizione It’s Time ha dichiarato che sempre più israeliani comprendono che non esiste una soluzione militare al conflitto e che chi si rifiuta di parlare di soluzione politica sceglie di continuare la guerra mentre l’obiettivo della conferenza è riportare al centro del dibattito pubblico la possibilità di una via alternativa fatta di accordi, partnership e futuro comune.
È proprio nel contesto di questa conferenza che il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha annunciato, in un messaggio registrato e proiettato ai partecipanti, la convocazione di una conferenza di pace internazionale a Parigi il 12 giugno con rappresentanti della società civile israeliana e palestinese mentre la responsabile degli Esteri dell’Unione europea Kaja Kallas ha annunciato un sostegno aggiuntivo di 8 milioni di euro alle organizzazioni della società civile in Israele che si sommano ai 18 milioni di euro già stanziati nell’ultimo anno.

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*6*

I drusi e Israele, mai così vicini – seconda parte
Bruna Soravia
Pubblichiamo in questo numero la seconda parte di una intervista a Reda Mansour, ex ambasciatore israeliano, importante esponente della comunità drusa d’Israele.
Scrittore, poeta, opinionista del Times of Israel Reda Mansour è oggi capo delle relazioni internazionali per il Technion di Haifa, la principale università tecnica israeliana (riconosciuta come leader a livello mondiale e classificata al 1° posto in Europa in indici specifici di informatica).
La prima parte dell’intervista (pubblicata nello scorso numero della nostra newsletter) era incentrata sulla storia della comunità drusa e dei suoi rapporti con Israele e con le altre comunità del Paese.
Ora ci soffermeremo su altre due questioni:
a) la sua esperienza di ambasciatore israeliano in Paesi e momenti difficili
b) la sua esperienza, la difficoltà, di rappresentare e promuovere
una grande università israeliana in un contesto di turbolente relazioni internazionali.
*****
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Essere un diplomatico israeliano:
ci può raccontare come ha deciso di entrare nella carriera diplomatica, il suo percorso?
Sono nato in Israele in un villaggio druso sul Monte Carmelo chiamato Isfiya, uno dei due principali villaggi drusi della regione. Ho iniziato lì le scuole, poi mi sono spostato a Haifa, dove ho frequentato un liceo tecnico legato al Technion. È a quel punto che ho deciso di cambiare indirizzo.
Mi piacevano le lingue straniere, l’inglese soprattutto, e m’interessavano le questioni nazionali, così, all’università, ho studiato scienze politiche e studi mediorientali.
Pensavo che sarei rimasto a insegnare lì e invece, per caso, venni a sapere di un concorso per diventare diplomatico nel ministero degli esteri. Volli tentare anche se, all’epoca, non c’erano diplomatici di carriera non ebrei.
Oggi è diverso, ce ne sono una ventina, per esempio George Deek, che è arabo cristiano, ma ci sono anche diplomatici beduini, e drusi naturalmente, anche donne druse.
All’epoca però, l’inizio degli anni ’90, l’inizio del processo di pace, non c’erano ancora diplomatici non ebrei, ed era anche molto difficile essere presi, c’erano ogni anno 2.000 / 3.000 candidati.
Invece fui preso e la mia prima missione fu come console a San Francisco, per un’area che copre pressappoco tutto il Nord-ovest degli Stati Uniti, dall’Alaska alla California, un territorio immenso.
Successivamente, ho preso un master a Harvard, una tappa obbligata per la carriera; poi sono stato viceambasciatore in Portogallo e poi ambasciatore in Ecuador, un po’ a sorpresa perché a 35 anni ero (lo sono ancora) il più giovane ambasciatore mai nominato in Israele.
Di lì, sono andato in Brasile, la mia nomina principale e anche la più problematica. Questo non solo perché, ovviamente, il Brasile è uno dei paesi più grandi e, di conseguenza, anche l’ambasciata lo è, ma anche perché sono arrivato in Brasile in un momento per alcuni aspetti simile all’attuale, nel 2014.
Anche all’epoca era in corso un conflitto militare grave con Hamas a Gaza [la campagna “Protective Edge”, luglio-agosto 2014], e vi era una crisi nelle relazioni fra Israele e il Brasile, dove era al governo Dilma Roussef.
Dilma Roussef, venuta dopo Lula, era perfino più critica di lui rispetto a Israele, al punto da aver richiamato l’ambasciatore, e non sapevamo nemmeno se avrebbe permesso il mio arrivo e accettato le mie credenziali. Fortunatamente lo fece, ma io dovetti muovermi su un terreno estremamente spinoso per riuscire a ripristinare il rapporto e ricondurlo a un livello accettabile.
La stessa cosa sta succedendo ora, come mi hanno confermato altri ambasciatori con cui ho parlato.
È un momento veramente difficile per essere ambasciatore d’Israele e lo stesso è stato per me: le nostre missioni sono minacciate, molte organizzazioni terroristiche prendono di mira i diplomatici israeliani, sicché non è facile fare il proprio lavoro in queste condizioni.
È una grandissima sfida riuscire a spiegare alla gente quale sia davvero la situazione qui da noi, perché quando si parla del conflitto, tutti pensano che non facciamo altro che combattere. Invece, chi viene in Israele trova una realtà del tutto diversa e sorprendente.
Guardando oggi indietro alla sua carriera, quali strumenti considera ancora oggi essenziali per un diplomatico israeliano? Cosa suggerirebbe ai giovani che intendono seguire la sua strada?
L’anno scorso, ho scritto un libro intero sulla diplomazia come professione, e sugli strumenti indispensabili nell’armamentario diplomatico. È in inglese, è acquistabile anche online.
Il tema centrale è che la diplomazia non è solo strumentale all’azione politica, ma è parte della vita quotidiana, perché la diplomazia è l’arte di negoziare, di analizzare sistemi e, in questo senso, è utile in diversi profili professionali. Volevo che i giovani potessero servirsi della mia esperienza nei diversi campi di studio, perché la diplomazia aiuta soprattutto ad ascoltare e a studiare l’ambiente in cui ci si trova.
Quando i diplomatici arrivano in un paese straniero, devono leggere molto in brevissimo tempo, per capire dove sono, capire le questioni della cultura del paese. È auspicabile che parlino la lingua del posto: nel mio caso, ho studiato spagnolo e portoghese per le mie missioni, insieme all’arabo, all’ebraico e all’inglese che mi sono serviti per approfondire le questioni politiche del momento e per capire il funzionamento di queste società.
In fondo, la tua missione dovrebbe essere quella di creare punti di contatto fra le persone e fra le diverse società, e invece i diplomatici hanno tendenza a rappresentare troppo il loro paese, a metterne gli interessi al di sopra di tutto.
Viceversa, se vuoi instaurare relazioni davvero profonde e durature, devi capire anche le esigenze dell’altro paese, perché, se non lo fai, la gente non farà caso a te.
Ci sono diplomatici che vanno in un certo paese, ci lavorano magari 3-4 anni ma restano su un terreno burocratico, senza imparare niente della cultura, della società, dei bisogni del paese. La loro azione diplomatica sarà superficiale e cerimoniale, passeranno il tempo andando da una cerimonia all’altra. Questo però significa non fare molto, significa lavorare sul breve periodo.
Nel mio caso, mi sono dedicato a sviluppare relazioni accademiche e culturali, che sono in genere più profonde e durature. E poi relazioni economiche, scientifiche – sono settori più importanti della politica spicciola, che cambia molto rapidamente, mentre negli altri campi è possibile sviluppare rapporti che durano nel tempo.
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Le università nella tempesta
Da qualche tempo lavoro al Technion di Haifa e, come racconto a tutti, nel mio primo giorno nel campus ho incontrato soprattutto ragazze musulmane col velo che andavano in giro, e questo mi ha fatto sorridere pensando che questa immagine sarebbe probabilmente incredibile in gran parte del mondo.
In molte università israeliane il 20% degli studenti sono arabi, e questa è una cosa del tutto normale: non ci sono grandi tensioni, l’ambiente è amichevole, tutti s’impegnano seriamente. Eppure è difficile convincere di questo chi non vive in Israele, perché si pensa che vuoi fare propaganda e che, comunque, si tratta di apartheid!
Al Technion sono direttore delle relazioni esterne e delle Global Societies. Il Technion ha 17 global societies in tutto il mondo, in questo momento sotto pressione da parte di gruppi propalestinesi, soprattutto in Europa ma non solo [Cornell e il Technion].
In alcuni casi queste pressioni hanno avuto risultati, e le università hanno dichiarato il boicottaggio di Israele, almeno formalmente.
Nei fatti, le cose vanno abbastanza diversamente, perché i docenti hanno facoltà di agire diversamente e di continuare la collaborazione con le istituzioni israeliane anche se la loro università ha dichiarato il boicottaggio.
Inoltre, le università tecniche, quelle cosiddette STEM, sono in genere meno coinvolte politicamente di quelle che hanno facoltà umanistiche al loro interno.
Così, per esempio, continuiamo a fare parte di Euro Tech, che è una coalizione delle principali università tecniche in Europa, e siamo attivi in tutto il continente.
I nostri professori continuano a partecipare ai congressi e noi riceviamo ancora ingenti finanziamenti di ricerca dall’Unione Europea, dai diversi programmi europei, perché, credo, la comunità scientifica riconosce il valore dell’innovazione scientifica israeliana.
Insomma, sanno distinguere fra politica e scienza come è giusto che sia.
Tuttavia, anche se il settore tecnologico è stato meno colpito, il problema esiste.
Vedere questo tipo di proteste studentesche non è piacevole; per me, personalmente, è anche strano vedere che i giovani in Europa sostengono Gaza, senza spendere una parola su chi controlla davvero Gaza, senza dire niente su Hamas, sul fondamentalismo islamico.
È un fenomeno inquietante, è preoccupante constatare a che punto la gente sia ignorante. Non è logico, non è scientifico. È un pregiudizio.
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*7*
Medio Oriente
Pressione americana e longa manus saudita
Janiki Cingoli
La situazione in Medio Oriente si fa sempre più incerta. Annullati gli incontri previsti a Islamabad, in Pakistan, tra Iran e USA, per la partenza anticipata del Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, e la cancellazione annunciata da Trump del viaggio degli inviati USA Steve Witkoff e Jared Kushner, tutto sembra ritornato alla casella 0, come in un eterno giro dell’oca.
Tuttavia, spiragli negoziali sembrano ancora aperti: dopo la partenza da Islamabad ed una tappa in Oman, per discutere della gestione dello stretto di Hormuz con l’altro paese che costeggia lo stretto e convincerlo a condividere un sistema di pedaggi sulle navi che lo attraversano, Araghchi ha fatto ritorno a Islamabad, facendo trasmettere dal Pakistan, come paese mediatore, la proposta di discutere prioritariamente la riapertura dello stretto, rinviando ad una fase successiva le trattative sul nucleare.
Sull’Iran pesa il blocco sugli accessi a Hormuz imposto da Trump sulle navi iraniane, che costituisce un duro colpo per le entrate del paese, come sottolineava il politologo Gilles Kepel sul Corriere: “l’Iran è disastrato. Il blocco navale Usa a Hormuz ha funzionato più delle armi: ora a Teheran anche i più oltranzisti vogliono negoziare”.
Per di più, come sottolinea Trump, nell’impossibilità di scaricare il petrolio, questo preme sulle condotte iraniane, rischiando di farle esplodere.
Ma, al di là delle technicality, ciò che emerge è da un lato una grave frattura all’interno del gruppo dirigente iraniano, con i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) che premono per una linea dura, e sono arrivati a sconfessare pubblicamente i negoziatori, in particolare il Presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, accusato di aver annunciato prematuramente la riapertura dello stretto di Hormuz e di aver aperto ai negoziati sul nucleare. Tali accuse lo hanno indotto a non partecipare più alle trattative e forse alle sue dimissioni.
D’altronde, Ghalibaf aveva duramente criticato (JPost) gli esponenti più oltranzisti che si opponevano alle trattative, denunciandoli come estremisti che potrebbero “distruggere l’Iran”.
In questa babele, Trump il 21 aprile aveva inaspettatamente deciso di estendere a tempo indeterminato il cessate il fuoco con l’Iran (Timesofisrael), in attesa che gli interlocutori “parlassero con una voce sola”.
Il Presidente USA resta fermo nel mantenimento del blocco dell’accesso delle navi iraniane allo stretto di Hormuz, e nelle richieste fondamentali di bloccare l’arricchimento dell’uranio per 20 anni (l’Iran avrebbe proposto una pausa da 5 a 10 anni), di consegnare la mezza tonnellata di uranio arricchito al 60%, di porre limiti al programma missilistico e allo stock di missili balistici a disposizione e alla loro costruzione, e di smettere di appoggiare i suoi proxies, in particolare gli Hizbollah libanesi e Hamas.
Tuttavia, anche per Trump la situazione non è facile. Circa il 60% degli americani disapprova il suo operato, contro il 40% che lo approva. L’aumento del costo della vita e del prezzo della benzina, derivato dal blocco di Hormuz, incidono anche sulle tasche dei suoi elettori, e i recenti scontri con il Papa Leone XIV non lo hanno certo favorito presso i cattolici americani (20-22% della popolazione, circa 53 milioni) che in larga misura avevano votato per lui.
Il continuo ondeggiare delle sue posizioni dà l’impressione che non sappia bene che pesci pigliare, che non sappia come scendere dall’albero su cui è salito con l’attacco del 28 febbraio, con l’Iran che si guarda bene dall’offrirgli una scala per la bisogna. Le elezioni “midterm” di novembre si prospettano non favorevoli, con il rischio di perdere la maggioranza almeno in una se non in tutte e due le Camere.
Quanto a Benjamin Netanyahu, morde sempre più il freno e si prepara alla ripresa delle ostilità con l’Iran: per lui tenere il paese in permanente stato di mobilitazione è linfa vitale anche in vista delle oramai vicine elezioni legislative dell’ottobre prossimo.
Tuttavia, i sondaggi anche per lui non sono favorevoli: all’inizio della guerra con l’Iran, il 28 febbraio, il Likud aveva 6 seggi di vantaggio sul partito di Bennett, con 27 seggi su 120 della Knesset, mentre l’ultimo sondaggio del 24 aprile (JPost.com) li dà appaiati a 23 seggi; i partiti ebraici di opposizione si attestano a 61 seggi, mentre il blocco dei partiti di governo si ferma a 49. I due partiti arabo-israeliani ne conquisterebbero 5 per uno.
Negli ultimi giorni Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato la presentazione di una lista unica per le prossime elezioni, con capolista Bennett, con l’intento di creare così il partito più forte, ma i primi sondaggi registrano una perdita di consensi rispetto ai risultati previsti per le liste separate.
Situazione più in movimento per quanto riguarda il Libano: qui, l’attuale maggioranza di governo, che esprime il Presidente Joseph Aoun, cristiano maronita, come il capo del Governo Nawaf Salam, musulmano sunnita, ha posizioni ostili all’Iran e agli Hizbollah, che nelle ultime elezioni del maggio 2022 hanno perso la tradizionale maggioranza.
Aoun si è ripetutamente espresso contro le interferenze dell’Iran, arrivando ad espellerne l’ambasciatore (che però è rimasto al suo posto in segno di sfida) e contro la decisione di Hizbollah di iniziare gli attacchi missilistici contro Israele in solidarietà con l’Iran, dopo l’inizio della guerra il 28 febbraio.
Il Presidente libanese si è pronunciato a favore di un negoziato di pace con Israele, che porti alla delimitazione dei confini terrestri con la soluzione dei 13 punti contesi rimasti lungo la “linea blu”, un confine di fatto riconosciuto dall’ONU dopo il ritiro israeliano del 2020, ma che lascia molti punti irrisolti, a cominciare dalle Fattorie di Shebaa e dal villaggio di Ghaiar, di cui Israele occupa la parte settentrionale, rivendicata dal Libano.
Hizbollah giustifica la sua lotta armata in Libano con questa persistente presunta occupazione israeliana del territorio libanese, ed è evidente che un accordo per la delimitazione del confine terrestre toglierebbe ulteriormente ogni legittimità alla sua lotta.
Nel 2022, durante il governo Bennett-Lapid, fu raggiunto un accordo per la delimitazione del confine marittimo e dei relativi giacimenti di gas off-shore, il che consentì a Israele di cominciare a sfruttare i suoi. L’accordo fu allora denunciato da Netanyahu come un tradimento, anche se dopo il suo ritorno al governo si è ben guardato dal disdirlo.
La volontà manifestata da Aoun di giungere a un accordo di pace con Israele e ad una possibile normalizzazione dei rapporti ha trovato orecchie attente nel Presidente Trump, che ha già convocato due incontri diretti tra le delegazioni dei due paesi, i primi dopo decenni, che hanno portato alla instaurazione di un primo cessate il fuoco di 10 giorni, poi prorogato dopo il secondo, avvenuto presso lo Studio Ovale, per tre settimane.
Il punto cruciale è che Hizbollah non solo non accetta tali negoziati, ma li denuncia come tradimento, e continua a bersagliare le città israeliane di confine e le truppe dell’IDF operanti a sud del Fiume Litani, ove, in base ai termini del cessate il fuoco siglato nel novembre 2024, le sue forze e le sue armi non dovrebbero essere presenti, mentre solo l’esercito libanese potrebbe essere dispiegato.
Il problema è che le forze armate libanesi non sono in grado di competere con Hizbollah, assai più potente e sostenuto e finanziato dall’Iran, e questo crea un circolo vizioso difficilmente risolvibile.
Israele, per parte sua, ha creato una zona cuscinetto di 5-10 km nell’area sud del Libano, ove resta attestato dopo il cessate il fuoco, e reagisce ad ogni, talora sanguinoso, attacco di Hizbollah.
Si sta quindi creando una forbice, tra Israele che vede Aoun e il suo governo come semplice braccio armato per disarmare Hizbollah, e la parte libanese ufficiale che punta a un processo diplomatico più lungo e complesso, ed ovviamente chiede il pieno, pur graduale, ritiro delle forze israeliane dal suo suolo, anche se entrambe le parti individuano in Hizbollah e nell’Iran un comune problema.
Netanyahu, d’altra parte, ha accettato obtorto collo la tregua ordinata da Trump, che gli ha “proibito di bombardare ulteriormente il Libano” (JPost) e non vede grandi prospettive nei negoziati in corso.
Infine, un ultimo aspetto rilevante è lo spiraglio che pare aprirsi anche in Siria, ove il Presidente Ahmed al-Sharaa (Timesofisrael) ha dichiarato in un’intervista concessa ad un’agenzia turca che i negoziati tra Siria e Israele non sono giunti a un punto morto, anche se stanno incontrando notevoli difficoltà per l’insistenza di Israele a rimanere in territorio siriano, e per i ripetuti brutali attacchi contro basi siriane nel paese. Ha aggiunto che la Siria è seriamente intenzionata a raggiungere un accordo di sicurezza con Israele al fine di mantenere la stabilità regionale.
Nelle aperture sia dei governanti libanesi, sia di quelli siriani si percepisce chiaramente, oltre all’influenza USA, la longa manus dell’Arabia Saudita, più che mai decisa a contenere e restringere l’area di influenza iraniana.
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Negoziato e rispetto dei diritti unica via di uscita
Piero Fassino
L’intero Medio Oriente – dal Mediterraneo al Golfo Persico – è investito da due anni da un incendio devastante che estendendosi sempre di più, suscita nel mondo intero angoscia per possibili eventi catastrofici.
E la lezione che dobbiamo trarre è che senza una strategia politica, l’uso unilaterale della forza e delle armi non porta a soluzioni, ma semina caos e accresce una condizione di anarchia internazionale, come ci ha ricordato in modo accorato anche Papa Leone XIV.
Sappiamo come all’origine degli eventi vi è stato il massacro perpetrato da Hamas il 7 Ottobre contro alcuni kibbutz israeliani e un concerto giovanile, causando oltre 1500 vittime e il rapimento di 250 persone. A quell’orrendo massacro è seguita una dura reazione israeliana con l’invasione della striscia di Gaza causando migliaia di vittime, tra cui tantissime donne e bambini, continui sfollamenti della popolazione e la devastazione di vasta parte del territorio.
Una reazione che gran parte della comunità internazionale ha giudicato sproporzionata e in violazione di diritti umani.
Una tragedia a cui ha messo fine il cosiddetto Piano Trump che fino ad oggi tuttavia appare più un congelamento del conflitto che l’avvio di un percorso di pace. Gaza è divisa in due zone, una sotto controllo dell’esercito israeliano e l’altra affidata ai palestinesi con l’esito paradossale che in quella parte della Striscia Hamas continua ad esercitare il suo controllo dispotico.
Il conflitto si è allargato al Libano con l’offensiva lanciata per mesi da Hizbollah con il lancio di migliaia di missili esplosivi contro i villaggi israeliani, provocando decine di vittime e lo sfollamento forzato di circa 80.000 cittadini israeliani. Anche in questo caso Israele ha messo in campo una dura reazione militare occupando via via territori nel sud del Libano.
Un accordo di cessate il fuoco e l’impegno ad applicare la risoluzione 1701 sono stati disdetti da Hizbollah, suscitando la severa condanna dello stesso Presidente libanese Aoun.
E a sua volta il governo israeliano ha deciso di invadere il sud del Libano con l’obiettivo di creare una ampia fascia di sicurezza, ma violando così la sovranità e la integrità territoriale del Libano.
Con la mediazione americana è stato avviato un negoziato tra i governi israeliano e libanese, contestato da Hizbollah, mentre sul terreno gli scontri tra l’esercito israeliano e le milizie Hizbollah proseguono, senza risparmiare Unifil e il suo ruolo. In questo scenario bellico si sono inseriti gli Houti yemeniti, anch’essi uno dei proxy dell’Iran, attivando il lancio continuo di missili esplosivi sulle città israeliane.
In una situazione già gravissima, è precipitata la decisione unilaterale e in aperta violazione del diritto internazionale del Presidente Trump e dal Premier israeliano Nethanyahu di colpire l’Iran, già colpito da bombardamenti sui siti nucleari nel giugno 2025.
Conosciamo la escalation di eventi sempre più drammatici: i bombardamenti hanno provocato la eliminazione del Presidente Khamenei e di molti dirigenti iraniani di primo piano, vaste distruzioni al tessuto urbano e alle infrastrutture delle città persiane, lo smantellamento di apparati militari iraniani compresi i principali siti delle tecnologie nucleari.
Teheran ha reagito con il lancio di missili esplosivi su Israele e sui paesi del Golfo con l’obiettivo di estendere il conflitto.
Contemporaneamente Teheran ha bloccato la libera navigazione dello stretto di Hormuz, passaggio cruciale di approvvigionamenti energetici essenziali per l’economia mondiale.
Uno scenario tuttora aperto a sviluppi drammatici stante il fallimento dei primi colloqui tra Usa e Iran e la sospensione di un secondo round di negoziati.
Una dinamica di eventi che mette in evidenza le crescenti difficoltà in cui si dibatte Trump in una conduzione erratica che alterna ultimatum a tregue, senza che emerga una exit strategy.
Anzi il protrarsi della crisi conosce l’inserimento di altri attori – Paesi europei, Cina, Russia, Turchia – tutti impegnati in mediazioni, pur di segno diverso, che in ogni caso enfatizzano ancora di più l’assenza di una strategia americana.
A questo scenario drammatico ha concorso anche la politica perseguita dal governo israeliano.Il 7 Ottobre il mondo intero non aveva esitato a condannare le azioni devastanti di Hamas, riconoscendo il diritto all’autodifesa di Israele e ribadendo la inviolabilità della sua esistenza.
Ma da quella solidarietà il governo Nethanyahu ha fatto derivare scelte che in nessun modo possono essere giustificate: le disumane sofferenze a cui è stata sottoposta la popolazione civile di Gaza; la sottrazione al Libano di suoi territori; l’aggressione continua alla popolazione palestinese della Cisgiordania e la progressiva annessione de facto della West Bank, con l’obiettivo di liquidare così la soluzione due popoli/due Stati, indispensabile per dare pace e stabilità alla regione.
Così come non può in alcun modo essere accettata la decisione adottata alla Knesset – con l’opposizione dei gruppi parlamentari di sinistra e centrosinistra – di introdurre la pena di morte per palestinesi accusati di terrorismo. Una legge incompatibile con i valori su cui è fondato lo Stato di Israele e anche con i principi delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa, ai quali Israele ha aderito.
La legge – contro cui si è levata la voce di protesta della comunità internazionale e anche di una parte significativa dell’opinione pubblica israeliana – è oggi all’esame della Corte suprema ed è auspicabile che sia bloccata e, in attesa del giudizio, in ogni caso non applicata.
Contro la gestione bellicista del governo Nethanyahu sono cresciute nel mondo protesta e condanna, fino a evocare la sospensione degli accordi Israele-Ue e dello status di osservatore al Consiglio d’Europa. E si è diffusa in ogni Paese non solo la giusta e legittima condanna alle politiche praticate dal governo di Israele, ma una generale e inquietante ostilità verso la società israeliana e gli ebrei in quanto tali, con manifestazioni e atti di antisemitismo verso cui la formale condanna non si traduce mai in una azione di chiaro e esplicito contrasto.
Se all’indomani del 7 Ottobre il mondo intero si era schierato a fianco di Israele, oggi si deve registrare l’isolamento internazionale in cui lo ha condotto la politica di Nethanyahu. Una politica a cui da mesi si oppone nella società israeliana un movimento politico e civico che ha sollecitato due tra i principali leader di opposizione, Lapid e Bennett, a stringere alleanza in vista delle ormai prossime elezioni.
(nella foto il Kibbutz Kfar Aza 15 ottobre 2023)
La situazione è resa ancor più drammatica dalla feroce repressione in atto in Iran dove si continua – anche in queste settimane – ad arrestare, torturare e mandare alla forca gli oppositori.
E se è certamente condivisibile la determinazione della comunità internazionale nel ricercare soluzioni sicure al nucleare militare iraniano e allo sblocco dello Stretto di Hormuz, sconcerta la inadeguata reazione alle esecuzioni capitali a Teheran che proseguono senza che si levi nel mondo un moto generale di protesta. La vita umana non vale certamente meno di un gallone di benzina!
La sospensione delle pene capitali e la liberazione dei prigionieri politici dovrebbero essere rivendicazioni cogenti da porre sul tavolo di negoziati per consentire – anche senza un regime change – di aprire una fase nuova nella vita politica e sociale dell’Iran.
Nella incertezza degli sviluppi degli eventi, appare in ogni caso sempre più evidente che gli strumenti per dare soluzione ai conflitti sono dialogo, negoziato e rispetto dei diritti di ogni Stato, di ogni comunità, di ogni persona e che solo così si potrà dare pace e stabilità al Medio Oriente.
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IN ITALIA
Perché a Milano serve il gemellaggio con Tel Aviv
Marco Pierini
Nelle scorse settimane ha fatto discutere la richiesta del Partito Democratico di Milano di interrompere il gemellaggio che lega la città a Tel Aviv.
La posizione — che non ha avuto seguito dopo la dichiarata opposizione del sindaco Giuseppe Sala — ha dimostrato ancora una volta l’inadeguatezza di una parte della sinistra quando si tratta dei rapporti con Israele e con quel groviglio di responsabilità che è il conflitto tra israeliani e palestinesi.
Lo ha denunciato con chiarezza il nostro presidente, Emanuele Fiano, a cui va il merito di aver posto con forza il tema nel dibattito pubblico dopo la discussione nel Pd milanese, e lo hanno detto molti esponenti del centrosinistra cittadino e nazionale.
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Ritenere, come hanno fatto in tanti, che Tel Aviv meriti il boicottaggio per le scelte politiche del governo israeliano è più o meno come sostenere che New York City meriti il boicottaggio per le decisioni dell’amministrazione guidata da Donald Trump: una semplificazione sciocca, che regge sul piano logico solo a patto di cancellare tutto ciò che da decenni caratterizza Tel Aviv — una società civile progressista, il protagonismo nelle manifestazioni contro la destra israeliana, la presenza di istituzioni culturali impegnate nel dialogo, per la tolleranza e per l’uguaglianza.
Appare altrettanto pretestuoso sostenere che sia la presenza del quartier generale delle Forze di difesa israeliane a Tel Aviv a giustificare l’interruzione dei rapporti, come ho letto: che cosa c’entra? In che modo la presenza di istituzioni statali in un contesto cittadino attiene alle relazioni tra amministrazioni comunali?
Se la sinistra milanese vuole avere un ruolo nella promozione della pace tra israeliani e palestinesi non solo deve coltivare un rapporto con Tel Aviv – deve andarci domattina, e sostenere tutte quelle realtà istituzionali e non governative che si impegnano ogni giorno per gli stessi valori che la sinistra italiana dice di condividere.
Come “Sinistra per Israele – Due Popoli, Due Stati” siamo impegnati a coltivare con molti di loro rapporti di stima e collaborazione: chiediamo solo che vengano ascoltati.
La verità, che molti temono, è che il carattere pluralistico e democratico della società israeliana impone di rinunciare alle scorciatoie logiche e ideologiche, e questo è inconcepibile nell’epoca in cui a qualsiasi obiezione a proposte sciocche si risponde “sì, ma è un simbolo”, “sì, ma è per dare un segnale”.
Per combattere una battaglia politica in un contesto plurale e libero bisogna coltivare il dialogo, cercare sponde, costruire alleanze.
Boicottare il gemellaggio con la città più aperta, libera e progressista d’Israele in nome di quegli stessi valori è, a tutti gli effetti, un cortocircuito che serve soprattutto a segnalare la propria virtù davanti a un’opinione pubblica indignata.
Non dico che non possa avere senso, tatticamente, assecondarla — per quanto la cosa non mi paia particolarmente edificante né per i politici né per i cittadini, costretti in un rapporto per cui i primi fanno da imbonitori dei secondi perché li ritengono incapaci di assunzione di responsabilità.
Chiedo piuttosto un’altra cosa: che si abbia il coraggio di dire apertamente che l’interruzione dei rapporti con Tel Aviv risponde a scopi interni, come consolidare la coalizione di centrosinistra o dare in pasto un tema “facile” alla pancia di una parte del proprio elettorato, e non ha niente a che vedere con la promozione del dialogo o la ricerca della pace.
Perché appare evidente che interrompere i rapporti con la città che è sempre stata al centro delle proteste contro i governi della destra israeliana non ha nulla a che fare con i palestinesi. Con chi dovremmo dialogare in Israele, con i coloni di Kiryat Arba?
Tel Aviv è stata al centro delle mobilitazioni per tutto ciò in cui la sinistra italiana dovrebbe credere: per denunciare le responsabilità indirette del governo israeliano nel massacro di Sabra e Shatila, per sostenere Yitzhak Rabin e Shimon Peres e il processo di pace, per chiedere il ritiro dell’esercito dal Sud del Libano, per contestare le riforme autoritarie di Netanyahu e, infine, per chiedere la fine della guerra iniziata dopo il 7 Ottobre.
Quando ero a Tel Aviv, nel 2023, un enorme manifesto campeggiava su un palazzo vicino alla stazione principale della città: chiedeva “una grande democrazia” e non “una grande Israele”.
Non so se quel manifesto ci sia ancora.
Ma una città che dà prova di tanta vitalità democratica – e di tanta lucidità politica – la sinistra italiana dovrebbe sostenerla ogni giorno: per gli israeliani, per i palestinesi e, soprattutto, per dimostrare che ha davvero a cuore la pace — e non soltanto quell’attivismo performativo che ormai risucchia qualsiasi tentativo di fare politica.
Message from Mayor of Tel Aviv-Yafo, Ron Huldai
Mayor of Milan, my dear friend Giuseppe Sala,
distinguished colleagues and friends,
there are moments when cities are measured not by the roads they pave or the towers they erect, but by the bridges they choose to build. Over a quarter of a century ago, Tel Aviv-Yafo and Milan chose to build such a bridge between them.
“De Milan ghe n’è domà vun” – there is only one Milan! – so say the Milanese.
And as we say in our city: there is only one Tel Aviv-Yafo.
But the bridge we have built is vital to us both. It is a bridge that has bridged nations; a bridge that has fostered partnership, creativity, diligence, entrepreneurship, and liberty. It is a bridge that has promoted democratic responsibility and the conviction that, even in times of profound disagreement, we must never abandon the human connection.
Tel Aviv and Milan have chosen dialogue over silence, partnership over boycotts, and bridges over walls.
In Israel today, we are facing difficult debates.
There is pain, there is protest, and there is a struggle for the very character of our society.
Tel Aviv stands at the heart of this struggle – not against its country, but for its democratic soul; not for isolation, but for a future defined by liberty, checks and balances, hope, and the ability to find common ground even when we disagree.
Tel Aviv remains one of the most vibrant, outspoken, and courageous arenas for civil liberty, for critical discourse, and for the tenacious defence of an open society.
I ask you to stand with those who believe that, even now, the right path is to maintain the bond.
Stand with those who believe in partnership.
Stand with those who refuse to turn disagreement into a boycott, or pain into severance.
For democracy is not the state of constant agreement; it is the profound commitment to keep talking, to keep building, and to keep hoping.
Thank you, Grazie mille.
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Una ferita aperta nella festa di tutti
FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane
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Sull’81° Anniversario della Liberazione, sugli ebrei cacciati a Milano, sugli ucraini aggrediti, e su chi pretende di decidere quali bandiere possano stare nella nostra piazza
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Quello che è accaduto in alcune piazze del 25 Aprile 2026 è una ferita aperta,
e come tale va guardata in faccia, senza infingimenti.
A Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza, lo spezzone della Brigata Ebraica – insieme ai giovani scout di HaShomer Hatzair, ai dissidenti iraniani, allo striscione di Sinistra per Israele – due popoli, due Stati – è stato bloccato per oltre due ore all’incrocio fra corso Venezia e via Senato da un muro di contestatori, e infine scortato dalla polizia in tenuta antisommossa fuori dal corteo della Festa della Liberazione.
Per la prima volta dal dopoguerra.
Dalle file dei contestatori sono piovuti slogan come “fuori i sionisti”, “assassini”, “viva Hitler” e l’oscenità “siete saponette mancate”, riferita al ghetto di Varsavia, ai forni di Auschwitz, alla Shoah.
E non dimentichiamo che a Roma la Brigata Ebraica non sfila da anni perché è impossibile garantire la sicurezza dei loro esponenti.
A Roma, a Bologna ed in altre città cittadini che portavano la bandiera ucraina sono stati aggrediti con spray urticante; il presidente di +Europa Matteo Hallissey è finito al pronto soccorso con un’abrasione alla cornea (foto Ansa). Così come, in alcune piazze, sono state contestate le bandiere degli attivisti democratici iraniani.
La FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane condanna senza ambiguità e senza distinguo tutto questo.
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Piena adesione al grido di allarme dell’UCEI e delle Comunità ebraiche
La FIAP esprime la propria piena, fraterna e commossa solidarietà all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e alle Comunità ebraiche di Milano, Bologna e Roma, e fa proprio il grido di allarme contenuto nel comunicato congiunto della presidente UCEI Livia Ottolenghi e dei presidenti Walker Meghnagi, Daniele De Paz e Victor Fadlun. La presidente Ottolenghi ha scritto, in un messaggio agli iscritti, che l’ondata d’odio antiebraico ha raggiunto in Italia livelli che non si vedevano da quasi cento anni. Sono parole che da sole pesano come pietre, e che richiedono dalle istituzioni – e da ogni associazione che si dica antifascista – una risposta all’altezza. La FIAP si associa anche all’appello accorato che l’UCEI ha rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, garante dei valori costituzionali, perché la libertà di manifestare non si traduca mai in intimidazione o discriminazione, e perché venga ristabilita la verità contro chi prova a deformarla.
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Una Resistenza che fu anche ebraica. Una Liberazione che fu anche grazie agli Alleati.
Cinquemila ebrei del mandato britannico di Palestina combatterono in Italia con la Brigata Ebraica per liberare il nostro Paese, rischiando la vita due volte: come partigiani e come ebrei. Otto ebrei italiani sono stati insigniti della Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza. Nel 2017 il Parlamento italiano ha conferito la Medaglia d’Oro al Valor Militare proprio alla Brigata Ebraica. Trecentocinquantamila soldati alleati morirono per liberarci: li onoriamo nei cimiteri di guerra che costellano la Penisola. Insultare oggi quei vessilli, urlare “saponette mancate” a una ragazzina dello HaShomer Hatzair – il movimento ebraico-socialista che guidò la rivolta del Ghetto di Varsavia nel 1943 – significa sputare sulle tombe dei nostri liberatori. Significa cancellare un pezzo della storia della Resistenza italiana.
Lo abbiamo scritto e ribadito: il 25 Aprile non può diventare un’arena geopolitica, né una piazza a inviti. Hanno diritto di cittadinanza le bandiere di chi stava allora, e sta oggi, dalla parte giusta della libertà. Non hanno titolo i simboli di chi stava dall’altra parte allora, e di chi dall’altra parte sta oggi.
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Una risposta al presidente nazionale dell’ANPI
Il presidente nazionale dell’ANPI Gianfranco Pagliarulo ha dichiarato che il corteo di Milano non è stato bloccato dalle contestazioni, ma “perché la Brigata ebraica non si è mossa”, accusandola di non aver “rispettato i patti” portando le bandiere d’Israele e con esse la stella di David. Sono parole che la FIAP respinge integralmente, pur solidarizzando con la stessa ANPI per l’aggressione armata subita da due suoi militanti e sulla cui matrice va indagato senza indugio. Addossare alla vittima la colpa dell’aggressione è uno schema antico e sempre indegno. Lo è ancora di più quando lo si fa nel giorno della Liberazione, in nome dell’associazione che dovrebbe custodire la memoria di chi quella Liberazione la pagò con la vita.
E poi: di quali “patti” si parla? Da quando il presidente di una associazione partigiana – che del 25 Aprile non è proprietario, ma compartecipe, come tutti noi – ritiene di poter decidere quali bandiere abbiano diritto di sfilare nella festa nazionale della Repubblica? Ricordiamo le parole di Ferruccio Parri all’indomani della costituzione della FIAP: “Noi non abbiamo rotto il fronte della Resistenza, ne abbiamo rotto il monopolio”. Quel monopolio non era accettabile allora, non lo è oggi.
E poi: a che titolo qualcuno si arroga il diritto – e per giunta lo esercita in modo assoluto – di ammettere o escludere chi possa prendere parte alle manifestazioni pubbliche di celebrazione del 25 Aprile? La Festa della Liberazione, nella sua impostazione originaria, fa capo unitariamente a tutte le componenti del Comitato di Liberazione Nazionale e del suo braccio armato, il Corpo Volontari della Libertà – il vero esercito di popolo della guerra di Liberazione, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare – e dunque, ancora oggi, alle quattro associazioni partigiane storicamente riconosciute: ANPI, FIAP, ANPC e FIVL. Per decenni queste associazioni hanno gestito insieme protocolli unitari, in accordo con le Autorità locali e con le Forze dell’Ordine, custodendo il pluralismo che fu il marchio originario della Resistenza italiana. Una deriva “proprietaria” – come quella oggi rivendicata da chi pretende di disporre di patti, di bandiere ammesse e di bandiere espulse – nuoce a quella trasversalità e a quel pluralismo che sono il segno autenticamente antifascista della festa, e che i padri costituenti di tutte le componenti vollero come carattere fondativo della Repubblica.
Sempre Ferruccio Parri disse: “Perché una manifestazione possa essere fatta in comune, occorre vi sia la garanzia più evidente, direi la più parlante, che la manifestazione non può servire a nessuna parte politica, e la garanzia automatica di questa neutralità noi la possiamo trovare solo nella contemporanea presenza delle tre (oggi quattro) organizzazioni che lavorano sul piano nazionale”
Ed è una domanda che non possiamo non porre con durezza: come è possibile che, secondo l’ANPI, le bandiere dei nostri liberatori ebraici e statunitensi non possano stare in piazza, mentre vi sono state tollerate – e in alcuni cortei hanno sfilato indisturbate – le bandiere della Repubblica islamica criminale dell’Iran (il regime che opprime, tortura e impicca il proprio popolo, e finanzia il terrorismo internazionale), i simboli di organizzazioni terroristiche come Hizbollah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, le insegne delle autoproclamate “repubbliche-fantoccio” di Donetsk e Luhansk, gemmazioni dell’aggressione russa? Per chi è rimasto fedele al messaggio dei partigiani, non è una domanda retorica. È la differenza tra la parte giusta e la parte sbagliata della storia.
Chiediamo al presidente dell’ANPI di chiarire le sue parole, sperando che siano state male riportate della stampa. Chiediamo al Ministro dell’Interno di garantire, in ogni piazza italiana, il diritto di chi porta la bandiera della Brigata Ebraica e quello di chi porta la bandiera ucraina di sfilare in sicurezza, accanto a tutti gli altri.
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L’antisemitismo travestito da antisionismo
Quando un solo Stato al mondo viene sistematicamente trasformato nel bersaglio simbolico di ogni male, il confine tra critica politica e pregiudizio razziale diventa labile fino a sparire. Quando in una piazza italiana, nel 2026, si grida “viva Hitler” e “saponette mancate” a giovani ebrei e ai loro genitori, non c’è più alcun confine: è antisemitismo nudo, lo stesso che credevamo confinato nelle pagine più nere della nostra storia. Travestirlo da antisionismo non serve a nasconderlo: serve solo a renderlo socialmente accettabile. Criticare anche duramente le politiche di un governo è legittimo e fa parte della vita democratica. Negare il diritto all’esistenza di uno Stato, evocare i forni nazisti contro persone in carne e ossa, estenderne le responsabilità a cittadini italiani e scacciarli da una piazza pubblica perché ebrei: tutto questo non è critica politica. È odio, troppo spesso tollerato ed anche alimentato.
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L’Ucraina aggredita: la Resistenza di oggi
Mentre a Milano si insultava la Brigata Ebraica, a Roma e in altre città chi sfilava con la bandiera ucraina veniva aggredito e colpito dallo spray urticante. Non è un dettaglio: è la stessa logica. È l’incapacità – o il rifiuto – di riconoscere nella resistenza ucraina contro l’aggressione russa il carattere patriottico e di liberazione nazionale che fu della nostra Resistenza. È impossibile, per chi ha letto le Lettere dei condannati a morte della Resistenza, non sentire risuonare nelle parole di una madre, di un padre, di un soldato ucraino di oggi le stesse parole d’allora: “Giustizia, Libertà, Patria”.
Per questo la FIAP, proprio nella giornata del 25 Aprile, ha consegnato a Kyiv – per le mani del proprio socio Marco Setaccioli – la tessera della Federazione a Oleksandra Matviichuk, giurista dei diritti umani, presidente del Center for Civil Liberties, organizzazione ucraina Premio Nobel per la Pace nel 2022 per il lavoro di documentazione dei crimini di guerra commessi dalla Federazione Russa in Ucraina. La tessera FIAP 2026 reca i ritratti di tre donne della nostra Resistenza – Ada Rossi, Ada Gobetti, Bianca Ceva – che insieme raccontano tre dimensioni del nostro antifascismo che parlano direttamente al lavoro di Matviichuk: il progetto europeo federalista come risposta alla tirannia, la resistenza morale e armata della società civile, la documentazione dei crimini perché un giorno si possa fare giustizia. Il Tribunal for Putin di Matviichuk è il lavoro di Bianca Ceva continuato nel nostro secolo.
La frontiera a est di Kyiv è la nostra frontiera: la frontiera dell’Europa unita pensata a Ventotene. Consegnare quella tessera proprio nella giornata della Liberazione, e proprio a Kyiv, ha significato per la FIAP affermare che la nostra Liberazione e la loro Liberazione sono lo stesso cammino, e dire da che parte sta la Federazione di fronte a chi chiede agli aggrediti di arrendersi nel nome di una falsa pace. Nel ricevere la tessera, Matviichuk ha detto parole che potrebbero essere state pronunciate da Ferruccio Parri o da Sandro Pertini: “Questa non è solo una guerra tra due Stati, è una guerra tra due sistemi: l’autoritarismo e la democrazia. […] Le persone comuni possono cambiare la storia”. È la voce della Resistenza europea di oggi. È la voce a cui la FIAP, fedele alla propria storia, lega il proprio nome.
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Da dove ripartire: dalle piazze unitarie
Sarebbe ingiusto, e falso, ridurre il 25 Aprile 2026 alle sue derive. La gran parte delle piazze d’Italia – dai piccoli paesi della montagna partigiana alle grandi città – è stata, ancora una volta, meravigliosa: unitaria, intergenerazionale, festosa, antifascista nel senso più pieno e meno settario della parola. È da lì che la FIAP intende ripartire. Da quei sindaci, da quelle scuole, da quei cori, da quegli anziani partigiani e da quei bambini che hanno cantato Bella ciao insieme. Da quelle piazze in cui le bandiere dei liberatori – tutti i liberatori – non hanno avuto bisogno di essere difese, perché erano semplicemente a casa loro.
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Una responsabilità, e una linea
La FIAP non abbandonerà la piazza del 25 Aprile. È la nostra piazza – la piazza del CVL, dell’unità resistenziale, di Parri e di Pertini, di Galante Garrone e di Bruno Segre. Ma non accetteremo mai più che a sequestrarla siano slogan nazisti, simboli di regimi assolutisti e criminali, o pretese di esclusione mascherate da “patti” mai concordati con noi. Chiediamo al Comitato Permanente Antifascista di convocarsi con urgenza.
Lo storico Timothy Snyder ha scritto che “la libertà non è assenza di male ma presenza di bene”. Il 25 Aprile è la presenza di bene della nostra Repubblica. Difenderla, oggi, significa difenderla anche da chi pretende di farne una proprietà privata.
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Luca Aniasi
Presidente Nazionale FIAP
Federazione Italiana Associazioni Partigiane
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Lo Shabbat e il prossimo 25 Aprile
Rav Roberto Della Rocca
Il rabbino Roberto Della Rocca è il direttore del
Dipartimento cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
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Quest’anno il 25 Aprile cade di sabato.
Per le comunità ebraiche italiane questo significa non essere presenti alle manifestazioni pubbliche della Liberazione dal nazifascismo — non per disinteresse, non per distanza, ma per coerenza con la propria identità e con la propria idea di libertà.
Lo Shabbat è il cuore dell’identità ebraica. Un aforisma noto lo riassume con precisione: “più che gli ebrei ad aver custodito lo Shabbat, è lo Shabbat ad aver custodito gli ebrei”. E questa non è retorica: è storia. A Livorno, nel Settecento, il porto rallentava quasi fino a fermarsi il sabato, tanta era la rilevanza della presenza ebraica. A Tripoli, durante il fascismo, alcuni ebrei furono fustigati nella pubblica piazza per essersi rifiutati di tenere aperti i negozi nel giorno sacro.
Lo Shabbat è sempre stato identità, dignità, talvolta sacrificio. Nel suo ritorno settimanale rappresenta una libertà di diversa natura: libera dall’ossessione del fare, dalla pressione del mondo, dalla necessità di dimostrare. Rimette al centro l’essere umano, non per ciò che produce o possiede, ma per ciò che è.
È una pausa, certo, ma una pausa attiva: afferma che non tutto è lecito, nemmeno per uno scopo ritenuto giusto.
Fermarsi non è debolezza; è resistenza.
Ed è proprio la libertà il filo che lega questa ricorrenza al 25 Aprile.
Per gli ebrei italiani il 25 Aprile non è una data astratta: è stata, concretamente, la possibilità di sopravvivere.
Le ferite del nazifascismo restano vive, ma anche il contributo alla Liberazione — dalla Brigata ebraica ai tanti combattenti — è parte integrante di quella storia.
Negli ultimi anni quella presenza è stata talvolta contestata, marginalizzata, quando non apertamente osteggiata. Eppure le comunità ebraiche hanno continuato a esserci, anche in contesti difficili, a differenza di alcune forze che oggi si impongono come protagoniste del 25 Aprile e che durante la guerra erano dalla parte degli aguzzini.
L’assenza di quest’anno pesa, ma non è un passo indietro. Tiene insieme memoria della Liberazione e fedeltà alla propria identità. Essere ebrei ha sempre significato abitare questa complessità, non una doppia lealtà, ma un’identità che rifiuta le semplificazioni.
C’è però un’altra questione che questa coincidenza porta alla luce.
Molte celebrazioni del 25 Aprile sembrano essersi trasformate in qualcosa di confuso, talvolta caricaturale: slogan vuoti, contrapposizioni ideologiche che prendono il posto della riflessione storica, un improprio miscuglio di memorie diverse che rischia di diventare esso stesso una forza disgregante.
Il pericolo è smarrire il senso profondo della ricorrenza, ridurla a un palcoscenico dove tutto si mescola e nulla si comprende davvero.
In questo scenario lo Shabbat introduce una discontinuità silenziosa. La tradizione ebraica lo sa da sempre: anche la liberazione dall’Egitto non coincide con la libertà piena.
La libertà non è un grido, né un evento improvviso; è un percorso interiore.
Come ricorda un noto insegnamento rabbinico, “è stato più facile uscire dall’Egitto che far uscire l’Egitto da dentro noi stessi”.
Dichiararsi antifascisti non basta per esserlo; celebrare la Liberazione non significa averne interiorizzato i valori.
A più di ottant’anni dal 1945 la domanda rimane aperta: il fascismo è stato sconfitto solo nei fatti storici o anche nelle coscienze?
Quanto delle sue logiche – intolleranza, semplificazione, esclusione – sopravvive ancora sotto altre forme, nel dibattito pubblico?
La coincidenza tra Shabbat e 25 Aprile non è un incidente di calendario, ma un invito a rallentare e distinguere. A riconoscere che la libertà non è mai definitiva.
E che, forse, il modo più autentico per celebrarla non è sempre il più rumoroso.
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I silenzi del Pd: parla Fabiana Di Segni
Arturo Belluardo
Una decina di giorni fa, Fabiana Di Segni, presidente della Commissione Politiche Sociali del Municipio XI di Roma, ha deciso di lasciare il Pd a causa dei ripetuti attacchi antisemiti di cui è stata (ed è tuttora) vittima.
Suona strano definire “vittima” Fabiana Di Segni, una combattente nata: militante del movimento LGBTQIA+, strenua sostenitrice dei diritti delle famiglie arcobaleno (ha due figli con sua moglie), si batte da sempre per un sostegno pubblico e diffuso al disagio psicologico, specie dei giovani. Ed è da decenni impegnata nella diffusione della memoria della Shoah: sua nonna, Fatina Sed, era stata deportata da bambina ad Auschwitz e fatta oggetto degli esperimenti di Mengele; ritornata dal campo di sterminio, non aveva mai raccontato a nessuno la sua storia, nemmeno alle sue figlie. Tale era la vergogna di essere sopravvissuta. È stata proprio Fabiana, dopo la morte della nonna, a trovare il suo diario, a farlo pubblicare e a far diventare la sua tragedia nascosta, insegnamento.
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Partirei proprio da tua nonna. Posso solo immaginare cosa abbia suscitato in te il post di un dirigente del Pd Marconi e dell’Anpi, tuo compagno di direttivo, che proclamava: “Si scrive Israele, si legge Nazismo”. E il riemergere violento del tema della “vergogna di essere ebrei”, della pretesa da parte di esponenti del Pd di una presa di distanza della Comunità Ebraica da Israele e dalla sua guerra contro i palestinesi. Hai assistito a un crescendo parossistico di ostilità e di esclusioni. Ti va di riassumerne le tappe e di raccontarci come ti sei sentita?
Partire da mia nonna, per me, significa partire da una ferita che non è mai davvero finita. Mia nonna, Fatina Sed, era stata deportata bambina ad Auschwitz, era sopravvissuta agli esperimenti di Mengele, ed era tornata portandosi dentro una vergogna muta, profondissima, la vergogna di essere sopravvissuta. Per anni non aveva raccontato nulla. Quando ho trovato il suo diario e ho deciso di renderlo pubblico, l’ho fatto perché sentivo che quella memoria non doveva restare sepolta. Non immaginavo che un giorno mi sarei trovata, in un altro tempo e in un altro contesto, a sentire riemergere qualcosa di quella stessa ombra.
Quando nel mio partito, nel mio circolo, ho letto frasi come “si scrive Israele, si legge nazismo”, non ho visto soltanto un’opinione estrema o un eccesso polemico. Ho visto il collasso della misura, della storia, del senso morale. Ho visto il confine tra critica politica e demonizzazione saltare davanti ai miei occhi. E ho visto, soprattutto, che quelle parole non producevano la reazione che avrebbero dovuto produrre in una comunità democratica.
Le tappe sono state progressive e dolorose. Prima un disagio crescente nel modo in cui si parlava di Israele, del Medio Oriente, degli ebrei. Poi le richieste di dimissioni. Poi le frasi intollerabili nel direttivo del circolo Marconi, come “i like sono i loro, non i nostri”, dove quel “loro” voleva dire chiaramente “gli ebrei”. Poi la lettera ai vertici del partito, in cui denunciavo un clima di odio e l’impossibilità sempre più forte di un dialogo reale. Poi ancora il silenzio, l’assenza di un confronto serio, l’assenza di scuse, l’assenza di un’assunzione di responsabilità.
E infine il passaggio più violento e più chiaro: essere chiamata a rispondere “come ebrea” delle scelte del governo israeliano. Quel “voi” è stato il punto di non ritorno. Perché lì non ero più Fabiana, non ero più una collega, non ero più un’amministratrice: ero ridotta a un’appartenenza, caricata di una responsabilità collettiva che nessun altro si sogna di attribuire in questi termini ad altre persone, ad altri popoli, ad altre identità.
Come mi sono sentita? Ferita, profondamente. Ma anche lucida. Perché a un certo punto capisci che non si tratta più di te soltanto. Capisci che se lasci passare tutto questo nel silenzio, allora accetti che l’odio entri nello spazio pubblico travestito da militanza, da slogan, da radicalità politica. E questo io non potevo farlo.
Tu credi che sia stata la reazione israeliana al 7 Ottobre a scatenare questa ondata di parossismo antisemita o che sia stata solo una leva che ha scoperchiato una realtà mai scomparsa? Rav Di Segni ricorda che all’indomani del 7 Ottobre, già veniva attaccato per strada per quel che aveva fatto Israele. E anche io ho sentito discorsi analoghi nelle sedi del Pd…
Io penso che il 7 Ottobre non abbia creato dal nulla questa ondata: l’ha fatta esplodere. Ha funzionato da detonatore, ha scoperchiato qualcosa che c’era già, che non era mai davvero scomparso, ma che in molti casi restava sottotraccia, magari camuffato da progressismo, da militanza, da antisionismo generico, da indignazione morale selettiva.
Dopo il 7 Ottobre è accaduto qualcosa di molto grave: invece di nominare con chiarezza l’orrore del massacro, il terrorismo di Hamas, la violenza jihadista, il trauma subito da Israele e dagli ebrei nel mondo, in tanti hanno subito spostato il discorso su un altro piano, fino a chiedere agli ebrei di giustificarsi, di prendere le distanze, di spiegarsi. È esattamente lì che il pregiudizio riemerge in tutta la sua forza: non quando si critica un governo, ma quando si pretende da un ebreo una patente morale che ad altri non si chiede.
Per questo non credo che sia stata solo la guerra a produrre l’antisemitismo. Credo che la guerra abbia reso visibile una fragilità democratica già esistente. E qui c’è una responsabilità politica enorme: quando non si nominano Hamas, Hizbollah, il terrorismo islamista, il ruolo dell’Iran e tutti gli attori coinvolti in questa tragedia, si offre al dibattito una lettura mutilata, ideologica, che finisce per colpire un bersaglio identitario molto preciso.
Ci racconti il lungo percorso che ti ha portato alle dimissioni e qual è stata la scintilla decisiva? So che, per gli attacchi ricevuti, hai avuto la solidarietà di Del Rio, di Pina Picierno, di Francesca Del Bello, ma anche dello stesso presidente dell’XI Municipio, Gianluca Lanzi: perché hai deciso che non era più il caso di continuare a lottare all’interno del partito?
È stato un percorso lungo, non un gesto impulsivo. Io ho provato a restare. Ho provato a parlare. Ho provato a costruire il confronto. Ho provato a non consegnare tutto alla rabbia. Ma negli ultimi due anni ho visto un accumulo continuo di episodi: attacchi antisemiti, aggressioni politiche e personali, richieste di dimissioni, frasi offensive espresse dentro ambienti del partito e un’incapacità strutturale di affrontare tutto questo con la nettezza necessaria.
La tappa più evidente fu ciò che accadde nel circolo Pd Marconi. Quelle frasi non furono semplici eccessi verbali: furono la spia di una deriva. Per questo lasciai il direttivo del circolo e scrissi ai vertici del partito.
Non ricevetti quello che mi aspettavo da una forza politica democratica: una presa di posizione chiara, un dibattito serio, una delimitazione netta del confine tra critica politica e antisemitismo. È vero, ho ricevuto solidarietà, e l’ho apprezzata sinceramente. Ho riconosciuto il tentativo di mediazione di Gianluca Lanzi e la vicinanza di altre figure che hanno mostrato sensibilità e attenzione. Ma la solidarietà personale, da sola, non basta quando manca una risposta politica all’altezza.
La scintilla decisiva è stata capire che il problema non era più il singolo episodio, ma il sistema di silenzi intorno agli episodi. E poi, certo, ci sono stati fatti recenti che hanno reso tutto ancora più insostenibile, come il commento online in cui mi si diceva che “Hitler avrebbe dovuto completare il compito”. Davanti a parole così, se non arriva una risposta immediata, netta, forte, allora vuol dire che la frattura è ormai insanabile. A quel punto restare non sarebbe stato più un atto di resistenza. Sarebbe stato un tradimento della mia dignità.
Tu che, per lavoro e missione politica, hai sempre cercato di essere vicina alle realtà giovanili, come ti spieghi che gli attacchi più violenti agli ebrei siano arrivati dai ragazzi, dalle giovanili di partito: ricordiamo i manifestini dei Giovani Democratici, le bandiere israeliani bruciate durante i cortei. È il fallimento della memoria?
Sì, credo che ci sia anche un fallimento della memoria, ma non solo. C’è il fallimento di una memoria ridotta a rito, a celebrazione, a data simbolica, e non trasformata in coscienza democratica profonda. La memoria della Shoah non serve se viene ricordata un giorno all’anno e poi svuotata di significato quando si tratta di riconoscere l’antisemitismo nel presente.
Mi colpisce molto che proprio i più giovani, che dovrebbero essere i più sensibili ai temi dei diritti e della discriminazione, in alcuni casi abbiano assunto linguaggi così estremi. Ma questo non accade nel vuoto.
Accade quando il mondo adulto, il mondo politico, il mondo educativo rinuncia alla responsabilità di spiegare la complessità, di fermare la propaganda, di distinguere tra solidarietà e demonizzazione, tra critica e odio.
Per questo non me la sento di puntare il dito soltanto contro i ragazzi. Mi domando piuttosto che cosa abbiamo trasmesso loro. Se abbiamo insegnato loro davvero che cosa significa non ridurre una persona o un popolo a un nemico assoluto. Se abbiamo insegnato che la memoria non è una liturgia, ma un argine morale. E qui sì, io vedo una responsabilità politica e culturale molto forte.
Pochi giorni fa, un ebreo è stato aggredito da alcuni giovani arabi perché indossava la kippah nel quartiere Marconi di Roma (storicamente segnato da una forte presenza ebraica romana): credo che questo, come altri episodi di vandalismo di giorni addietro, siano favoriti dal clima “culturale” del quartiere (e non solo): io stesso ho sentito proclamare, durante le celebrazioni della Giorno della Memoria a Marconi, che c’era la necessità di un “antisemitismo di protezione”, visto quel che stava facendo Israele. Tu cosa ne pensi?
Penso che sia una frase agghiacciante. Già solo concepire l’idea di un “antisemitismo di protezione” significa aver smarrito completamente il senso delle parole, della storia e della democrazia. Non esiste un antisemitismo legittimo, non esiste un antisemitismo giustificabile, non esiste un antisemitismo “difensivo”. Esiste l’odio, e l’odio va nominato, condannato e fermato.
Quando si crea un clima culturale in cui l’ebreo torna a essere visto come simbolo collettivo, come figura su cui scaricare rabbia, colpa e risentimento, allora l’aggressione fisica non arriva dal nulla. Arriva dopo una lunga preparazione linguistica, simbolica, politica. Arriva quando si accetta che si possano dire cose intollerabili senza conseguenze. Arriva quando la storia viene manipolata e la Shoah banalizzata.
Per questo penso che ciò che sta accadendo vada condannato con assoluta fermezza. Ma penso anche che vada ricostruito uno spazio di responsabilità. Non possiamo rassegnarci all’idea che quartieri, scuole, partiti, movimenti diventino luoghi in cui l’odio antiebraico circola come un’opinione tra le altre. La speranza, per me, sta proprio nel rifiuto di questa normalizzazione. Sta nella possibilità di tornare a dire insieme, senza equivoci, che nessuna causa giusta può essere difesa con parole ingiuste.
Non riesco a credere che una volta uscita dal Pd (tra molti silenzi, svariati brindisi e alcuni dispiaceri), tu possa smettere la tua battaglia politica. Anche perché è importante che voci lucide e agguerrite come la tua non vengano inghiottite dal “melmume” di opportunismo preelettorale. Come vedi il tuo futuro?
Io non smetto affatto la mia battaglia politica. Esco dal Partito Democratico, ma non esco dalla politica. Anzi, sento che proprio questa scelta mi impone ancora di più il dovere di continuare a parlare, a nominare ciò che ho visto, a difendere lo spazio della complessità e della dignità. Devo prendermi il tempo per comprendere se c’è un interlocutore oggi con cui parlare che metta al centro la complessità.
Ho scelto di collocarmi nel gruppo misto, ma di continuare a sostenere le linee programmatiche della maggioranza e il lavoro istituzionale che ho portato avanti finora. Per me questo è un punto importante: non sto trasformando una ferita politica in una fuga opportunistica. Sto cercando di restare fedele al mio ruolo, alla mia responsabilità verso i cittadini e ai valori per cui sono entrata nelle istituzioni.
Come vedo il mio futuro? Lo vedo difficile, certamente, ma non segnato dalla rinuncia. Lo vedo come un tempo in cui continuare a difendere i diritti, la memoria, la lotta contro ogni odio, il sostegno alle fragilità, la dignità delle persone. Se c’è una speranza che tengo stretta, è questa: che anche da una frattura così dolorosa possa nascere una parola più libera, più vera, più coraggiosa. E che nessuno, dopo aver ascoltato questa storia, possa più dire di non aver visto, anche se mi rammarica la tendenza che sento mormorare di trasformare questo mio gesto in un gesto emotivo negandone gli aspetti politici e valoriali.
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Fumagalli, Maligot, Meghnagi, Zuppi: le forme dell’antisemitismo
Adam Smulevic
Articolo pubblicato su Moked-Pagine Ebraiche il 22 aprile 2026 a questo link
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Nel suo ultimo libro Freud, Jung, Sabina Spielrein: e “la faccenda nazionale ebraica” (ed. Bollati Boringhieri), esito di 45 anni di studi sul tema, lo psicanalista David Meghnagi affronta i rapporti, le tensioni e infine la rottura tra Freud e Jung come “specchio di una tragedia più grande” incarnata dall’avvento al potere e dalle pratiche messe in atto dal nazismo, con il quale Jung fu inizialmente colluso. Il libro è stato lo stimolo e il perno di un incontro svoltosi alla Fondazione per le scienze religiose di Bologna con tema “Forme e radici dell’antisemitismo”.
Accanto all’autore, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, ideatore e a lungo direttore del Master in Didattica della Shoah dell’Università Roma Tre, sedevano due uomini di Chiesa. Alla sua sinistra c’era l’arcivescovo della città e presidente della Cei, Cardinale Matteo Maria Zuppi, mentre alla sua destra si trovava Monsignor Pier Francesco Fumagalli della Biblioteca Ambrosiana di Milano. La serata, moderata dalla storica Claire Maligot della Fscire, ha affrontato la genesi di stereotipi, pregiudizi e archetipi, soffermandosi sulla cura “delle” e “con” le parole.

Temi di grande attualità alla luce del contesto generale, ha esordito Meghnagi, sottolineando come questa immersione sulla “psicologia profonda” lo abbia “protetto” in un momento di sofferenza personale anche per la riemersione di un antisemitismo sempre più ostentato, anche tra i suoi colleghi.
“Ho posto fine ad alcuni legami importanti con persone che mi hanno aggredito con parole che sembravano prese dai Protocolli dei Savi di Sion o dalla dottrina della Limpieza de sangre”, ha raccontato Meghnagi nel corso dell’iniziativa, spiegando come parte di questo libro sia stato concepito a Tel Aviv, passeggiando nella via dove Erich Neumann, uno degli allievi di Jung, mandava al suo maestro “lettere disperate” per via delle sue posizioni sul mondo ebraico, cercando di illustrargli i suoi errori.
L’incontro si è incentrato su alcune ferite aperte tra cristiani ed ebrei. “Ci sono stereotipi che sopravvivono, c’è una continuità strutturale del pregiudizio antiebraico”, ha rilevato Zuppi. E quindi “c’è parecchio da curare e le parole malate vanno esposte all’aperto, la cura richiede innanzitutto ascolto dell’altro”.
Per il presidente della Cei la giornata per il dialogo ebraico-cristiano di gennaio “è uno dei momenti di maggiore sfida e lo scorso anno siamo stati vicini a non celebrarla, però il dialogo è talmente profondo che supera una fatica”.
In questo senso, ha aggiunto, il libro di Meghnagi “ci aiuta ad avere un respiro storico, in un periodo faticoso in cui qualunque parola viene vista come un graffio e come uno schierarsi”. D’accordo con lui Fumagalli, secondo il quale “in filigrana, leggendo questo libro, si vede tutto il dramma del ventesimo secolo nella chiave dell’antisemitismo”. Una questione che investe direttamente la leadership cristiana ed è un monito a non disperdere i passi avanti nella relazione, spesso complessa, tra questi due mondi.
Fumagalli ha citato come esempio la figura di Jules Isaac, storico ebreo francese la cui famiglia era stata assassinata ad Auschwitz e che nel 1947 fu tra gli ispiratori della conferenza di Seelisberg e dell’appello rivolto alle Chiese cristiane ad evitare predicazioni ostili agli ebrei. Quel momento, per Fumagalli, “ha rappresentato l’inizio di un cambiamento di mentalità”. Ed è un patrimonio da difendere.
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Saul Meghnagi
La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.
Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.
Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.
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Assumere un nuovo paradigma?
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“Dal fiume al mare”, di Widad Tamimi (Feltrinelli Milano 2026), è un libro sincero, onesto, doloroso, coinvolgente.
È un testo utile per ragionare sulla necessità di tenere conto dei sentimenti che raccontano della vita, della morte e, soprattutto, dello sradicamento e della fatica di costruire una rappresentazione della realtà che ne spieghi, o almeno aiuti a capirne, le ragioni.
Figlia di un padre palestinese e di una madre con origini ebraiche, la Tamimi vive e racconta tutto questo, dando, allo stesso tempo, una propria descrizione di fatti storici, offrendo un possibile punto di partenza per un confronto necessario se si vuole ricomporre un conflitto che ha radici profonde e che ha bisogno di molta lucidità e volontà di dialogo: è infatti innegabile che le “controparti” hanno una diversa esperienza e idea su quanto accaduto.
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La Tamimi si colloca nella linea di pensiero di una figura di rilievo della cultura palestinese, Edward W. Said, che – partendo dalla constatazione che il conflitto tra israeliani e palestinesi non può essere risolto senza un’intesa tra le parti – osserva che non “sarebbe moralmente accettabile chiedere agli israeliani di ritirarsi da tutto il territorio della precedente Palestina, ora Israele, trasformandosi in rifugiati come i palestinesi…”
“Non può essere giusto – scrive lo studioso – privare un intero popolo del suo paese e del suo retaggio. Anche gli ebrei rappresentano una di quelle comunità che ho definito “sofferenti” e portano con sé l’eredita di una grande tragedia…” (Umanesimo e critica democratica, Il Saggiatore, Milano, 2007, ed originale 2004, p.163).
Sia per i palestinesi sia per gli israeliani non c’è un luogo in cui tornare, la Palestina è una terra di entrambi e la pace si realizzerà se troveranno forme di convivenza e se entrambe le parti ricercheranno una via d’uscita nella quale ci sia un Israele che nessuno voglia distruggere e una Palestina che venga accettata da tutte le parti.
Partendo da questa premessa, sono tre i punti sui quali – nel pieno rispetto per l’insieme di ferite profonde e durissime di tutte le parti in causa, ma dissentendo dalla Tamimi – va fatta chiarezza: il primo è quello di un’associazione meccanica tra sionismo, Shoah e nascita di Israele; il secondo è quello di non ignorare la fuga o la cacciata degli ebrei dal mondo arabo, dove oggi – fatte salve rare eccezioni, numericamente modeste – non esistono più comunità ebraiche; il terzo è quello della anomala trasmissione giuridica, da genitori a figli, della condizione giuridica dei rifugiati palestinesi.
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Per quanto riguarda il primo tema, va osservato che l’inizio del sionismo è legato, in particolare, ai pogrom della Russia presovietica, all’antisemitismo dell’ Affaire Dreyfuss e, solo in seguito anche allo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti e dei fascisti. Il Sionismo scrive uno degli studiosi più accreditati sul tema (G. Bensoussan, Il sionismo. Una storia politica e intellettuale, Einaudi, Torino 2007) è un movimento liberale, politico e culturale che nasce alla fine del XIX secolo, e che ha come obiettivo il dare vita a una “casa per ebrei” nel territorio della Palestina antica.
Come tutti i movimenti a vocazione nazionalista si sorregge su un’idea originaria volta a identificare la nazione (o il popolo) con un territorio geografico. Risulta, inoltre, costituito da varie anime ideologico-politiche anche in netto contrasto tra loro (come avvenuto nel corso del Risorgimento italiano con la presenza di diverse componenti e figure, da Mazzini a Cattaneo, da Garibaldi a Pisacane, prevalentemente repubblicani, da Gioberti a Cavour.
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In ogni caso, il sionismo, agli inizi del Novecento, ha un consenso modesto in occidente e ad est: gli ebrei sono una parte costitutiva dei paesi in cui vivono e partecipano attivamente dello sviluppo delle stesse società, senza esprimere una volontà di emigrare. In Italia, per esempio nei primi decenni del Novecento, non c’è un’adesione significativa a questo movimento.
Inoltre, osserva M. Flores (Le parole hanno una storia, Donzelli, Roma, 2025, pp. 133 -151) il movimento sionista è, inizialmente, espressione di una componente laica. I religiosi ebrei più radicali non condividevano l’idea che si potesse dare vita a una realtà politica statuale se non per volontà divina.
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Per quanto riguarda il secondo punto, la fine, pressoché totale, delle comunità ebraiche nel mondo arabo, va sottolineato come non sia corretto considerarla una conseguenza della nascita dello Stato di Israele, secondo una vulgata diffusa.
La condizione ebraica nel modo islamico non è stata idilliaca: Vittorio R. Bendaud (La stella e la mezzaluna, Guerini, Milano 2018) chiarisce il carattere complesso e non semplice della relazione tra musulmani ed ebrei.
Gli ebrei vivevano, nel mondo islamico, sottomessi ai musulmani, secondo le regole riservata ai “dhimmì”, i testimoni del Libro (si veda al riguardo il saggio di S.Taji Farouki, Islam e religioni nel confronto globale, in R. Tottoli (a cura di) “Islam”, Einaudi, Torino 2009, pp.399-431).
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L’esodo nello scorso secolo di circa novecentomila ebrei – dopo uccisioni e disordini avvenuti in diversi Paesi arabi e reiterati nel tempo – è il risultato di questa discriminazione, e solo in parte di una scelta sionista: non a caso, se molti emigrano in Israele, non avendo altre scelte, una componente importante si mosse verso l’Europa o verso altri continenti.
La subalternità giuridica – al di là di momenti di convivenza pacifica – è alla base di un abbandono, più o meno obbligato, dai loro luoghi di nascita, di residenza, di cultura.
L’idea, condivisa da molti, secondo la quale gli ebrei sarebbero arrivati in Palestina per fuggire dalle persecuzioni in Europa, prima, durante e dopo la Shoah, o perché mossi dall’ideologia sionista, è oggettivamente piuttosto riduttiva rispetto alla realtà.
Una comunità ebraica in Palestina c’è sempre stata. La maggioranza degli ebrei in Israele discende da persone immigrate da paesi mediorientali o nordafricani; il 45 per cento degli ebrei israeliani si considera mizrahì, di origine mediorientale. A questi occorre aggiungere il 3 per cento di origine etiope, un 8 per cento di origine “mista”, ovvero comunque mizrahi. Da ciò una conseguenza odierna: soltanto il 44 per cento degli ebrei israeliani – che corrisponde al 35 per cento della popolazione israeliana nel suo complesso – è di origine europea.
Tra questi, si stimano circa 1.200.000 persone (più meno il 15% della popolazione israeliana) provenienti dall’ex Unione Sovietica, ebrei solo in parte da un punto di vista religioso ebraico tradizionale (si veda, su questi dati, la sintesi offerta da Anna Momigliano, Fondato sulla sabbia, Garzanti, Milano 2025). La dinamica demografica, in quel contesto, è alla base di un quadro complessivo non semplice da cogliere, ma tale da suggerire di non ridurre l’analisi al solo collegamento, in parte presente, tra dinamiche proprie della storia europea e nascita di Israele.
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Per quanto riguarda il terzo punto, la posizione giuridica odierna dei palestinesi, si può osservare che il 20 per cento della popolazione israeliana è costituito prevalentemente da arabi, cristiani o mussulmani, che godono di piena rappresentanza e sono presenti nel Parlamento di Israele. Diversa è la condizione – penosa e prolungata nel tempo in molti ambiti territoriali confinanti con Israele – dei rifugiati palestinesi nei paesi arabi, che, in genere, non hanno ritenuto di doverla affrontare con un processo di naturalizzazione e acquisizione di una nuova cittadinanza.
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Decisiva la creazione nel 1948 dell’UNRWA, dedicata esclusivamente agli allora 6/8 centomila rifugiati palestinesi, fuori dal sistema UNHCR che invece assiste gli altri rifugiati del mondo (oggi circa 90 milioni).
Con regole diverse, l’UNRWA ha consentito un’anomala trasmissione da genitori a figli dello status giuridico di rifugiato, con un incremento esponenziale del numero degli stessi, oggi calcolati in circa 5 milioni. Questa condizione ha un carattere unico nel panorama internazionale ed è, evidentemente diversa per esempio da quella di numeri importanti di profughi europei dopo la Seconda guerra mondiale e degli ebrei provenienti dal mondo arabo che hanno deciso di non emigrare in Israele. (M.G. Steinberg, The perpetual refugee. UNRWA the Exception of the Rule, Cambridge University press, Cambridge, 2024).
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Per comprendere le dinamiche odierne occorre tenere presenti tutti gli aspetti sopra menzionati, ragionare su un’epoca storica che ha visto il trionfo della forma politica degli Stati-nazione, il nazionalismo come ideologia dominante, la colonizzazione europea, tra Ottocento e Novecento, e la decolonizzazione postbellica, le rivendicazioni di diritti civili e del riconoscimento delle diversità come oggetti di discussione. Siamo di fronte a una “democratizzazione della memoria culturale”, che, in Occidente, incide sulle forme della partecipazione politica, della condivisione di idee, di conflitti. Sulla scia di una disamina, focalizzata solo sulle emozioni, legate alla scia di morti di una tragedia tuttora in corso, si rischia di associare e confondere Shoah e Nakba. I due eventi, per le ragioni esposte, vanno trattati separatamente per il momento storico, i protagonisti, le responsabilità. È importante cercare di capire che sofferenze, risentimento, se non odio reciproco sono presenti nei sentimenti più profondi di coloro che si combattono avendo vissuto esperienze di sradicamento diverse, anche se non del tutto prive di analogie.
È altrettanto importante ragionare sulla possibile diversa lettura dei fatti. In questa sede si è cercato di farlo, esprimendo una critica alla descrizione degli eventi presente nell’autobiografia – commovente e delicata – della Tamimi.
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La ricerca di possibili e accettabili compromessi impone di tenere conto di tutti gli elementi di una storia complessa: quella di tutti gli ebrei israeliani – quelli europei per i quali la Shoah è un ricordo “di famiglia”, quelli che provengono dal mondo islamico, quelli che vengono o fuggono da altre parti del mondo – e quella dei palestinesi, la cui specificità è intrinsecamente legata alla propria storia sofferta. E specifica rispetto all’insieme del mondo arabo confinante.
Bisogna, per questo, affiancare all’esame delle dinamiche politiche nazionali e internazionali, l’analisi delle costruzioni identitarie nella loro evoluzione, parlando delle storie remote e non solo di quelle recenti; non limitare la discussione solo a questioni territoriali ma alla geografia dell’area che ha subito, tra Ottocento e Novecento, trasformazioni epocali; ragionare sulle narrazioni su cui fondano le esperienze e le motivazioni dei contendenti, sulle loro costruzioni culturali, sulle loro fonti di valori, sulle letture del passato. Tuttavia, questo non sembra bastare.
Date queste premesse, ai fini di un discorso di pacificazione – senza cadere in un rifiuto di quanto la cultura occidentale ha prodotto in termini di democrazia e di diritti civili – è necessario porsi rispetto all’Oriente non considerandolo come un blocco unico, senza diversità, privo di sfumature, un insieme omogeneo. Questa impostazione fa sì che il ragionamento non si concentri esclusivamente sui due contendenti, ma consideri che è nell’ambito dell’Europa e delle sue politiche la fonte del conflitto in corso.
Si evita la distorsione solo assumendo un nuovo paradigma: abbandonare interpretazioni e giudizi troppo spesso fondati su una cultura politica eurocentrica, che guarda le dinamiche in atto come fossero estranee al Medio Oriente stesso, come non avessero avuto uno sviluppo proprio, autonomo, come fossero la conseguenza meccanica dell’azione dell’Occidente che ha contribuito a creare nazionalismo, colonialismo, razzismo, antisemitismo.
Il giudizio, spesso, partigiano – svolto da analisti, quasi tutti gli occidentali, con relative differenze tra loro in base alle posizioni politiche – volto a stabilire quale sia l’unica vittima e quale il carnefice rende impossibile la soluzione di un conflitto nel quale si confrontano torti e ragioni, non ascrivibili esclusivamente alle due parti in causa, ma, in misura significativa anche a chi si erge a “giudice”.
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Simone Santucci
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