La Sinistra oggi non ha bisogno di meno Illuminismo, ma di un Illuminismo esigente e autocritico. Un excursus di pensiero, da Georges Sorel a Kimberlé Crenshaw

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dalla Newsletter n°27 – Agosto 2026
–   Alessio Aringoli

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La Sinistra oggi non ha bisogno di meno Illuminismo,
ma di un Illuminismo esigente e autocritico.

Un excursus di pensiero, da Georges Sorel a Kimberlé Crenshaw

 

Aringoli AlessioLe idee non viaggiano in linea retta. Procedono per seduzioni, prestiti, tradimenti.
Georges Sorel ne è un caso esemplare. Il woke, forse, è un caso del nostro tempo.
L’analogia va maneggiata con cura.

Non esiste una genealogia che conduca da Sorel a Kimberlé Crenshaw.
E il woke non è una dottrina compatta.
Ma è interessante osservare come una costellazione di idee cambi il lessico, le gerarchie morali e gli istinti.

Sorel non fu un teorico minore.
“Le Riflessioni sulla violenza” attraversarono l’Europa.
Benedetto Croce e Antonio Gramsci vi si misurarono da versanti diversi.
Sindacalismo rivoluzionario, nazionalismo e fascismo attinsero al suo vocabolario.
Ma il fascismo non esaurisce Sorel. Ne dimostra la pericolosa fecondità.

Qualcosa di simile accade con il woke.
Il termine è vago e polemico. Conviene usarlo come nome di una costellazione.

Fra gli antecedenti teorici, per l’influsso che il loro pensiero ha avuto, Michel Foucault e Jacques Derrida; fra gli sviluppi, l’intersezionalità di Crenshaw, il femminismo nero di Patricia Hill Collins, l’oppressione e la resistenza epistemica di Kristie Dotson e di José Medina, i lavori di Saba Mahmood.

 

Nessuno coincide con la vulgata militante, che ne ha spesso largamente stravolto le cautele e le distinzioni teoriche. Insieme hanno modificato il modo in cui una parte della sinistra pensa identità, linguaggio, sapere e potere.

 

Il primo punto di contatto è epistemico.

Sorel reagiva al marxismo scientista, all’idea che la storia conducesse quasi da sé al socialismo.
Al determinismo oppose il mito. Lo sciopero generale non era una previsione da verificare.
Era un’immagine capace di unificare una classe e farne una forza morale. La sua funzione politica risiedeva anzitutto negli effetti.

La critica woke parte ugualmente da un’obiezione seria. Nessuno guarda il mondo da un luogo neutrale.
Chi subisce una discriminazione può vedere ciò che il centro ignora.
Il sapere è situato.
Ma la svolta arriva quando, anche contro le cautele dei teorici, nel senso comune militante la posizione non offre più una prospettiva da verificare: diventa una garanzia.
Non conta che cosa si dice. Conta chi parla.
La critica della falsa neutralità scivola nel privilegio epistemico.
Ma l’esperienza illumina; non rende infallibili.

 

Il secondo punto è politico.

Sorel disprezzava il parlamentarismo, il compromesso, l’umanitarismo borghese.
Vi vedeva macchine di addomesticamento.
La violenza proletaria aveva per lui un valore prima morale che militare: conservava la separazione fra le classi e rigenerava perfino una borghesia infiacchita.

Anche nella costellazione woke il liberalismo appare spesso non come un’eredità da compiere, ma unicamente come un dispositivo da smascherare.
L’eguaglianza formale può occultare disuguaglianze sostanziali.
La neutralità può proteggere rapporti di forza.
La libertà di parola può riprodurre gerarchie.
Sono critiche fondate. Ma, nella versione radicale, non correggono più il liberalismo: gli revocano legittimità.

Il terzo punto contiene gli altri due.

È il rapporto con l’Illuminismo.
Neppure qui servono caricature.
Sorel non sognava semplicemente l’Ancien Régime: combatteva l’idea borghese di progresso perché la riteneva una teologia della passività.
Foucault non si dichiarò semplicemente nemico dell’Illuminismo e Derrida invocò perfino un Illuminismo a venire.
Tutti conservano qualcosa del suo pathos emancipativo.

 

Eppure la direzione può condurre fuori dall’Illuminismo. Accade

  • quando la denuncia dei falsi universali diventa denuncia dell’universalità
  • quando la ragione comune è ridotta a maschera del potere
  • quando la norma cambia secondo l’identità di chi agisce
  • quando al dominante si applica il principio e al subalterno il contesto.

È un contestualismo morale asimmetrico.

Il caso di Foucault davanti alla rivoluzione iraniana resta istruttivo.
Il filosofo colse la potenza di una sollevazione che sfuggiva alle categorie occidentali.
Vi riconobbe una spiritualità politica e non desiderava una teocrazia.
Ma la fascinazione per la rivolta antioccidentale indebolì il giudizio sul suo possibile esito clericale, oppressivo, oscurantista.

Saba Mahmood ha posto in forma più rigorosa un problema affine: l’agency[1] non coincide necessariamente con la resistenza e può formarsi anche nell’assunzione disciplinata di norme religiose.
Anche una donna che sceglie una disciplina religiosa può esercitare la propria agency.
È vero. Ma riconoscere l’agency di una persona non impone di sospendere il giudizio sulle norme e sulle istituzioni in cui essa agisce.

 

Qui emerge il rischio più attuale.

Un fondamentalismo può essere reazionario e insieme appartenere a una comunità oppressa.
Un popolo dominato dall’esterno può contenere dominatori al proprio interno.
Donne, giovani, lavoratori, omosessuali, apostati e minoranze non cessano di esistere perché il loro gruppo è subalterno.
Se la causa rende innocente i loro dominatori, costoro scompaiono.

Sorel aveva un soggetto privilegiato, il proletariato, e un mito insurrezionale.
Il woke in principio moltiplica i soggetti e opera soprattutto attraverso linguaggi, norme e riconoscimenti.

Ma confrontandoli si riconosce una tentazione ricorrente a sinistra:
sostituire alla fallibilità della ragione la purezza della posizione;
alla libertà, la virtù della causa; all’universalità incompiuta, il diritto all’eccezione.

Le sirene a volte non cantano solo menzogne.
Sorel vide l’anemia del socialismo parlamentare.
Il woke vede esclusioni che l’universalismo ufficiale ha troppo spesso ignorato.
La seduzione in questi casi nasce proprio dall’elemento di verità.
Il naufragio comincia quando quell’elemento pretende di essere il tutto.

La sinistra oggi non ha bisogno di meno Illuminismo, ma di un Illuminismo esigente e autocritico.
Nessuna civiltà ne è proprietaria.
Nessun oppresso ne è dispensato. 
Gli stessi principi davanti a ogni potere, gli stessi diritti per ogni popolo.
E per ogni essere umano.

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[1] N.d.R.:

in diverse discipline (sociologia, psicologia, filosofia) il termine agency indica la capacità di agire in modo autonomo, di influenzare la realtà con le proprie scelte.

 

 

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