dalla Newsletter n°27 – Agosto 2026
– Maurizio Melani

Continua è stata negli ultimi dieci anni l’evoluzione di equilibri e alleanze in Medio Oriente.
Alla faglia tra Iran e Paesi arabi sunniti si era aggiunta nel 2017 una rottura tra gli altri paesi del Golfo e il Qatar, dotato di grandi capacità finanziarie e di soft power, sede della maggiore base americana in Medio Oriente ma sostenitore con la Turchia dei Fratelli Musulmani in concorrenza con il sostegno saudita a gruppi salafiti e accusato di destabilizzare la regione.
Intanto nel 2018 Trump usciva dall’accordo sul controllo del programma nucleare iraniano con l’effetto di rafforzare gli oltranzisti del regime che hanno arricchito l’uranio ben oltre la soglia consentita dall’accordo stracciato avvicinandosi a quanto serve a produrre la bomba.
I rapporti con il Qatar furono ricomposti nel 2021 con il favore di Trump che cercava anche di ampliare gli accordi di Abramo con Israele. Ma l’Arabia Saudita condizionava l’adesione alla prospettiva dello Stato palestinese rifiutata da Netanyahu. L’attacco terroristico di Hamas del 7 Ottobre e la durissima reazione israeliana bloccarono una possibile evoluzione.
Bin Salman sviluppava intanto la sua visione del ruolo saudita nella regione ed oltre.
Agli stretti rapporti con Washington univa quelli con la Cina, grande acquirente del suo petrolio assai più dell’Europa e degli USA ormai autosufficienti, e avviava in Iraq un dialogo con Teheran.La Cina interessata alla stabilità regionale per i suoi bisogni energetici e di connettività con l’Europa ha mediato la normalizzazione dei rapporti.
Il piano di Bin Salman è rendere il suo paese leader regionale in tutti i campi: diversificazione energetica, sviluppo industriale e tecnologico, IA, armamenti, logistica, corridoi di connettività, dentro una cooperazione inclusiva di Israele, se avviata a soluzione la questione palestinese, e dell’Iran, se cessa la destabilizzazione regionale e previo accordo sul nucleare conforme al TNP a suo tempo osteggiato. Tale disegno egemonico ha prodotto una divaricazione con gli Emirati.
Riad consolidava intanto i rapporti con Qatar e Turchia mentre Abu Dhabi rafforzava quelli con Israele.
Queste divisioni si sono manifestate nel Corno d’Africa, in Yemen, in Sudan, con fazioni locali sostenute da Emirati da un lato e Arabia Saudita, Turchia e a volte Egitto e Qatar dall’altro.
Tra le poste in gioco, per Israele e Iran inclusi, vi sono basi nel Mar Rosso e vicino a Bab el Mandeb.
In Siria vi è una doppia partita tra opposte rivalità: tra Turchia e Iran che caduto Assad ha perso con la Russia il controllo del paese, e tra Turchia e Israele che vi fa incursioni aeree criticate nell’opposizione e dagli americani.
L’attacco di Trump con Israele all’Iran per eliminare il programma nucleare e gli attacchi dei diversi proxy ancora attivi malgrado i colpi subiti (Hezbollah, Hamas, Houti, milizie in Iraq che il Governo di Baghdad non riesce a controllare) ha introdotto ulteriori fattori. Il rovesciamento del regime si è rivelato illusorio.
Con l’uccisione di Khamenei si è rafforzato il potere dei pasdaran rispetto ai religiosi.
La brutale repressione delle opposizioni si è intensificata.
Malgrado il disastro economico in Iran l’enorme superiorità militare americana non ha dato finora la vittoria.
Per eliminare il reciproco blocco di Hormuz con gravi conseguenze per l’economia mondiale è stata avviata una erratica trattativa con Teheran mediata dal Pakistan.
Ai bombardamenti l’Iran ha risposto con missili e droni contro basi americane e impianti energetici nel Golfo, minacciando ora anche basi in Europa.
La scarsa efficacia delle garanzie americane ha indotto Arabia Saudita, Turchia, Pakistan ed Egitto ad un accordo di consultazione e coordinamento nell’aprile scorso.
I primi tre hanno poi concluso in agosto il patto politico-militare della Mecca, aperto ad altri, quale strumento di dissuasione e riequilibrio verso sia l’Iran che Israele.
Con l’auspicio di una presenza americana più affidabile di quanto sia ora, degli europei e della Cina interessati alla stabilizzazione dell’area.
Tutto molto difficile, ma per l’Europa si potrebbero aprire nuove opportunità per contribuire ad una stabilità sostenibile conforme ai suoi interessi se ne avrà la capacità, con le alee delle prossime elezioni nei principali paesi, e se incontrerà le disponibilità di un nuovo governo israeliano e degli altri dell’area.
.

