dalla Newsletter n°27 – Agosto 2026
– Saul Meghnagi
La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.
Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.
Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.
La democrazia nelle società occidentali contemporanee è garantita da architetture istituzionali e sistemi normativi, da una struttura politico-economica, da un sistema di servizi e da altri elementi finalizzati a un equilibrio tra collettività e classi sociali, da una rete di relazioni di comunicazione, dialogo, confronto, coesistenza.
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L’idea sionista. Tra particolarismo e universalismo
Sugli scaffali delle librerie, nel corso degli ultimi due, tre anni, c’è spesso uno spazio dedicato a libri che parlano della guerra in Medio Oriente. La critica alla politica israeliana è prevalente.
Il fatto scatenante, la strage compiuta il 7 Ottobre 2023 a opera del movimento terrorista di Hamas, è scarsamente evidenziato.
Nel dibattito emerge soprattutto la tragedia della distruzione di Gaza: in diversi casi, gli analisti tendono a sottolineare le responsabilità di Israele non limitandosi solo agli ultimi fatti. La cosa è particolare. Può succedere, a volte, che le posizioni su eventi in corso siano tra loro distanti e i giudizi propendano a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti.
Questo è peraltro uno dei pochi, se non l’unico caso, nel quale a essere messe in discussione non sono le azioni di un governo, ma la genesi stessa e l’esistenza dello Stato di cui fa parte. Nel caso specifico di Israele, è posta sotto accusa l’idea fondante della sua nascita, il “sionismo”.
Il significato del termine sionismo, nella sua polisemia storicamente condizionata, è stato delineato, con la consueta lucidità, da Marcello Flores, in un testo del quale abbiamo parlato nei numeri precedenti (M. Flores, Le parole hanno una storia, Donzelli Roma 2025): il sionismo è un movimento politico e culturale, nato alla fine dell’Ottocento, con l’obiettivo di dare una “casa” agli ebrei. (cfr. p. 133 e segg.).
Partendo da tale definizione, può essere forse utile riproporre alcuni riferimenti concettuali che aiutino a ragionare con cognizione di causa sul dibattito odierno senza cadere in schieramenti suscettibili di alimentare il conflitto piuttosto che la ricerca di sue possibili soluzioni. Il confronto si focalizza su due studiosi che hanno indagato sui meccanismi del pensiero sociale e politico –Karl Mannheim e Hannah Arendt– e su due pensatori –Leone Pinsker e Teodoro Herzl– ai quali si deve la prima formulazione dell’idea sionista.
Riguardo ai volumi di questi ultimi, sono importanti le introduzioni, rispettivamente, dello storico David Bidussa e del giornalista Gad Lerner.
Karl Mannheim (1893 – 1947) pubblica nel 1929 il suo lavoro più importante, Ideologia e utopia (edito in Italia da Il Mulino, Bologna, 1999 e attualmente in ristampa) proponendo una distinzione tra la nozione di “ideologia” -quale insieme di idee che consentono di descrivere e giustificare il sistema sociale quale è- e ”utopia” –intesa come orientamento- che mettendo in discussione l’ordine esistente ne prefigura uno nuovo.
Nato a Budapest, professore in Germania durante la Repubblica di Weimar dà vita, con una cerchia ristretta di suoi allievi –tra i quali Hannah Arendt– a un gruppo di studio su un tema comune, l’emancipazione degli ebrei nel diciannovesimo secolo.
Ragionando su questo argomento, perfeziona negli anni successivi (nel 1933, come ebreo è costretto a fuggire dal Paese) il suo impianto concettuale osservando che ogni generazione sviluppa una propria visione del mondo in ragione del contesto, delle diverse relazioni, degli eventi passati e presenti, della propria identità e, in particolare, della propria posizione sociale.
Le idee, per questi motivi, sarebbero condizionate dalla realtà in cui nascono e si sviluppano e, come tali, possono essere analizzate, criticate, accolte o respinte. In prima istanza, è possibile ipotizzare un’evoluzione della nozione di sionismo da “utopia”, come si presenta nella sua genesi di fine Ottocento, a “ideologia”, come si configura quale idea guida della costruzione dello Stato di Israele e come elemento connotativo della sua identità.
Hannah Arendt (1906 – 1975) dissente, peraltro, da quello che può essere considerato uno dei suoi maestri (anche se non importante quali furono Martin Heidegger e Karl Jaspers): nella sua critica a Mannheim anticipa alcuni elementi centrali di quanto scriverà negli anni successivi. Hannah Arendt teme che l’analisi di un’idea basata sulla collocazione del suo sostenitore, possa distogliere l’attenzione dal suo contenuto.
Secondo la studiosa, ricondurre il pensiero alla sfera sociale riduce l’autonomia della riflessione filosofica innescando un circolo vizioso in cui ogni idea viene spiegata esclusivamente in base alla collocazione economica e di classe di chi la formula. Arendt ritiene che questo sia un limite molto serio dell’impianto teorico di Mannheim, in grado di distruggere la possibilità di un esame rigoroso sul giudizio di merito e sulla riflessione concettuale della nozione esaminata.
Per questo, non si ferma alla spiegazione sociologica ma vuole analizzare l’idea stessa nei suoi fondamenti.
La domanda che si pone è come sia possibile pensare criticamente la società senza ridurre il pensiero a un semplice prodotto della società stessa. Hannah Arendt ne scrive nel 1930 in un saggio, oggi reperibile in una pubblicazione italiana (H. Arendt, Filosofia e sociologia, S. Forti (a cura di), Archivio Arendt 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano, 2001, pp 67 -82).
Tali premesse sono utili per la riflessione della studiosa sul sionismo. La sua forte adesione iniziale e il suo lungo impegno in ambito ebraico la porteranno, in seguito, a discussioni vivaci con diversi interlocutori nel suo sforzo di stabilire quale debba essere il legame tra identità specifica e apertura totale verso l’altro: Arendt sostiene di pensare e agire per una comune giustizia e – come afferma con una formula lucida e chiara – per il riconoscimento assoluto del “diritto di avere dei diritti”.
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Il suo articolo dell’ottobre 1945, Ripensare il sionismo (in “Ebraismo e modernità” a cura di Giovanna Bettini, Feltrinelli Editore, 2003, pp. 77-116) a cui si rinvia anche per le discussioni menzionate – è il testo che, rispetto all’ebraismo, al sionismo, a Israele, offre un quadro importante per una riflessione anche sulle dinamiche odierne.
Arendt scrive che il sionismo -come veniva configurandosi nelle politiche del tempo, man mano che si conosceva cosa fosse stata la Shoah- rischiava di dare vita a uno Stato basato su criteri etnici e nazionalistici, escludendo altri popoli e realtà culturali presenti nel territorio di riferimento. Era per questo necessario ricercare soluzioni alternative che garantissero la tutela della identità degli ebrei come popolo senza escludere la stessa possibilità ad altri popoli. L’analisi proponeva, quindi, una rilettura del sionismo alla luce dei diritti umani universali.
Tale accostamento non risultava contraddittorio per l’autrice, che legava l’antisemitismo e la tragedia della Shoah al fallimento di una politica basata su pluralismo, uguaglianza, giustizia. Il concetto centrale risiede nella correlazione memoria storica e responsabilità politica. Questo intreccio, lungi dall’escludere la distinzione di Mannheim tra utopia e ideologia, la valorizza offrendo un’immagine del sionismo in cui la dimensione morale è intrinsecamente legata all’azione politica.
In questa logica, può essere interessante analizzare la proposta editoriale concepita, agli inizi del 1990, da Francesca Bolino, all’epoca redattrice e editor – oltre che autrice – per le edizioni de Il Melangolo di Genova: pubblicare classici del sionismo con una cura di studiosi di diversa formazione professionale.
Da ciò due volumi centrali del pensiero e degli sviluppi del sionismo stesso ristampati di recente: L. Pinsker, Autoemancipazione ebraica, Appello di un ebreo russo ai suoi fratelli (Il Nuovo Melangolo, Genova, 2024, prima edizione de Il Melangolo, 1992, ed. originale 1882) e T. Herz, Lo Stato ebraico (Il Nuovo Melangolo, Genova, 2024, prima edizione de Il Melangolo, 1992, ed. originale 1896).
L’introduzione, come accennato a cura di David Bidussa, al libro di L. Pinsker (pp. 7–21) propone la lettura del termine «autoemancipazione» nella sua dimensione rivolta al futuro. Il pensiero di Pinsker, per Bidussa, va collocato dentro la grande trasformazione inaugurata dalla Rivoluzione francese.
L’emancipazione degli ebrei aveva promesso qualcosa di radicalmente nuovo: l’ebreo poteva diventare cittadino a pieno titolo, senza che la sua appartenenza religiosa costituisse un ostacolo. Ma, nell’esperienza di Pinsker questa promessa entra in crisi.
Gli eventi del 1881-82, l’ondata di pogrom nell’Impero russo, dimostrano che l’integrazione non ha eliminato l’ostilità verso gli ebrei. Nasce da questo presupposto la svolta di Pinsker: piuttosto che suggerire un modello alternativo di integrazione, egli sposta l’asse sul soggetto stesso dell’azione, l’emancipazione non deve più essere concessa dalla maggioranza alla minoranza, deve essere conquistata dagli ebrei in prima persona. Bidussa osserva che il titolo del libretto di Pinsker ha una caratteristica particolare: «nomina l’avvenire».
Non descrive semplicemente una situazione presente, ma contiene un programma e un invito all’azione.
Pessimista sulla possibilità di risolvere la questione ebraica attraverso l’assimilazione individuale, Pinsker sostiene che l’ambiente circostante non sia incline ad accettare tale presenza: pur integrandosi culturalmente e socialmente, l’ebreo continua a essere percepito come un corpo estraneo.
Per questo occorre cambiare il livello del problema: dall’individuo alla collettività ebraica. Bidussa legge Pinsker come una figura di passaggio. Da una parte c’è il vecchio mondo dell’ebraismo dell’Europa orientale, caratterizzato da comunità, ghetti e shtetl, dall’altra c’è la modernità, con emancipazione e cittadinanza. Pinsker scopre che nessuna delle due condizioni, da sola, risolve il problema. La risposta diventa allora una forma di emancipazione collettiva: gli ebrei devono diventare soggetto politico della propria storia.
Il testo di Pinsker è del 1882, mentre quello di Herzl è del 1896, ma Pinsker non è semplicemente un “Herzl prima di Herzl”. Herzl darà al problema una formulazione politica e diplomatica molto più sistematica. Lerner, nell’introduzione a Lo Stato ebraico di Herzl, lo descrive come uomo della modernità europea che non immagina originariamente uno Stato teocratico o una restaurazione religiosa. Delinea un progetto politico nato dalla constatazione che l’antisemitismo non scompare con l’assimilazione.
Lerner evidenzia che in Herzl l’idea dello Stato ebraico è legata a una necessità emancipatoria: ottenere per gli ebrei una totale “parità di diritti”. Sottolinea inoltre la sostanziale laicità di Herzl e il fatto che nel suo scritto evita di fondare il progetto politico su un richiamo biblico. Pinsker parte dal fallimento dell’emancipazione, Herzl dall’impossibilità di risolvere la questione ebraica con l’assimilazione: Pinsker teorizza l’autoemancipazione, interrogandosi sulle sue modalità, Herzl traccia un programma politico focalizzato sulla concreta costruzione di una soluzione istituzionale.
Dalle angolazioni piuttosto diverse dei due volumi emerge come la crisi dell’emancipazione sia il punto di partenza del sionismo e come, dentro la trasformazione di tale crisi, si sviluppi un progetto moderno. È possibile ipotizzare una dialettica tra quanto formulato da Mannheim – la dinamica, applicabile anche al sionismo, tra utopia e ideologia – e quanto sostenuto da Hannah Arendt – la necessità di analizzare il valore di un’idea in relazione al contesto e, nel contempo in base ai principi che lo regolano.
Il sionismo oggi andrebbe, come scrive Arendt, “riconsiderato” per capire la possibile degenerazione di un’idea nel momento in cui viene adottata strumentalmente per giustificare una politica. Il problema del mantenimento di una identità collettiva, senza escludere o misconoscere quella degli altri, è ancora aperto, come quello più generale di integrare e non di opporre, universalismo e particolarismo, diritti universali e diritti culturali. Questo tipo di problema e gli interrogativi connessi vanno posti senz’altro a Israele e a chi ne sostiene la legittimità e i diritti.
Va nel contempo posto all’Occidente e alla sua incapacità di governare le diversità culturali al suo interno, anche quando sono affermati in Carte costituzionali democratiche. Va posta a tutto il mondo orientale, in particolare, rispetto al Medio Oriente, a quello islamico con il quale il dialogo deve continuare delineando forme future di contiguità tra comunità, religioni e tradizioni diverse.

