Letture & Riletture – maggio 2026

VOLUMI 2026 05 testata

dalla Newsletter n°24 – Maggio 2026
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Saul Meghnagi

La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.

Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.

Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.

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“Israel: What Went Wrong?”

Omer Bartov è uno storico israeliano. Tra i massimi esperti degli studi sulla Shoah ha contributo all’analisi dei rapporti interetnici e, in relazione a questi, del razzismo e dell’antisemitismo. Le sue indagini, coerentemente con la sua formazione disciplinare, propongono una disamina dei problemi del presente senza considerarli una meccanica conseguenza di fatti remoti, il cui sviluppo avrebbe potuto essere diverso. Questo metodo è alla base del suo recente lavoro il cui titolo originale è Israel: What Went Wrong?.

VOLUME - Israel What Went WrongVOLUME - Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio. La sconfitta morale di Israele

La pubblicazione italiana ha modificato il titolo trasformandolo in “Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio. La sconfitta morale di Israele” (Laterza, Bari – Roma, 2026 ed originale 2026). È una scelta discutibile in quanto lega i termini sionismo e genocidio, lasciando supporre erroneamente che il secondo sia una “ineludibile” conseguenza del primo.

Bartov – il cui libro si apre con una dedica dell’autore al proprio padre “l’ultimo sionista” – usa il termine “genocidio” ma non cade in questa trappola, alla quale rischia di indurre il titolo italiano del volume. Ha un intento diverso. Pur nella durissima critica alla politica israeliana, soprattutto negli ultimi anni, pone domande lucide e sofferte: come è stata possibile la trasformazione dell’idea sionista? Come è stato possibile che tale nozione, fondata sul principio di emancipazione ebraica, sia richiamata da gruppi che l’assumono quale ideologia etnonazionalista?

Come è possibile che – in base a tale definizione distorta – venga accettata l’idea di un’occupazione che non consentirà una convivenza tra gruppi diversi per cultura e religione? Come può essere avviato un processo teso alla soluzione pacifica di un conflitto lungo e logorante per entrambi i contendenti?

Queste domande sono il filo rosso di una lettura degli eventi che portano progressivamente ad affermare che nessuna delle parti potrà vincere, se l’idea guida – comune agli estremisti di entrambe le parti – sarà quella di poter essere i padroni esclusivi “dal fiume al mare” del territorio conteso. Il capitolo conclusivo del volume fa proprio il rifiuto di questa posizione e ipotizza dei percorsi atti a perseguire l’obiettivo di una pacificazione, seppur difficile e necessariamente lunga, per ragioni politiche e culturali.

VOLUME - Emozioni antidemocratiche. L’esempio di IsraeleTale ultimo aspetto è analizzato con rigore ed efficacia da Eva Illouz (con Avital Sicron) in un volume (Emozioni antidemocratiche. L’esempio di Israele, Castelvecchi, Roma 2024, ed originale 2023) sul quale è utile soffermarsi essendo questo testo un utile complemento del precedente. Anche in questo caso, la traduzione italiana del titolo straniero – The Emotional Life of Populismo. How Fear, Disgust, Resentment, and Love Undermine Democracy – non dà correttamente conto del contenuto.

Le nozioni che l’Autrice vuole affrontare, il sovranismo, il suprematismo e, soprattutto il populismo, sono parte di un processo non limitato all’ambito israeliano ma di più ampio respiro.

Eva Illouz, sociologa presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, è stata a lungo in Israele, come docente presso l’Università di Gerusalemme e come Presidente dell’Accademia di Belle Arti Bezalel di Tel Aviv. L’Autrice, analizza il populismo che, osserva la studiosa, “non è di per sé fascismo, ma piuttosto una tendenza fascista, una linea di forza che spinge il campo politico verso orientamenti regressivi e predisposizioni antidemocratiche” (ivi p.14).

Il testo chiarisce la specificità di Israele dove “la politica populista ha ricodificato tre potenti esperienze sociali: la prima è da ricercarsi nei vari traumi collettivi vissuti dagli ebrei nel corso della loro storia, compresa la nascita dello Stato, che ha comportato una guerra con le potenze coloniali britanniche e i Paesi arabi circostanti. Questi traumi si sono tradotti in una paura generalizzata del nemico. La seconda potente esperienza sociale è la conquista della terra, che dal 1967 è diventata sempre più oggetto di intense lotte ideologiche sulla natura del nazionalismo israeliano.

L’occupazione genera pratiche emotive di separazione e persino di disgusto tra i vari gruppi della società israeliana. La terza esperienza sociale, che alimenta la forte emozione del risentimento, è la perdurante condizione di discriminazione ed esclusione dei mizrahim, gli ebrei provenienti dai Paesi arabi o i cui genitori hanno origini arabe. Il risentimento ha provocato a sua volta una radicale trasformazione della mappa politica, spostandola verso l’estrema destra. Queste tre cosiddette emozioni negative (paura, disgusto e risentimento) sono tutte trascese dall’amore per la nazione e /o il popolo ebraico” (ivi pp. 22 e 23).

“L’autoritarismo – scrive ancora l’Autrice – è legittimato dalla paura, mentre il nazionalismo conservatore (la visione di una nazione fondata sulla tradizione e sul rifiuto dell’estraneo) si nutre di disgusto, risentimento e un amore accuratamente coltivato per il proprio Paese” (ivi p. 27).

L’evocazione incessante dell’annientamento di Israele alimenta, secondo la Stessa, la paura, che si nutre di un miscuglio di fatti e finzioni, impossessandosi dell’arena politica, del dibattito e delle modalità di gestire relazioni e visioni di un possibile futuro.

Campelli EnzoCome ha chiarito in modo efficace Enzo Campelli (La paura cattiva. Risentimento e identità nelle società contemporanee, Carocci Roma, in corso di stampa) facendo riferimento al contesto sociale più ampio – “la paura del momento presente…è una paura cattiva: non perché si contrapponga a qualcosa…[ma]…perché, stanca di denotare uno stato di sudditanza, è passata all’attacco, mobilitandosi nella caccia di colpevoli veri o presunti da colpire.

Una paura cattiva perché non cerca composizioni, soluzioni o rasserenamento: piuttosto cerca vendette, castighi da impartire e rivalse da consumare con clamore ed evidenza… Una paura violenta, carica di risentimento e definitivamente aggressiva, che ha assunto la forza di una struttura sociale autonoma, capace di orientare politiche e di ispirare movimenti collettivi”

Il tema, per ciò che attiene diversi paesi europei, sembra avere questa connotazione quando si discute del Medio Oriente. Il discorso appare deformato da tesi pregiudiziali e da un’ostilità spesso confusa e grossolana (si veda ancora E. Illouz, Le 8 Octobre. Gènèalogie d’une haine vertueuse, Gallimard, Parigi, 2024) tesa a giudizi di condanna univoca verso Israele ed ebrei.

Come documenta, in modo puntuale, Gadi Luzzatto Voghera (Sugli ebrei. Domande su antisemitismo, sionismo, Israele e democrazia, Bollati Boringhieri, Torino 2024) tale processo è in atto anche nel nostro Paese.

VOLUMI 2026 05 ARTICOLO

Da tutto ciò, l’apprezzamento per un tentativo interessante, operato dal giornalista Zuahir Louassini, con un libro on line (Chi ha paura della pace? Israele e Palestina: interessi e poteri dietro la guerra infinita, Indipendently published, 24 settembre 2025) che percorre le diverse tappe con le quali si è cercato, nel corso negli ultimi decenni, di ricomporre il conflitto, cercando di decodificare le molte contraddizioni del Medio Oriente. Il testo – pur affrontando in via prioritaria temi politici, economici, militari – non ignora il grande malessere sia dei contendenti sia di coloro che sono testimoni di quanto sta accadendo.

L’attenzione ai termini usati appare anche per questo essenziale: valutazioni e giudizi su una dinamica complessa vanno costruiti attraverso una disamina lucida e una responsabilità politica piena.

“Crimine contro l’umanità”, “genocidio”, “crudeltà”, “criminale di guerra”, “autodifesa”, “reazione proporzionata”. Queste sono solo alcune delle parole – scrivono Marcello Flores ed Emanuela Fronza in un recente volume (Caos. La giustizia internazionale sotto attacco, Laterza, Bari Roma, 2025, p. 3) – che attraversano e sostanziano i contesti di guerra del nostro tempo.

È soprattutto la parola “genocidio” a polarizzare e dividere il discorso pubblico. Una parola “magica”, l’aveva definita Antonio Cassese “perché si crede che il solo fatto di pronunciarla risolva tutto. Ma non è così”.

Parlando della sua formalizzazione ci si trova di fronte a due tragedie, due dolori, due sradicamenti due sofferenze, due forme di ostilità e di odio reciproco, due memorie e due storie ma,  “al di là delle notevolissime differenze specifiche la memoria e la sua  formalizzazione nella storia, l’opinione pubblica e i suoi orientamenti, il processo e i processi di memoria – scrivono Marcello Flores e Emanuela Fronza – dialogano e si influenzano reciprocamente a fondo, anzitutto perché condividono alla radice delle loro dinamiche… l’efficacia fondamentale, politica, della parola pubblica” (ivi, p 141).

Per questo, si vuole che ogni parola sia non solo chiara e precisa, ma anche attenta nel non ferire ulteriormente sensibilità e sentimenti, consentendo un’evoluzione positiva del confronto, del discorso, della ricerca di percorsi possibili di composizione.