dalla Newsletter n°23 – Aprile 2026
– Saul Meghnagi
La rubrica si propone di presentare idee, suggestioni, indicazioni utili al dibattito in corso sul conflitto in Medio Oriente e all’analisi che guida l’azione di “Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati”.
Intende farlo utilizzando pubblicazioni recenti e meno recenti, per porre domande su problemi complessi.
Non si tratterà quindi di recensioni, pur suggerendo letture ritenute importanti.
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Assumere un nuovo paradigma?
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“Dal fiume al mare”, di Widad Tamimi (Feltrinelli Milano 2026), è un libro sincero, onesto, doloroso, coinvolgente.
È un testo utile per ragionare sulla necessità di tenere conto dei sentimenti che raccontano della vita, della morte e, soprattutto, dello sradicamento e della fatica di costruire una rappresentazione della realtà che ne spieghi, o almeno aiuti a capirne, le ragioni.
Figlia di un padre palestinese e di una madre con origini ebraiche, la Tamimi vive e racconta tutto questo, dando, allo stesso tempo, una propria descrizione di fatti storici, offrendo un possibile punto di partenza per un confronto necessario se si vuole ricomporre un conflitto che ha radici profonde e che ha bisogno di molta lucidità e volontà di dialogo: è infatti innegabile che le “controparti” hanno una diversa esperienza e idea su quanto accaduto.
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La Tamimi si colloca nella linea di pensiero di una figura di rilievo della cultura palestinese, Edward W. Said, che – partendo dalla constatazione che il conflitto tra israeliani e palestinesi non può essere risolto senza un’intesa tra le parti – osserva che non “sarebbe moralmente accettabile chiedere agli israeliani di ritirarsi da tutto il territorio della precedente Palestina, ora Israele, trasformandosi in rifugiati come i palestinesi…”
“Non può essere giusto – scrive lo studioso – privare un intero popolo del suo paese e del suo retaggio. Anche gli ebrei rappresentano una di quelle comunità che ho definito “sofferenti” e portano con sé l’eredita di una grande tragedia…” (Umanesimo e critica democratica, Il Saggiatore, Milano, 2007, ed originale 2004, p.163).
Sia per i palestinesi sia per gli israeliani non c’è un luogo in cui tornare, la Palestina è una terra di entrambi e la pace si realizzerà se troveranno forme di convivenza e se entrambe le parti ricercheranno una via d’uscita nella quale ci sia un Israele che nessuno voglia distruggere e una Palestina che venga accettata da tutte le parti.
Partendo da questa premessa, sono tre i punti sui quali – nel pieno rispetto per l’insieme di ferite profonde e durissime di tutte le parti in causa, ma dissentendo dalla Tamimi – va fatta chiarezza: il primo è quello di un’associazione meccanica tra sionismo, Shoah e nascita di Israele; il secondo è quello di non ignorare la fuga o la cacciata degli ebrei dal mondo arabo, dove oggi – fatte salve rare eccezioni, numericamente modeste – non esistono più comunità ebraiche; il terzo è quello della anomala trasmissione giuridica, da genitori a figli, della condizione giuridica dei rifugiati palestinesi.
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Per quanto riguarda il primo tema, va osservato che l’inizio del sionismo è legato, in particolare, ai pogrom della Russia presovietica, all’antisemitismo dell’ Affaire Dreyfuss e, solo in seguito anche allo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti e dei fascisti. Il Sionismo scrive uno degli studiosi più accreditati sul tema (G. Bensoussan, Il sionismo. Una storia politica e intellettuale, Einaudi, Torino 2007) è un movimento liberale, politico e culturale che nasce alla fine del XIX secolo, e che ha come obiettivo il dare vita a una “casa per ebrei” nel territorio della Palestina antica.
Come tutti i movimenti a vocazione nazionalista si sorregge su un’idea originaria volta a identificare la nazione (o il popolo) con un territorio geografico. Risulta, inoltre, costituito da varie anime ideologico-politiche anche in netto contrasto tra loro (come avvenuto nel corso del Risorgimento italiano con la presenza di diverse componenti e figure, da Mazzini a Cattaneo, da Garibaldi a Pisacane, prevalentemente repubblicani, da Gioberti a Cavour.
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In ogni caso, il sionismo, agli inizi del Novecento, ha un consenso modesto in occidente e ad est: gli ebrei sono una parte costitutiva dei paesi in cui vivono e partecipano attivamente dello sviluppo delle stesse società, senza esprimere una volontà di emigrare. In Italia, per esempio nei primi decenni del Novecento, non c’è un’adesione significativa a questo movimento.
Inoltre, osserva M. Flores (Le parole hanno una storia, Donzelli, Roma, 2025, pp. 133 -151) il movimento sionista è, inizialmente, espressione di una componente laica. I religiosi ebrei più radicali non condividevano l’idea che si potesse dare vita a una realtà politica statuale se non per volontà divina.
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Per quanto riguarda il secondo punto, la fine, pressoché totale, delle comunità ebraiche nel mondo arabo, va sottolineato come non sia corretto considerarla una conseguenza della nascita dello Stato di Israele, secondo una vulgata diffusa.
La condizione ebraica nel modo islamico non è stata idilliaca: Vittorio R. Bendaud (La stella e la mezzaluna, Guerini, Milano 2018) chiarisce il carattere complesso e non semplice della relazione tra musulmani ed ebrei.
Gli ebrei vivevano, nel mondo islamico, sottomessi ai musulmani, secondo le regole riservata ai “dhimmì”, i testimoni del Libro (si veda al riguardo il saggio di S.Taji Farouki, Islam e religioni nel confronto globale, in R. Tottoli (a cura di) “Islam”, Einaudi, Torino 2009, pp.399-431).
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L’esodo nello scorso secolo di circa novecentomila ebrei – dopo uccisioni e disordini avvenuti in diversi Paesi arabi e reiterati nel tempo – è il risultato di questa discriminazione, e solo in parte di una scelta sionista: non a caso, se molti emigrano in Israele, non avendo altre scelte, una componente importante si mosse verso l’Europa o verso altri continenti.
La subalternità giuridica – al di là di momenti di convivenza pacifica – è alla base di un abbandono, più o meno obbligato, dai loro luoghi di nascita, di residenza, di cultura.
L’idea, condivisa da molti, secondo la quale gli ebrei sarebbero arrivati in Palestina per fuggire dalle persecuzioni in Europa, prima, durante e dopo la Shoah, o perché mossi dall’ideologia sionista, è oggettivamente piuttosto riduttiva rispetto alla realtà.
Una comunità ebraica in Palestina c’è sempre stata. La maggioranza degli ebrei in Israele discende da persone immigrate da paesi mediorientali o nordafricani; il 45 per cento degli ebrei israeliani si considera mizrahì, di origine mediorientale. A questi occorre aggiungere il 3 per cento di origine etiope, un 8 per cento di origine “mista”, ovvero comunque mizrahi. Da ciò una conseguenza odierna: soltanto il 44 per cento degli ebrei israeliani – che corrisponde al 35 per cento della popolazione israeliana nel suo complesso – è di origine europea.
Tra questi, si stimano circa 1.200.000 persone (più meno il 15% della popolazione israeliana) provenienti dall’ex Unione Sovietica, ebrei solo in parte da un punto di vista religioso ebraico tradizionale (si veda, su questi dati, la sintesi offerta da Anna Momigliano, Fondato sulla sabbia, Garzanti, Milano 2025). La dinamica demografica, in quel contesto, è alla base di un quadro complessivo non semplice da cogliere, ma tale da suggerire di non ridurre l’analisi al solo collegamento, in parte presente, tra dinamiche proprie della storia europea e nascita di Israele.
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Per quanto riguarda il terzo punto, la posizione giuridica odierna dei palestinesi, si può osservare che il 20 per cento della popolazione israeliana è costituito prevalentemente da arabi, cristiani o mussulmani, che godono di piena rappresentanza e sono presenti nel Parlamento di Israele. Diversa è la condizione – penosa e prolungata nel tempo in molti ambiti territoriali confinanti con Israele – dei rifugiati palestinesi nei paesi arabi, che, in genere, non hanno ritenuto di doverla affrontare con un processo di naturalizzazione e acquisizione di una nuova cittadinanza.
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Decisiva la creazione nel 1948 dell’UNRWA, dedicata esclusivamente agli allora 6/8 centomila rifugiati palestinesi, fuori dal sistema UNHCR che invece assiste gli altri rifugiati del mondo (oggi circa 90 milioni).
Con regole diverse, l’UNRWA ha consentito un’anomala trasmissione da genitori a figli dello status giuridico di rifugiato, con un incremento esponenziale del numero degli stessi, oggi calcolati in circa 5 milioni. Questa condizione ha un carattere unico nel panorama internazionale ed è, evidentemente diversa per esempio da quella di numeri importanti di profughi europei dopo la Seconda guerra mondiale e degli ebrei provenienti dal mondo arabo che hanno deciso di non emigrare in Israele. (M.G. Steinberg, The perpetual refugee. UNRWA the Exception of the Rule, Cambridge University press, Cambridge, 2024).
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Per comprendere le dinamiche odierne occorre tenere presenti tutti gli aspetti sopra menzionati, ragionare su un’epoca storica che ha visto il trionfo della forma politica degli Stati-nazione, il nazionalismo come ideologia dominante, la colonizzazione europea, tra Ottocento e Novecento, e la decolonizzazione postbellica, le rivendicazioni di diritti civili e del riconoscimento delle diversità come oggetti di discussione. Siamo di fronte a una “democratizzazione della memoria culturale”, che, in Occidente, incide sulle forme della partecipazione politica, della condivisione di idee, di conflitti. Sulla scia di una disamina, focalizzata solo sulle emozioni, legate alla scia di morti di una tragedia tuttora in corso, si rischia di associare e confondere Shoah e Nakba. I due eventi, per le ragioni esposte, vanno trattati separatamente per il momento storico, i protagonisti, le responsabilità. È importante cercare di capire che sofferenze, risentimento, se non odio reciproco sono presenti nei sentimenti più profondi di coloro che si combattono avendo vissuto esperienze di sradicamento diverse, anche se non del tutto prive di analogie.
È altrettanto importante ragionare sulla possibile diversa lettura dei fatti. In questa sede si è cercato di farlo, esprimendo una critica alla descrizione degli eventi presente nell’autobiografia – commovente e delicata – della Tamimi.
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La ricerca di possibili e accettabili compromessi impone di tenere conto di tutti gli elementi di una storia complessa: quella di tutti gli ebrei israeliani – quelli europei per i quali la Shoah è un ricordo “di famiglia”, quelli che provengono dal mondo islamico, quelli che vengono o fuggono da altre parti del mondo – e quella dei palestinesi, la cui specificità è intrinsecamente legata alla propria storia sofferta. E specifica rispetto all’insieme del mondo arabo confinante.
Bisogna, per questo, affiancare all’esame delle dinamiche politiche nazionali e internazionali, l’analisi delle costruzioni identitarie nella loro evoluzione, parlando delle storie remote e non solo di quelle recenti; non limitare la discussione solo a questioni territoriali ma alla geografia dell’area che ha subito, tra Ottocento e Novecento, trasformazioni epocali; ragionare sulle narrazioni su cui fondano le esperienze e le motivazioni dei contendenti, sulle loro costruzioni culturali, sulle loro fonti di valori, sulle letture del passato. Tuttavia, questo non sembra bastare.
Date queste premesse, ai fini di un discorso di pacificazione – senza cadere in un rifiuto di quanto la cultura occidentale ha prodotto in termini di democrazia e di diritti civili – è necessario porsi rispetto all’Oriente non considerandolo come un blocco unico, senza diversità, privo di sfumature, un insieme omogeneo. Questa impostazione fa sì che il ragionamento non si concentri esclusivamente sui due contendenti, ma consideri che è nell’ambito dell’Europa e delle sue politiche la fonte del conflitto in corso.
Si evita la distorsione solo assumendo un nuovo paradigma: abbandonare interpretazioni e giudizi troppo spesso fondati su una cultura politica eurocentrica, che guarda le dinamiche in atto come fossero estranee al Medio Oriente stesso, come non avessero avuto uno sviluppo proprio, autonomo, come fossero la conseguenza meccanica dell’azione dell’Occidente che ha contribuito a creare nazionalismo, colonialismo, razzismo, antisemitismo.
Il giudizio, spesso, partigiano – svolto da analisti, quasi tutti gli occidentali, con relative differenze tra loro in base alle posizioni politiche – volto a stabilire quale sia l’unica vittima e quale il carnefice rende impossibile la soluzione di un conflitto nel quale si confrontano torti e ragioni, non ascrivibili esclusivamente alle due parti in causa, ma, in misura significativa anche a chi si erge a “giudice”.
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