Camminare sul filo: riconoscere il conflitto e costruire la pace

2011 05 15 NAPOLITANO PERES bassa

dalla Newsletter n° 9 – Febbraio 2025

Alessandra Tarquini

 

Riconoscere l’esistenza di due ragioni contrapposte è un esercizio difficile. Il diritto di Israele ad esistere e a condurre una vita in pace e quello del popolo palestinese ad avere una patria autonoma, sono legittimi e sono alla base di uno dei conflitti internazionali più difficili della seconda parte del Novecento. Entrambi derivano dal principio di autodeterminazione dei popoli affermato dal Presidente americano Wilson dopo il primo conflitto mondiale e sancito dalla Carta delle Nazioni Unite nel 1945.

Spesso ricordiamo che Sinistra per Israele è nata dopo la guerra dei Sei giorni quando i rapporti fra l’una e l’altro erano entrati in crisi. Si afferma che da allora le relazioni cambiarono perché Israele occupò una porzione di territorio quasi sei volte più grande di quello indicato dall’Onu nel 1947. I palestinesi divennero il simbolo della lotta contro l’imperialismo, l’espressione di quel terzomondismo che costituì una delle piattaforme politiche della sinistra e della protesta giovanile di tutto il mondo. In realtà, non è vero che la guerra dei sei giorni segnò uno spartiacque, come spesso si ripete. Lo fu senza dubbio nelle relazioni fra Israele e i suoi nemici, perché la politica dei palestinesi cambiò e perché gli scenari internazionali modificarono il mondo. Non lo fu nelle relazioni fra la sinistra e gli ebrei.

Pochi anni dopo la nascita dello Stato ebraico, accolto con entusiasmo da tutti i partiti, socialisti e comunisti divennero dichiaratamente filoarabi. Addirittura, negli anni Cinquanta, di fronte al risorgere dell’antisemitismo in Urss e nelle democrazie popolari, e alla condanna di molti ebrei accusati di cospirazione sionista, il Psi e il Pci sui loro giornali difesero l’operato del Cremlino. Di fatto, solo il Psi di Nenni al governo espresse una politica amica dei laburisti israeliani, fondatori e classe dirigente dello Stato nato nel 1948. Le logiche della guerra fredda e l’ostilità verso un paese amico degli americani ebbero la meglio. E del resto, indipendentemente da Israele, una sorte simile toccò alla memoria dell’antisemitismo. Fino al processo contro Adolf Eichmann nel 1961, la sinistra partecipò a quel processo di rimozione collettiva del genocidio degli ebrei. Si aprì allora una finestra per sconfiggere l’indifferenza dominante, ma fu uno spiraglio che si chiuse di nuovo negli anni Settanta. Di Shoah si tornò a parlare alla fine degli anni Ottanta.

Il Pci non aveva mai voluto avere rapporti con i laburisti israeliani. Iniziò a costruirli alla metà degli anni Ottanta quando si diffuse nel Partito un diverso modo di considerare Israele, il sionismo e la questione ebraica. Nell’ottobre del 1986 il viaggio di Giorgio Napolitano rappresentò una nuova fase di questa storia. All’Università di Gerusalemme, il futuro presidente della Repubblica ricostruì i rapporti fra i comunisti italiani e Israele non omettendo le ragioni di conflitto, motivando il tradizionale sostegno all’Olp, ma anche mostrando che il suo Partito mostrava una nuova disponibilità. Nel frattempo, Bettino Craxi era ormai uno degli alfieri della causa palestinese, amico personale di Yasser Arafat, inviso a buona parte della comunità ebraica italiana.

Da parte sua, ricordando il quarantesimo anniversario della nascita di Israele, nel 1988, il quotidiano il «Manifesto» paragonò lo Stato ebraico al regime nazionalsocialista, come aveva fatto in occasione di tutti i conflitti arabo-israeliani.

Su «Rinascita», invece, uscì uno speciale con il titolo Israele, il futuro di due popoli.
Nel 1991 «l’Unità» intervistò Furio Colombo, autore del volume Per Israele.

L’aveva scritto – così dichiarò – per rendere il dovuto omaggio alle ragioni «misconosciute, omesse, dimenticate». È morto pochi giorni fa. Era stato fra i principali artefici dell’istituzione della Giornata della Memoria, primo firmatario della relativa proposta di legge. Dunque, da sempre ascoltiamo diverse sinistre e diverse storie.

Poi arrivò Oslo e tutti sperarono che la leadership palestinese e i laburisti israeliani, sotto l’egida della Presidenza Clinton, avessero posto le basi, per una soluzione pacifica. Sappiamo che non andò così e che dal 2000, dal rifiuto degli accordi proposti dal premier Barak e rifiutati da Arafat, abbiamo assistito ad una discesa nel buio che ha visto da un lato l’occupazione sistematica della Cisgiordania; la vittoria di una destra radicale non priva di elementi islamofobi e razzisti, e dall’altro, a Gaza lasciata dagli israeliani, nel 2006 il gruppo terroristico di Hamas ha vinto le elezioni con un colpo di Stato. Hamas ha dichiarato di voler eliminare Israele e ha provato a farlo il 7 ottobre 2023 nel più grande massacro antisemita compiuto dopo la Seconda guerra mondiale, con uno stupro di massa senza precedenti.

E allora come non comprendere quanti in Israele e fuori diffidano della soluzione due popoli e due Stati? E, per le ragioni opposte, come non vedere che la politica israeliana ha reso impossibile la nascita di una Cisgiordania palestinese? In Italia e in Europa, un’Europa assente, ascoltiamo voci diverse. L’unica possibile è quella che riprenda il filo da dove si è interrotto, da Oslo. Quella di una sinistra che combatte la destra israeliana, ma che è anche diversa da quanti in questi mesi hanno accusato Israele di genocidio, come hanno sempre fatto, esprimendo posizioni in cui il confine fra antisionismo e antisemitismo è inesistente. Rabin diceva: «combatteremo il terrore come se non ci fosse la pace, faremo la pace come se non ci fosse il terrore».