La Resistenza

dalla Newsletter n°12 – Maggio 2025

Luca Alessandrini

 

Ottanta anni, un tempo lunghissimo, l’equivalente di quattro generazioni, ci separano dai giorni e dai mesi, dalle persone e dalla società, dagli accadimenti e dai pensieri della Resistenza. Perché ricordiamo un tempo tanto lontano e ci sentiamo invece autorizzati a lasciare scivolare nell’oblio o a ignorare del tutto fatti storici ben più recenti?

Con la Resistenza si è giocato un passaggio epocale, la cui importanza, la cui densità, il cui peso specifico, per dire così, sono tali che il suo significato è indipendente dagli esiti. Ovvero, non è tanto importante che il mandato, i progetti, le idee o anche, se si vuole, le utopie di allora siano state realizzate e in quale misura – e lo sono state in modo decisivo con le costituzioni antifasciste – quanto il fatto che esse siano state concepite ed espresse, e come lo sono state. Avendo contezza che tutto ciò si è consumato non in una sede di pura speculazione, ma in un contesto di guerra totale.

La Resistenza è un fenomeno complesso che segna la storia di tutta la società europea e costituisce la comune radice democratica dell’Europa occidentale. Essa si sostanziò nella opposizione al fascismo e ai fascismi, dove questi avevano preso il potere o lo avevano ricevuto, in forma di governi collaborazionisti, in seguito alla guerra di conquista e all’occupazione condotta da Germania nazista e Italia fascista.  Il rifiuto delle ideologie e dei regimi totalitari fascisti e la tensione verso la libertà – nazionale, politica, individuale – verso la giustizia e verso la democrazia, nelle diverse accezioni prodotte dalle diverse grandi correnti di pensiero del Novecento, hanno accomunato le diverse resistenze europee. Per contrastare e superare il fascismo le grandi culture politiche decisero di incontrarsi e confrontarsi nella Resistenza che si sviluppò in tutte le nazioni occupate, in forme spontanee ed in forme organizzate, come lotta armata e come rifiuto ad obbedire, come solidarietà ed aiuto ai perseguitati per motivi politici e razzistici, come sostegno alle operazioni belliche delle potenze democratiche e come costruzione di un nuovo orizzonte politico. Essa riuscì a svilupparsi e a continuare ad esistere e a crescere nonostante la repressione più dura e le condizioni di terrore nelle quali doveva vivere.

I fascismi, dei quali l’italiano è il capostipite, avevano rappresentato un formidabile pericolo per tutta l’Europa nel periodo tra le due guerre mondiali. Essi erano diffusi in tutti i paesi, dove giunsero al potere e se ne impadronirono, dove rimasero forza di minoranza; costituivano un pericolo per la loro aggressività, ma anche per i diversi motivi di fascino che sapevano esercitare e che procuravano loro una certa quota di consenso. Il fascismo non era soltanto una forza politica di destra reazionaria, esso rappresentava un fenomeno nuovo, un salto di qualità che lo distingueva da tutte le teorie e i sistemi politici dispotici precedenti, una ideologia che coniugava anti-illuminismo e modernità. I fascismi si proponevano come un nuovo modo di governare la nuova società di massa, che era venuta formandosi nell’ultimo quarto del secolo precedente e che si era manifestata nel suo aspetto più atroce negli affollati eserciti a reclutamento universale maschile che avevano combattuto la Grande Guerra e che erano morti a milioni. Il vecchio liberalismo sembrava ritrovarsi impotente di fronte al nuovo mondo e non dava risposte a un popolo di reduci, molti dei quali mutilati o con gravi invalidità, di disoccupati, di persone preoccupate e spaventate. Il socialismo profetizzava la giustizia sociale, l’emancipazione delle classi subalterne, ma non conosceva successi se non molto parziali, mentre la Rivoluzione russa deflagrava diffondendo aspettative di riscatto nelle masse proletarie e grandi timori nelle borghesie. Il fascismo si poneva come una terza soluzione, come i socialisti si rivolgeva alle masse, ma sostituiva la categoria di classe con quella di nazione, la cui concezione, di ascendenza imperialista, prevedeva un popolo come un tutto unitario, di cui si costruiva il consenso, con la forza, con le seduzioni e con gli inganni, in una condizione di sudditanza e di organizzazione gerarchica che rifiutava i principi di eguaglianza e di libertà.

Uno dei caratteri del fascismo che la Resistenza ha dovuto affrontare e risolvere consisteva nella semplificazione, e nella più elementare delle semplificazioni, la violenza. Di fronte ai conflitti che sono propri della società di massa, il fascismo ne eludeva complessità e complicazioni per ridurre tutto sul piano dello scontro, trasformando in tal modo il conflitto in guerra e dunque nell’esercizio della violenza contro i “nemici”.

La Resistenza operò esattamente su questo campo nel vivo della sua azione, tutt’altro che confinando la questione alla dimensione teoretica, ma promuovendo il conflitto ad uno dei protagonisti essenziali della vita del sistema democratico; lo fece tanto a partire dalla capacità di mediazione tra i diversi partiti e correnti politiche che costituivano la compagine dei Comitati di Liberazione Nazionale, quanto nella conduzione stessa della lotta armata. Conflitto e mediazione politica – che non consiste nel semplice compromesso, ma in una costruzione nuova esito dello scambio – furono elementi centrali della vita dei Comitati di Liberazione Nazionale (Cln) dell’Italia occupata e di quella libera, e innervarono dopo la guerra il processo di elaborazione democratica che si svolse nel paese ed in due straordinarie sedi: prima la Consulta Nazionale ed in seguito l’Assemblea Costituente, fino ad essere ricompresi nella nuova Carta fondamentale della Repubblica.

La Resistenza aveva tra i suoi obiettivi il completamento del Risorgimento, tanto che per vie separate sia comunisti che azionisti avevano la coniato la parola d’ordine e avevano proposto come categoria interpretativa “Secondo Risorgimento” per ciò che stava accadendo. Come nel primo Risorgimento si lottava contro uno straniero che sosteneva governi autoritari potendo contare sugli austriacanti, così il secondo contro gli occupanti tedeschi e la complice dittatura italiana da questi mantenuta. E la scelta stessa della guerriglia, la guerra partigiana, risale a Mazzini: “È d’uopo ricorrere ad un altro metodo di guerra. È d’uopo trarlo per così dire dalle viscere della nazione, dalle condizioni d’un popolo insorto (…), la guerra per bande”, l’idea di una sorta di nemesi dal basso attraverso la guerra per bande – un secolo dopo, davvero di “popolo insorto” – che attraversa la Resistenza.

La guerra partigiana è stata fondamentale nella costruzione della nuova Italia democratica per tre motivi, tutti di importanza cruciale: la dimensione tecnico-militare, le azioni concertate puntualmente o per indirizzi generali con gli Alleati; il riscatto del paese di fronte alle altre nazioni del mondo, dopo che l’Italia fascista aveva condotto per anni una violenta propaganda contro le democrazie, aveva proclamato la legislazione antisemita, mosso guerre di aggressione, anche di sterminio, anche razziste era necessario dimostrare che esisteva un’altra Italia, quella antifascista, e dimostrare che era credibile; ed infine la notissima enunciazione di Mazzini, ecco il Risorgimento che torna a bussare alla porta della coscienza civile dei cittadini italiani: “Più che la servitù temo la libertà recata in dono”.

Gli italiani – gli europei – dovevano dimostrare, innanzitutto a sé stessi, di essere in grado di prendere in mano il proprio destino, dovevano segnare un passaggio, scandire una svolta radicale, che trovava il suo compimento nell’insurrezione, verso la quale sempre tese la Resistenza italiana più di altre, perché doveva riscattarsi dall’ignominioso passato fascista. È più che esplicito nel motto di Giustizia e Libertà, coniato da Emilio Lussu, “Insorgere! Risorgere!”, e nell’antifascismo cattolico con il motto del giornale clandestino delle Fiamme Verdi, “Non esistono liberatori, solo uomini che si liberano”.

Due forme di Resistenza numericamente molto consistenti sono state senza armi, eppure determinanti: i soldati, che si disperdevano a decine e decine di migliaia dopo l’armistizio, furono assistiti, vestiti dalle donne con gli abiti civili dei mariti, dei figli o dei genitori perché avessero più possibilità di sfuggire alla cattura da parte delle forze tedesche. Compivano un gesto spontaneo che al significato umano assommava quello di estraneità e di netta opposizione alla logica della guerra che il fascismo aveva imposto, producendosi in una sorta di soccorso impetuoso e corale che Anna Bravo ha definito maternage di massa. E gli oltre 600.000 soldati italiani che, catturati dai tedeschi, tradotti in campi di internamento Germania, rifiutarono la “proposta” di continuare la guerra a fianco della Germania nelle file della neonata repubblica neofascista, accettando per questo di finire in una prigionia durissima.

La partecipazione degli italiani ebrei alla Resistenza è stata di grande importanza sia sul piano quantitativo, in proporzione alla componente ebraica in Italia, sia su quello qualitativo con figure di grande rilievo intellettuale, politico, morale. Come e ben più di altre componenti della società italiana, gli ebrei avevano assunto chiara consapevolezza della natura del fascismo, di cui avevano subito il tradimento e la violenza.

Gli ebrei erano fortemente inseriti nella società italiana e avevano partecipato in forze al Risorgimento, eppure cominciarono ad accorgersi di un clima mutato negli anni Settanta del secolo XIX nella società e nella cultura italiane ed europee, e ancor più dopo la Prima guerra mondiale, alla quale gli ebrei avevano partecipato con una alta percentuale di ufficiali e di decorati al valore, quando la concezione della nazione veniva articolata in termini vieppiù esclusiva.

Se la legislazione razzista è piuttosto tarda, il 1938, alla quale pressoché nessuno si oppose, rispetto all’affermazione del fascismo, non sono mancati segni importanti di un antisemitismo quale componente strutturale dell’ideologia e del regime. Mussolini, nel discorso al congresso nazionale dei fasci di combattimento, l’8 novembre 1921, che avrebbe trasformato il movimento in Partito nazionale fascista, poneva la razza tra i pilastri del suo programma. Dal 1938, il fascismo non si limitò all’isolamento degli ebrei ma li perseguitò, espulse o rinchiuse gli ebrei stranieri, allestì campi di internamento e, con l’occupazione tedesca fu pienamente complice di cattura e deportazione.

L’arrivo in Italia della Brigata Ebraica, composta di volontari antifascisti, nella sua pur contenuta dimensione quantitativa portò la soggettività di un sionismo che si era fatto esercito di liberazione e rappresentava la possibilità concreta di una autonoma soggettività statuale, che si materializzava nella ricostruzione delle comunità ebraiche in Italia, nell’assistenza alle masse di ebrei superstiti apolidi che confluivano nei punti di raccolta ed infine nel loro trasferimento in Palestina. Operazione questa necessariamente clandestina, condotta in relazione a formazioni partigiane ancora in essere.

Claudio Pavone ha giustamente parlato della Resistenza europea come di una grande guerra di religione civile, tra concezioni del mondo diametralmente opposte e tra loro incompatibili: quella fascista, e quelle che propugnavano l’eguaglianza tra gli uomini, la libertà, la giustizia – innanzitutto sociale – e la separazione dei poteri. Un grande guerra politica, non nazionale, i cui fronti erano cosmopoliti. Un esempio tra i tanti, il Partito comunista italiano, un partito che aveva avuto un ruolo di primo piano nell’animare la Resistenza e nella lotta partigiana, nel dispositivo finale del suo quinto congresso nazionale (29 dicembre 1945 – 5 gennaio 1946), affermava che la guerra si era combattuta contro l’ideologia nazista non già contro i tedeschi. L’idea di nazione che emerge dalla Resistenza è cosmopolita, e qui, ancora una volta, un riferimento al Risorgimento, anch’esso mosso da principi e non da appartenenze nazionali.

La Resistenza seppe muoversi in un orizzonte politico nuovo: non solo il superamento delle dittature fasciste, ma anche il superamento delle stesse democrazie liberali prebelliche. Il costituzionalismo, che ne scaturiva come prorompente nuova prospettiva, nasceva dalla consapevolezza di tre tragici fallimenti: l’Italia liberale, la Repubblica di Weimar, la Terza Repubblica francese. Centrale era la questione sociale, e la Resistenza ha saputo trovare nuove forme di democrazia per la società di massa coniugando le ragioni del socialismo e del liberalismo in un progetto di partecipazione dal basso, non autoritaria, non demagogica.

Da ultimo, ma è la sua prima lezione, la Resistenza ci insegna la fiducia, forse la disposizione di spirito più rara nel mondo attuale. La fiducia riguarda il futuro e riguarda la società, componente essenziale della democrazia, non è normale, ma deve esistere a monte delle leggi quale virtù civile. La fiducia ha dimensione sociale perché non consiste in un’attesa, ottimistica ma passiva, essa è impegno, azione, pensiero. Ecco il viatico per il futuro che ancora oggi, ottant’anni dopo, ci consegna la Resistenza: la consapevolezza che esiste sempre una possibilità di scelta, ciò che impone, anche nei periodi più cupi, di guardare al futuro con operosa fiducia, come accadde nel periodo più oscuro della storia d’Europa e della vita stessa delle singole persone, le dittature fasciste e la guerra totale. È stato possibile, dunque è possibile.