Federico Fubini === Usa, Europa, Medio Oriente: il mondo è cambiato

dalla Newsletter n°12 – Maggio 2025

Massimiliano Boni intervista a Federico Fubini

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La scorsa settimana la premier Giorgia Meloni è volata a Washington per il suo primo bilaterale ufficiale con Donald Trump. Che giudizio dai della visita?

Nel mio lavoro ho imparato a separare i segnali che ritengo importanti da quello che potremmo definire il “rumore di fondo”. Credo perciò che sbaglieremmo se tentassimo di fare il bilancio della situazione politica giorno per giorno, inseguendo ad esempio i singoli incontri diplomatici, che certo sono importanti, ma meno delle dinamiche più profonde, che riguardano gli equilibri di potere e quelli economici. Detto questo, certo la visita della premier Giorgia Meloni alla Casa Bianca è stato un momento importante, direi anche un atto necessario, per un leader politico come lei, a capo di un partito vicino, per ispirazione, a quello di Donald Trump. Nel suo caso, c’erano però anche delle difficoltà di “equilibrio”.

Quali?

Innanzitutto quella di tenersi in equilibrio tra la vicinanza politica al presidente americano e l’esigenza di non mettersi in una posizione insostenibile rispetto ai suoi colleghi europei, perché mi sembra chiaro che laddove gli altri leader dell’Unione europea sospettassero una sorta di “doppio gioco”, ossia che Giorgia Meloni fosse disposta a barattare la solidarietà europea in cambio di un trattamento di maggior favore dall’amministrazione americana, perderebbe immediatamente il suo consenso in Europa. Ma questo le crea un’altra difficoltà, perché in realtà, per un fine del tutto interno, Giorgia Meloni deve dimostrare al proprio elettorato proprio questo: che, con lei alla guida del paese, l’Italia potrà ottenere un trattamento di favore.

E, secondo te, è riuscita a mantenere l’equilibrio?

Come ho detto occorrerà attendere per vedere i prossimi sviluppi della situazione. Sul piano politico certamente l’incontro segnala un’intesa, del resto Giorgia Meloni è stata l’unica leader europea, oltre a Orban, ad essere invitata alla Casa Bianca per l’insediamento di Trump. Al tempo stesso, occorre considerare che le misure adottate e al momento congelate da Trump in materia economica vanno direttamente a colpire gli interessi dei ceti sociali e imprenditoriali che hanno votato il partito di Giorgia Meloni.

Qual è il tuo giudizio sulla guerra dei dazi intrapresa da Trump?

L’approccio dell’amministrazione Trump, fin dal primo giorno del suo insediamento, è stato caotico, maldestro, incerto e contraddittorio. Al tempo stesso, dobbiamo sforzarci di comprenderne le ragioni. Non si può cioè ignorare che ciò che ha determinato quelle decisioni è il riflesso delle fortissime tensioni sociali che da tempo si vivono negli Stati Uniti, e che hanno generato il fenomeno Trump e dettano la sua agenda. Se non si comprendono queste tensioni, non si capisce perché Trump sia stato capace di rivincere le ultime elezioni e perché, anche senza di lui, comunque i problemi che deve fronteggiare l’America rimarrebbero.

A cosa ti riferisci?

Innanzitutto alle forti diseguaglianze di reddito. Tutto nasce da lontano, dagli anni Settanta. Oggi il settore manifatturiero americano incide per l’8% sull’economia nazionale, contro il 18% dell’Italia e il 20% della Germania. Questo svuotamento del tessuto industriale statunitense ha prodotto una lunghissima stagnazione dei salari. Nel 2023 il salario mediano degli americani è cresciuto del 15%, a fronte di una crescita degli immobili del 96%. Questo enorme divario si traduce in una disuguaglianza nell’accesso alla sanità, all’istruzione, al welfare. Il trumpismo è il tentativo di scaricare sul resto del mondo le contraddizioni della società americana. Naturalmente si tratta di problemi che nascono da scelte interne di quel paese, e riflettono le difficoltà di restare un paese leader del mondo. Ciò deriva dal fatto che il dollaro è costantemente sopravvalutato, e ciò rende non competitiva la produzione manifatturiera degli Usa, anche rispetto ai paesi più ricchi. Normalmente un’economia reagisce a una situazione del genere svalutando la propria moneta, ma per gli Stati Uniti questo non è possibile, in quanto il dollaro è tendenzialmente una moneta universale, utilizzata nell’87% delle transazioni commerciali del mondo e costituisce il 57% delle riserve delle banche centrali mondiali. È questa forza del dollaro che negli anni ha determinato un costante disavanzo nella bilancia commerciale degli Stati Uniti, fino ad oggi, con la necessità di Trump di riportare i conti il più possibile in equilibrio.

Quale sarà l’esito della guerra dei dazi?

Non faccio mai previsioni e diffido di chi ne fa, soprattutto in una situazione così imprevedibile come quella di oggi. Quello che si può dire è che ci troviamo di fronte alla crisi strutturale della globalizzazione così come ha funzionato negli ultimi quarant’anni. Non solo sul piano economico. Sono cambiate le regole del gioco nei rapporti internazionali, che reggevano dalla fine della Seconda guerra mondiale, in cui un peso importante avevano gli organismi internazionali: il Consiglio di sicurezza e l’Assemblea generale dell’Onu, l’organizzazione mondiale del commercio (WTO), il Fondo monetario internazionale (FMI), il G7, poi diventato G8 infine G20, proprio per far fronte alla crisi economica e finanziaria del 2008. Questo scenario oggi si è frantumato. Guarda come in questi giorni il WTO e il FMI siano completamente in silenzio. Al posto del multilateralismo cui eravamo abituati si sta tentando di sostituire un nuovo ordine internazionale, dove semplicemente vale il diritto del più forte. La guerra di Putin all’Ucraina è anche questo, il tentativo di affermare il diritto del più forte. Del resto, quella guerra ha un precedente: la guerra all’Iraq degli anni ’90, che per la prima volta ha rotto gli equilibri geopolitici e ha aperto la strada a un’altra serie di violazioni del diritto internazionale che abbiamo fatto finta a lungo di non vedere. Oggi anche l’economia è utilizzata come uno strumento di coercizione: basta guardare come Putin ha cercato di condizionare attraverso il gas la politica dell’Europa, o come gli Stati Uniti, con Biden, hanno cercato di condizionare la strategia delle aziende europee per impedire che facessero affari con la Cina. Oggi viviamo in un mondo più pericoloso del recente passato: direi che assomiglia a quello di fine 800, quando i rapporti di forza fra potenze e il dominio delle infrastrutture e delle tecnologie regolavano il mondo.

In questo nuovo scenario che ruolo sta giocando l’Unione europea?

Io credo che la reazione dell’Unione europea sia stata migliore di come si potesse temere all’inizio della crisi. Ad oggi non si registrano né evidenti divisioni né tensioni insuperabili. Eppure in molti temevano, ad esempio, che l’Italia si sfilasse da un’azione comune, mentre il governo italiano è stato sostanzialmente attento, come dicevo, a non compromettere la linea comune europea, pur invitando chiaramente alla calma e a non innescare una reazione a catena sul piano dei dazi. Alcune affermazioni, come quelle sulla difesa comune di Ursula von der Leyen, o le dichiarazioni del prossimo cancelliere tedesco, Merz, sulla necessità di un’Europa indipendente, credo che siano segnali da prendere in considerazione. Certo, non dobbiamo nascondere le grandi debolezze europee, sul piano tecnologico e militare, ad esempio, o sulla diversità di vedute tra i vari governi. Però non possiamo neppure escludere l’avvio di un percorso di maggiore integrazione.

E per quel che riguarda il Medio Oriente, e la guerra di Israele ad Hamas, che prospettive abbiamo davanti?

Alcune settimane fa ho scelto di firmare un appello contro la minacciata deportazione della popolazione di Gaza manifestata da Trump. Normalmente, come giornalista, cerco di non firmare mai appelli pubblici, e non è stata una scelta facile; tuttavia, ritengo che da allora la situazione sia ulteriormente peggiorata. Certo, la risposta militare di Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre è stata inevitabile e giusta. Ma ora, a distanza di oltre 18 mesi, tutto ciò che continua ad accadere a Gaza non è a mio avviso più giustificabile. Non credo che Hamas possa essere sconfitto con un’azione militare, mentre la decisione di riprendere la guerra, con il beneplacito degli Stati Uniti, credo sia animata da altri motivi.

Quali?

Appare sempre più evidente che l’entourage politico e familiare di Netanyahu sia coinvolto in una serie di finanziamenti ricevuti dal Qatar. Lo stesso Qatar che con il beneplacito di Netanyahu finanziava abbondantemente anche Hamas. Temo che l’incredibile impreparazione che Israele ha mostrato di fronte all’attacco del 7 ottobre sia dipesa da un calcolo di Netanyahu: quello di aver raggiunto un accordo più o meno implicito con Hamas, mediato dal Qatar, per cui quest’ultimo avrebbe continuato a finanziare l’uno e l’altro in una sorta di status quo perenne. oggi Netanyahu agisce per impedire che si faccia chiarezza su questi legami. Se continua a utilizzare la forza in maniera così indiscriminata ciò dipende anche dalla carta bianca che gli ha lasciato Trump, la stessa carta bianca che sembra aver consegnato a Putin in Ucraina.