Roma – Mizrahim: gli ebrei del Medio Oriente

Roma 20 Maggio 2025 ore 18:00

CASA DELLA MEMORIA E DELLA STORIA
Via San Francesco Sales 5

MIZRAHIM
GLI EBREI DEL MEDIO ORIENTE
la presenza millenaria, l’esodo e l’integrazione in Israele

vedi la videoregistrazione dell’incontro

Marco Pierini

Il 20 maggio la Casa della Memoria e della Storia di Roma ha ospitato “Mizrahim, gli ebrei del Medio Oriente”, iniziativa del Laboratorio Rabin per approfondire una vicenda ai più sconosciuta, e tristemente ignorata, della storia del Medio Oriente e del Nord Africa: l’esodo forzato di poco meno di un milione di ebrei dai Paesi della regione, dalla Libia all’Iraq, dall’Egitto allo Yemen, nella metà del secolo scorso.

Un confronto che – oltre a quello del sottoscritto – ha visto i contributi della storica dell’Islam medievale Bruna Soravia e del vicepresidente di Sinistra per Israele, Victor Magiar, con l’obiettivo di rendere conto di una storia millenaria, di una presenza che precede la conquista araba e che ha arricchito per secoli il mosaico di un Medio Oriente e di un Nord Africa tutt’altro che monolitici.

La conferenza ha affrontato la condizione delle comunità ebraiche della regione dalla dhimma (lett. “protezione”), ossia la condizione di subordinazione – e, talvolta, di umiliazione – che gli ebrei della regione vivevano nei confronti delle società musulmane a intensità diverse nel corso dei secoli, fino all’emergere del nazionalismo arabo, che vide nell’ebreo – e, progressivamente, in molte altre minoranze – un alter che non poteva partecipare al processo di emancipazione delle masse arabe. L’esodo forzato (e, in alcuni casi, l’espulsione) degli ebrei del Medio Oriente e del Nord Africa fu dunque il culmine di un processo, e non un evento in controtendenza con l’evoluzione storica delle società della regione.

Riconoscerne la specificità – con il suo portato di tragedie, di pogrom, di violenze più o meno istituzionalizzate – diventa perciò centrale per comprendere la storia anche del conflitto mediorientale, dal momento che l’indipendenza israeliana ha fornito a molti paesi della regione il pretesto per concludere il processo di alienazione da sé delle proprie comunità ebraiche, accelerando le pratiche di violenza.

D’altra parte, la conferenza ha evidenziato un momento di svolta: l’ingresso della maggioranza di queste comunità ebraiche in Israele.

Due, in questo senso, le vicende che colpiscono: da un lato, il doloroso processo d’integrazione di queste comunità nel neonato Stato d’Israele alla metà del secolo scorso; dall’altro, il conseguente cambiamento demografico che ha interessato la società israeliana, che l’ha cambiata, indirizzandone traiettorie culturali, socioeconomiche e anche politiche.

Dai campi di transito realizzati per accogliere i nuovi immigrati al processo di assimilazione delle comunità ebraiche orientali nell’ethos del “nuovo ebreo” forgiato dalla tradizione sionista socialista, gli ebrei orientali hanno visto il progressivo sgretolarsi di molti dei riferimenti centrali per la vita comunitaria, profondamente legati alla tradizione religiosa, al ruolo del padre, a secoli di costumi specifici.

Questa collisione col mondo laico e socialista ha prodotto stratificazione sociale, ibridazione culturale e anche domanda politica, sapientemente sfruttata dalla destra israeliana di Menachem Begin (che su una piattaforma di rivendicazione delle sofferenze del mondo mizrahi ha in parte vinto le elezioni del 1977). Tutt’ora, infatti, gran parte delle città fondate per ospitare i profughi di quella stagione di immigrazione vede il protagonismo dei partiti della destra israeliana.

Israele è dunque il prodotto dei percorsi di integrazione delle comunità ebraiche della regione con quelle provenienti dall’Europa e da altre parti del mondo: attualmente la maggioranza degli ebrei israeliani è in tutto o in parte “figlia” della tradizione ebraica del Medio Oriente e del Nord Africa, e questo ha un peso sulla concezione di sé di Israele oggi.

Lo Stato ebraico, dunque, non è – come spesso viene detto – il braccio europeo e occidentale in un Medio Oriente alieno, ma uno degli Stati nazionali di una delle comunità indigene della regione, giacché Israele è stato l’unica patria possibile per masse di rifugiati in fuga dalla violenza e dalle persecuzioni – non soltanto a Odessa, ma anche a Baghdad.

L’esperienza dei Mizrahim in Medio Oriente e Nord Africa si configura dunque come uno dei punti di vista possibili con cui guardare alla storia della regione, innanzitutto perché ci racconta di comunità ebraiche rimaste in Medio Oriente e Nord Africa da prima della conquista araba, con un bagaglio di tradizioni antichissime.

Soprattutto, però, la vicenda di queste comunità ebraiche ci è utile per riscoprire un pezzo di storia largamente distorto: da chi, erroneamente, ha sempre letto la storia degli ebrei della regione come una storia di convivenza pacifica e di “età dell’oro”, da chi ha scelto di ignorare un esodo forzato causato dall’intensificarsi delle violenze anti-ebraiche a seguito dell’indipendenza israeliana (ma le cui cause profonde affondano le proprie radici ben prima del sionismo), da chi ha letto la storia d’Israele soltanto da una prospettiva europea.

Nelle parole di Georges Bensoussan: «Generalmente si pensa che il mondo ebraico in terra araba abbia avuto fine con il conflitto israelo-palestinese. In realtà quel naufragio era stato preparato molto tempo prima, quando le società ebraiche avevano iniziato ad allontanarsi dal loro ambiente come conseguenza di un timido processo di occidentalizzazione. L’esistenza ebraica, una volta emancipata di fatto, anche se non di diritto, ben presto fu vista dalle popolazioni arabe come un impedimento a essere. Ma per la coscienza post-coloniale, che nel mondo arabo-musulmano vuol vedere la figura dell’oppresso, è difficile concepire che, intorno al Mediterraneo, quel mondo un tempo colonizzato fu anche, ben prima dell’arrivo degli europei, sinonimo di servitù e schiavitù».

Studiare la storia degli ebrei mizrahi diventa dunque fondamentale per riscoprire una vicenda che è andata perduta nelle rappresentazioni in bianco e nero della storia dei rapporti tra arabi ed ebrei, fatta erroneamente coincidere solo con l’emergere del conflitto israelo-palestinese. Non si può, in buona sostanza, conoscere Israele, studiarne i rapporti col mondo arabo, senza la profondità di questa storia con il suo carico di traumi (dall’esodo forzato all’integrazione) e di voglia di emancipazione.

Letture consigliate:

  • Bensoussan, “Gli ebrei del mondo arabo. L’argomento proibito”, Giuntina, 2018.
  • Memmi, “Jews and Arabs”, J. Philip O’Hara, 1976.