Loris Zanatta === L’eredità di Bergoglio e i suoi rapporti con Israele

dalla Newsletter n°13 – Giugno 2025

Massimiliano Boni intervista Loris Zanatta
Storia della Chiesa sudamericana all’Università di Bologna 

 

Professor Zanatta, quando gli storici della Chiesa esamineranno il pontificato di Francesco, quali tratti metteranno più in evidenza?

L’eredità principale di Papa Bergoglio dovrà valutarsi sia in termini culturali che geopolitici. Bergoglio, in quanto rappresentante di quel cattolicesimo di stampo argentino e sudamericano che ha visto nel mondo occidentale sempre un avversario, ha operato per il distacco del cattolicesimo dall’idea di Occidente.

 

Cosa intende?

Papa Francesco è figlio di una cultura cattolica che vede l’Occidente come la culla del razionalismo e dell’Illuminismo, in questo senso una frattura nella cultura cristiana. Nella tradizione del cattolicesimo argentino è molto forte l’idea di una opposizione alla tradizione illuministica che noi abbiamo ereditato. Per questo ritengo che, nel prossimo futuro, sarà molto difficile individuare un erede di Bergoglio.

 

Lei condivide la teoria per cui Papa Bergoglio, provenendo dall’America Latina, oltre a essere un Papa antiamericano sarebbe stato un Papa vicino alle idee della sinistra mondiale?

Per quanto riguarda il rapporto tra il pontificato di Bergoglio e gli Stati Uniti, potremmo ricordare l’immagine del 2017, quando Papa Francesco accolse in Vaticano Donald Trump. Ancora più dura fu però l’accoglienza riservata al presidente argentino Macrì, in fondo un moderato centrista, rispettoso delle istituzioni: Bergoglio lo ricevette per soli 20 minuti. Sta in questi due esempi la visione del mondo bergogliana, in definitiva una versione post conciliare del nazionalismo cattolico argentino, per cui in ogni paese sarebbe presente una componente pura, quella del popolo, rappresentato dai più poveri, i quali, in quanto tali, non sono stati contaminati dalla modernità secolare. Quest’idea di popolo si contrappone all’élite corrotte liberali e capitalistiche, che promuovono un modello individualista della società. È, quella di Bergoglio, una visione straordinariamente manichea, che nasce dal suo mondo e che lui ha proiettato all’esterno. Nella sua visione il Sud si contrappone al Nord, e qui si spiega il suo antiamericanismo, dal momento che gli USA sono visti come la massima espressione di quella cultura illuminista che avversa. C’è, in questa lettura, anche molto peronismo.

 

C’è poi la questione del Papa figura di riferimento delle sinistre mondiali.

Il progressismo attribuito a Bergoglio, per gli studiosi che, come me, studiano la Chiesa Argentina da oltre trent’anni, appare del tutto insensato. Bergoglio è stato un conservatore straordinario, legato al peronismo più ortodosso. Nessuno in Argentina ha mai potuto immaginare Bergoglio come un progressista.

 

E allora perché questo fraintendimento?

In parte perché in Italia una certa cultura peronista e populista non è mai passata di moda. Il “progressismo” di Bergoglio è figlio dei tempi in cui viviamo, simili a quelli del secolo scorso, in cui l’idea di progresso e di conservazione si sono invertite.

 

Può fare qualche esempio?

C’è nella Chiesa cattolica una vena pauperista, che precede di molto il socialismo, e che combatte l’economia di mercato in nome di un’ideale di società legato a un tempo precedente la rivoluzione industriale. Questa visione non è affatto progressista, ma può essere scambiata come tale da chi pure contesta l’economia di mercato e le sue disuguaglianze. Prendiamo anche il tema dell’ambiente. Bergoglio ha affrontato la questione ambientale in termini antimoderni, quasi apocalittici. Non c’è nessun progressismo, ma chi cerca una sponda per rispondere alla crisi ambientale ha potuto vedere in lui un alleato. E ancora: pensiamo al grande tema dei valori non negoziabili, applicato ad esempio alla questione degli omosessuali. In Europa ad un certo punto Bergoglio è passato per essere un progressista, ma tale valutazione è molto superficiale. In Argentina, Bergoglio invocò la guerra contro i matrimoni omosessuali, e nei suoi discorsi pronunciati nel sud del mondo non ha mai fatto aperture su questi temi.

 

Eppure, ricordiamo alcune sue espressioni con cui rinunciava a giudicare le unioni omosessuali, o comunque non le condannava.

Dobbiamo tener presente che Bergoglio è stato sempre un homo politicus, mostrando una astuzia politica di primo livello. Poiché, una volta diventato Papa, il suo proposito è stato di attirare tutte le pecore nell’ovile del cattolicesimo, dovendo operare in una società profondamente secolarizzata come quella occidentale, ha sviluppato un linguaggio che fosse gradito anche ai più lontani, a differenza ad  esempio di Ratzinger, che costantemente si richiamava ai valori tradizionali della Chiesa cattolica. Bergoglio è stato figlio di una cristianità che voleva abbracciare tutti, così si spiegano le sue aperture che gli hanno attirato una straordinaria popolarità, ma non si sono mai tradotte in azioni conseguenti. Direi che, da buon gesuita, ha esercitato il suo pontificato utilizzando delle geometrie variabili, cioè cambiando il linguaggio a seconda delle circostanze.

 

Ci può aiutare a comprendere la posizione di Papa Francesco in riferimento alla guerra che si sta svolgendo a Gaza?

Per quel che riguarda il rapporto con il mondo ebraico, dobbiamo innanzitutto ricordare che Bergoglio ha vissuto in Argentina per 77 anni, compresi quelli della durissima dittatura Argentina. Intendo dire che il clero argentino, unendo la religione al nazionalismo, ha sviluppato dei caratteri fortemente antisemiti, frutto anche di una tradizione secolare, quella della Chiesa spagnola artefice della cacciata degli ebrei dalla penisola iberica nel 1492. Successivamente, quando in Argentina è tornata la democrazia, nel 1983, il cardinale Guarracino, mentore di Bergoglio, ha avuto la lungimiranza di comprendere che la chiesa doveva promuovere una stagione politica di dialogo e di ecumenismo. Questo ha influenzato anche Bergoglio, ma non al punto da fargli cambiare idea sull’ebraismo.

 

Qual è questa idea?

Se in Argentina la Chiesa cattolica ha avviato una stagione di dialogo che ha portato tra l’altro all’amicizia personale fra Bergoglio e il rabbino Skorka, questo è stato possibile perché in quel paese la chiesa è stata sempre una religione dominante; diverso il caso del resto del mondo. Prenda la questione di Gerusalemme: per la chiesa argentina Gerusalemme deve rimanere una città neutra, quindi non riconosce la pretesa israeliana di farne la capitale del proprio stato. Più in generale, nella visione geopolitica di Bergoglio l’ebraismo si colloca nella parte nord del mondo, quella più moderna, laica e razionale. In questo modo, non può esserci un dialogo aperto e davvero ecumenico fra la Chiesa e l’ebraismo.

 

Il 18 maggio il successore di Papa Francesco, Leone XIV, ha ufficialmente iniziato il suo pontificato. Benché nato e cresciuto a Chicago, Papa Prévost ha subito indicato la sua esperienza pastorale in Perù. Che orientamento geopolitico potremmo attenderci dal nuovo pontefice?

È molto presto per dirlo. Ora sono possibili solo poche considerazioni generali. Innanzitutto, Leone XIV nasce negli Stati Uniti, non ha dietro di sé quell’idea del cattolicesimo fortemente nazionalista che aveva Bergoglio, secondo cui la cristianità ha il compito di combattere l’illuminismo. Prévost nasce in una società fortemente laica e secolarizzata come quella americana, una società in cui addirittura essere cattolici significa per certi versi appartenere ad una minoranza. Da questo punto di vista, il nuovo pontefice comprende che ci possa essere uno Stato che non abbia una religione ufficiale. In questo la discontinuità rispetto a Bergoglio è evidente. A differenza di Bergoglio, che fin dal suo primo affacciarsi sulla loggia di San Pietro ha evidenziato una tendenza carismatica e leaderistica, l’attuale Papa manifesta un atteggiamento direi umile e non carismatico: è un Papa che non vuole esibirsi. Infine anche il linguaggio è diverso. In una delle sue prime udienze, Leone XIV ha detto che per ottenere la pace occorre mettere da parte le narrazioni manichee della storia: qui la rottura rispetto al pontificato precedente mi sembra profonda. Infine anche il nome scelto segna una profonda discontinuità. Bergoglio, con una umiltà soltanto apparente, ha scelto di assegnarsi un nome che nessuno dei pontefici che lo avevano preceduto aveva scelto. Prévost, al contrario, si inserisce nel solco di chi lo aveva preceduto.

 

Nella sua prima omelia, Papa Leone XIV ha citato Gaza, l’Ucraina, ma anche Myanmar. Possiamo attenderci un cambio di prospettiva rispetto a Bergoglio?

Ripeto che è difficile dirlo ora. Certo si comincia a notare un nuovo stile e un diverso linguaggio. Penso che Leone XIV abbia diversi strumenti per sfuggire al pericolo cui è incorso Papa Francesco, di essere identificato come sostenitore di una delle parti in conflitto. Nella guerra a Gaza, ad esempio, Bergoglio si è schierato nettamente perché identificava Israele nell’occidente. Ma siccome l’attuale pontefice non ha una narrazione manichea della storia, disporrà di maggiori strumenti per essere neutrale, in modo da esercitare una maggiore influenza, anche se, va ricordato, oggi la Chiesa di Roma ha ben poca influenza sulle crisi internazionali. Quanto a Israele, mi lasci dire, vista la mia simpatia per lo Stato ebraico e chi lo sostiene, che auspico quanto prima che possa comprendere quanto sia dannoso ai suoi interessi tenere comportamenti e posizioni che lo stanno sempre più isolando dalla comunità internazionale dove invece auspico possa presto riacquistare il prestigio che merita.